35 Province in meno

Trentacinque Province in meno. È il taglio secco operato dal Governo sul numero degli “enti intermedi” che risultano così ridotti – nelle Regioni a statuto ordinario – da 86 a 51, comprese le 10 città metropolitane. Con il decreto legge di riordino, approvato oggi a Palazzo Chigi, «si compie un processo di portata strutturale e ordinamentale», ha dichiarato il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, che ha definito l’accorpamento come un «processo oramai irreversibile».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-10-31/forbice-governo-province-saranno-185944.shtml?uuid=AbaLXnyG

LA MAPPA

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2012/10/31/pop_province-ridotte-a-51-mappa.shtml

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Convertito in legge il dl sulla sanità

L’aula del Senato ha approvato la  fiducia posta dal governo al decreto sanitá, con 181 voti a favore,  43 contrari e 23 astenuti. Il provvedimento, che era giá stato  approvato dalla Camera, diventa legge.

Il decreto convertito in legge prevede nuove norme per la nomina dei manager sanitari e dei primari, la riorganizzazione della medicina territoriale, che dovrà diventare un servizio disponibile h24 per i cittadini, e dell’attività intramuraria dei medici pubblici. Ma anche tempi certi per l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza, regole più stringenti per prevenire la ludopatia e scoraggiare il gioco d’azzardo, soprattutto fra i minori. Sono alcuni dei contenuti del decretone sanità approvato oggi in via definitiva al Senato visto che a Palazzo Madama non sono state apportate ulteriori modifiche rispetto a quelle già votate a Montecitorio dove il decreto è passato lo scorso 18 ottobre.

http://www.corriere.it/politica/12_ottobre_31/decreto-sanita-approvato_d8dce104-2358-11e2-b95f-a326fc4f655c.shtml

TUTTI I PUNTI DEL DECRETO

http://www.corriere.it/salute/12_novembre_01/sanita-che-cambia_640423e6-23fe-11e2-9217-937e87f32cd3.shtml

 

L’ideologia dietro una gru pericolante

Un bell’articolo di Federico Rampini su due modi di interpretare il ruolo dello Stato nell’economia.

Una gru pericolante diventa il simbolo di un  modello di sviluppo. È la gru che si è “quasi” staccata al 90esimo piano  di un grattacielo in costruzione sulla 57esima Strada. In quel  grattacielo le pre-vendite hanno  toccato record storici: 88 milioni per  un attico. Ma gli affaristi che cavalcano  il nuovo boom dell’edilizia  di lusso non volevano sprecare neppure  una modesta frazione dei loro  profitti per rimuovere il macchinario,  alla vigilia della catastrofe  annunciata.  Il sindaco è stato costretto  a far evacuare una zona  circostante  di palazzi e di alberghi. La gru che ha dondolato  minacciosamente  sulle teste di noi comuni mortali, riassume  un’ideologia sulla quale gli elettori americani dovranno pronunciarsi   fra sei giorni. Martedì 6 novembre dovranno decidere se vogliono alla  Casa Bianca il repubblicano  Mitt Romney, che su questi temi ha le idee  chiare. Nelle primarie  Romney disse che la protezione civile va  smantellata e i suoi compiti  andrebbero gestiti dai privati. “Il  mercato fa le cose meglio”, ripete l’ex governatore del Massachusetts.  La Fema (Federal Emergency Management  Agency), in queste ore porta in  salvo migliaia di americani isolati nelle case circondate dalle acque;  dà alloggio, pasti e medicinali  agli sfollati; ripristina servizi  pubblici essenziali. Venne creata da un presidente democratico, Jimmy  Carter. Fu declassata da George W. Bush, e le conseguenze si videro  nella  tragedia di Katrina: 1.800 morti. La destra non demorde. La  maggioranza  repubblicana alla Camera ha tagliato il 43% dei fondi alla  protezione  civile. La privatizzazione evocata  da Romney non è una  boutade: è un piano. È la stessa soluzione che propone per l’assistenza  sanitaria agli anziani (Medicare), da togliere allo Stato per  trasformarla in “buoni-  acquisto” da spendere presso gli assicuratori  privati. È la ricetta che Romney annuncia per risolvere i problemi della  scuola pubblica americana, scivolata ormai al 17esimo  posto dietro  molte nazioni dell’Europa  nordica e dell’Asia nelle classifiche Ocse:  per il repubblicano la risposta è “libertà di scelta” cioè l’opzione  privata. A Manhattan, vicino  alla gru sulla 57esima, ci sono scuole  elementari di élite con rette annue dai trentamila dollari in su.
Quando  arriva una calamità naturale  come Sandy, gli americani si stringono  assieme compatti. “Nelle tenebre della tempesta – dice Obama  – abbiamo  visto anche la grandezza  dell’America: come le infermiere  accorse in  piena notte per portare in braccio i bambini dall’ospedale  della New  York University”. Gli effetti sulla campagna elettorale sono difficili  da valutare. In campo democratico gli ottimisti osservano che l’uragano  ha rimesso Obama nella posizione più favorevole: quella del  Commander-in-Chief, leader della nazione, impegnato a coordinare i  soccorsi anziché a fare comizi. Un avversario come Chris Christie,  governatore repubblicano del New Jersey (lo Stato più colpito, che Obama  visiterà oggi) gli rende  un omaggio raro: “Desidero ringraziare  calorosamente  il presidente  per tutto quello che sta facendo  per il  mio Stato”. A voler essere  pignoli, bisogna  ricordare che Obama non ha  potuto da solo aiutare il New Jersey.  Le forze federali  essendo ormai   insufficienti, per fortuna sono arrivati reparti di protezione civile  dal Canada. Reduce  da trent’anni  di egemonia liberista, e da un  prolungato “dimagrimento”  del ruolo statale, l’opinione  pubblica  americana si è abitutata  a considerare il vicino Canada come una strana  propaggine di socialismo europeo . Quando Obama osserva che “la nostra forza è nello  stringerci assieme,  rispondere uniti, come una nazione  sola”, dice le  parole che l’America  si attende in un frangente come questo. Non sono  le parole  più vere. Questo  leader democratico  crede in un  patto di  cittadinanza,  in un  contratto sociale,  in una società  aperta dove  vigono  le stesse regole  per tutti. Il 6  novembre avrà  di fronte un  avversario  formidabile,  con un sistema  di valori  che si è dimostrato   altrettanto  seducente:  l’America della  gru, dove ciascuno  è libero  di  perseguire il  proprio profitto,  e lo Stato deve togliersi  di  mezzo.

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/33-internazionale/38139-la-gru-di-obama.html

Gli italiani non risparmiano più

Vorrebbero risparmiare ma non possono. La crisi non lo permette più.

E le famiglie che riescono a migliorare la loro posizione economica andrebbero tutelate come i panda: nell’ultimo anno si sono ridotte a una quota del 3 per cento del totale. Come spiegano i sociologi, l’ascensore sociale non funziona più. Una questione, anche, di vile pecunia, come spiega l’annuale rapporto che Acri (l’associazione delle Fondazioni e delle Casse di risparmio), commissiona all’Ipsos.

L’edizione che viene presentata oggi a Roma dal presidente Giuseppe Guzzetti lo rivela impietosamente. Nonostante un italiano su due (il 47%) sostenga che riesce a “vivere tranquillo” solo se mette qualcosa da parte, in realtà solo il 28% delle famiglie ammette di essere riuscita a farlo.

Una percentuale che si abbassa ogni anno: era il 35% nel 2011 e il 36% due anni fa. In compenso, si fa per dire, cresce il numero di coloro che consumano tutto quello che guadagnano ed è il 40% degli italiani. Inevitabile conseguenza: è salita dal 31 al 29% della scorsa stagione la percentuale di chi per arrivare a fine mese ha intaccato i risparmi o si è addirittura indebitato. La recessione ha accentuato ancora di più la diffidenza degli italiani nei confronti degli investimenti finanziari. La stragrande maggioranza (oltre il 66%) per i propri risparmi privilegia la “liquidità”. Anche perché sono crollati gli investimenti nel mattone: lo indica come investimento preferito solo il 35% degli intervistati da Ipsos. Pensare che era il 70% nel 2006, il 54% nel 2010 e il 43% l’anno scorso. Del resto, la quota di coloro che ha deciso di investire i soldi negli strumenti più sicuri (risparmio postale, obbligazioni e titoli di stato) ha raggiunto il suo record storico al 32%. Allo stesso modo, è al massimo il numero di coloro che ritengono che sia sbagliata qualsiasi forma di investimento: è il 28% contro il 23% del 2010 e il 28% di due anni fa.

Interessante notare anche quali siano – secondo gli italiani gli ostacoli principali alla ripresa e quali i possibili rimedi. Nel primo caso, vengono indicate la disoccupazione giovanile (48% delle risposte), le tasse (sui redditi 36% e sui consumi 26%), la redistribuzione “assimetrica” del reddito (23%), l’eccessivo debito pubblico (24%), mentre “l’eccessiva presenza dello Stato” riguarda solo una minoranza (6%). La riduzione del debito pubblico dovrebbe passare per il 45% degli intervistati dalla lotta all’evasione fiscale, più che dalla riduzione di spesa per i servizi (23%) e vendita dei beni pubblici (19%). Una crisi generale da cui non si salva l’euro: ne è insoddisfatto il 69% degli italiani, anche se il 57% ritiene che fra 20 anni si sarà trasformato in un vantaggio. Del resto, l’86% è convinto che la crisi sia più grave di come venga rappresentata e che durerà altri tre anni.

http://www.assinews.it/articolo_stampa_oggi.aspx?art_id=12848

Una giornata self service

Inserire la chiavetta”. Bip. “Credito: 2,53 euro, selezionare il numero”. Bip. Il buongiorno – nell’era della vita self-service – si vede dal mattino. Le tecnologie – diceva quel povero illuso di John Maynard Keynes – libereranno l’uomo dalla schiavitù del lavoro (“massimo 15 ore alla settimana”) regalandogli una ricca vita di relazioni. Ha sbagliato in pieno: oggi produciamo in 9 ore quello che nel 1950 si faceva in 40. In ufficio però ci restiamo di più. E quanto alle relazioni, la novità è solo una: abbiamo imparato a farne a meno.

Dal cappuccino delle sette al distributore automatico nel metrò – “Erogazione conclusa, ritirare la bevanda. Credito residuo 2,08 euro”. Bip – fino alla cena, dal matrimonio fino alla toelettatura del cane, nel terzo millennio va di moda l’esistenza fai-da-te. Le macchine ci hanno liberato dal più faticoso degli esercizi, quello del rapporto con il resto del genere umano. E oggi, volendo, si possono vivere 24 ore da sogno (senza privarsi di nulla) interloquendo solo con display azzurrognoli, schermi di computer e consulenti – per l’anima e per il cuore – del tutto virtuali. Il glorioso “Time” l’aveva predetto nel 2008: “Le nuove tecnologie faranno del mondo un gigantesco self-service“. Ci ha preso più di Keynes. La macchina del cappuccino da 0,45 euro nel mezzanino del metrò – la qualità è quella che è, per carità – è solo la punta dell’iceberg.

 I nostri desideri, ormai,sono tutti a portata di mano (o di mouse) senza che sia più necessaria l’intermediazione di un essere vivente. Proseguiamo verso i treni. Il biglietto si compra al distributore automatico. Massimo non dà il resto. I soldi, va da sé, li abbiamo ritirati la sera precedente al Bancomat (in Italia preleviamo più di 2mila euro l’anno a testa, neonati compresi, il doppio di dieci anni fa). Poi via di corsa verso la banchina snobbando l’edicolante. Il giornale? C’è la free-press sulla rastrelliera o la versione digitale sull’I-pad (il New York Times, per dire, ha già 592mila abbonati sul tablet).
In attesa del convoglio è possibile farsi quattro foto tessera, comprarsi una bottiglia d’acqua o un tramezzino e persino stamparsi un carnet di biglietti da visita a uno dei 2,5 milioni di distributori automatici di servizi spuntati come funghi in ogni angolo del Belpaese, il 25% più di un anno fa. Un esercito di macchinette che inghiottono ogni anno, senza nemmeno regalarci un educato “grazie”, 2,6 miliardi di euro in monetine. …….
Alla fine di una giornata così, …… bisogna pur sempre procurarsi da mangiare. Facile. I supermercati sono diventati ormai un luogo di culto del fai-da-te esistenziale. Pesiamo da soli arance e peperoni, attacchiamo i cartellini del prezzo, scannerizziamo in proprio come bravi scolaretti i codici a barre di shampoo e rotoli di carta igienica. E da qualche tempo a questa parte abbiamo imparato persino a far da cassieri a noi stessi, calcolando il conto finale agli scanner ottici. Tutto da soli, dall’entrata all’uscita. Magari è un po’ alienante. ….

http://www.repubblica.it/cronaca/2012/10/31/news/giornata_self_service-45620213/

Sicilia: più della metà degli elettori non ha votato

Fa una certa impressione vedere la partecipazione elettorale scendere sotto il 50%. Anche in una Regione, come la Sicilia, dove l’affluenza non è mai stata molto elevata, neppure in passato: 5-10 punti percentuali in meno rispetto alla media nazionale (e a volte anche oltre), a seconda del tipo di consultazione.

Però neppure in Sicilia, in passato, l’astensione era stata così alta. Da ciò la tentazione di decretare, in modo sommario, la crisi della democrazia e il distacco dei cittadini dalla politica. Valutazioni, peraltro, non del tutto ingiustificate. A condizione di chiarire il significato di questo comportamento. Perché l’astensione può avere ragioni diverse e perfino opposte. Alle elezioni presidenziali americane, ad esempio, l’affluenza alle urne, da oltre quarant’anni, non raggiunge il 60%. Ma è, anzi, più vicina al 50%. Senza che nessuno si sogni di parlare di democrazia in crisi e di crisi della democrazia. Al contrario. Un basso livello di partecipazione (non solo elettorale), secondo alcuni studiosi influenti (per tutti: Samuel Huntington), può venire letto come un atto di “fiducia” verso il sistema. Disponibilità ad “affidarsi” a chi è scelto dai cittadini. Mentre una partecipazione “troppo” elevata e accesa potrebbe complicare la “governabilità”.

Non è lo stesso in Italia, ovviamente. …

E il non-voto riflette indifferenza politica. Tuttavia, mai come in questa occasione, a mio avviso, l’astensione ha assunto un significato “politico”. Esplicito e preciso. Perché raccoglie, certamente, una componente “patologica” di disaffezione. Ma questa volta si associa alla  –  e sottolinea la  –  delegittimazione dei principali partiti, a livello regionale e nazionale. Per capirci: Pd, Pdl e Udc, insieme, superano di poco il 36% dei voti. Validi. Cioè: “rappresentano” meno di un elettore su cinque. (Pur tenendo conto del voto e di liste “personali” ai candidati presidenti).
Quel 52% di elettori che non si sono recati alle urne assume, per questo, un significato politico. Non va considerato, cioè, un non-voto. Ma un “voto”. È “il voto di chi non vota” (per citare il titolo di un volume del 1983, pubblicato dalle Ed. Comunità, a cura di Mario Caciagli e Pasquale Scaramozzino). Segnala la frattura nei confronti del sistema partitico della Seconda Repubblica. Questo

http://www.repubblica.it/politica/2012/10/30/news/mappe_maggioranza_non_elettori-45552661/

La Cina perde o vince?

E’ la seconda superpotenza della Terra, in trent’anni il suo reddito nazionale è cresciuto come non si era mai visto nella storia dell’umanità, l’afflusso di popolazione dalle campagne alle fabbriche ha sprigionato una potenza industriale che impressiona. È un regime dominato da un solo partito, ma i grandi economisti di lingua inglese fanno a gara a prevedere quando esattamente supererà gli Stati Uniti in base al prodotto interno lordo. Sul suo celebre manuale di macroeconomia, Paul Samuelson scrive nel 1961 che sarebbe successo fra il 1984 e il 1997; nell’edizione dell’80 corregge e rinvia la data a quest’anno.

Ci siamo ma nel frattempo l’Urss, di cui parlava Samuelson, è scomparsa. Fra il ’28 e il ’60 le politiche di urbanizzazione forzata di Stalin fecero crescere l’economia del 6% l’anno, grande depressione e Seconda guerra mondiale incluse. Il 10,1% medio della Cina negli ultimi trent’anni non vale molto di più, eppure oggi è su questa base che raffinati esperti occidentali tornano a esercitarsi nel datare un altro sorpasso prossimo venturo di un Paese «comunista » sull’America. Secondo l’«Economist» sarà fra il 2018 e il 2021, almeno in materia di Pil. Per cellulari venduti è già successo nel 2001, per litri di birra bevuti nel 2002, in consumo di acciaio addirittura nel 1999 per poi sestuplicare le distanze da allora, benché il debito di questo settore industriale in Cina oggi sia uguale al Pil del Sudafrica (400 miliardi di dollari)…

Come l’urbanizzazione compulsiva di Stalin, anche gli anni di prestiti forzati dal partito cinese attraverso le banche pubbliche nelle acciaierie presentano un conto, prima o poi: alimentano numeri funambolici di crescita mentre tutto quell’acciaio viene fuso e poi le sbarre vengono montate dentro i ponti e nei grattacieli; ma molto meno in seguito, quando i grattacieli restano vuoti e si scopre che a nessuno interessa attraversare quei ponti.

La Cina oggi è a questo punto, il giorno dopo la fine della costruzione. Non è chiaro dove andrà, né se una nuova classe media entrerà mai con le sue aspirazioni in quegli appartamenti vuoti. Malgrado le promesse dei gerarchi comunisti — degne dei politici italiani — dal 2005 la quota di consumi sul fatturato della nazione è persino scesa ulteriormente dal 40% al 35%, livelli da economia di guerra. Tutto in Cina è export (anzi lo era, quando tirava), o investimento dettato dal partito tramite le banche pubbliche che poi seppelliscono nella propria pancia il debito inesigibile: un ingranaggio più raffinato che da noi, dove il debito è bene in vista e soprattutto subito catalogato come pubblico.

Nel frattempo molti di quei magnati cinesi dell’edilizia, o dell’acciaio, o del vetro, siedono fra i membri del Congresso nazionale del popolo che amarzo timbrerà il passaggio dal vecchio presidente Hu Jintao a quello nuovo Xi Jinping. Anche qui c’è un sorpasso, netto: l’agenzia Bloomberg calcola che, solo l’anno scorso, i 70 membri più ricchi di questa sorta di parlamento della Repubblica popolare hanno accresciuto i loro patrimoni di una cifra superiore a tutta la ricchezza cumulata dai 535 membri del Congresso Usa, più il presidente e il suo governo e i novemembri della Corte suprema. In 70 hanno un patrimonio di 90 miliardi dollari. C’era da aspettarselo. Mentre alimentava con diktat politici investimenti (anche) in cattedrali nel deserto e viveva di export all’Occidente quando ancora cresceva, la Cina ha vissuto una metamorfosi. È diventata un sistema altamente estrattivo. Solo gli amici del partito hanno accesso ai prestiti per sviluppare i loro progetti, solo loro possono sperare — a volte, invano — di non venire espropriati o carcerati. E solo le élite ben introdotte riescono a catturare il grosso dei benefici della celebre crescita macroscopica. Victor Shih, un economista di Hong Kong oggi alla Northwestern University, stima che l’1,5% della popolazione controlli il 67% delle attività finanziarie private.

È normale in fondo. Roma nel primo secolo, l’Inghilterra della rivoluzione industriale o l’America dei robber barons dell’800 non sono diventate le prime economie al mondo ridistribuendo prima di accumulare. Il punto è dove andrà la Cina da qui in poi, di cosa crescerà ora che la grande urbanizzazione rallenta e l’Occidente perde il suo appetito per un eccesso di prodotti asiatici comprati sempre più a debito. È finito il modello di un Paese tutto volto a fare strade e fabbriche a basso costo per poi vendere altrove i suoi prodotti. I cortili delle fabbriche, i magazzini, le rimesse dei porti sono sempre più ingombri di rubinetti, lavandini, biciclette, motorini, vetro o giocattoli per i quali non si trova domanda in nessun angolo del mondo. Il governo sta varando un piano da quasi dieci miliardi di dollari per salvare l’intero settore dei pannelli solari, ormai in grottesca sovraccapacità produttiva. Gli impianti della Repubblica popolare possono sfornare 42 milioni di auto l’anno quando se ne vendono non più di 18, i concessionari non sanno più dove parcheggiarle e litigano con i produttori che vogliono continuare a rifornirli. Persino le perdite del ministero delle Ferrovie fanno apparire virtuose, al confronto, quelle dei tempi bui delle Fs. L’economia rallenta, eppure il governo questa volta esita a spingere le banche a prestare altre centinaia dimiliardi per sempre nuovi investimenti a vuoto………….

http://lettura.corriere.it/debates/la-cina-vince-la-cina-perde/