Un mondo in tasca con le app

Articolo consigliato da Giada.

Libri e giornali sempre più sconosciuti ai giovani che si lasciano trascinare dai social network. Cambia il modo di reperire le notizie: è l’informazione “fai da te”.

Gli italiani? Un popolo di navigatori. Sempre più connessi ad Internet, con Facebook a portata di un click ed il mondo in tasca con le app. E’ questa la fotografia del decimo rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione…

Il quadro è chiaro: il 61% degli italiani è connesso ogni giorno alla rete, il 54% degli utenti si lascia trascinare dai social network. Al primo posto resta Facebook, con un incremento degli iscritti rispetto allo scorso anno del 66.6%. A tenergli testa, specialmente tra i giovani, You Tube: metà dei ragazzi ci passano almeno un’ora al giorno. Gli italiani sono sempre più affamati d’informazione, ma solo di quelle che vogliono conoscere: secondo il Censis siamo nell’era del conformismo dell’informazione “fai da te”. Non è il bisogno d’informazione ad essere diminuito, ma il modo di reperire le notizie che è cambiato. Oggi si tende sempre di più a personalizzare l’accesso alle fonti e la selezione dei contenuti. Il rischio è evidente: su ogni desktop, telefonino o tablet si tende a costruire un giornale composto solo dalle notizie che l’utente vuole conoscere….

L’individuo si specchia nei media creati da lui stesso. La tecnologia ci seduce sempre di più. “Sembriamo non provare alcuna gioia nell’avere segreti”, scrive Zygmunt Bauman, sociologo americano, preoccupato per le dinamiche della società: l’altra faccia del digitale è il controllo. “Ci troviamo nel modello della repressione perfetta, il potere l’ha capito da tempo”. Secondo Bauman il rischio della visibilità è uno “stato di sorveglianza continua e, soprattutto, volontaria

 

http://www.rsnews.it/fuorionda/index.php?section=interna&id=20165

Peter Sloan insegnerà inglese in carcere

L’attore, famoso per le lezioni
di inglese in tv è stato condannato per guida in stato di ebbrezza e insegnerà inglese ai detenuti

Tutta colpa di un bicchiere di vino di troppo – ammette Sloan –. In verità forse erano più di uno: ero stato a cena con il mio amico e collega Max Pisu per festeggiare l’ultimo ciak di una fiction televisiva e l’arrivo dell’automobile dei miei sogni, che mi era stata finalmente consegnata. All’una di notte, a Milano, nei pressi di un semaforo la polizia mi ha fermato per un normale controllo e mi ha sottoposto alla prova dell’etilometro: mi sentivo benissimo, non proprio sobrio ma discretamente lucido, tanto che ho anche chiesto agli uomini in divisa: “Allora, tutto a posto?”. Loro mi hanno risposto dicendomi che erano meravigliati del fatto che fossi ancora in piedi, poiché il tasso alcolemico superava abbondantemente la soglia di 1,5 grammi per litro. Ho tentato di giustificarmi dicendo che ero inglese, e che quindi lo strumento andava tarato sui parametri e le abitudini del mio paese, ma le forze dell’ordine, giustamente, hanno fatto il loro lavoro. Nel verbale hanno pure scritto che avevo gli occhi lucidi: ci credo, stavo già piangendo pensando alla mia auto appena acquistata».  

Al sequestro immediato del mezzo e della patente, è seguita poi la sentenza del giudice: un anno e mezzo di inibizione dalla guida e 20 mila euro di multa. Pena pecuniaria che per i reati legati alla violazione del Codice della strada può essere sostituita con lavori di pubblica utilità, come previsto da una legge approvata nel 2010: un giorno di impiego socialmente utile equivale circa a 250 euro. Dall’assistenza agli anziani alla pulizia dei parchi pubblici, passando per biblioteche, strutture ricreative, mense dei poveri, accompagnamento di ragazzi disabili e semplici lavori di segreteria: il menu delle possibilità è vastissimo, e sempre più spesso l’inserimento di queste forze diventa un supporto essenziale per garantire l’efficienza dei servizi sociali.  

Il giudice mi ha proposto di assegnarmi al lavaggio strade o alla docenza di una lingua straniera con persone particolarmente bisognose – spiega Sloan -. Ovviamente ho scelto la cosa che so fare meglio, e in collaborazione con “Unkode”, un’associazione di ragazzi straordinari e appassionati che si occupa dei reinserimento sociale e professionale dei detenuti ed ex detenuti fornendo loro competenze e professionalità, abbiamo ideato e proposto questa full immersion d’inglese». Una mattina alla settimana, per 160 ore come stabilito dal giudice, il professor Sloan si troverà quindi davanti ad una variegata classe composta da quaranta carcerati, metà italiani e metà stranieri, che si sono iscritti al corso con lo scopo di avere un’opportunità in più da giocarsi una volta scontata la detenzione

http://www.lastampa.it/2012/11/05/italia/cronache/lost-in-san-vittore-per-punizione-sloan-insegna-in-carcere-NvFJVmBpqQJ2tQCTak9s1M/pagina.html

Pil, Fil e India in GB

Il Regno Unito come il regno himalaiano del Bhutan dove il Fil, il tasso di felicità interna lorda, conta più del Pil? Confortato dai primi dati positivi dopo nove mesi di recessione, che danno l’economia nazionale nel terzo trimestre in crescita dell’1,0%, il premier inglese David Cameron ha commissionato all’Office for National Statistics il compito di misurare la gioia di vivere dei suoi connazionali.  

Il risultato, a sorpresa, pare confermare una diffusa narrazione occidentale sulla supremazia spirituale dell’Asia: i sudditi più felici di Elisabetta II sono gli indiani. Un milione e quattrocentomila ex colonizzati, la minoranza più numerosa e visibile del mosaico britannico, che ha risposto al sondaggio con un punteggio di 7,5 su 10, Meglio degli anglosassoni “etnici” e dei cinesi, fermi al 7,4 e molto meglio dei neri che chiudono a 6,7. Dell’insoddisfazione di questi ultimi Cameron aveva già avuto qualche indizio nell’estate del 2011, quando aveva dovuto tornare di gran fretta dalle ferie in Italia per fronteggiare la rivolta nata nel quartiere suburbano di Tottenham. 

 Ma perché gli indiani sono così contenti di vivere nella patria dei loro ex signori e padroni? Il Guardian l’ha chiesto a Rami Ranger, un capitano d’industria sikh che per la sua compagnia, Sun Mark, ha ricevuto il prestigioso Queens Award for Enterprise e che difende nel mondo i valori talvolta mal compresi della sua comunità d’origine. A suo dire il segreto è la famiglia. Quella che per molti occidentali è diventata una gabbia o un luogo di conflitti rabbiosi resta nella cultura indiana il supporto, la culla, la tana dove trovare pace, rifugio e forza. Perché “La famiglia indiana è alla base di tutto. Sono valori, stabilità. Impariamo dai nostri genitori, viviamo i nostri sogni attraverso i nostri figli”.

http://www.lastampa.it/2012/11/05/esteri/chi-e-il-piu-felice-del-reame-in-inghilterra-sono-gli-indiani-ETkaj1d6kkPh9Rd3FytjTN/pagina.html