Il mattoncino come bene rifugio

legoOgni uomo (ma anche molte donne) custodisce una fortuna, e spesso la ignora. Ora però i primi investitori, dagli Stati Uniti, svelano il segreto e suggeriscono una nuova forma di guadagno: acquistare scatole di Lego, le più belle e ricercate, e rivenderle con un ritocco che può partire dal 15 per cento, ma salire fino al 100 per cento e oltre. Tutto è cominciato per caso, quando, da una parte e dall’altra dell’Oceano, i vecchi giochi sono tornati di moda: “Sono almeno due anni che le scatole di costruzioni contribuiscono alla tenuta del mercato in Italia  –  dice Paolo Taverna, direttore di Assogiocattoli  –  così come i soldatini, le trottole e i giochi da tavolo. È naturale che intorno a questo nascano anche un collezionismo e un mercato parallelo, sebbene da noi, almeno per ora, più che le quotazioni in denaro valgono quelle affettive”. Taverna confessa di essere un collezionista di soldatini e di non avere mai venduto il suo primo trenino Marklin: “Se un giocattolo è bello non si cede a nessun prezzo”.

Negli States, invece, è tutto un gioco di parole tra la corsa al mattone (immobiliare) e quella al mattoncino giocattolo, entrambi indicati con il termine bricks. David Schooley, tecnico delle comunicazioni e padre di sei figli a Memphis, lo ha raccontato a Usa Today: “Ho più di tremila scatole di Lego custodite in una stanza climatizzata, compro e vendo e guadagno il 15 per cento all’anno”……

http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/edizione2012/2012/12/28/news/adesso_il_mattoncino_lego_diventato_un_bene_rifugio-49570308/?ref=HREC2-14

Sull’orlo dell’abisso

…..«fiscal cliff», abisso fiscale.

fiscal-cliff[1]O il presidente Obama e i repubblicani della Camera, guidati dallo Speaker John Boehner, trovano un accordo o scattano 600 miliardi di dollari (€ 460 miliardi) in tasse e tagli alla spesa automatici, inclusi 50 miliardi di dollari alla Difesa. Senza intesa, l’Ufficio del Bilancio stima una caduta del 4% nel prodotto interno Usa, il Paese che scivola in recessione, sei mesi con caduta libera fino a -2,9 nella crescita e solo da giugno a dicembre 2013 un lentissimo ritorno a un gracile +1,9%. Tutti gli americani, ricchi e poveri, pagheranno più tasse, tre milioni di disoccupati, da qui a marzo, perderanno i 290 dollari di sussidio settimanale, 25 milioni di lavoratori a basso salario non riceveranno più vari sussidi, da sanità a scuola. Otto milioni di bambini rischiano la povertà.

….. se lo Zio Sam cade, sia un abisso o solo una botola fiscale, anche l’Unione Europea e l’Italia si faranno male. L’America in recessione, il caos a Washington, la rissa politica permanente dell’ultima potenza, non gioveranno nei prossimi 12 mesi, con il Giappone che prova nuovi equilibri politici, la leadership debuttante in Cina, Italia e Germania alla vigilia di difficili elezioni.

La lezione americana, comunque finisca, indica elementi di nuova, ruvida, politica che anche da noi presto si imporrà. Il no alle tasse dei repubblicani, radicato da una generazione, non è politico ed economico, è culturale. Indica la fine di un senso civico di comunità, non si vogliono pagare imposte perché tanti ceti si rivolgono a scuola, sanità e pensioni private, vivono in «gated community», quartieri residenziali chiusi, e trovano assurda l’idea di provvedere ai concittadini meno fortunati. La politica, il governo, le burocrazie federali, hanno dissipato, tra sprechi, corruzione e inefficienze, la loro credibilità davanti a milioni di cittadini. Egoismo, certo, ma anche sfiducia consumata nello Stato fiscale, il welfare, la spesa. Mezzo secolo fa i democratici di Kennedy e Johnson dichiararono guerra alla povertà, investirono miliardi per debellarla, ma oggi le minoranze più prospere sono quelle che hanno scommesso su se stesse, sul lavoro, il business, l’etica del lavoro, non sui sussidi pubblici: gli asiatici….

Da qui a gennaio, con una possibile, drammatica, coda fino a primavera, il duello fiscale continuerà, poi gli Stati Uniti troveranno un accordo, vedremo quanto fragile e provvisorio. Ma, come dicevano gli antichi favolisti latini, De te fabula narratur, la favola dell’abisso fiscale parla di noi, italiani, europei. Le divisioni politiche, sia pur radicali, sono la forza della democrazia, l’alternanza di proposte liberiste e keynesiane, accompagna feconda le diverse stagioni economiche. Quel che rischia di fermare tutti è il contrapporsi di sprechi, corruzioni, egoismo, guerra di tribù sociali. Non è il 13 a rendere sfortunato il 2013, è lo smarrimento del senso e della ragione di cittadinanza comune. I Tea Party originali, nel Settecento, chiedevano «No taxation without representation», niente tasse senza diritti politici pieni, perché erano fieri dei diritti e della politica che li rappresentava ed erano disposti a pagarne il prezzo fiscale. Perduta la fiducia nella politica, il prezzo del biglietto fiscale sembrerà sempre troppo esoso, in America e da noi.

http://www.lastampa.it/2012/12/28/cultura/opinioni/editoriali/l-abisso-usa-che-spaventa-il-mondo-4k4cLmbdTGRSaLH8JAO5sM/pagina.html

Cos’è il FISCAL CLIFF

http://www.ilpost.it/2012/12/28/guida-fiscal-cliff/

Cosa rischiano gli Usa

http://www.repubblica.it/economia/2012/12/27/news/fiscal_cliff_scheda-49503403/?ref=HREC1-12