Caleidoscopico mercato

Motorola-DynaTac-8000-gordon-gecko-wallstreet[1]Fate così. Mettete su un cd di Wall Street, il film del 1983 con Michael Douglas, e invece di seguire le trame avide di Gordon Gekko fate un fermo immagine quando lui passeggia parlando al telefonino. Oddio, telefonino è una parola grossa. In mano ha un Motorola Dyna TAC 8000x, il primo telefono mobile della storia: pesava 800 grammi, costava 3.995 dollari (l’equivalente di 8.700 dollari attuali), la batteria si ricaricava in dieci ore e si scaricava con una telefonata di mezz’ora. Poi tirate fuori dalla tasca uno dei vostri cellulari (gli italiani, neonati compresi, ne posseggono uno e mezzo a testa): costa poche decine di euro, pesa meno di cento grammi, con un’ora di carica ve ne garantisce cinque di conversazione. Ma quel che è più importante è che sullo schermo potete vedere una partita, giocare a poker online, consultare le news, collegarvi a Twitter, avere accesso a Google, tutte attività normali per noi comuni mortali del 2013 ma proibite a un miliardario degli anni Ottanta. (Si calcola che un guerriero Masai con uno smartphone disponga oggi di più informazioni del presidente degli Stati Uniti di 25 anni fa: lo scrivono Peter Diamandis e Steven Kotler in Abundance. The Future is Better than you Think).

Che cosa ha reso possibile questo spettacolare progresso in soli trent’anni? Un piano industriale? Una decisione politica? Un cambio di governo? L’investimento in ricerca del consiglio di amministrazione di un ateneo? Il diffondersi del neoliberismo o il ritorno al keynesismo? Niente di tutto questo: è stato il mercato.
Parte con questo formidabile apologo il nuovo libro di Alberto Mingardi, appropriatamente titolato L’intelligenza del denaro (editore Marsilio,). Il percorso tra il vecchio Motorola e il vostro telefonino è infatti il frutto di una trama fittissima di relazioni umane: scambi di informazioni e di merci, concorrenza tra aziende, corsa ad abbassare i costi, lotta per accaparrarsi i tecnici, studi per trovare nuovi materiali, mode che cambiano: l’incontro tra la gran voglia di accumulare guadagni da parte del produttore e la gran voglia di avere un telefonino migliore da parte del consumatore. Questo è il mercato. E la metafora non vale solo per la tecnologia. Se volete arricchire questa spiegazione con due bellissimi video, confrontate quello dedicato alla nascita di un cellulare http://tifwe.org/smartphone/ con quello (I Pencil. The Movie) basato sul celebre saggio di più di 50 anni di Leonard Read, in cui si raccontava l’incredibile intensità di scambi necessaria per produrre una semplicissima matita.

Con passo quasi pedagogico e con un tono antiaccademico, l’autore, che pure è un liberista della più bell’acqua sopravvissuto allo tsunami di demagogia che ha fatto seguito al terremoto della crisi finanziaria, non ripiomba il lettore nella solita disputa ideologica di questi anni ma si propone un’opera di chiarificazione. «Il mercato è un processo», spiega, complesso e sofisticato, al quale partecipano un’infinità di attori in modo libero ma preterintenzionale; è «un modo per stare assieme, una forma di cooperazione tra estranei su lunga distanza. Il mercato siamo noi: quando produciamo, quando consumiamo, quando risparmiamo. E la sua intelligenza, il suo linguaggio — conclude Mingardi — «risiede nel sistema dei prezzi». Chiunque sia stato su eBay capisce di che si parla.

Essendo un processo, il mercato non può dunque essere un’entità. Soprattutto non può essere «antropomorfizzato». Trasformato cioè in un’entità negativa, crudele e famelica, che frustra i buoni propositi dell’umanità; o invece presentato dai più entusiasti fautori come un’entità salvifica, un «meccanismo ben oliato in grado di massimizzare il benessere sociale, un formidabile ascensore meritocratico»
Infatti mercato e capitalismo sono due cose diverse (e talvolta in conflitto). Mingardi arriva perfino a contestare la celebre metafora della «mano invisibile» di Adam Smith (ne La ricchezza delle nazioni, pubblicato a Londra nel 1776): perché una mano fa pensare a qualcosa di associato all’intenzionalità, che risponde agli ordini di una centrale nervosa. Mentre è preferibile l’immagine usata da Ludwig Lachman in The Market as an Economic Process, che invita a pensare al mercato non come al meccanismo di un orologio ma come a un caleidoscopio, le cui immagini casuali «sono ordinate e belle ma effimere, e le figure cambiano vorticosamente senza ripetersi mai». …..
Dal Corriere della sera, 22 gennaio 2013

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=12167

Cambiar casacca

voltaIl primo dei voltagabbana, rideva Francesco Cossiga, «fu san Paolo che prima di diventare santo era un persecutore di cristiani». Per non dire di Martin Lutero, che prima di ribellarsi al Papa era un monaco agostiniano. O Winston Churchill, che entrò ai Comuni come conservatore e poi traslocò tra i liberali per tornare infine di nuovo tra i Tories. O Gabriele D’Annunzio che eletto dalla destra si spostò a sinistra. E potremmo andare avanti con Amintore Fanfani, Davide Lajolo o Norberto Bobbio che da giovani fascisti diventarono democristiani e comunisti e azionisti o Lucio Colletti che da comunista finì forzista o Mario Melloni che da democristiano diventò comunista e s’impose come un genio dello sfottò elegante col nome di Fortebraccio.
Insomma, cambiare idea, piaccia o no ai guardiani della fedeltà cieca e assoluta alla prima casacca, è legittimo.

Maurizio Ferrara, il cuore sanguinante per la scelta di Giuliano di abbandonare il Pci per avviarsi sul percorso che lo avrebbe portato a destra, scrisse sul tema un sonetto bellissimo: «Quanno li fiji imboccheno la svorta / e pijeno ‘na via che t’è negata / puro si dentro ciai ‘na cortellata / è guera perza a piagne su la porta». E a chi rinfacciava al figlio di avere tradito rispose a brutto muso: «Se Giuliano ha tradito, ha tradito qualcosa che doveva essere tradito». Ma come lo stesso Giuliano Ferrara disse una volta, «occorre essere all’altezza del tradimento». C’è modo e modo di vivere la svolta. Come osservò Claudio Magris, «dipende dalla qualità della conversione: la Maddalena non disse mai parole contro le sue ex colleghe né pretese di presiedere un’associazione di vergini».

http://www.corriere.it/politica/13_gennaio_22/razzi-scilipoti-vitalizio-Stella_0cb7e59c-645d-11e2-8ba8-1b7b190862db.shtml