Schede strappate, liti e voti a Vespa. Poi i “vivissimi applausi” al Presidente

Il teatro dell’elezione al Quirinale Ore 10 di lunedì 10 maggio 1948. È la prima seduta comune della Camera e del Senato della Repubblica italiana convocata per l’elezione del Presidente dopo la Costituente. Ma si comincia con un atto di lealtà alla dinastia sabauda. Il deputato monarchico Giovanni Alliata di Montereale, principe siciliano (indicato da Gaspare Pisciotta come uno dei mandanti della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, ma le accuse non furono mai provate) viene chiamato per secondo. Prende la scheda e la straccia platealmente. La Presidenza della Repubblica non lo riguarda, è monarchico. Il presidente della Camera Giovanni Gronchi esplode. «Un gesto che debbo disapprovare…». Alfredo Covelli, leader monarchico: «Preghiamo il presidente di astenersi dai commenti». Gronchi, gelido: «Fo notare che questa votazione è di estrema importanza per il Paese». Nuova interruzione di Tommaso Leone-Marchesano, anche lui monarchico: «Si astenga dai commenti, faccia il presidente». Gronchi non regge: «Richiamo all’ordine l’onorevole Leone-Marchesano, dal quale non intendo ricevere alcuna lezione di correttezza!». Il gusto della battuta. I gesti plateali. L’ironia sprezzante. Il piacere dei voti dispersi provocatori. L’istinto politico italiano, da quel 1948, tramuta ogni elezione di un Presidente della Repubblica in un grandioso spettacolo corale. Basta partire proprio dal primissimo verbale, quello di lunedì 10 maggio 1948, quando Camera e Senato si riuniscono per eleggere il primo presidente titolare di un settennato pieno dopo Enrico De Nicola, eletto presidente della Repubblica dalla Costituente e rimasto in carica dal luglio 1946 al maggio 1948. L’elezione di Luigi Einaudi non registra altri incidenti. La regia è nelle mani di Gronchi: l’articolo 63 della Costituzione affida al presidente della Camera la guida di ogni seduta comune Camera-Senato. Sarà sempre il presidente di Montecitorio il laico «cardinale protodiacono» che annuncia il nuovo Presidente italiano. Il Servizio Studi della Camera dispone di una miniera di storie legate a questa specialissima votazione: il capo dello Stato. Nell’aprile 1955, quando Cesare Merzagora, candidato del segretario della Dc Amintore Fanfani, cade al terzo scrutinio, c’è chi si preoccupa del week end, cioè il socialista Eugenio Dugoni. Il giovedì 28 aprile chiede che si voti la mattina dopo perché i parlamentari «possano fare assegnamento sulla giornata del sabato, che rimarrebbe libera». Il dc Luigi Gui si infuria: «Non so se vi possano essere per i parlamentari ragioni più importanti dell’elezione del capo dello Stato». Applausi dal centro, registra il resoconto. L’elezione di Gronchi arriva al quarto scrutinio. E Gronchi, da presidente della Camera, cede la presidenza, per un evidente fair play istituzionale, al suo vice Giovanni Leone che poco dopo lo proclama Presidente. L’elezione di Antonio Segni nel 1962 è priva di grandi aneddoti così come quella di Saragat nel 1964. Ma nel dicembre 1971, quando sarà infine eletto Giovanni Leone sotto la presidenza della Camera affidata a Sandro Pertini, nasce la questione del voto segreto. Il comunista Gianfranco Maris protesta perché alcuni parlamentari dc vanno all’urna mostrando la scheda aperta. Grida: «È una vergogna!». E Pertini: «Basta, onorevole Maris, le tolgo la parola». Di nuovo Maris: «Ripeto, è una vergogna». Pertini, ignorandolo: «Onorevoli componenti dell’assemblea, diamo uno spettacolo che non è degno del Parlamento». (Vivi applausi al centro e a destra, proteste a sinistra, si legge nel resoconto, nonostante si tratti dell’eroe partigiano). Poi però Pertini ricorda che la segretezza del voto è un dovere per il cittadino: «Non vedo perché questo dovere non debba essere rispettato dai parlamentari elettori che hanno fatto la legge». (Vivissimi, generali applausi). Nel 1978 si vota dopo l’assassinio di Aldo Moro e dopo le traumatiche dimissioni di Giovanni Leone. Di tutto questo si trova traccia nei voti dispersi. In un paio di scrutini Eleonora Moro, la vedova dello statista, riceve 3 e poi 2 voti. Lo stesso capita a Carlo Moro, il fratello magistrato. Riceve 5 voti anche Camilla Cederna, autrice di un feroce libro sulla presidenza Leone. Assai godibile lo scambio tra il presidente della Camera Pietro Ingrao e il socialdemocratico Martino Scovacricchi il quale gli pone un problema di omonimie su Enrico e Giovanni Berlinguer: «Lei ha letto un voto Berlinguer. Sono due. Entrambi sono eleggibili in rapporto all’età, a nostro avviso la scheda va annullata…». Ingrao, ironico e paziente: «Prendo nota, ma spetta al presidente riscontrare gli elementi obiettivi che possano far identificare con certezza il candidato…». Poi viene eletto Pertini, e gli applausi sono «vivissimi, prolungati». L’elezione di Francesco Cossiga, il 24 giugno 1985, passa alla storia per la fulminea rapidità dell’unico scrutinio, sotto la presidenza di Nilde Iotti, e per la scena galante descritta nel resoconto finale: «Il presidente Iotti si leva in piedi e scambia un abbraccio col presidente del Senato Cossiga che le bacia la mano. Vivissimi, generali applausi. Il presidente del Senato lascia l’aula». Comunque, in quella votazione l’uscente Sandro Pertini ha 12 voti e Camilla Cederna ancora 8. Nel 1992, l’anno di nascita di Tangentopoli, resta negli annali per i duetti Pannella-Scalfaro, presidente della Camera e poi presidente della Repubblica, sul voto segreto che portano all’istituzione dei «bussolotti» di legno. La seduta comincia con un violento attacco del Msi – Destra nazionale alla distribuzione politica dei delegati regionali. Altero Matteoli, Msi, a Giuseppe Serra, Dc: «Siete dei ladri!». Filippo Berselli, Msi: «Ladri!». Carlo Tassi, anche lui Msi, famoso per la sua camicia nera, agita un paio di manette verso la Dc. Il gruppo scudocrociato insorge. Voci da sinistra: «Ladri! Razzisti!». E Tassi: «Razzista e ladro anche tu». Tassi non sta fermo un minuto, Scalfaro lo invita a sedersi, Tassi chiede dove appaia l’obbligo di farlo e Scalfaro, fulmineo: «Non c’è neppure nessuna norma che la obblighi a ragionare». Più tardi, mentre Tassi continua a gridare, gli dirà: «Lei ha un polmone di riserva. Beato lei!». Comunque, dopo estenuanti confronti con Pannella, Scalfaro fa costruire dai falegnami della Camera in tempo record nella notte tra sabato 16 maggio e domenica 17 le due cabine, definiti «catafalchi» dal verde Francesco Rutelli. Scalfaro la domenica mattina espone la novità e racconta che la sera prima sono state trovate tre schede in più. Tassi: «Perché ce lo dice solo adesso?». Pannella: «La gallina che canta ha fatto l’uovo, così si dice in Abruzzo». Tassi: «Zitto, tu cappone!». Al sedicesimo scrutinio, con rapido garbo, e dopo la memorabile commemorazione di Giovanni Falcone, Scalfaro prega il vicepresidente Stefano Rodotà di prendere il suo posto. Applausi. Poco dopo sarà al Quirinale. Appena due scarne pagine per il verbale dell’elezione di Carlo Azeglio Ciampi giovedì 13 maggio 1999. Nemmeno l’elezione di Giorgio Napolitano tra l’8 e il 10 maggio 2006 registra battute e duelli verbali. Solo schede disperse molto provocatorie: nel secondo scrutinio tre voti a Maria Gabriella di Savoia, figlia di Umberto II, tre voti a Bruno Vespa, quattro a Linda Giuva, moglie di Massimo D’Alema, tre ad Ambra (Angiolini), nel primo scrutinio 23 ad Adriano Sofri, nel terzo due voti a Barbara Palombelli, tre a Franco Piperno e due a Vito Gamberale. È l’Italia, signori. Ebbene sì, anche quando si tratta di Quirinale.

DI PAOLO CONTI  sul Corriere della Sera dell’ 11 aprile 2013

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