Circo condannato: teneva gli animali al freddo

1circoIl giudice del tribunale di Como ha condannato a 7 mesi di reclusione il legale rappresentante del circo *********  per maltrattamento di animali. La pena è stata sospesa a condizione che l’imputato risarcisca con cinquemila euro la Lega Antivivisezione (Lav), costituita parte civile.

Il processo è nato su denuncia della stessa Lav, che aveva segnalato in procura le condizioni in cui erano tenuti gli animali durante la permanenza del circo a Como, tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009.

La denuncia segnalava in particolare l’ippopotamo lasciato in mezzo alla neve, dromedari rannicchiati e uno struzzo con la testa in un secchio per non sentire il freddo: condizioni ritenute incompatibili con la natura degli animali, abituati a climi caldi. Dello stesso avviso è stato il giudice che ha deciso per la condanna.

Schede strappate, liti e voti a Vespa. Poi i “vivissimi applausi” al Presidente

Il teatro dell’elezione al Quirinale Ore 10 di lunedì 10 maggio 1948. È la prima seduta comune della Camera e del Senato della Repubblica italiana convocata per l’elezione del Presidente dopo la Costituente. Ma si comincia con un atto di lealtà alla dinastia sabauda. Il deputato monarchico Giovanni Alliata di Montereale, principe siciliano (indicato da Gaspare Pisciotta come uno dei mandanti della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, ma le accuse non furono mai provate) viene chiamato per secondo. Prende la scheda e la straccia platealmente. La Presidenza della Repubblica non lo riguarda, è monarchico. Il presidente della Camera Giovanni Gronchi esplode. «Un gesto che debbo disapprovare…». Alfredo Covelli, leader monarchico: «Preghiamo il presidente di astenersi dai commenti». Gronchi, gelido: «Fo notare che questa votazione è di estrema importanza per il Paese». Nuova interruzione di Tommaso Leone-Marchesano, anche lui monarchico: «Si astenga dai commenti, faccia il presidente». Gronchi non regge: «Richiamo all’ordine l’onorevole Leone-Marchesano, dal quale non intendo ricevere alcuna lezione di correttezza!». Il gusto della battuta. I gesti plateali. L’ironia sprezzante. Il piacere dei voti dispersi provocatori. L’istinto politico italiano, da quel 1948, tramuta ogni elezione di un Presidente della Repubblica in un grandioso spettacolo corale. Basta partire proprio dal primissimo verbale, quello di lunedì 10 maggio 1948, quando Camera e Senato si riuniscono per eleggere il primo presidente titolare di un settennato pieno dopo Enrico De Nicola, eletto presidente della Repubblica dalla Costituente e rimasto in carica dal luglio 1946 al maggio 1948. L’elezione di Luigi Einaudi non registra altri incidenti. La regia è nelle mani di Gronchi: l’articolo 63 della Costituzione affida al presidente della Camera la guida di ogni seduta comune Camera-Senato. Sarà sempre il presidente di Montecitorio il laico «cardinale protodiacono» che annuncia il nuovo Presidente italiano. Il Servizio Studi della Camera dispone di una miniera di storie legate a questa specialissima votazione: il capo dello Stato. Nell’aprile 1955, quando Cesare Merzagora, candidato del segretario della Dc Amintore Fanfani, cade al terzo scrutinio, c’è chi si preoccupa del week end, cioè il socialista Eugenio Dugoni. Il giovedì 28 aprile chiede che si voti la mattina dopo perché i parlamentari «possano fare assegnamento sulla giornata del sabato, che rimarrebbe libera». Il dc Luigi Gui si infuria: «Non so se vi possano essere per i parlamentari ragioni più importanti dell’elezione del capo dello Stato». Applausi dal centro, registra il resoconto. L’elezione di Gronchi arriva al quarto scrutinio. E Gronchi, da presidente della Camera, cede la presidenza, per un evidente fair play istituzionale, al suo vice Giovanni Leone che poco dopo lo proclama Presidente. L’elezione di Antonio Segni nel 1962 è priva di grandi aneddoti così come quella di Saragat nel 1964. Ma nel dicembre 1971, quando sarà infine eletto Giovanni Leone sotto la presidenza della Camera affidata a Sandro Pertini, nasce la questione del voto segreto. Il comunista Gianfranco Maris protesta perché alcuni parlamentari dc vanno all’urna mostrando la scheda aperta. Grida: «È una vergogna!». E Pertini: «Basta, onorevole Maris, le tolgo la parola». Di nuovo Maris: «Ripeto, è una vergogna». Pertini, ignorandolo: «Onorevoli componenti dell’assemblea, diamo uno spettacolo che non è degno del Parlamento». (Vivi applausi al centro e a destra, proteste a sinistra, si legge nel resoconto, nonostante si tratti dell’eroe partigiano). Poi però Pertini ricorda che la segretezza del voto è un dovere per il cittadino: «Non vedo perché questo dovere non debba essere rispettato dai parlamentari elettori che hanno fatto la legge». (Vivissimi, generali applausi). Nel 1978 si vota dopo l’assassinio di Aldo Moro e dopo le traumatiche dimissioni di Giovanni Leone. Di tutto questo si trova traccia nei voti dispersi. In un paio di scrutini Eleonora Moro, la vedova dello statista, riceve 3 e poi 2 voti. Lo stesso capita a Carlo Moro, il fratello magistrato. Riceve 5 voti anche Camilla Cederna, autrice di un feroce libro sulla presidenza Leone. Assai godibile lo scambio tra il presidente della Camera Pietro Ingrao e il socialdemocratico Martino Scovacricchi il quale gli pone un problema di omonimie su Enrico e Giovanni Berlinguer: «Lei ha letto un voto Berlinguer. Sono due. Entrambi sono eleggibili in rapporto all’età, a nostro avviso la scheda va annullata…». Ingrao, ironico e paziente: «Prendo nota, ma spetta al presidente riscontrare gli elementi obiettivi che possano far identificare con certezza il candidato…». Poi viene eletto Pertini, e gli applausi sono «vivissimi, prolungati». L’elezione di Francesco Cossiga, il 24 giugno 1985, passa alla storia per la fulminea rapidità dell’unico scrutinio, sotto la presidenza di Nilde Iotti, e per la scena galante descritta nel resoconto finale: «Il presidente Iotti si leva in piedi e scambia un abbraccio col presidente del Senato Cossiga che le bacia la mano. Vivissimi, generali applausi. Il presidente del Senato lascia l’aula». Comunque, in quella votazione l’uscente Sandro Pertini ha 12 voti e Camilla Cederna ancora 8. Nel 1992, l’anno di nascita di Tangentopoli, resta negli annali per i duetti Pannella-Scalfaro, presidente della Camera e poi presidente della Repubblica, sul voto segreto che portano all’istituzione dei «bussolotti» di legno. La seduta comincia con un violento attacco del Msi – Destra nazionale alla distribuzione politica dei delegati regionali. Altero Matteoli, Msi, a Giuseppe Serra, Dc: «Siete dei ladri!». Filippo Berselli, Msi: «Ladri!». Carlo Tassi, anche lui Msi, famoso per la sua camicia nera, agita un paio di manette verso la Dc. Il gruppo scudocrociato insorge. Voci da sinistra: «Ladri! Razzisti!». E Tassi: «Razzista e ladro anche tu». Tassi non sta fermo un minuto, Scalfaro lo invita a sedersi, Tassi chiede dove appaia l’obbligo di farlo e Scalfaro, fulmineo: «Non c’è neppure nessuna norma che la obblighi a ragionare». Più tardi, mentre Tassi continua a gridare, gli dirà: «Lei ha un polmone di riserva. Beato lei!». Comunque, dopo estenuanti confronti con Pannella, Scalfaro fa costruire dai falegnami della Camera in tempo record nella notte tra sabato 16 maggio e domenica 17 le due cabine, definiti «catafalchi» dal verde Francesco Rutelli. Scalfaro la domenica mattina espone la novità e racconta che la sera prima sono state trovate tre schede in più. Tassi: «Perché ce lo dice solo adesso?». Pannella: «La gallina che canta ha fatto l’uovo, così si dice in Abruzzo». Tassi: «Zitto, tu cappone!». Al sedicesimo scrutinio, con rapido garbo, e dopo la memorabile commemorazione di Giovanni Falcone, Scalfaro prega il vicepresidente Stefano Rodotà di prendere il suo posto. Applausi. Poco dopo sarà al Quirinale. Appena due scarne pagine per il verbale dell’elezione di Carlo Azeglio Ciampi giovedì 13 maggio 1999. Nemmeno l’elezione di Giorgio Napolitano tra l’8 e il 10 maggio 2006 registra battute e duelli verbali. Solo schede disperse molto provocatorie: nel secondo scrutinio tre voti a Maria Gabriella di Savoia, figlia di Umberto II, tre voti a Bruno Vespa, quattro a Linda Giuva, moglie di Massimo D’Alema, tre ad Ambra (Angiolini), nel primo scrutinio 23 ad Adriano Sofri, nel terzo due voti a Barbara Palombelli, tre a Franco Piperno e due a Vito Gamberale. È l’Italia, signori. Ebbene sì, anche quando si tratta di Quirinale.

DI PAOLO CONTI  sul Corriere della Sera dell’ 11 aprile 2013

L’Europa di Kubrick

europa[4]Eyes wide shut: tale la postura dell’Europa, da quando è caduta nell’odierna crisi esistenziale. Vi è caduta con gli occhi spalancati dalla paura, dalla paralisi, ma sappiamo che se gli occhi li sbarri troppo è come se fossero chiusi.
È uno dei mali di cui soffre l’unità europea, quest’intreccio perverso tra visione e cecità: ne discendono le più convenienti mitologie, i più nefasti luoghi comuni. Tra questi vorremmo citarne uno: sempre più spesso, l’Europa è descritta come utopia, parente prossima di quei messianesimi politicio religiosi che fioriscono in tempi di guerre, di cattività, di esodo dei popoli. Il vocabolo ricorrente è sogno. I sogni hanno un nobile rango: dicono quel che tendiamo a occultare. Resta il loro legame col sonno, se non con l’ipnosi: ambedue antitetici alla veglia, all’attiva vigilanza.
Ebbene, l’Europa unita è qualcosa di radicalmente diverso da un sogno, e ancor meno è un’utopia, un’illusione di cui dovremmo liberarci per divenire realisti; o come usa dire: più moderati, pragmatici. La crisi cominciata nel 2007 ha disvelato quel che avrebbe dovuto esser chiaro molto prima, e che era chiaro ai padri fondatori: l’esaurirsi dei classici Stati nazione. La loro sovranità assoluta, codificata nel trattato di Westphalia nel 1648, s’è tramutata in ipostasi, quando in realtà non è stata che una parentesi storica: una parentesi che escluse progetti di segno assai diverso, confederali e federali, sostenuti già ai tempi di Enrico IV in Francia e poi da Rousseau o Kant. Gli effetti sulla vita degli europei furono mortiferi: questa constatazione, fatta a occhi ben aperti, diede vita, durante l’ultima guerra mondiale, non già al “sogno”, ma al progetto concreto d’unificazione europea.
Nel frattempo tale sovranità assoluta – cioè la perfetta coincidenza fra il perimetro geografico d’un Paese e quello del potere statuale da esso esercitato – è divenuta un anacronismo non solo incongruo ma inconcludente, che decompone governi e Parlamenti. I nodi più ardui da sciogliere – una finanza mondiale sgovernata, il conflitto fra monete, il clima, le guerre, la convivenza tra religioni differentinon sono più gestibili sul solo piano nazionale.
Tanto meno lo sono con l’emersione di nuove potenze economiche (i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sud-Africa). La loro domanda di energia, materie prime, beni alimentari, è in rapida crescita e quel che esse pretendono, oggi, è una diversa distribuzione delle risorse planetarie: inquiete per il loro rarefarsi, esigono la loro quota. Non è più tollerato che una minoranza di industrializzati perpetui tramite l’indebitamento il dominio sui mercati: è attraverso il debito infatti che i ricchi del pianeta s’accaparrano più risorse di quelle spettanti in base alla loro capacità produttiva. È il motivo per cui debiti che erano considerati solvibili non lo sono più: i BRICS non vogliono più rifinanziarli.
Il debito sovrano, in altre parole, non è più sovrano: va affrontato come incombenza mondiale, e per cominciare come compito continentale europeo. Pensare che i singoli Stati lo assolvano da soli, indebitandosi ancora di più, è non solo ingiusto mondialmente: è ridicolo e impraticabile. L’unità politica fra Europei è insomma la via più realistica, pragmatica, e la più promettente proprio dal punto di vista della sovranità: cioè dal punto di vista del monopolio della coesione civile, del bene pubblico, della forza. L’abbandono-dispersione del monopolio conduce all’irrilevanza del continente e al diktat dei più forti, mercati o Stati che siano.
I problemi da risolvere (per problemi intendo le crisi-svolte che aprono alla stasi o alla trasformazione) si manifestano dentro geografie diverse, ciascuna delle quali va governata. Non è più vero che il re è imperator nel suo regno: superiorem non recognoscens (ignaro di poteri sopra di sé), come nella formula del Medio Evo, quando l’impero era sfidato dai primi embrioni di Stati. La formula risale al XIII secolo, e nell’800-900 divenne dogma malefico. Oggi il singolo sovrano deve riconoscere autorità superiori: organi internazionali, e in Europa poteri federali e una Carta dei diritti che vincola Stati e cittadini.
Neanche la sovranità popolare è più quella sancita nell’articolo 1 della nostra Costituzione: non solo essa viene esercitata “nella forme e nei limiti della Costituzione” – dunque è divisibile – ma sempre più è scavalcata da convenzioni transnazionali (il Fiscal Compact è tra esse) che minacciano di corroderla e screditarla, se non nasce una potente sovranità popolare europea. I partiti non sono meno colpevoli degli Stati: nelle elezioni europee, è inesistente lo sforzo di vedere, oltre i propri Paesi, l’Europa e il mondo. Questo significa che l’Unione va ripensata, oltre che rifatta: sapendo che solo lì recupereremo le sovranità perdute. Edificando un potere sovranazionale, e un Parlamento che possa controllarlo e eleggerne i rappresentanti. Le stesse Costituzioni esigeranno adattamenti alla nuova sovranità ritrovata solidalmente. Le discussioni della Corte costituzionale tedesca sono spesso dettate da chiusure nazionaliste, e tuttavia cercano di vedere e dominare mutazioni reali. È un peccato che discussioni analoghe non avvengano, con la stessa puntigliosa intensità, nelle Corti degli altri Stati dell’Unione.
Qui giungiamo al punto cruciale: all’astratto furore imputato a chi invoca gli Stati Uniti d’Europa. Tanto più astratto e fallimentare, vista la crescente disaffezione dei popoli. Disaffezione relativa, per la verità. Non è vero che tutti i referendum europei siano stati negativi, nella storia dell’Unione: la maggior parte non lo sono stati. Quanto all’euro, solo il 2 per cento dei cittadini (l’1 in Italia) vuole abbandonarlo.
Dove sta allora, oggi, l’utopia? Sta nella perpetuazione di sovranità nazionali fittizie: tenute in semi-vita da simulacri di poteri e da cittadini disinformati (le due cose vanno insieme: più spadroneggia lo status quo, più la realtà vien nascosta ai popoli). Machiavelli descrive con occhio profetico le disavventure delle grandi mutazioni: “Debbesi considerare come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nimici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene; ed ha tiepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbero bene. La qual tepidezza nasce parte per paura degli avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulità degli uomini, li quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che qualunque volta quelli che sono inimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri difendono tiepidamente, in modo che insieme con loro si periclita”. Tepidezza, incredulità, paura: questi i sentimenti che impediscono la nascita di ordini nuovi. L’ordine vecchio è difeso con partigianeria, anche quando è manifestamente defunto. Quello nuovo con tiepidezza, anche quando è manifestamente necessario. Mi è sempre apparsa tiepida la formula di Gramsci, sull’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Proprio la ragione deve essere ottimista (per ottimismo non intendo fede progressista, ma la non-rassegnazione di cui parla Pessoa: “Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola”). Ogni volta che udite parlare di Stati che si riprendono la sovranità, state sicuri: di fronte avete un illusionista che “dell’ordine vecchio fa bene”: usandolo per dominare. I veri populisti, ingannatori di popoli, oggi sono loro.
Anche lo scetticismo è parola da usare cautamente: per rivalutare il suo antico significato. Il vero scettico non apre alcun credito all’apparenza, e non è pregiudizialmente avversario dell’unità europea ma si fa sottile e assai dubbioso osservatore dello Stato nazione. Non teme il nuovo ordine. Diffida del vecchio, ed è lo status quo che considera una chimera. Lì è il sonno – l’incubo – da cui vale la pena svegliarsi, se l’anima non è piccola. Il vero scettico non si contenta dell’Europa così com’è, perché ha capito che è un ibrido velenoso. Dunque quando incontriamo un antieuropeo dovremmo replicare, se vogliamo cambiare il mondo: sono io lo scettico, non tu che stai sdraiato nel falso ordine vecchio per timore del nuovo che già è cominciato.

Barbara Spinelli

Repubblica 10 aprile 2013

Iron Lady

thatcher_E’ morta Margaret Thatcher, primo ministro britannico dal 1979 al 1990, prima e ad oggi unica donna a ricoprire la carica di premier del Regno Unito. Si è spenta a 87 anni, questa mattina, nella sua suite all’Hotel Ritz, nel centro di Londra. Nata il 13 ottobre 1925 a Grantham, nel Lincolnshire, dal 1975 al 1990 è stata anche leader del partito conservatore britannico. ..

Sebbene nel 1990 fosse stata nominata baronessa di Kesteven, la storia ricorderà Margaret Thatcher con un altro titolo: “Iron Lady”, la Lady di Ferro, per la decisione della sua premiership e per la durezza delle sue ricette, in economia come in politica estera, per arginare il declino economico in cui si era avviato il Regno Unito  da qualche decennio e per restituire al Paese un importante ruolo nel  panorama internazionale.

La carriera politica.
Durante il suo primo mandato, dal 1979 al 1983, lady Thatcher,    filo-monetarista, incrementò il tasso d’interesse per ridurre    l’inflazione ed aumentò l’Iva, preferendo la tassazione indiretta a    quella diretta. Interventi che colpirono soprattutto l’industria    manifatturiera, con la conseguenza di un raddoppio della disoccupazione in poco più di    un anno. Nel 1982 l’inflazione tornò a livelli accettabili e il tasso    d’interesse fu abbassato. Nonostante la crescita economica avesse  tratto   giovamento da questi interventi, l’industria manifatturiera  ridusse i   propri utili di un terzo in quattro anni e, nello stesso  periodo di   tempo, la disoccupazione aumentò di quattro volte.

Ma, come e più che nelle ricette economiche, quel primo quadriennio della Thatcher fu caratterizzato dalla fermezza dimostrata nelle crisi. La prima, il 30 aprile 1980, quando un gruppo di sei terroristi arabi  assaltò l’ambasciata iraniana a Londra, chiedendo il rilascio di 91 arabi detenuti in Iran e minacciando di uccidere 26 ostaggi oltre a far  saltare l’edificio. La Thatcher prese il comando  dell’operazione, gestendola in prima persona per cinque giorni, dando infine l’ordine alle teste di cuoio di attaccare: cinque sequestratori furono uccisi, uno catturato. E la sua popolarità crebbe a dismisura……..

La guerra delle Falkland. Nel 1982 scoppia la guerra delle isole Falkland-Malvinas, scaturita dall’occupazione argentina dell’arcipelago – disabitato fino all’arrivo di “coloni” britannici ai primi dell’Ottocento – dopo la rivendicazione territoriale da parte della giunta militare di Buenos Aires. La Thatcher inviò una task force  navale e in breve si riprese le isole, accompagnata dall’ondata di rinato patriottismo nel Regno Unito. …..
Lo sciopero dei minatori. Nel 1984, l’episodio che forse ha segnato indelebilmente il decennio thatcheriano: la prova di forza con il sindacato dei minatori. La Thatcher affrontò di forza la questione sindacale con una legge che rendeva lo sciopero illegale nei casi in cui non c’era l’approvazione a voto segreto dalla maggioranza dei lavoratori. Il confronto raggiunse il suo culmine quando il sindacato dei minatori dichiarò lo sciopero a oltranza per opporsi alla chiusura di molte miniere. In alcuni casi gli scioperanti fecero azioni di picchettaggio, che la Thatcher non esitò a reprimere. E’ di quel periodo la “Battaglia di Orgreave”, scontri violentissimi in cui si fronteggiarono migliaia tra poliziotti e minatori e dove rimasero ferite 123 persone.
…….

La poll tax. …….., durante il suo terzo mandato la Thatcher accentuò l’ostilità all’integrazione europea, opponendosi al progetto di creare la Ue e una moneta unica. Atteggiamento che portò a una spaccatura nel suo partito. Nel 1989 la sua popolarità iniziò a declinare, sia per la frenata nella crescita economica, sia per la riforma del sistema fiscale, con la quale introdusse la cosiddetta poll tax, uguale per ogni cittadino residente nel Regno Unito, in contrasto con il programma liberista e contestata dalle classi basse. Allo sciopero fiscale contro la misura impopolare parteciparono più di 18 milioni di persone.

…………

http://www.repubblica.it/esteri/2013/04/08/news/gb_morta_margareth_tatcher-56200919/

Nel 2012 un milione di licenziati

Oltre un milione di persone sono state licenziate nel 2012. Per l’esattezza: 1.027.462,  con un aumento del 13,9% rispetto al 2011.  È quanto si evince dal sistema delle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro. Nel solo ultimo trimestre sono stati 329.259 in un aumento del 15,1% sullo stesso periodo 2011.

Nell’intero 2012 sono stati attivati circa 10,2 milioni di rapporti di lavoro a fronte di quasi 10,4 milioni cessati, nel complesso, tra dimissioni, pensionamenti, scadenze di contratti e licenziamenti. I licenziamenti registrati nel periodo riguardano sia quelli collettivi, sia quelli individuali (per giusta causa, per giustificato motivo oggettivo o soggettivo)……

http://www.corriere.it/economia/13_aprile_07/lavoro-licenziamenti-2012_ff11ab3e-9f72-11e2-bce6-d212a8ef12b1.shtml

Gallio, indio, tantalio, niobio ecc…

terre-rare[1]James Clapper, direttore della National Intelligence e capo di tutte le spie d’America, non è appassionato di geologia e ha mille problemi: Iran, Nord Corea, droni, hacker cinesi. Eppure di questi tempi Clapper si preoccupa anche di gallio, indio, tantalio. Pure di niobio e di litio, con un occhio alle nuove trasformazioni della grafite (da cui si ricava il grafene) oltre che al vecchio uranio.

Materie secondarie, rispetto a gas e petrolio che spingono il mondo. Commodity scomode, quelle che si recuperano in piccole quantità setacciando la Terra, dalle Ande alle foreste africane. Pochi giorni fa, racconta alla «Lettura» l’esperto di resource wars Michael Klane, mister Intelligence ha fatto una relazione al Congresso in cui nella lista dei rischi per la sicurezza nazionale «per la prima volta» ha anteposto allo spettro terrorismo l’emergenza «risorse naturali». Con un riferimento particolare agli elementi chiamati «esotici». Vengono definiti anche cruciali (critical minerals) e per alcuni vale l’etichetta conflict minerals (tantalio e niobio si ritrovano uniti nel famigerato coltan, che alimenta la guerra nell’Est del Congo). Si tratta per la maggior parte di metalli poco diffusi in natura, recuperabili (come ogni sostanza preziosa) in modiche quantità. Dalle cosiddette «terre rare» (di cui la Cina detiene il monopolio controllando il 95% della produzione mondiale) al platino, dal palladio al tantalio di cui ogni anno vengono estratte soltanto 700 tonnellate (contro le 54 mila dell’uranio e i 7miliardi del carbone). A volte sono materiali semi sconosciuti, con nomi spaziali (e infatti li hanno scoperti di recente anche su Marte). Eppure spesso sono componenti essenziali del nostro (nuovo) mondo, dagli smartphone alle auto ibride ai moderni sistemi di difesa (laser, radar…). Secondo il ministero dell’Energia Usa, per esempio, il 20% delle terre rare è impiegato nelle applicazioni dell’energia verde. Sostanze davvero un po’ esotiche ma sicuramente strategiche, visto che il Pentagono ha cominciato a ricostruire le loro riserve smantellate al termine della guerra fredda….

Il dio delle commodity scomode si è divertito a spargerle senza seguire sempre le classifiche dei Paesi per peso geopolitico o pedigree democratico. Così il litio, che dà la carica alle auto ibride ed elettriche, oggi si trova principalmente sulle Ande, tra Cile e Argentina, mentre le maggiori riserve ancora intatte (quasi il 50% del totale mondiale) sono nascoste sotto la crosta salata del Salar de Uyuni in Bolivia, governata dal leader indio Evo Morales, mentre tra le montagne a ovest di Kabul a guerra ancora in corso è già cominciata (tra americani e cinesi) la gara per il litio afghano. Così lo Zimbabwe dell’autoritario Robert Mugabe è il paradiso futuro del platino, per ora lasciato in sfruttamento agli amici cinesi e alle compagnie sudafricane che in casa propria già estraggono il 75% della produzione mondiale. La disastrata Repubblica democratica del Congo è al primo posto per il cobalto (45 mila tonnellate, lo Zambia secondo con 11 mila). Il Kazakhstan del dittatore Nazarbayev è corteggiato da ogni parte per il suo uranio (33% dell’offerta globale).

Le rare earth sono un po’ meno rare in Cina, anche se Pechino sembra fare di tutto per nasconderlo. Da una parte c’è una progressiva stretta strategica (per sviluppare le proprie imprese high-tech a scapito della concorrenza), dall’altra le fluttuazioni del mercato che dal dicembre 2012 al marzo 2013 hanno visto calare le esportazioni di Ree del 60%. Negli anni la superpotenza asiatica ha conquistato il monopolio del settore, con i competitor schiacciati dai costi di estrazione. Ora Australia e Usa provano a riprendere la produzione, mentre il Giappone cerca di aggirare il nodo cinese, investendo in ricerca e puntando su nuovi fornitori come Vietnam e Kazakhstan.

Le guerre per le risorse, diceMichael Klane, fanno parte della storia dell’uomo. Rispetto al passato, però, oggi diminuiscono le risorse, mentre aumentano i Paesi cacciatori. Klane è appena stato in Spagna e racconta la storia di Las Médulas, situata nei pressi dell’attuale Ponferrada, la più importante miniera d’oro dell’impero romano conquistata e difesa a fil di spada. Plinio il Vecchio descrive la tecnica della Ruina Montium, che ha modellato quelle montagne perforandole a forza di schiavi e introducendovi grandi quantità d’acqua (in pratica, il fracking degli antichi). A millenni e migliaia di chilometri di distanza, nelle foreste del Nord Kivu contese da milizie armate, gli schiavi del Congo spaccano a mano le rocce del coltan da cui secondo Klane proviene sottobanco un quinto del tantalio mondiale, l’oro bluastro che, ridotto in polvere, fa funzionare i nostri telefonini.
mfarina

http://lettura.corriere.it/debates/gallio-indio-tantalio-scontro-sotterraneo-tra-potenze-globali/