Manovra in dirittura d’arrivo

Camera ha approvato la legge di stabilità. Domani l’Aula di Montecitorio voterà gli altri due documenti di Bilancio, vale a dire il ddl di Bilancio e la Nota di variazione. A favore della Manovra hanno votato 258 deputati, contro 103, 3 si sono astenuti. I testi passeranno poi al Senato che da lunedì li esaminerà per il sì definitivo.

La giornata alla Camera era cominciata con il voto sulla fiducia: 350 sì, 196 no e un astenuto il risultato per il governo. Ma il cantiere delle norme connesse resta aperto: arriverà a breve un decreto per correggere le detrazioni sulle imposte che riguardano la casa, in particolare la Tassa sui servizi indivisibili dei Comuni, quelli che vanno dall’illuminazione al verde pubblico passando dalla manutenzione delle strade (la Tasi). 500 milioni sono già previsti in dotazione ai Comuni, ma secondo quanto annuncia il ministro per gli Affari regionali, Graziano Delrio, si arriverebbe a circa 1,3 miliardi ……

http://www.repubblica.it/economia/2013/12/20/news/stabilit_il_ministro_delrio_promette_detrazioni_per_la_casa_fino_a_1_3_miliardi-74110685/?ref=HREA-1

I giovani tedeschi perdono la “memoria”

E’ un pessimo segnale». Per il presidente del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Dieter Graumann, il calo continuo di studenti in visita dalla Germania all’ex campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, dipende in gran parte dal sempre più scarso interesse dei giovani e delle scuole per quel che i loro nonni hanno pensato e organizzato. Meno di settant’anni fa. 

E’ il tabloid Bild a dare oggi la notizia, l’ultima della serie sui giovani che “perdono la memoria”. Secondo le statistiche redatte dalla fondazione che gestisce l’ex Lager nazista, dove furono internate e uccise oltre un milione di persone, nel 2012 la Germania si è piazzata solo quinta nella classifica dei visitatori, perdendo due posizioni rispetto al 2009. Niente di drammatico, certo. Se non fosse che recenti sondaggi sulla conoscenza della shoah dei giovani tedeschi avevano già fatto scattare l’allarme. 

Stando a quanto emerso da un’indagine dello Stern del 2012, un giovane tra i 18 e i 29 anni su cinque (21%) non sapeva cosa fosse accaduto ad Auschwitz. Che sia un problema generazionale è evidente, dal momento che sul totale degli intervistati, in tutte le fasce d’età, il 90% ha saputo rispondere che ad Auschwitz la dittatura nazista aveva costruito la peggiore e più efficiente macchina di morte della storia. ….

http://www.lastampa.it/2013/12/19/esteri/i-giovani-non-vanno-pi-a-auschwitz-rHNIZobt7gy6gwFObVnv5J/pagina.html

Quanto costa la politica?

La politica costa ogni anno oltre 23 miliardi di euro, pari a 757 euro per ogni cittadino. Questa cifra enorme è causata in larga parte da un sistema sovrabbondante che «si può e si deve» ridurre per almeno 7 miliardi senza nuocere alle istituzioni democratiche, «ma nessun indicazione» va in questa direzione e, anzi, con la legge di stabilità in discussione in Parlamento, nel 2014 potrebbe anche aumentare ulteriormente. 

A lanciare l’allarme è stata oggi la Uil che ha presentato un rapporto secondo cui in Italia ci sono più di 1,1 milioni di persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica, il 5% degli occupati del paese…….

http://www.lastampa.it/2013/12/16/italia/politica/la-politica-in-italia-costa-miliardi-sono-euro-allanno-per-contribuente-5PbWc2OhDvfiHcnPnl6vdL/pagina.html

Come si misura la povertà

Guadagnano meno del 60% del reddito che porta a casa la metà delle famiglie del loro Paese. Non possono allo stesso tempo permettersi l’acquisto in un anno di una lavatrice, di un televisore, di un telefono e pure affrontare una spesa imprevista. Oppure faticano a pagare l’affitto, riscaldare l’abitazione, mettere in tavola sufficienti proteine e andare in vacanza per una settimana. Ancora, vivono in una famiglia dove si lavora due mesi su dieci, mentre per il resto del tempo non si ha un’occupazione degna di tal nome. Sono questi i tratti della povertà in Italia ed Europa, che si celano dietro la definizione di “persone a rischio povertà o esclusione sociale”. Il potere semplificante della statistica ci dice che vi rientrano 18,2 milioni di persone in Italia, il 29,9% della popolazione contro una media Ue del 24,8%.

Ma cosa significa in termini concreti scivolare in quella soglia di rischio?
Secondo la definizione di Eurostat, le persone “a rischio di povertà o esclusione sociale” sono quelle che ricadono in almeno una delle tre seguenti categorie: sono “a rischio povertà”, sono in stato di “severa deprivazione materiale” o vivono in famiglie con una “bassa intensità di lavoro”. Queste asettiche definizioni svelano il ritratto della povertà secondo le statistiche di Bruxelles. È importante sottolineare il tentativo di tenere insieme differenti parametri di misura: il primo indice riguarda il reddito, ma rischia di non includere tutte quelle forme di sostegno (ad esempio, all’interno della famiglia) che magari garantiscono ai nuclei possibilità di spesa superiori a quelle che deriverebbero solo dalle entrate. Motivo per cui l’Istat calcola le soglie di povertà (tanto relativa quanto assoluta) sulla base della spesa. Accorgimento che anche Eurostat fa proprio aggiungendo gli altri due parametri.
Per essere “a rischio povertà” si intende infatti la fetta di popolazione che ha un reddito disponibile equivalente sotto la soglia del “rischio povertà”, che si colloca al 60% del reddito mediano disponibile nel Paese di riferimento(quel livello che divide in due gruppi uguali i redditi del Paese). In Italia, secondo i dati Istat del 2010, quest’ultimo corrisponde a 2037 euro mensili e pone la soglia a 1.200 euro circa. Questo parametro – ponderato per i componenti della famiglia – serve a indicare il basso livello di reddito in rapporto a quanto avviene nel Paese in cui si vive, non necessariamente una situazione di povertà o ricchezza in termini assoluti.
Diverso il procedimento che porta gli statistici a definire le persone che sono materialmente indigenti, che non si misurano in base al reddito ma alla possibilità di spesa e con un ragionamento qualitativo. Nella “severa deprivazione materiale” vi ricade, infatti, chi non riesce a garantirsi quattro delle nove seguenti incombenze: pagare l’affitto, il mutuo o le bollette; mantenere la casa sufficientemente riscaldata; affrontare spese impreviste; mangiare carne, pesce o proteine equivalenti ogni due giorni; andare in vacanza via di casa per una settimana; mantenere un’auto; una lavatrice; un televisore; un telefono o un cellulare. Si tratta quindi di una situazione di ristrettezza economica durevole, che porta all’incapacità forzata (non frutto di una libera scelta di consumo) di soddisfare alcune di quelle esigenze.
Da ultimo, si guarda al lavoro svolto in famiglia. L’allarme scatta quando i membri del nucleo familiare hanno un coefficiente di “intensità del lavoro” inferiore alla soglia di 0,2. In pratica, si tratta dei nuclei dove le persone in età lavorativa (18-59 anni ad esclusione degli studenti fino a 24 anni) hanno lavorato in un anno meno del 20% dei mesi durante i quali potevano teoricamente essere occupati.
Questi tre parametri, se letti nel loro modificarsi nel tempo, rendono l’idea di come la recessione economica abbia modificato i tratti della povertà in Italia. Nei sei anni di crisi, tra il 2007 e il 2012, la fetta di popolazione con bassa intensità di lavoro è rimasta in linea con la media europea intorno al 10%. Nel povero Belpaese la quota delle persone a rischio di povertà ha oscillato intorno al 19% (con un balzo dal 18,2 al 19,6% tra il 2010 e il 2011, per poi confermarsi al 19,4% lo scorso anno).

Ma a peggiorare sensibilmente è stata la qualità della vita, rappresentata dall’indigenza e dalla deprivazione materiale. Nel 2007, mentre il 19,9% degli italiani era “a rischio povertà”, quindi con reddito di gran lunga inferiore alla media, solo il 6,8% aveva problemi sul versante della spesa. Significa che il sistema era iniquo in quanto a distribuzione del reddito, ma tutto sommato la qualità della vita era un problema limitato a pochissimi casi; lo squilibrio opposto, come quello dell’Ungheria, rappresenta invece una società meno iniqua ma nella quale chi ha un reddito basso soffre veramente. Oggi, in Italia, le persone indigenti sono balzate al 14,5%: la rete di protezioni – come quella familiare – non basta più e anche le fredde statistiche certificano che la qualità della vita è pessima per una fetta sempre crescente di popolazione.

http://www.repubblica.it/economia/2013/12/14/news/povert_eurostat_istat-73231617/?ref=twhr&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Figli e basta

flNessuna differenza tra i nati dentro e fuori dal matrimonio. Via dal codice civile, dunque, qualunque aggettivazione che possa introdurre possibili forme di discriminazione. È quanto stabilito dal Consiglio dei ministri di oggi, che ha dato il via libera a un decreto legislativo di revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione.

Il dlgs in questione «modifica la normativa al fine di eliminare ogni residua discriminazione rimasta nel nostro ordinamento tra i figli nati nel e fuori dal matrimonio, così garantendo la completa eguaglianza giuridica degli stessi – spiega una nota di Palazzo Chigi sul Cdm di oggi – Dunque, come spiegato dal presidente del Consiglio, si «toglie dal codice civile qualunque aggettivazione alla parola figli: da adesso in poi saranno tutti figli e basta». Il testo, predisposto nell’ambito della Commissione istituita presso la presidenza del Consiglio dei ministri presieduta da Cesare Massimo Bianca, stabilisce «l’introduzione del principio dell’unicità dello stato di figlio, anche adottivo, e conseguentemente l’eliminazione dei riferimenti presenti nelle norme ai figli ‘legittimi’ e ai figli ‘naturali’ e la sostituzione degli stessi con quello di ‘figliò; il principio per cui la filiazione fuori dal matrimonio produce effetti successori nei confronti di tutti i parenti e non solo con i genitori; la sostituzione della nozione di ‘potestà genitoriale’ con quella di ‘responsabilità genitoriale’; la modifica delle disposizioni di diritto internazionale privato con previsione di norme di applicazione necessaria in attuazione del principio dell’unificazione dello stato di figlio».

Inoltre, nel recepire la giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione, «si è deciso di limitare a cinque anni dalla nascita i termini per proporre l’azione di disconoscimento della paternità; introdurre il diritto degli ascendenti di mantenere ‘rapporti significativi’ con i nipoti minorenni». E ancora: «introdurre e disciplinare l’ascolto dei minori, se capaci di discernimento, all’interno dei procedimenti che li riguardano; portare a dieci anni il termine di prescrizione per l’accettazione dell’eredità per i figli nati fuori dal matrimonio; modificare la materia della successione prevedendo la soppressione del ‘diritto di commutazione’ in capo ai figli legittimi fino ad oggi previsto per l’eredità dei figli naturali».

http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/POLITICA/famiglia_decreto_matrimonio_figli/notizie/407305.shtml

http://www.repubblica.it/politica/2013/12/13/news/cdm_mai_pi_discriminazioni_tra_figli_naturali_e_legittimi-73529275/?ref=HREA-1

Il decreto era stato annunciato 5 mesi fa

http://www.lastampa.it/2013/07/12/italia/politica/si-del-governo-mai-piu-figli-di-serie-b-vi2sjtJrDy6zjBMxdmRZQO/pagina.html

Panini vs Granini

figurineLe figurine italiane possono fare la birra e i succhi. La Panini ha vinto la sua battaglia contro la tedesca Granini sul marchio da attribuire a una serie di nuovi prodotti messi in cantiere. La società modenese ha chiesto nel 2009 all’Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno la registrazione del suo marchio per una serie di prodotti cosiddetti di classe 32, ovvero birre, acque minerali e gassate e analcooliche, succhi di frutta e sciroppi.

La tedesca Eckes-Granini Group GmbH (Nieder-Olm, Germania) si è opposta. Ha invocato la somiglianza del suo brand con quello della Panini, invocando la possibilità un rischio di confusione per il pubblico del territorio nel quale il marchio anteriore è tutelato. La divisione di opposizione prima, e la commissione di ricorso dell’UAMI poi (6 settembre 2012) hanno respinto i ricorsi della Eckes. A loro avviso fra i segni in conflitto sussiste solo una debole somiglianza visuale e fonetica ed una chiara differenza concettuale.  La Eckes ha allora chiesto al Tribunale dell’Unione europea di annullare la decisione della seconda commissione di ricorso.

La risposta è stata no. La corte considera che “i segni in conflitto producono un’impressione visiva globale differente, presentano una debole somiglianza fonetica e non possono essere comparati sul piano concettuale”.

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http://www.lastampa.it/2013/12/11/economia/produrremo-figurine-e-bibite-litaliana-panini-vince-contro-i-tedeschi-AiJx4ckhcwxHlhXenTTYuJ/pagina.html