Liceo, prima scelta

Sono 537.242 gli studenti che si sono iscritti al primo anno delle superiori e di questi oltre 267.534 hanno scelto un indirizzo liceale (pari al 49,8%), confermando il segno positivo (+0,9 punti percentuali) già fissato nel 2013/14; il 30,8% per un istituto tecnico; il 19,4% per un istituto professionale. Calano, invece, le iscrizioni ai Tecnici (-0,4) e ai professionali (-0,5).

È quanto emerge da un focus del Miur sulle iscrizioni scolastiche 2014-2015. Con 122.140 richieste di iscrizione, il liceo scientifico si conferma l’indirizzo preferito (22,7% di iscritti sul totale nazionale). In particolare, piace l’opzione delle Scienze applicate in cui prevale l’area scientifico-tecnologica (scelta dal 6,3% degli studenti), mentre l’indirizzo tradizionale registra un calo di 0,8 punti percentuali compensato dal successo delle sezioni sportive, grande novità per il prossimo anno (4.456 domande). Il Linguistico cresce con un incremento delle preferenze di 0,5 punti percentuali con 47.429 iscritti. Il liceo classico con il 6% di richieste risulta leggermente in flessione (erano il 6,1% lo scorso anno); mentre segnano un piccolo incremento di 0,1 punti percentuali i licei Musicali e il liceo Artistico. In aumento le preferenze per le Scienze Umane: +0,3.

http://www.lastampa.it/2014/05/27/cultura/scuola/scuola-superiore-liceo-prima-scelta-debutto-col-botto-per-quello-sportivo-zgN2sLrJVJDtmAhMH0BUYO/pagina.html

 

Nel PIL anche le attività illecite

Tutti i Paesi Ue, compresa l’Italia, inseriranno ”una stima nei conti (e quindi nel Pil)” delle attività illegali, come ”traffico di sostanze stupefacenti, servizi della prostituzione e contrabbando (di sigarette o alcol)”. La novità sarà inserita a partire dal 2014 nei conti, in coerenza con le linee Eurostat. Lo rileva l’Istat.

Il 2014 segna il passaggio ”ad una nuova versione delle regole di contabilità”, tanto in Italia come in gran parte dei paesi Ue. Il cambiamento interesserà anche il Pil. Lo comunica l’Istat, spiegando che le spese per ricerca e sviluppo saranno considerate investimenti e non più costi, un cambiamento che ”determina un impatto positivo” anche ”sul Pil”. L’aggiornamento potrebbe portare per l’Italia, si stimava a gennaio a Bruxelles, a una revisione al rialzo del livello del Pil tra l’1% e il 2%.

Si tratta di una novità che rientra nelle modifiche condivise a livello europeo e connesse, evidenzia l’Istat, al ”necessario superamento di riserve relative all’applicazione omogenea tra paesi Ue degli standard già esistenti”.

Nello specifico, tra le riserve trasversali avanzate ce ne è una, sottolinea l’Istituto, che ”ha una rilevanza maggiore”, in quanto, appunto, riguarda l’inserimento nei conti delle attività illegali, che già il precedente sistema dei conti nazionali, datato 1995, aveva previsto, ”in ottemperanza al principio secondo il quale le stime devono essere esaustive, cioè comprendere tutte le attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico”.

L’Istat riconosce come la misurazione delle attività illegali sia ”molto difficile, per l’ovvia ragione – spiega – che esse si sottraggono a qualsiasi forma di rilevazione, e lo stesso concetto di attività illegale può prestarsi a diverse interpretazioni”. Ecco che, aggiunge, ”allo scopo di garantire la massima comparabilità tra le stime prodotte dagli stati membri, Eurostat ha fornito linee guida ben definite. Le attività illegali di cui tutti i paesi inseriranno una stima nei conti (e quindi nel Pil) sono: traffico di sostanze stupefacenti, servizi della prostituzione e contrabbando (di sigarette o alcol)”.

Quindi viene almeno circoscritto il range per mettere a punto una stima del peso di quest’area. A riguardo può essere utile ricordare come l’Istat già inserisca nel Pil il sommerso economico, che deriva dall’attività di produzione di beni e servizi che, pur essendo legale, sfugge all’osservazione diretta in quanto connessa al fenomeno della frode fiscale e contributiva.

Le ultime stime dedicate risalgono al 2008, e indicano come il valore aggiunto prodotto nell’area del sommerso sia compreso tra un minimo di 255 e un massimo 275 miliardi di euro. Il peso dell’economia sommersa è quindi stimato tra il 16,3% e il 17,5% del Pil

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Zygmunt Bauman e l’Europa

 

Sociologo e filosofo polacco nato nel 1925, Zygmunt Bauman ha attraversato le rivoluzioni del Novecento elaborando categorie di interpretazione della realtà diventate capisaldi della sociologia contemporanea, in un pensiero organico sulla «modernità liquida» che abbraccia sentimenti, consumi e rapporti di forza. Ciò a cui assistiamo oggi, dice al Corriere , è «il divorzio tra potere e politica».
Professor Bauman, la campagna elettorale ha visto uno sforzo senza precedenti delle istituzioni europee per mobilitare 400 milioni di cittadini. Reazione all’allarme populismo ma anche sviluppo naturale di un’integrazione sempre più profonda che fa perno sul Trattato di Lisbona e sfocerà in una scelta «politica» del presidente della Commissione. Eppure l’Europa stenta ad appassionare — quando non suscita aperta ostilità. Cosa c’è all’origine di questo senso di estraneità?
«Si tratta di sentimenti che non sono rivolti solo alle istituzioni europee, fisicamente lontane dai luoghi dove i cittadini affrontano le difficoltà della vita quotidiana e regolarmente invocate dalle capitali per spiegare decisioni impopolari. La sfiducia riguarda il sistema politico nel suo insieme, i cittadini stanno perdendo la fede nella capacità delle istituzioni di rispettare le promesse. Le radici di questa tendenza vanno ricercate nell’ultimo mezzo secolo, nel corso del quale i processi di deregolamentazione promossi e supervisionati dai governi che hanno aderito alla rivoluzione neoliberale hanno portato alla graduale separazione tra potere, inteso come capacità di fare, e politica, ovvero capacità di decidere cosa fare».
Quindi la sfiducia nella politica nasce dall’indebolimento delle prerogative nazionali che proprio il progetto europeo vuole diluire in un organismo federale?
«In pratica poteri prima esercitati all’interno dei confini dello Stato nazione, e soprattutto i poteri finanziari che determinano benessere e miseria per milioni di persone, sono evaporati e confluiti in un dominio extraterritoriale, una terra di nessuno, mentre la politica è rimasta territorialmente determinata. L’effetto collaterale di tutto questo è, come ha fatto notare l’economista americano Joseph Stiglitz, la totale separazione tra creazione di valore di mercato e creazione di lavoro, con un conseguente sotto-utilizzo di uomini e macchinari, spreco e ingiustizia. I valori fondamentali che credevamo di vedere salvaguardati dai nostri rappresentanti eletti — eguaglianza di opportunità, onestà, rispetto delle regole — sono stati platealmente violati. La sopravvivenza dei governi ormai è percepita come uno strumento per consentire ai ricchi di accrescere la loro ricchezza, mentre i più vanno incontro a un impoverimento irreversibile».
In questo vuoto di iniziativa politica come si stanno muovendo i partiti tradizionali?
«Qualsiasi cambio della guardia porta modifiche minime nelle politiche dei governi, tanto meno nelle durezze che comporta la lotta per la sopravvivenza in un clima di acuta incertezza».
E pur essendo baluardo di pace e diritti, l’Unione Europea viene considerata complice di questo «tradimento» della politica che perpetua il vecchio sistema del privilegio e dell’ineguaglianza.
«A questo si aggiunge il progressivo trasferimento all’individuo del compito di contrastare gli effetti distruttivi del mercato che persegue il profitto a scapito di tutti gli altri valori. È quello che il sociologo britannico Anthony Giddens ha descritto come il regno della politica della vita quotidiana dov’è il singolo, con le sue risorse strutturalmente inadeguate, a dover assumere l’iniziativa per trovare soluzioni individuali a problemi comuni. I due percorsi paralleli — la contrazione e delocalizzazione delle funzioni statuali e l’esaltazione dell’iniziativa individuale — portano allo sgretolamento delle credenziali della democrazia rappresentativa».
In che modo l’Europa può rilanciare queste credenziali?
«La stessa Europa è un collettore locale di problemi globali, ma anche un laboratorio unico nel quale sono quotidianamente dibattute e sperimentate possibili soluzioni. Solo in tale misura il contributo dell’Unione può essere significativo per il futuro del pianeta che va incontro a un nuovo, radicale passaggio: dal livello degli Stati nazione alla dimensione più ampia dell’umanità già stretta nella rete dell’interdipendenza globale. In questo contesto conflittuale la Ue deve andare molto più a fondo nel processo interno di riforma, arrivare alle radici dell’incapacità istituzionale di riconciliare politica e potere».
Maria Serena Natale

Corriere della Sera 26 maggio 2014

http://www.dirittiglobali.it/2014/05/26/bauman-cittadini-distanti-lue-riconciliare-potere-politica/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=bauman-cittadini-distanti-lue-riconciliare-potere-politica

Il passaporto della civiltà

Con l’Europa, succede quello che succedeva a Sant’Agostino col tempo: quando non ci si chiede cosa sia, si sa cos’è, ma quando lo si domanda, non lo si sa più. Se per Europa s’intende non solo un’espressione geografica o un progetto politico, bensì una civiltà, un modo di essere, un’appartenenza culturale, è difficile e forse pure retorico discuterne. Si può vivere questo senso di appartenenza, sentirsi a casa – almeno parzialmente – anche al di fuori del proprio Stato o della propria lingua, così come si vive l’amore per un paesaggio o per una persona, oppure lo si può raccontare, farlo sentire, ma in modo indiretto, come fa la letteratura.
Si può – si deve – parlare dei problemi concreti che ha oggi l’Europa, di ciò che favorisce oppure ostacola il processo di una sua reale unificazione, delle possibilità o difficoltà di arrivare un giorno – malgrado l’attuale gravissima crisi – a un vero e proprio Stato europeo. Si può – si deve – parlare dell’euro, della disoccupazione, dell’immigrazione e della necessità di leggi comuni a tutti i Paesi.

È invece arduo e rischioso voler definire la cultura europea. Tuttavia se ne possono forse tracciare alcune linee fondanti. A differenza di altre grandi civiltà, l’Europa, sin dalle sue origini, ha posto l’accento non sulla totalità (statale, politica, filosofica, religiosa) bensì sull’individuo e sul valore universale di alcuni suoi diritti inalienabili. Dalla democrazia della Polis greca al pensiero stoico e cristiano col suo concetto di persona, dal diritto romano con la sua tutela concreta dell’individuo all’umanesimo che ne fa la misura delle cose, dal liberalismo che proclama le sue intoccabili libertà al socialismo che si preoccupa del loro esercizio concreto e delle possibilità di vivere una vita dignitosa, il protagonista della civiltà europea è l’individuo, che la letteratura e l’arte raffigurano nella sua irripetibile e inesauribile complessità, che Kant proclama essere un fine e mai un mezzo.

La civiltà europea contiene un grande potenziale antitotalitario ed è stata la «culla dei diritti umani» validi per tutti gli uomini, di principi universali che trascendono ogni orizzonte storicamente limitato e dunque pure l’orizzonte europeo e gli interessi dell’Europa. Antigone afferma le «leggi non scritte degli dèi» che nessuna legge positiva dello Stato può violare; di qui si arriverà, in un lungo e contorto processo, agli inalienabili diritti di tutti gli uomini, proclamati dalla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti del 1776 e dalla Costituzione francese del 1792, sino ai diritti civili che comprendono pure la «disobbedienza civile», formulata da Thoreau, nei riguardi dello Stato quando esso violi quei diritti la cui estensione è ancora in corso, anche se contraddetta da tante situazioni di barbarie.

 

http://www.corriere.it/editoriali/14_maggio_25/passaporto-civilta-0bd3b142-e3d2-11e3-8e3e-8f5de4ddd12f.shtml

Europa: lo spread generazionale

giovvvC’è uno spread, un altro, che si aggira per l’Europa: lo spread generazionale. È quello che unisce Italia, Grecia e Cipro da una parte; e Paesi come la Francia, la Germania, il Regno Unito e la gran parte delle nazioni del centro-nord Europa (ma anche Spagna e Portogallo) dall’altra. I primi impongono un limite di 25 anni di età per la candidatura al Parlamento Europeo; i secondi stabiliscono che un cittadino che ha raggiunto la maggiore età può tranquillamente essere elettore ed eletto. Poi ci sono alcune vie di mezzo: un drappello di Stati dell’ex blocco orientale e le Repubbliche Baltiche che prevedono per l’elezione età differenziate fra i 21 e i 23 anni. Va infine segnalata una felice eccezione: l’Austria, che stabilisce i canonici 18 anni per essere eletti ma consente anche ail 16enni di esprimere il proprio voto.

I sistemi elettorali sono stabiliti autonomamente dai singoli Paesi e devono solo rispondere a due criteri generali comuni a tutta l’Unione: che il suffragio sia universale, ovvero che tutti i cittadini maggiorenni possano votare senza restrizioni; e che la ripartizione dei seggi sia su base proporzionale. Ogni nazione ha scelto se definire una soglia di sbarramento (l’Italia ce l’ha) e ha stabilito le date del voto, variabili tra il 22 e il 25 maggio (da noi, come nella maggior parte delle nazioni, si vota nell’unica giornata di domenica 25). E, appunto, ha previsto eventuali limitazioni anagrafiche sull’eleggibilità.

Ma c’è un ragionevole motivo per stabilire che sotto i 25 anni non si possa rappresentare degnamente il proprio Paese? Basterebbe scorrere l’elenco di tutti gli eurodeputati che hanno rappresentato l’Italia fino ad oggi per rendersi conto che non è l’età a fare la differenza e che di impresentabili over 25 ne abbiamo mandati parecchi dalle parti di Strasburgo e Bruxelles. È allora una questione di esperienza? Anche questo è discutibile. Sono le storie individuali a fare il valore di un deputato, non la sua carta di identità (meglio un giovane volenteroso e incensurato o un navigato politico con carichi pendenti?). Mark Zuckerberg, Larry Page, Sergey Brin e prima di loro Bill Gates o Steve Jobs hanno dato vita a società come Facebook, Google, Microsoft e Apple quando erano rigorosamente under 25. Hanno creato impresa e posti di lavoro e hanno messo la loro creatività al servizio dello sviluppo. Se fossero stati italiani avremmo dovuto dire loro: sì, va bene, hai messo in piedi una società che fattura milioni, ma per noi sei troppo immaturo per rappresentarci in Europa.

Del resto, in casa nostra facciamo anche di peggio: abbiamo un Senato dove si può essere eletti solo a 40 anni, e dove di conseguenza anche il nostro attuale presidente del Consiglio sarebbe immaturo per entrare, e per cui addirittura si può votare solo a 25 anni compiuti. A 18 anni puoi aprire una società, mettere su casa e famiglia, se hai un reddito sei chiamato giustamente a pagare le tasse. Puoi arruolarti nell’esercito, partire per una missione all’estero e magari lasciarci la pelle, che poi al rientro la salma viene accolta in forma solenne a Ciampino con il tricolore e la banda militare e diventi pure un eroe della Patria. Ma non puoi votare per il Senato, perché quella stessa Patria non ti ritiene sufficientemente maturo per farlo.

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“Andare a votare merita il nostro tempo ed il nostro sforzo”

gneuCari cittadini, ci accingiamo ad eleggere il nuovo Parlamento dell’Unione europea. Quest’anno la nostra voce conterà più che in passato: per la prima volta la potremo impiegare per influire significativamente sulla scelta di chi guiderà la Commissione europea verso il futuro – si legge nell’appello al voto dei Presidenti della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, della Repubblica Federale Tedesca Joachim Gauck e della Repubblica di Polonia Bronislaw Komorowski – Allo stesso tempo, i nuovi membri del Parlamento Europeo avranno una responsabilità crescente nell’ambito del processo di formazione delle leggi. Ciò che faranno sarà importante per tutti noi e per ciascuno di noi europei”….

Siamo in larga maggioranza consapevoli dei vantaggi, concreti e quotidiani, che ci vengono dall’appartenenza all’Unione Europea. Oggi sono dati per scontati le libertà e i diritti fondamentali. Non dovrebbero essere considerati come acquisiti una volta per tutte. Essi devono essere invece costantemente riaffermati e difesi” – hanno proseguito i tre Presidenti – per questo “andare a votare merita il nostro tempo ed il nostro sforzo“. –

“Ormai da tempo si è affermato uno stile di vita europeo al quale la maggior parte di noi non intende rinunciare. Essere cittadini europei significa oggi poter vivere, lavorare ed esercitare un’attività imprenditoriale dovunque, all’interno dei confini dell’Unione – si legge sempre nell’appello – Significa poter viaggiare senza controlli alle frontiere e, spesso, senza neppure la necessità di dover cambiar moneta. Significa poter studiare a Varsavia, Roma, Berlino ed in qualsiasi altra città in Europa. Significa poter esprimere il proprio punto di vista liberamente, sempre e dovunque. Essere europei significa, in definitiva, essere liberi”.

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Appello-al-voto-dei-presidenti-Napolitano-Gauck-e-Komorowski-9847aa6a-39d2-40a4-913f-bc1dcd6b7256.html

“L’Europa che vogliamo”

eleurop14Domenica si vota per il “Parlamento europeo”. Rigorosamente tra virgolette. Infatti non è un vero parlamento e non è davvero europeo. Vediamo. Nessuno Stato che esibisse come parlamento l’assemblea di Strasburgo, con i suoi limiti di autorità e potestà legislativa, senza un governo da votare, controllare e sfiduciare, potrebbe infatti passare il test preliminare di democrazia. Sicché, una volta insediato, i media di tutto il mondo si disinteressano quasi totalmente di ciò che accade in quell’esoterico emiciclo. Né si tratta di un’elezione europea in cui ognuno di noi sceglie i suoi deputati a prescindere dallo Stato di origine. Semmai, di 28 scrutini nazionali. Su liste composte in base a logiche domestiche nei diversi paesi dell’Ue, cui seguono molto virtuali campagne elettorali, centrate sui temi che interessano le opinioni pubbliche locali. Le quali lo considerano un voto nazionale di serie B, un test in vista del vero voto politico, quello interno.
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È moda prendersela con i “populisti”. …..

Se vogliamo dare un senso a queste elezioni, anche se queste elezioni un senso non ce l’hanno, è d’obbligo azzardare una risposta.
Il problema dell’Europa sta nell’offerta non nella domanda. Non serve sdegnarsi per il senso di noia o financo di deprecazione di cui la sfera semantica di questo termine si è sovraccaricata. Nessuno pare in grado di determinare in modo univoco che cosa significhi Europa, quale spazio geografico designi, di quali istituzioni debba dotarsi, quali obiettivi debba perseguire per i suoi cittadini e quale funzione possa svolgere nel mondo. Ciascuno ne coltiva idee diverse, più spesso nessuna idea. Perché nessun leader europeo pensa che questo esercizio possa portargli vantaggio. Anzi, a mostrarsi pro-europei i voti si perdono — giurano tutti (in privato).
È davvero così? Lo è senz’altro, se si scambia per pro-europeo il vuoto europeismo retorico, con i suoi discorsi della domenica recitati al modo ottativo intorno agli Stati Uniti d’Europa e ad altri magnifici ideali mai definiti, senza una road map verificabile. Ma non si può solo moralizzare intorno al “dover essere”, magari non credendo nemmeno alle proprie parole. Come si può chiedere a un cittadino elettore di entusiasmarsi per qualcosa che non siamo nemmeno in grado di definire?
In che senso possiamo considerare democratico un insieme in cui le decisioni che contano vengono prese non dal Parlamento o dalla Commissione, ma nelle sedute segrete notturne dei capi di governo che si aprono al tramonto con l’aperitivo, si concludono con il cappuccino dell’alba, alle quali seguono 28 conferenze stampa parallele in cui ogni leader si rivolge al suo elettorato per raccontare la sua verità sugli esiti di un negoziato di cui nemmeno gli storici futuri potranno scandagliare i percorsi, visto che non ne esiste uno straccio di verbale? In questo modo non si costruisce una democrazia
europea. In compenso, si delegittimano quelle nazionali — anche di qui il rifiorire dei secessionismi in Spagna, in Gran Bretagna, in Italia e altrove — e si attacca alla radice l’albero della politica.
A Bruxelles e dintorni resta in auge il precetto del grande europeista Jacques Delors, per cui «l’Europa avanza mascherata ». Forse, ai suoi tempi. Ma oggi il velo del pudore europeista contribuisce a farci arretrare verso inconfessabili — o invece agognati? — fortilizi feudali e corporativi, verso sempre disastrosi nazionalismi. Il “populismo” riflette la sfiducia dei leader europei nei loro elettori: perché dovrei fidarmi di chi non si fida di me?
Si può sperare in non troppo future elezioni per il Parlamento europeo, senza virgolette? Si deve. La deriva antipolitica non si ferma da sola. Per invertire la rotta, orientandola verso una democrazia europea, dunque verso uno Stato europeo a tutto tondo, prodotto da chi lo vuole e lo può erigere, occorre che ciò che resta delle democrazie e dei parlamenti nazionali produca un disegno possibile, non per aggirare il consenso, ma per coagularlo. Scopriremmo forse che, coinvolti in un progetto d’Europa, noi europei ne premieremmo gli artefici con il nostro voto. L’alternativa non è lo status quo, che non esiste. Galleggiare a lungo nel mare dell’antipolitica è illusione. E naufragarvi non sarebbe dolce.

Lucio Caracciolo

La Repubblica 22.05.14

http://www.manuelaghizzoni.it/2014/05/22/leuropa-che-vogliamo-di-lucio-caracciolo/

 Se i cittadini contano di più nella scelta del Presidente

Il nuovo Trattato di Lisbona, infatti, prevede che il presidente della Commissione venga scelto dai capi di Stato e di governo ma, aggiunge,«tenendo conto» dei risultati delle elezioni europee. Sono stati i partiti politici europei e gli eurodeputati uscenti a forzare l’interpretazione del Trattato, dichiarando che toccherà al Parlamentoesprimere il candidato alla presidenza della Commissione. E poiché hanno in mano l’ arma del voto di fiducia, la loro scelta difficilmente potrà essere disattesa dai capi di governo….

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Se i cittadini contano di più nella scelta del presidente

Sindrome giapponese: pericolo all’orizzonte

“La ricetta di Stiglitz agli italiani incerti”

lente_5[1]Pochi giorni fa il premio Nobel americano Joseph Stiglitz — noto per le sue posizioni anti austerità — ha svolto, nell’Aula Magna dell’Università Luiss di Roma, una Lezione — dedicata ad uno dei più importanti Presidenti di Confindustria del dopoguerra, Angelo Costa — dal titolo: “L’euro può essere ancora salvato?”.
La sua risposta ha quanto mai colpito un pubblico, quello italiano, non abituato a un linguaggio così tagliente quando si tratta di parlare dell’economia europea. Per anticipare la risposta, se è vero che i Paesi non lasceranno l’euro, vi è un altro pericolo all’orizzonte: quello di una “sindrome giapponese” in cui si fa il minimo necessario per preservare la valuta comune, ma ci si condanna a sopportare costi enormi, danneggiando le capacità di lungo periodo dell’economia europea di crescere e generare occupazione.
La sindrome giapponese, è il caso di notare, fu fatta di deflazione e crescita pressoché nulla per quasi un ventennio: due fenomeni che si rafforzano a vicenda tenendo conto che la riduzione dei prezzi è figlia della crisi da domanda e che quest’ultima peggiora con la deflazione, che fa posticipare i consumi, aumentando il costo reale del debito per i debitori già in difficoltà e il costo del lavoro per le imprese che non riescono più a trattenere il personale. Che la Banca Centrale Europea stia annunciando nuove misure di espansione monetaria con i tassi praticamente a zero e che i dati sulla crescita italiana in questo primo trimestre siano peggiori del previsto non fanno che rafforzare i timori che la sindrome sia drammaticamente reale. Proprio quando, ecco l’ironia, il Giappone stesso pare pronto ad uscirne grazie allo stimolo alla domanda proveniente dal piano di consistenti investimenti pubblici annunciati dal premier Abe prima del rialzo della tassazione indiretta sui consumi per finanziarli.
La soluzione proposta da Stiglitz? Visto che l’austerità non ha essenzialmente mai funzionato, c’è bisogno di un piano europeo in cui il Nord (la Germania) espanda più del Sud (l’Italia) la sua economia, così che ambedue sollevino il Continente senza al contempo che si allarghino le differenze nelle nostre rispettive bilance commerciali, accumulando con ciò insostenibili debiti esteri nel Sud dell’Europa.
È il primo passo verso una unione fiscale che sappiamo bene essere lenta e graduale e dunque impossibile da ottenere nel breve periodo, come ci insegna anche la storia degli Stati Uniti, in cui la vera Unione si è celebrata solo dopo più di un secolo e mezzo con l’arrivo del New Deal di Roosevelt. Quando Jean Monnet, padre fondatore dell’Europa, affermava che «i paesi della Comunità Europea sono in procinto di stabilire tra loro relazioni d’uguaglianza e solidarietà, sarebbe a dire delle relazioni simili a quelle che già esistono in seno ai nostri propri paesi» dava il segno più di una direzione da intraprendere che di una soluzione a portata di mano. Il primo gesto di solidarietà che si richiede dunque alla Germania non è poi così drammatico: aiutare se stessa permettendo ai propri lavoratori di spendere di più (abbassando le tasse ed aumentando i salari ai lavoratori tedeschi) fa bene all’export italiano e ci aiuta a guadagnare tempo riprendendo fiato per fare le riforme che servono al Paese.
La prima riforma che ci spetta di fare è quella della lotta alla corruzione, come dimostra la vicenda Expo, ben più dura come sforzo di quella che coinvolge la vendita delle auto blu. Da essa proverranno le risorse per fare anche noi senza debito quegli investimenti pubblici che rimettono in piedi il Paese.
Stiglitz giustamente ricorda come la crisi di cui viviamo le conseguenze non è un disastro naturale ma una situazione che ci siamo masochisticamente imposti. Solo nel tempo ne sentiremo gli effetti se non arrestiamo l’emorragia: scoraggiamento giovanile, distruzione di piccole imprese e anche disillusione verso i meccanismi democratici di rappresentanza.
Ecco, le elezioni. Come ha notato Gustavo Piga, professore di Economia a Tor Vergata e organizzatore dell’evento, l’appuntamento europeo di questo fine settimana, di fatto, diventa un’ultima ciambella per inviare al Parlamento europeo chi potrà con tenacia difendere gli interessi italiani all’interno del progetto europeo: nell’euro, in un’altra Europa.

Mario Pirani

La Repubblica 19.05.14

60 anni di lotte contro il razzismo

Michelle Obama ha ricordato i passi avanti in sessant’anni di lotte contro il razzismo, e il tanto lavoro che ancora da fare. Lo ha fatto in occasione dell’anniversario della storica sentenza della Corte Suprema del 1954, che dichiarò illegale la segregazione nelle scuole americane. Il caso passò alla storia con il nome “Brown vs. Board of Education”.

La cornice dell’evento è stata la celebrazione di ieri dei diplomati delle scuole di Topeka, Kansas. “Penso che sia appropriato celebrare qui”, ha dichiarato la First Lady di fronte ad un gruppo nutrito di studenti. “E non solo perché [il caso Brown] è iniziato a Topeka o perché il suo 60esimo anniversario ricorre domani (17 maggio), ma perché credo che tutti voi siete l’eredità viva, vitale di questa causa”.

“Per molti anni avete studiato tutti nelle stesse classi, avete giocato nelle stesse squadre, siete andati alle stesse feste”, ha detto la first lady rivolta ai giovani studenti. “E questo era il sogno di Brown”.

Linda Brown era un’alunna di colore residente a Topeka, che nel 1951 si vide rifiutare l’iscrizione in una scuola bianca in prossimità del suo domicilio, e si dovette iscrivere a una scuola nera distante più di un chilometro. Oliver, il padre di Linda (da cui il nome della causa) scelse di contestare questa decisione in tribunale con un’azione di gruppo, insieme ad altri genitori.

La First Lady ha tracciato un percorso positivo nell’America di oggi. “[…] Voi tutti date per scontata la diversità di cui siete circondati. Forse non la notate nemmeno. Ed è comprensibile, visto il Paese in cui siete cresciuti: con una donna Governatore (della Federal Reserve, Janet Yellen, ndr), una giudice della Corte Suprema ispanica (Sonia Maria Sotomayor, ndr), un presidente di colore (il marito Barack Obama, ndr). […] Se qualcuno dovesse fare qualche battuta razzista su Twitter, immagino che molti di voi gli risponderebbero facendogli sapere che non è carino”.

Ma al tempo stesso la moglie del presidente degli Stati Uniti ha messo in guardia dal considerare la lotta contro la segregazione ormai conclusa: “Molti distretti di questo paese hanno fatto passi indietro nello sforzo di integrare le proprie scuole, e molte comunità sono diventate meno variegate in quanto le persone si sono trasferite dalle città alle periferie. […] E troppo spesso, queste scuole non sono paritarie, specialmente quelle frequentate da studenti di colore, con classi malconce e insegnanti meno preparati.”

“La verità è che Brown vs. Board of Education non riguarda solo la nostra storia, ma il nostro futuro”, ha detto.

“La buona notizia è che probabilmente non dovrete portare una causa in tribunale o arrivare fino alla Corte Suprema. Potete tutti fare la differenza ogni giorno, nelle vostre vite. Iniziando dalle vostre famiglie […] o quando all’università vi unirete ad una confraternita […] o quando sarete al lavoro, e sarete quelli che chiederanno: Abbiamo davvero tutte le voci e i punti di vista necessari qui al nostro tavolo?”.

“Non sarà facile”, ha ammonito la First Lady. “Ci saranno delle volte in cui sarete frustrati o scoraggiati. Ma ogni volta che io inizio a sentirmi così, mi piace fare un passo indietro e ricordarmi di tutti i progressi che ho visto nella mia breve vita”.

Michelle Obama ha ricordato la sua infanzia segnata dalla ghettizzazione sociale. “Penso a mia madre che, da ragazzina, andava in una scuola segregata di Chicago, e si sentiva pungere dalla discriminazione. E penso ai nonni di mio marito, persone bianche nate e cresciute qui in Kansas – essi stessi prodotto della segregazione […] – che tirarono su il loro nipotino bi-razziale. E poi penso a come quel ragazzino sia cresciuto e diventato il presidente degli Stati Uniti e di come, oggi, quella ragazzina di Chicago stia crescendo le sue nipoti (Malia e Sasha, ndr) alla Casa Bianca”.

“E poi penso alla storia di una donna chiamata Lucinda Todd, che fu il primo genitore a sottoscrivere [la causa di Brown]”, ha concluso la First Lady. “E oggi, sei decenni più tardi, la nipote di Todd, una ragazza di nome Kristen Jarvis, lavora come mio braccio destro alla Casa Bianca, ed è qui con me oggi”.

http://america24.com/news/razzismo-michelle-ricorda-60-anni-di-lotte

IL VIDEO

http://politicalticker.blogs.cnn.com/2014/05/16/60-years-after-brown-v-board-michelle-obama-tells-topeka-students-that-are-its-legacy/