Il fascino di Spinoza

spinozIn un caffè di Torino un signore mi ferma, dice di lavorare in un cinema lì vicino ma di dilettarsi di filosofia e mi confessa di essere un grande estimatore di Spinoza. Può sembrare sorprendente, visto che pochi filosofi sono così ardui – Derrida, ad esempio, confessava di non averci mai capito niente. Malgrado questo, Spinoza rappresenta un mito intellettuale che attraversa i secoli, dai tempi in cui l’accusa di spinozismo bastava per far perdere un posto – quando andava bene – a un professore, sino a quelli, più vicini, in cui l’Ingegner Gadda, reduce dalla guerra e già circondato dal fascismo si avvicina a Spinoza, nella Meditazione milanese, attraverso la mediazione de Il pensiero di Spinoza di Augusto Guzzo.

Dubito che il signore del caffè torinese si sarebbe proclamato con altrettanto entusiasmo cartesiano (tipicamente, “Spinoza” è un blog di successo e “Cartesio” un programma di smaltimento dei rifiuti), d’accordo del resto con il neuroscienziato Antonio Damasio, autore di due libri dal titolo eloquente: L’errore di Cartesio e Alla ricerca di Spinoza . Cartesio divide il corpo dallo spirito e la passione dalla ragione, si impegna nella dimostrazione ontologica dell’esistenza di un dio trascendente, e con ammirevole prudenza rinuncia a pubblicare il proprio trattato di fisica dopo il processo a Galileo. Spinoza è tutto il contrario: psicosomatico, panteista, bandito dalla comunità ebraica in maniera pittoresca e terribile («Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più di quattro gomiti. Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti»). A me, lo confesso, piace di più Cartesio, probabilmente anche perché è antipatico, ma posso capire bene l’attrazione esercitata da Spinoza, che batte non solo Cartesio, ma anche l’aggrondato Pascal e il conciliante Leibniz.

«Libero da metafora e da mito / intaglia un arduo vetro: l’infinito / ritratto di Chi è tutte le Sue stelle», scriveva Borges. L’eroico isolamento e l’anticonformismo sono seducenti per un mondo che passa la maggior parte del suo tempo a tenersi in contatto con mail, telefonini e social network. In fin dei conti, Un libro forgiato all’inferno, la biografia spinoziana di Nadler Stevens (ne parlava qualche giorno fa su queste pagine Roberto Esposito) ha la stessa presa pop di un romanzo di Dan Brown, e inoltre promette un prestigio intellettuale molto superiore. Tagliatore di lenti (attività assai tecnologica all’epoca, più o meno come progettare computer oggi) e non professore, studioso e critico delle scritture, Spinoza, come poi Benjamin, appare come un talmudista eretico il cui Golem è il Tractatus theologico politicus , che non a caso risuonerà nel Tractatus logicophilosophicus di Wittgenstein, un altro filosofo destinato a diventare un oggetto di culto malgrado la secchezza delle sue proposizioni.

Ma la seduzione di Spinoza non si limita al maledettismo ascetico (fino a un certo punto, se dobbiamo credere Goce Smilevski, che in Il sogno di Spinoza racconta di una sua passione amorosa). C’è un secondo motivo, il razionalismo, l'”Illuminismo radicale”, secondo la definizione dello storico Jonathan Israel, e questo può sorprendere in una società che è portata a interpretarsi come romantica. Nietzsche deplorava che il principio di Spinoza fosse «non ridere non piangere né detestare ma comprendere», e sosteneva che il comprendere è proprio il risultato di ridere, piangere e detestare. Ma quella di Nietzsche è una posizione romantica e disperata, mentre Spinoza promette di guarire attraverso una geometria delle passioni (come suonava il titolo di un bel libro di Remo Bodei). Con buona pace di Freud, comprendere è già, un poco, star meglio, o almeno sapere come andranno le cose. Perciò, seguendo Spinoza, Emanuel Derman, economista alla Columbia University ha disegnato una mappa delle emozioni, del dolore, del piacere e del desiderio, che come per reazione chimica (c’è tanto Spinoza nelle Affinità elettive di Goethe, lo ricorda in un altro romanzo recente, Il problema Spinoza, Irvin D. Yalom) generano una tavola periodica dove la sofferenza è un dolore localizzato e la malinconia un dolore generalizzato, la speranza l’attesa di un piacere venata di dubbio, e la gioia – nozione centralissima in Spinoza – piacere che viene da una speranza realizzatasi inaspettatamente.

Il terzo motivo del fascino di Spinoza è il panteismo che ci spiega per quale motivo, oggi, siamo portati a vedere nella raccolta differenziata una sorta di ufficio divino. Deus sive Natura : Dio è immanente al mondo così come la mente è immanente al corpo, ed è proprio questa nozione di “immanenza” e la concezione incarnata del pensiero che ha attirato su Spinoza non solo l’attenzione di filosofi molto diversi come Deleuze, Althusser, Toni Negri, ma anche una di simpatia culturale diffusa. In effetti, la nostra società, che ama spesso definirsi “dualistica”, è in realtà profondamente monistica e materialistica: crediamo tutti, esattamente come Spinoza, che il corpo possa tutto. È lui che, con il DNA, decide la nostra sorte, e siamo noi che, cercando di rimediare almeno in parte ai verdetti scritti nel codice genetico, seguiamo diete, andiamo a correre, smettiamo di fumare.

Ma c’è un quarto e ultimo motivo di seduzione in Spinoza, che ci mette al riparo dagli eccessi volontaristici dello yogurt e del jogging, ed è il fatalismo, l’idea che se una pietra che rotola potesse pensare, penserebbe di rotolare liberamente. Dopo aver enunciato questo paragone, Spinoza commenta: «Proprio questa è quell’umana libertà, che tutti si vantano di possedere e che solo in questo consiste, che gli uomini sono consapevoli del loro istinto e ignari delle cause da cui sono determinati». A ben pensarci, questo fatalismo è un grande sollievo in un mondo in cui, apparentemente, siamo «condannati a essere liberi»: una condanna che oggi risulta ben più persecutoria di quella a cui poteva pensare Sartre, al quale non era mai capitato di ricevere le chiamate che propongono di cambiare compagnia telefonica.

Maurizio Ferraris

Repubblica 29 giugno 2014

 

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Sarajevo, i ragazzi che scatenarono la Grande Guerra

FU IL pretesto, la miccia che incendiò la secca prateria europea. L’inizio simbolico, la scusa: non c’è libro di scuola che non ricordi così l’attentato a Sarajevo del 1914. Quel giorno è diventato l’archetipo dei pretesti. A considerarlo così, un pretesto, ci si dimentica di come andarono le cose. Pochi ricordano il nome dell’uomo che sparò, né come andò quell’attentato perpetrato tra errori ridicoli, scene persino comiche e coincidenze inaspettate. L’attentato fu opera di un ragazzino di vent’anni, fanatico, pieno di letture e di sogni nazionalisti.

Dai suoi due spari, come conseguenza, discesero trenta milioni di morti macellati nel più grande conflitto armato cui il mondo avesse mai assistito. E tutto nacque in serate passate in stanza tra amici, in pomeriggi pigri con mani dietro la nuca e occhi a fissare il soffitto, senza nemmeno i soldi per il tabacco e il vino. La storia è raccontata in Una mattina a Sarajevo di David James Smith, appena pubblicato dalla LEG, piccola, coraggiosa casa editrice goriziana. Smith racconta che negli anni precedenti all’attentato nacque un’organizzazione politico-rivoluzionaria denominata Mlada Bosna (Giovane Bosnia), che aveva come obiettivo la liberazione dall’Impero austro-ungarico. Uno dei suoi membri, il carpentiere musulmano Mehmed Mehmedbasic, aveva progettato di uccidere il generale Oskar Potiorek, governatore di Bosnia ed Erzegovina, ma quando fu annunciata l’imminente visita a Sarajevo dell’erede al trono d’Austria, il suo compagno Danilo Ilic lo convinse a cambiare bersaglio: Francesco Ferdinando sarebbe stato una vittima di maggior valore. Per raggiungere un obiettivo così alto però bisognava trovare armi e uomini. Ilic reclutò allora il suo compagno quasi ventenne di stanza, Gavrilo “Gavro” Princip, che a sua volta chiamò Nedeljko (Nedjo) Cabrinovic, operaio anarchico 19enne, e un altro amico di letture, Trifko Grabez, studente diciottenne con il sogno ossessivo di vivere in una nazione slava a cui avrebbe immolato il suo sangue.

Il legame tra loro? I libri che si scambiavano, l’odio per l’aquila asburgica, la voglia di vedere uno stato slavo indipendente e un generica inquietudine al pantano politico sociale che vedevano. Le bombe e le pistole vennero fornite da varie società segrete che, come la Mlada Bosna, covavano odio nei confronti degli Asburgo ma non avevano alcun progetto vero di riforma sociale né di insurrezione: volevano sostituire gli uomini voluti dagli Asburgo ai vertici delle istituzioni con i loro. Seppero quindi sfruttare la vampata di rabbia e temerarietà di questi studentelli e operai.

Il 28 maggio, Gavro, Nedjo e Trifko partirono da Belgrado con le loro armi per Sarajevo, dove, dopo un viaggio difficile e rischioso, trovarono ad aspettarli altri compagni che nel frattempo si erano uniti al gruppo complottista: Vaso e Cvjetko, studenti rispettivamente di diciassette e sedici anni. Il 27 giugno, fu Danilo a dare disposizioni: consegnò una bomba e una pistola ciascuno a Vaso e Cvjetko e, basandosi sull’itinerario previsto per la sfilata imperiale, assegnò a entrambi una postazione sul lungofiume. Verso sera incontrò Mehmedbasic al caffè Mostar: diede anche a lui una bomba e le istruzioni necessarie. Quella
stessa sera Gavrilo era a una festa di studenti ma non si divertì, raccontarono i testimoni, assorto nei suoi pensieri. Non dava confidenza a nessuno, si isolava.

La mattina del 28 giugno Nedjo, Trifko e Gavrilo si incontrarono con Danilo alla pasticceria Vlajnic, all’angolo del lungofiume Appel, come da programma. Qui i ragazzi ricevettero il cianuro: dal principio, infatti, era stato chiaro che, attentato riuscito o meno, il suicidio sarebbe stato l’ultimo gesto dei congiurati, in modo da proteggere tutti i complici e le organizzazioni coinvolte. Nedjo, con la sua bomba in tasca, fece un gesto tenero, a dimostrazione di come fossero tutti dei ragazzini, andò in uno studio fotografico e si assicurò che gli scatti realizzati fossero poi spediti alla nonna, alla sorella e agli amici di Belgrado, Zagabria e Trieste. Si diresse subito dopo verso la postazione assegnatagli, tra la sponda austroungherese del fiume e il ponte, in un punto dove sperava di poter uccidere l’arciduca senza ferire nessuno tra la folla. Alle 10.15 circa il corteo di automobili imperiale passò davanti a Mehmedbasic ma questi, bloccato dal panico, nemmeno provò a fare qualcosa. A quel punto fu Nedjo a lanciare una bomba, che però mancò la vettura dell’arciduca ferendo gli occupanti di quella successiva.

Subito dopo aver lanciato, Nedjo ingoiò il cianuro e si gettò nel fiume, ma il veleno si era deteriorato e gli avrebbe causato in seguito solo qualche scarica di diarrea, ed essendo in quel punto l’acqua del fiume bassissima, si bagnò solo fino al ginocchio, sopravvisse comicamente a entrambi i tentativi di suicidio e fu arrestato. Incredibilmente la cerimonia non fu annullata, le misure di sicurezza dell’epoca erano l’esatto contrario di quelle di oggi.

Dopo la bomba, l’arciduca mantenne i suoi impegni, l’auto degli eredi al trono proseguì quindi verso il Municipio per un incontro con il sindaco di Sarajevo. L’unica precauzione che la polizia asburgica e la scorta dell’arciduca presero fu di deviare il percorso del corteo. E fu proprio questa decisione ad essere fatale. Gavrilo, dopo aver inizialmente pensato che Nedjo avesse avuto successo, comprese invece che l’arciduca era ancora vivo e si portò nei pressi del Ponte Latino, dove stava per passare la vettura imperiale. Qui avvenne però qualcosa di imprevisto: il generale Potiorek capì che il corteo stava erroneamente percorrendo l’itinerario originario e quindi fermò l’auto e chiese all’autista di manovrare per continuare attraverso il lungofiume. Per compiere questa manovra, la vettura si fermò proprio davanti a Gavrilo che incredulo di avere dinanzi a sé gli eredi Asburgo estrasse subito la Browning di fabbricazione belga che aveva in tasca e sparò due colpì: il primo su Francesco Ferdinando, centrato alla spina dorsale; il secondo (destinato a Potiorek, secondo quanto disse poi Gavrilo al processo) sull’arciduchessa Sofia.

Subito dopo aver sparato ingurgitò il cianuro, ma anche la sua dose era deteriorata. Così cercò di spararsi con la pistola, ma fu bloccato dai presenti, che lo tennero fermo a calci e pugni fino all’arrivo della polizia.
L’assassinio, tutt’altro che inevitabile, era riuscito: alle 11.30 le campane di tutte le confessioni religiose di Sarajevo suonavano all’unisono annunciando la morte di Francesco Ferdinando e di Sofia, eredi al trono austroungarico. L’Austria presenterà un mese esatto dopo l’attentato dichiarazione di guerra alla Serbia. Al termine del processo, Gavrilo non chiese perdono, ma concluse il suo intervento con queste parole: “Noi amavamo il nostro popolo”. Gli fu risparmiata la pena capitale per via della giovane età, così come prevedeva la legge. Venne condannato a vent’anni di lavori forzati, con la pena suppletiva di un giorno di isolamento in una cella buia ogni 28 giugno e un giorno di digiuno al mese. Fu rinchiuso nel carcere ceco di Terezín, dove visse in condizioni pessime fino alla sua morte, sopraggiunta per tubercolosi ossea il 28 aprile 1918. Pochi mesi dopo la sua morte si concluse anche il grande conflitto mondiale scatenato dal suo gesto, che aveva messo in ginocchio e ridisegnato l’Europa. Gavrilo Princip fu considerato un eroe da alcuni, un fanatico sbandato da altri, un ingenuo perché aveva ucciso proprio Francesco Ferdinando che, a differenza di suo zio Francesco Giuseppe, aveva in programma di concedere maggiore autonomia alla Serbia e ai popoli slavi in genere.

È strano scoprire che tutto nacque dall’inadeguatezza di ragazzi poco più che adolescenti, che amavano la lettura e sognavano una società più giusta. Dopo quell’attentato molti giovani si arruolarono per andare a combattere in trincea, a cercare la fine gloriosa, in nome delle rispettive patrie. In realtà trovarono solo orrore, pidocchi, fango e crudeltà. Nessuna redenzione dal male, nessuna vita vera. Princip non generò nessun mondo migliore.

di ROBERTO SAVIANO

Repubblica 27 giugno 2014

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ONLINE/OFFLINE

zz bbbTUTTI noi a intermittenza, ma anche contemporaneamente, viviamo ormai in due universi distinti: online e offline. Il secondo dei due è spesso definito “il mondo reale”, anche se la questione di capire se questa definizione si adatti meglio al secondo rispetto al primo diventa via via discutibile. I due universi differiscono in modo marcato per la visione del mondo che ispirano, le competenze che esigono e il codice di comportamento che raffazzonano e promuovono. Le loro differenze possono essere superate, ma difficilmente sono riconciliate. Spetta al singolo individuo, immerso in entrambi quegli universi, risolvere i conflitti che sorgono tra di essi e delineare ambiti circoscritti di applicabilità per ciascuno dei due.
L’esperienza acquisita in un universo, però, non può non influire sulle nostre modalità di percezione dell’altro universo, che valutiamo e che attraversiamo. Tra i due universi tende a esserci un traffico frontaliero ininterrotto, legale o illegale, ma pur sempre intenso. I vantaggi di Internet sono molteplici e multiformi. Su Facebook non può accadere che qualcuno si senta mai più solo o messo in disparte, scaricato, respinto, lasciato a cuocere nel proprio brodo avendo come unica compagnia sé stesso. Sempre, ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, qualcuno da qualche parte sarà sempre pronto a ricevere un messaggio e a rispondere a esso. Grazie a Internet, ormai tutti ricevono una possibilità di vivere il loro proverbiale quarto d’ora di celebrità e l’occasione di sperare di arrivare allo status di celebrità pubblica.
Ma quali sono le perdite, documentate o previste? Tanto per cominciare, ci sono perdite che affliggono le nostre facoltà mentali; prima di tutto le qualità/ capacità ritenute indispensabili per trovare uno spazio fondamentale per la ragione e la razionalità, per dispiegarvisi e realizzarsi appieno: attenzione, concentrazione, pazienza e la possibilità di durare nel tempo. Quando per connettersi a Internet è necessario un minuto, molti di noi si irritano per la lentezza del proprio computer. Ci stiamo abituando ad aspettarci sempre risultati immediati. Desideriamo un mondo sempre più simile al caffè istantaneo. Stiamo perdendo la pazienza, eppure i grandi risultati necessitano di grande pazienza. Il periodo di tempo in cui si è in grado di tenere desta la soglia di attenzione, l’abilità a restare concentrati per un tempo prolungato – in definitiva, quindi, la perseveranza, la resistenza e la forza morale, caratteri distintivi della pazienza – sono in calo, e rapidamente.
Tra i danni meglio analizzati e al contempo teoricamente più nocivi provocati dal calo e dalla dispersione dell’attenzione ci sono il peggioramento e la graduale decrepitezza della disponibilità ad ascoltare e delle facoltà di comprendere, come pure della determinazione ad “andare al cuore della faccenda” (nel mondo online ci si aspetta di “navigare” tra le informazioni convogliate visivamente o acusticamente) – che a loro volta portano a un continuo declino delle capacità di dialogare, una forma di comunicazione di vitale importanza nel mondo offline. Strettamente connesso ai trend descritti è il danno inferto alla memoria, oggi sempre più spesso trasferita e affidata ai server, invece che immagazzinata nel cervello.
L’altra cosa di cui tenere conto è il verosimile impatto di tutto ciò sulla natura stessa dei rapporti umani. Allacciare e spezzare legami online è più comodo e meno imprudente che farlo offline. Non comporta obblighi a lungo termine, e tanto meno promesse del tipo “finché morte non ci separi, nella buona e nella cattiva sorte”; non esige un obbligo così prolungato e coscienzioso come esigono i legami offline. Non stupisce quindi che, avendo collaudato e confrontato le due tipologie, molti internauti, forse la crescente maggioranza, preferiscano la varietà online.
C’è ancora un punto, forse il più discusso tra gli argomenti che saltano fuori nel dibattito su vantaggi e svantaggi del world wide web. Numerosi osservatori hanno accolto la possibilità di assistere in “tempo reale”, in modo universale, facile e comodo agli eventi internazionali – unitamente alla possibilità di fare un ingresso altrettanto universale, ugualmente facile e indisturbato nella scena pubblica – come l’autentica, radicale, effettiva svolta nella storia breve e tempestosa, seppur ricca di avvenimenti, della democrazia moderna. Al contrario delle aspettative abbastanza diffuse secondo le quali Internet rappresenterà un grande salto in avanti nella storia della democrazia e coinvolgerà noi tutti nel processo di dar forma al mondo che condividiamo, si vanno accumulando le prove per le quali Internet potrebbe servire anche a perpetuare e a rafforzare conflitti e antagonismi. Paradossalmente, il pericolo nasce dalla propensione della maggior parte degli internauti a fare del mondo online una zona esente da conflitti. Internet porta alla creazione di una versione perfezionata di “comunità residenziale protetta”: a differenza del suo equivalente offline, ciò non impone ai residenti di pagare un affitto esorbitante e non richiede vigilantes armati o una rete complessa e avanzata di telecamere di sorveglianza a circuito chiuso; è sufficiente disporre di un semplice tasto “cancella”. Il vero problema è che in questo ambiente online, sterilizzato e decontaminato in modo artificiale, è davvero molto difficile poter sviluppare una forma di immunità nei confronti delle velenose controversie endemiche dell’universo offline.
Senz’altro, l’elenco fin qui fatto dei vizi e delle virtù reali e teoriche di una divisione del Lebenswelt (“il mondo vitale”) in un universo online e un universo offline è tutt’altro che completo. Ed è ovviamente prematuro valutare gli effetti aggregati di un cambiamento-spartiacque, così determinante nella condizione umana e nella storia culturale. Per il momento, gli asset di Internet e dell’informatica digitale nel loro complesso paiono tollerare bene una considerevole mescolanza di passività. Oggi il punteggio più alto raggiunto dall’universo online nella scala di misurazione della comodità, della convenienza, dell’immunità dal rischio e della libertà dai problemi che impongono uno scotto, sollecita, di proposito o di default, la tendenza a trasferire le opinioni sul mondo e i codici comportamentali fatti a misura della sfera di vita online nella sua alternativa offline. Ma potrebbero essere applicati a questa soltanto a costo di un grande danno sociale ed etico. A conti fatti, d’ora in poi, faremo bene a tenere d’occhio da vicino le conseguenze della spaccatura online/offline.

Vivere da immigrati digitali divisi tra “ online ” e “ offline ”

di Zygmunt Bauman

la Repubblica • 25 giugno 2014

(Traduzione di Anna Bissanti)

 

http://www.dirittiglobali.it/2014/06/25/vivere-immigrati-digitali-divisi-online-offline/

America. Gli oligopoli fanno impennare costi e prezzi

airCosa provoca l’aumento delle diseguaglianze? Tra le cause più note ci sono il potere oligarchico dei top manager che si auto-determinano gli stipendi; le politiche fiscali che favoriscono i profitti delle multinazionali e le rendite finanziarie; il declino dei sindacati. Tutto vero, ma gli studiosi Lina Khan della New America Foundation e Sandeep Vaheesan dell’American Antitrust Institute ci ammoniscono a non sottovalutare un’altra concausa: il ritorno dei monopoli.

Il fenomeno è evidente negli Stati Uniti. Nella sanità, per esempio: un business con 2.500 miliardi di dollari di fatturato annuo, i cui costi pesano tremendamente sui bilanci delle famiglie. L’ondata di fusioni tra gruppi ospedalieri privati ha fatto sì che in molte zone d’America chi si ammala ha poca scelta, deve finire per forza nelle mani di un big ospedaliero. E le tariffe vanno sempre più su, contribuendo all’impoverimento della middle class: le cure mediche seguono un trend al rialzo molto superiore all’andamento delle retribuzioni.

Un altro settore è la cable tv, dove in seguito a fusioni e acquisizioni restano in gioco solo quattro colossi (Comcast, At&t, Time Warner, Verizon), e in molte zone d’America la scelta per il consumatore si riduce a uno o due. Risultato: l’ologopolio controlla il 66% del mercato e fissa i prezzi che vuole, le tariffe per l’abbonamento tv, spesso combinato con l’accesso a Internet, dal 2008 ad oggi sono cresciute tre volte più dell’inflazione. Stessa musica nel trasporto aereo, dove sono quattro giganti a spartirsi il 60% del mercato: Delta, Southwest, United, American. Anche qui il potere oligopolistico costa caro al consumatore, i passeggeri hanno subito rincari tariffari fino al 65% per i biglietti aereisulle principali rotte.

Un altro settore è l’agro-business, in particolare il comparto della carne. Le aziende che producono carne in scatola, pollo surgelato, insaccati suini, sono ormai solo quattro: Tyson, Jbs, Cargill e National Beef. Qui le vittime non sono soltanto i consumatori ma anche gli allevatori. Stritolati dall’oligopolio che controlla gli acquisti di carni all’ingrosso, gli agricoltori hanno dovuto accettare una drastica riduzione del 30% sul ricavato dall’allevamento di ogni maiale. Il monopolista impoverisce tutti, fuorché se stesso. I consumatori pagano di più, la qualità peggiora, il potere d’acquisto delle famiglie viene ridotto. E anche i salari. Ho già raccontato l’accordo di cartello tra i big dellaSilicon Valley, che su iniziativa di Steve Jobs decisero di non rubarsi gli ingegneri in modo da non aumentargli lo stipendio. La stessa cosa è accaduta in un settore dalle remunerazioni già basse, il mercato del lavoro per il personale ospedaliero.

A Detroit, ventimila infermiere hanno perso 400 milioni di dollari di stipendio tra il 2002 e il 2006, sotto forma di tagli imposti dal cartello oligopolistico ospedaliero. Chi non accetta i tagli in busta paga resta disoccupato, visto che gli ospedali fanno capo allo stesso padrone. La conclusione che ne traggono i due studiosi americani non è disperante. Anzi, è un invito all’azione. Lina Khan e Sandeep Vaheesan fanno appello all’antica tradizione dell’antitrust negli Stati Uniti. Quella tradizione è stata calpestata e stravolta, da Ronald Reagan in poi. Il potere degli oligopoli arricchisce solo una élite. Lo conferma Goldman Sachs che alla sua clientela più esclusiva raccomanda di investire proprio nei settori blindati da oligopoli, più generosi di profitti per gli azionisti. E’ un’involuzione fabbricata dalla politica, e come tale si può invertire cambiando politica.

 

Federico Rampini, “la Repubblica Affari e Finanza”, 23 giugno 2014

Mercato saturo per gli smart phones

Block%20of%20Androids_6[1] Il mercato degli “smart phones” sembra avere raggiunto il picco e da più parti ha iniziato a declinare, spingendo i giganti del settore verso una nuova strategia: telefonini “intelligenti” ma più economici, apparecchi da indossare come gli “smart watches”, servizi di interconnessione migliori con tivù e web, accessori. Il fatto è che, perlomeno in Occidente, tutti quelli che desideravano possedere uno “smart phone” ormai ne hanno uno e le possibili innovazioni tecnologiche sono a questo punto limitate, non creando più la necessità di sostituire immediatamente un vecchio modello con un nuovo. Ciò richiede un cambio di strategia, in particolare da parte delle grandi aziende della telefonia mobile come Apple e Samsung.

A segnalare il trend è un rapporto della Idc, una società di analisi di mercato, citato stamane dal Financial Times. L’indagine illustra che il mercato degli “smart phones” è saturo: quest’anno ha toccato l’apice e ha cominciato a scendere in Corea del Sud e Giappone, mentre le vendite stanno rallentando anche in Europa e Stati Uniti. L’attenzione delle aziende si sposta così dalle economie avanzate a quelle emergenti, dove ci sono ancora ampi margini di crescita: nel 2018 la Cina rappresenterà da sola un terzo delle vendite mondiali di “telefonini intelligenti”, le forniture a India, Indonesia e Cina raddoppieranno entro la stessa data, in Africa si prevede che fra quattro anni ci saranno un miliardo di telefonini, due volte quanti ce ne sono oggi.

Tuttavia, nota il quotidiano della City, questi mercati privilegiano modelli di “smart phone” a basso costo, che offrono funzioni simili a quelle di iPhone e Galaxy, i leader del settore, ma a un prezzo molto più contenuto. Ecco quindi che Apple, Samsung o Nokia si trovano a competere nei paesi in via di sviluppo con marche minori o sono costrette a puntare sui propri modelli più economici. Lo stesso discorso vale per la quota di utenti occidentali che non vogliono o non hanno bisogno di uno “smart phone”, ma finiscono per comprarlo perché non ci sono più molte alternative sul mercato: anche a loro basta un apparecchio che abbia un buon design, una buona funzione di macchina fotografica o videocamera e che costi la metà o un terzo rispetto ai modelli più sofisticati.

Per supplire alla saturazione nella fascia più alta di consumatori, dunque, le aziende puntano da un lato alla crescita nei mercati emergenti con modelli economici e dall’altro a offrire servizi e accessori migliori e più ricchi a chi possiede già uno “smart phone” di alta qualità. E in questo campo acquistano grande importanza gli “smart watch”, il nuovo passo avanti tecnologico, apparecchi “indossabili” come un orologio che fanno più o meno tutto quello che può fare un telefonino. E pensare che una volta non cambiavamo mai, per decenni, neppure il telefono fisso di casa, eppure il mondo funzionava lo stesso!

 

http://www.repubblica.it/economia/2014/06/17/news/mercato_smartphone_apple_samsung-89203609/

Il confine tra lecito e illecito

Quali sono i valori a cui ci affidiamo? Quali regole seguiamo? In questa fase in cui gravi scandali politici, economici e sociali stanno scuotendo il Paese da nord a sud, senza esclusioni di colpi, l’indagine LaST, realizzata da Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa, analizza l’approccio degli italiani ai valori e alle regole. La definizione del confine tra lecito e illecito non è infatti esclusiva della legge.  

La nostra sensibilità, il contesto in cui viviamo, le nostre esperienze personali e professionali innegabilmente condizionano la percezione individuale della legittimità delle azioni e il nostro grado di accettazione di comportamenti considerati border line. Fare luce sulle nostre convinzioni e sulle dinamiche che guidano le nostre reazioni, può aiutarci a comprendere come la sensibilità degli italiani sul tema si stia evolvendo.

 

Per partecipare clicca http://lastlife.indaginelast.it/. I risultati saranno pubblicati sul sito dell’iniziativa e su La Stampa. C’è anche una finestra social su Facebook e Twitter.

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http://www.lastampa.it/2014/06/16/economia/i-valori-degli-italiani-partecipa-allindagine-S3riONO2ExAJ6daB3JpD4H/pagina.html

Iniziativa”antibufale” per la maturità

Leggende metropolitane che, in questi ultimissimi giorni prima degli esami di maturità 2014 , contribuiscono a creare mille ansie e a far perdere tempo e denaro ai maturandi. Non ci si deve infatti fidare di chi promette di fornire le tracce di maturità in anticipo, soprattutto se a pagamento. Fino a oggi non è mai accaduto nulla di simile. Questo e non solo. Ormai il web pullula di storielle inventate ad hoc per spaventare gli studenti, così Skuola.net , con l’aiuto della Polizia postale, ha sfatato tutte quelle bufale che circolano tra i maturandi.

#MATURABUSTER: ECCO I MITI DA SFATARE
– Da una ricerca a cui hanno partecipato 2.500 studenti maturandi di Skuola.net, emerge un persistente grado di disinformazione da parte di chi si appresta a sostenere l’esame. Infatti non mancano coloro (circa il 29%) che aspettano la manifestazione sul web delle tracce d’esame prima dell’inizio della prova. Come anche c’è chi è convinto di avere il telefono sotto controllo dalla Polizia (circa il 23%) oppure che i professori siano armati di rilevatori di smartphone (circa il 15%). Fortunatamente quasi tutti sono consapevoli delle regole da rispettare per superare l’esame: 9 su 10 sanno che usare lo smartphone comporta l’esclusione dalla prova.

MATURITA’ AL SICURO…
Così per il sesto anno consecutivo la Polizia Postale e delle Comunicazioni in collaborazione con il portale degli studenti Skuola.net, si appresta a lanciare la campagna di sensibilizzazione “Maturità al sicuro”, con l’obiettivo di debellare il fenomeno ed evitare che gli studenti, oltre a perdere del tempo prezioso, possano anche rimetterci del denaro alla ricerca della soffiata giusta. L’iniziativa “antibufale” si serve delle forme di comunicazione e degli strumenti preferiti dai giovani per veicolare i messaggi di sensibilizzazione, ed è finalizzata ad aiutare i ragazzi ad affrontare l’ esame di maturità con maggiore serenità, confidando nei propri mezzi e nella preparazione che hanno ricevuto durante gli anni passati a scuola, senza cercare scorciatoie truffaldine che comporterebbero solo l’esclusione dalla prova d’esame….

http://www.lastampa.it/2014/06/16/blogs/skuola/esami-di-maturit-miti-e-leggende-sfatati-uzGulaI3NWS25QXNLyv1jO/pagina.html