Ed ecco il canguro….

In questi giorni si sta discutendo a Palazzo Madama di riforma costituzionale del Senato.
Si è parlato spesso di canguro.
Di cosa si tratta?
cangurooIl ‘canguro’ è una prassi parlamentare, già usata in passato, che consente di votare gli emendamenti raggruppando non solo quelli uguali, ma anche quelli di contenuto analogo: una volta approvato o bocciato il primo, decadono tutti gli altri. Il termine ‘canguro’ è un’invenzione lessicale: la parola non è messa per iscritto in nessuna norma. Ma nel ‘gergo’ parlamentare ha già dato vita a numerosi derivati, come ‘cangurato’, ‘incangurabile’.
Non è nuovo il ‘canguro’ alle Aule parlamentari italiane, ma è al centro della scena in Senato da quando ha fatto decadere ben 1400 emendamenti alla riforma costituzionale. Ieri infatti a Palazzo Madama la decisione di Grasso di applicare il ‘canguro’ dopo la bocciatura di un emendamento di Sel, ha fatto decadere automaticamente centinaia di proposte di modifica analoghe. Per fare un esempio, l’emendamento di Sel bocciato diceva tra le altre cose che la Camera è composta da 300 deputati. E allora è stato considerato superato l’emendamento successivo che era praticamente identico, con l’unica differenza di indicare un numero di 360 deputati.
Il meccanismo del ‘canguro’ non è mai stato previsto dal regolamento del Senato. Ma la giunta per il regolamento di Palazzo Madama nel 1996 lo aveva preso ‘a prestito’ dal regolamento della Camera. Oggi la stessa giunta riconferma la legittimità della sua applicazione anche per le leggi costituzionali, facendo rientrare la tecnica ‘anti-ostruzionismo’ tra i poteri del presidente del Senato previsti dall’articolo 102 comma 4 del regolamento (“Il presidente ha facoltà di modificare l’ordine delle votazioni quando lo reputi opportuno ai fini dell’economia o della chiarezza delle votazioni stesse”, dispone la norma).
Nel frattempo, però, nel 1997 il regolamento della Camera è stato modificato. E oggi all’articolo 85 bis prevede espressamente che la tecnica di accorpamento delle votazioni non può essere utilizzata per i progetti di legge costituzionale. Dunque, quando il ddl di riforma del Senato arriverà a Montecitorio, il ‘canguro’ non dovrebbe essere applicato.
30 luglio 2014
COME POTREBBE DIVENTARE IL SENATO

Sempre più promossi agli esami

Tutti promossi, o quasi, agli esami di quest’anno. Alla maturità, la percentuale di promossi è passata dal 99,1 per cento dello scorso anno al 99,2 per cento. Agli esami di terza media i promossi sono ancora di più: addirittura il 99,7 per cento. In pratica, quasi tutti. I dati, forniti oggi dal ministero dell’Istruzione, sono ancora provvisori, ma si riferiscono ad oltre il 90 per cento degli studenti e possono considerarsi ormai stabilizzati. Migliora la situazione anche sul versante degli scrutini finali: meno bocciati e stessa percentuale di rimandati a settembre, al superiore. I più “secchioni”, dicono dal ministero, sono gli studenti dei licei, che ottengono le migliori performance sia alla maturità, sia negli scrutini finali.

Voti più bassi per gli studenti dei tecnici e degli istituti professionali. E alla maturità 2014 aumentano anche se di poco i cervelloni, che albergano soprattutto in Puglia (700 i 100 e lode sui 3450 totali) e in altre regioni del centro-sud (408 in Campania, 356 in Sicilia e 348 nel Lazio). Anche i ragazzini della media nell’arco di 12 mesi sono diventati più bravi: meno bocciati che nel 2013. Appena il 3,5 per cento. Studenti più bravi o insegnanti più tolleranti? Quello che emerge in modo netto è che gli esami finali non sono più selettivi e assumono più che altro un valore burocratico. A fare la vera selezione sono i prof interni, con l’ammissione agli esami. Sia al superiore, sia alla media. I primi, formano prima delle prove scritte e del colloquio il 4,2 per cento di studenti, costretti a ripetere l’anno. ….

http://www.repubblica.it/scuola/2014/07/28/news/maturit_miur_promossi_il_99_2_dei_candidati-92602856/?ref=HREC1-6

La formula della disuguaglianza

Articolo di Moisé Naim (Repubblica 10.7.14)

“”Di chi è la colpa dell’eccezionale crescita della disuguaglianza negli ultimi anni?

Dei banchieri, sostengono in tanti. Secondo questa visione, il settore finanziario è colpevole di aver innescato la crisi economica globale che è cominciata nel 2008 e ancora fa sentire i suoi effetti su milioni di famiglie di classe media in Europa e negli Stati Uniti, che hanno visto diminuire il potere d’acquisto e assottigliarsi le prospettive di impiego. Lo sdegno è amplificato dal fatto che non solo i banchieri e gli speculatori finanziari non hanno pagato il prezzo dei loro clamorosi errori, ma in molti casi sono addirittura più ricchi rispetto a prima del disastro.

Altri danno la colpa alla crescente disuguaglianza salariale in Paesi come la Cina e l’India, che con i loro salari bassi deprimono il reddito dei lavoratori nel resto del mondo. La manodopera a buon mercato dell’Asia aggrava il problema, perché crea disoccupazione in quei Paesi dove le aziende chiudono le fabbriche ed “esportano” i posti di lavoro in nazioni estere con un più basso costo del lavoro.

Altri ancora vedono il colpevole nella tecnologia: robot, computer, internet e l’incremento dell’automazione delle fabbriche, a detta di costoro, sostituiscono i lavoratori e di conseguenza incrementano la disuguaglianza.

La vera spiegazione è molto più complicata, dice Thomas Piketty, l’economista francese che con il suo saggio Capital in the Twenty First Century si è trasformato in un fenomeno mondiale. In molti Paesi, sostiene Piketty, il capitale (che lui equipara alla ricchezza sotto forma di proprietà immobiliari, attività finanziarie ecc.) sta crescendo a un ritmo più sostenuto dell’economia. Il reddito prodotto dal capitale tende a concentrarsi nelle mani di un gruppo ristretto di persone, mentre il reddito da lavoro è disperso attraverso l’intera popolazione. Pertanto, quando i redditi da capitale crescono più rapidamente dei salari, la disuguaglianza aumenta perché coloro che possiedono il capitale accumulano una quota più alta di reddito. E considerando che la crescita dei salari è direttamente legata alla crescita dell’economia nel suo insieme, la disuguaglianza economica è destinata a peggiorare se l’economia si espande più lentamente dei redditi da capitale.


Piketty riassume questa complicata teoria con la formula “r > g”, dove “r” è il tasso di rendimento del capitale e “g” il tasso di crescita dell’economia. Il futuro è poco incoraggiante, è la sua conclusione, perché prevede che le economie dei Paesi presi in esame cresceranno a un ritmo dell’1-1,5 per cento annuo, mentre il rendimento medio del capitale aumenterà al ritmo del 4-5 per cento annuo. La disuguaglianza, in altre parole, è destinata a crescere.

Per evitare questo scenario, Piketty invoca una tassa progressiva sulla ricchezza nei grandi Paesi, una proposta che lui stesso considera utopistica, essendo consapevole degli enormi ostacoli politici che dovrebbe superare e delle colossali difficoltà pratiche che accompagnerebbero una sua attuazione

. Di recente, il Financial Times ha sostenuto di aver trovato difetti gravi nell’analisi di Piketty, scatenando un dibattito ancora in corso. In ogni caso, la maggior parte degli osservatori è del parere che i limiti nei dati di Piketty non siano sufficientemente rilevanti da togliere credibilità alle sue conclusioni generali.


L’impatto profondo del libro di Piketty è dovuto in buona parte al fatto di essere uscito in un momento in cui la crescita della disuguaglianza economica è motivo di preoccupazione in America. E dato che gli Stati Uniti si dimostrano molto bravi a globalizzare le loro ansie ed esportare i loro dibattiti politici, il fenomeno Piketty si sta estendendo a posti dove la disuguaglianza è così diffusa, e da così tanto tempo, che l’opinione pubblica sembrava assuefatta e rassegnata ad accettarla passivamente. In molte di queste società ora si discute vivacemente dei metodi per porre un freno a questo fenomeno. Affinché questo dibattito possa rivelarsi utile, tuttavia, è necessario giungere a una diagnosi più accurata del problema.

Non è accurato affermare che in Paesi come Russia, Nigeria, Brasile e Cina il motore principale della disuguaglianza economica sia un tasso di rendimento del capitale maggiore del tasso di crescita dell’economia. Per poter dare una spiegazione più esaustiva è necessario includere nell’equazione le imponenti fortune create regolarmente attraverso corruzione e attività illecite di ogni genere. In molti Paesi, la ricchezza aumenta più per effetto di ruberie e condotte illegali che come conseguenza del rendimento dei capitali investiti dalle classi ricche (un fattore che sicuramente ha il suo peso).


Per ricalcare Piketty, la disuguaglianza continuerà a crescere in quelle società dove “c > h”. In questo caso, “c” sta per la capacità di politici e funzionari pubblici corrotti, insieme ai loro compari del settore privato, di infrangere le leggi per profitto personale, e “h” sta per la capacità di politici e funzionari pubblici onesti di far rispettare le prassi amministrative corrette. La disuguaglianza alimentata dalla corruzione prospera in quelle società dove non ci sono incentivi, regole o istituzioni che ostacolino la corruzione. E che al governo ci siano persone oneste è bene, ma non è abbastanza. Sgraffignare soldi pubblici o vendere appalti pubblici al miglior offerente sono pratiche che devono essere viste come rischiose, facilmente individuabili e sistematicamente punite. Della ventina di nazioni su cui Piketty ha fondato la sua analisi, la maggior parte è classificabile tra i Paesi ad alto reddito e fra i meno corrotti del mondo, secondo Transparency International. Sfortunatamente, gran parte dell’umanità vive in Paesi dove “c > h” e la disonestà è il principale motore della disuguaglianza. Questo punto non ha attirato altrettanta attenzione della tesi di Piketty. Ma avrebbe dovuto. (Traduzione di Fabio Galimberti)

http://interestingpress.blogspot.it/2014/07/la-formula-della-disuguaglianza.html

 

Hard e soft skills

sskillsFiorella Pallas è stata Marketing manager, imprenditrice, Trainer. Oggi, invece, è una Talent Coach, dopo un percorso di individuazione e cambiamento che ha saputo tradurre in percorsi formativi per identificare, allenare e risvegliare i talenti naturali che pochi sanno di avere. Ha scelto le pagine di Skuola.net per aiutare i ragazzi ad allenare le proprie capacità.

Passiamo anni a formarci, prima a scuola, poi all’università, poi ai master, e alla fine usciamo da questo percorso molto preparati da un punto di vista tecnico. Nessuno, però, ci ha insegnato a gestire ciò che nella vita ci farà fare la differenza nei momenti che contano: le emozioni, lo stress, la motivazione, le paure. Tutte quelle chiavi senza le quali l’espressione della parte tecnica risulterà difficile. Nella vita come nel lavoro, infatti, non si viene valutati solo sull’aspetto tecnico, ma anche sulle competenze comportamentali, denominate dagli psicologi del lavoro soft skills, in contrapposizione con le hard skills, le competenze tecniche. Scopriamo, allora di cosa si tratta.

SOFT SKILLS: QUALI? – Esistono diversi tipi di soft skills :
Skills cognitive, che determinano il modo di ragionale e quindi, ad esempio le capacità di problem solving, di analisi , etc.
skills realizzative, quindi come si traducono i pensieri in azione e si palesano nella capacità di pianificazione, di gestione del tempo, etc.
skills relazionali, come mi rapporto agli altri? So lavorare in team? So comunicare con i colleghi?
skills manageriali, che riguardano le capacità di leadership, la motivazione personale e di squadra, etc.
skills trasversali, spesso abilitanti rispetto alle altre soft skill: flessibilità, tolleranza allo stress, gestione emotiva.

IL PESO NELLA SELEZIONE – Ma che peso hanno queste competenze sulla selezione da parte delle aziende? Normalmente le aziende operano una scrematura sui CV in base alle competenze ed esperienze professionali pregresse e il voto di laurea, ma poi la scelta definitiva sul candidato avviene nel momento del colloquio, soprattutto in base all’aderenza delle sue soft skills rispetto al profilo atteso dall’azienda. In definitiva, dunque, sapersi relazionare, avere buone capacità comunicative, di gestione, di leadership e via dicendo equivale sicuramente a possedere un biglietto da visita vincente.

LA SKILL PIU’ IMPORTANTE – Esistono alcune soft skills piu importanti di altre? C’è sempre un denominatore comune, alla base di tutte queste capacità, e si tratta di una qualità imprescindibile per riuscire nella vita: la fiducia in se stessi. Osare passare all’azione, osare fare, accettare di fare emergere il proprio potenziale: il legame che esiste tra successo e fiducia in sé stessi è assolutamente innegabile. Brian Tracy, motivatore e scrittore di best seller sulla crescita personale, ha condotto un’importante ricerca prendendo a campione molte persone di successo, per cercare di capire se, tra questi, vi fossero fattori in comune. Ne ha trovati addirittura 80, ma sul gradino del podio, immancabile e più importante, la fiducia in sé.

FIDUCIA IN SE STESSI, SKILL DA ALLENARESi possono avere tutti gli strumenti necessari per realizzare i propri obiettivi, ma se non si crede in se stessi si fallirà. Come scrisse Whitmore, il padre del coaching, “La nostra performance è data dal nostro potenziale meno i nostri ostacoli interni, il maggiore dei quali è la mancanza di fiducia in se stessi”. Il successo, che è la capacità di raggiungere qualcosa, aumenta proporzionalmente alla fiducia che si ha di se stessi, perché questa serve per osare, per passare all’azione e, alla fine, raggiungere gli obiettivi. Ma c’è una buona notizia: per quanto possiamo essere convinti del contrario, la fiducia in sé non è innata: è una delle tante qualità mentali che possiamo sviluppare, rafforzare ed aumentare, applicando le giuste strategie. E’ certo molto più facile restare ben saldati a terra senza mettersi mai veramente in gioco, ma la fiducia in sé è un muscolo che va allenato ogni giorno, tutto sta nel perseverare.”

 

http://www.lastampa.it/2014/07/11/blogs/skuola/cerchi-lavoro-allena-le-tue-skills-personali-zpoyLW3hixMlVuNYYBC38H/pagina.html

Calcio: la batosta del Brasile avrà effetti economici?

brazzChe implicazioni economiche potrà avere la sconfitta rimediata dalla nazionale del Brasile contro la Germania, nella semifinale persa con il risultato storico di 7 a 1? Se lo chiedono gli analisti finanziari, che non perdono l’occasione di parlare dei Mondiali di calcio, indagandone le possibili ripercussioni sull’andamento economico o sui mercati finanziari.

Secondo Bloomberg l’evento straordinario di ieri sera rischia di ribaltare il sentore comune. Per gli analisti, infatti, finora una sconfitta del Brasile era vista come paradossalmente positiva per i mercati: avrebbe indebolito Dilma Rousseff, che avrebbe incontrato maggiori difficoltà per la corsa alla rielezione del prossimo autunno. Con un possibile cambio di guida politica, anche l’economia ne avrebbe tratto giovamento visto che molti additano la presidente come responsabile della stagnazione economica. Ma la sconfitta per 7 a 1 di ieri rischia di mischiare le carte e rompere questo meccanismo, perché troppo devastante, almeno a detta di Geoffrey Dennis, a capo della strategia per i mercati emergenti di Ubs e profondo conoscitore del Brasile, che segue fin dagli anni Novanta.

“Rischia di essere una batosta psicologica per i brasiliani molto forte, della serie: ‘Guarda, la nostra economia è in panne, non riusciamo a crescere e non abbiamo neppure una squadra nazionale decente'”. Gli Etf, derivati che replicano l’andamento di un paniere di azioni brasiliane e unico riferimento da seguire in una giornata di chiusura per il mercato, non indicano al momento particolari scossoni sul mercato.

Da quando Rousseff ha preso il potere nel 2011, la crescita ha rallentato fino a un tasso medio annuo del 2%, il ritmo più basso dai tempi delle dimissioni di Fernando Collor, nei primi anni Novanta dopo gli scandali per corruzione. Le sue politiche per la ripresa non hanno avuto impatto alcuno, se non quello di portare l’inflazione sopra la preoccupante soglia del 6,5%, in accelerazione proprio durante i Mondiali di calcio, visto l’afflusso di turisti. La sconfitta di ieri, aggiunge in un report ad hoc SocGen, rischia più che altro di far riemergere nel Paese quei forti sentimenti di opposizione e protesta che hanno accompagnato l’avvicinamento al Mondiale e che sembravano sopiti durante le ultime settimane. Non a caso Tony Volpon di Nomura ha parlato di “niente meno che una umiliazione nazionale”, per un Paese che s’identifica tanto nel calcio e – per la parte restante della popolazione – ha avversato il football come simbolo di tutto quello che non funziona e delle diseguaglianze economiche: l’organizzazione del Mondiale è costata 11 miliardi, in uno Stato che vede oltre 7 milioni di persone vivere con poco più di un dollaro al giorno.

Secondo gli ultimi sondaggi, la popolarità di Rouseff è già scesa al 38% circa; una sua bocciatura alle elezioni, secondo Alberto Bernal di Bulltick Capital Markets, si potrebbe tramutare in un rally del 25% del mercato azionario. Di contro però, una eccessiva instabilità legata ai movimenti di protesta – magari insieme alla rielezione della Rousseff – potrebbe annullare l’effetto benefico di una sconfitta amarissima; opzione per la quale da SocGen consigliano di vendere il real brasiliano contro il peso messicano.

 

http://www.repubblica.it/economia/2014/07/09/news/ubs_mondiali_brasile_eliminazione_roussef-91119043/?ref=HRER2-1

In 5 anni la spesa media mensile degli italiani è calata di 126 euro

Continuano ad aumentare le famiglie che hanno ridotto la qualità o la quantità del cibo acquistato fino a raggiungere il 65% nel 2013 dal 62,3% del 2012. Lo rileva l’Istat. La spesa alimentare resta sostanzialmente stabile (passa da 468 euro a 461), nonostante la «diminuzione significativa» di quella per la carne (-3,2%). La quota della spesa destinata a cibo e bevande aumenta dal 19,4% del 2012 al 19,5% del 2013 a causa della diminuzione dei consumi non alimentari. Sono sempre di più le famiglie che scelgono l’hard discount per l’acquisto di generi alimentari (passano dal 10,5% del 2011 al 12,3% del 2012 fino al 14,4% nel 2013), a scapito prevalentemente di supermercati, ipermercati e negozi tradizionali.

In 5 anni spesa mensile giù di 126 euro

Nel 2013 la spesa media mensile per famiglia è pari a 2.359 euro, in calo del 2,5% rispetto all’anno precedente, dice ancora l’Istat sottolineando che la spesa è diminuita anche in termini reali (l’inflazione lo scorso anno era all’1,2%). Sono i livelli di spesa più bassi da dieci anni, nel 2004 la spesa media era di 2.381 euro. In 5 anni, ossia dal 2008 al 2013, la spesa media delle famiglie è calata di 126 euro, commenta il Codacons, passando da 2.485 euro a 2.359 euro. Metà delle famiglie italiane spende comunque meno di 1.989 euro al mese nel 2013. L’Istat calcola che il valore mediano della spesa mensile è in calo in un anno del 4,3% e di nuovo sotto la soglia dei 2 mila euro (nel 2012 era pari a 2.078 euro)

 

Calano spese per abbigliamento e cultura

A diminuire è soprattutto la spesa non alimentare che risulta «significativamente in calo rispetto al 2012» (-2,7%) e si attesta su 1.898 euro mensili. Continuano a calare in particolare le spese per abbigliamento e calzature (-8,9%), quelle per tempo libero e cultura (-5,6%) e quelle per comunicazioni (-3,5%). Il Trentino-Alto Adige è la regione con la spesa media mensile più elevata, 2.968 euro, di quasi 1.400 superiore a quella della Sicilia, che si conferma ultima con una spesa di 1.580 euro.

Cia: «Si spende più per benzina che per cibo»

«La quota di spesa per alimentari e bevande, nonostante sia cresciuta nel corso dell’anno stabilizzandosi al 19,5 per cento, resta comunque inferiore ai livelli pre-crisi – sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori – quando occupava un quarto della spesa complessiva delle famiglie. Inoltre, le bollette record di luce e gas e il pieno di benzina più caro d’Europa hanno costretto i consumatori a togliere soldi da beni primari come carne, pasta, pane e latte e destinarli altrove. Con la conseguenza che nel 2013 ogni famiglia italiana ha speso più per combustibili, elettricità e trasporti (474 euro al mese) che per il cibo (461 euro al mese)».

http://www.corriere.it/economia/14_luglio_08/consumi-65percento-famiglie-ha-ridotto-quantita-o-qualita-cibo-22b725f2-068b-11e4-addf-a4fb93907d37.shtml

Il paradosso del Pil

pilNEW YORK – “Perché il Pil puzza e perché nessuno ci fa attenzione“: con questo titolo colorito il Wall Street Journal riassume le reazioni delle Borse alla notizia di una presunta “frenataccia” dell’economia americana. Meno 2,9%, il Pil nel primo trimestre di quest’anno. Un dato pessimo, mette l’America “in rosso” dopo cinque anni di ripresa, la sbatte dietro ai malati cronici dell’eurozona.

É il peggiore dato dal primo trimestre del 2009, quando gli Stati Uniti erano ancora nel mezzo della recessione. Ma questa revisione del Pil ha lasciato indifferenti i mercati e gli esperti. L’unica vittima? La credibilità stessa del Prodotto interno lordo come indicatore sullo stato di salute dell’economia. Un tempo a contestare il Pil erano soprattutto economisti di sinistra, come i premi Nobel Amartya Sen e Joseph Stiglitz, ambedue autori di statistiche “alternative”. Oppure, ancora più radicali, c’erano le critiche dei teorici della decrescita come Serge Latouche, per i quali l’aumento del Pil è sinonimo di sviluppo insostenibile, distruzione di risorse naturali. La novità: adesso agli attacchi contro il Pil si uniscono l’establishment, i mercati, gli organi del neoliberismo.

“L’incidente del primo trimestre 2014”, come si può intitolare la vicenda dello scivolone in negativo, è davvero esemplare. Tra i fattori che hanno frenato la crescita Usa, il più potente è la riforma sanitaria di Barack Obama. A gennaio di quest’anno entrava in vigore il nuovo sistema assicurativo. La sua prima conseguenza è stata un calo delle tariffe sulle polizze sanitarie. E qui si tocca l’incongruenza dell’indicatore Pil: se gli americani hanno finalmente speso un po’ meno per le assicurazioni mediche questa è un’ottima notizia, ma riduce il Pil che è un aggregato di tutte le spese. Il Pil non dice se stia migliorando la qualità delle cure mediche e quindi la salute, misura solo la spesa nominale. Una sanità inefficiente e costosa “fa bene” alla crescita, se invece si riducono sprechi e rendite parassitarie delle compagnie assicurative, l’economia apparentemente ne soffre.

L’attacco al Pil trova concorde il Financial Times. “Come il Pil è diventato un’ossessione globale”, è il tema di un’inchiesta del quotidiano inglese. Che parte da alcune sconcertanti revisioni nella contabilità nazionale che hanno fatto notizia.

La Cina, secondo uno studio recente della Banca mondiale, è molto più ricca di quanto credevamo: sta per sorpassare gli Stati Uniti, da un mese all’altro. Anche l’Inghilterra ha un’economia più prospera di quanto si pensava. Perché? Il “riesame” del Pil cinese, è stato deciso per correggere errori del passato. Sopravvalutando il costo reale di alcuni generi di prima necessità come gli spaghetti, si era simmetricamente “impoverito” (nelle statistiche) il potere d’acquisto dei consumatori. Errore corretto, e oplà, di colpo la Cina nel suo nuovo Pil misurato “a parità di potere d’acquisto” diventa quasi eguale all’America.

Per quanto riguarda la Gran Bretagna, il suo “arricchimento” improvviso (+5%) nasce dall’inclusione nel Pil di attività illecite e sommerse come la prostituzione e il traffico di droga. Nel caso cinese come in quello inglese è evidente che siamo di fronte a operazioni contabili del tutto discrezionali, arbitrarie. Non è cambiato nulla per il cittadino, il lavoratore, l’imprenditore di quei paesi. É cambiato solo un numero, deciso dagli economisti. Per la Gran Bretagna, poi, è evidente l’aspetto paradossale di questo massaggio delle statistiche: siamo proprio sicuri che l’inclusione della droga nel Pil sia un indicatore fedele del benessere nazionale?

L’economista Diane Coyle, che è stata consigliera del ministero del Tesoro britannico, ha pubblicato un libro sulla storia del Pil: “Gdp: A Brief But Affectionate History“. Documentato, erudito, ironico, ma anche sferzante. La Coyle ci ricorda che “non esiste una cosa reale che gli economisti misurano e chiamano Pil”. Quell’indicatore statistico è un’astrazione, un aggregato di spese dove entra di tutto: dai manicure alla produzione di trattori ai corsi di yoga. Primo consiglio della Coyle: liberiamoci dall’idea che la rilevazione del Pil sia come la misurazione del perimetro terrestre, un’operazione complessa ma scientificamente rigorosa.

Del resto il Pil è un’invenzione recente, e strumentale. Il primo a lavorarci fu l’economista americano di origine bielorussa Simon Kuznets, negli anni Trenta. La missione gli era stata affidata dal presidente Franklin Delano Roosevelt. Nel bel mezzo della Grande Depressione, Roosevelt aveva bisogno di una misura dello stato di salute dell’economia, che non fosse di tipo settoriale o aneddotico come quelle usate fino ad allora. Ma lo stesso Kuznets dopo avere “inventato” il Pil cominciò a esprimere serie riserve sulla sua validità. Nella maggior parte dei paesi sviluppati bisogna attendere gli anni Cinquanta perché il Pil entri nelle consuetudini.

Un indicatore ben più completo e utile è quello elaborato per le Nazioni Unite da Amartya Sen ed altri, lo Human Development Index (indice dello sviluppo umano): misura per esempio la qualità della salute e dell’istruzione. Perché non riesce a spodestare il Pil nel dibattito pubblico? La spiegazione che dà Sen è disarmante, o inquietante: “Il Pil misura un tipo di crescita quantitativa che ha coinciso con l’arricchimento di minoranze privilegiate. L’indice dello sviluppo umano sposterebbe l’attenzione verso attività e settori che vanno a beneficio degli altri”.

http://www.repubblica.it/economia/2014/07/06/news/il_paradosso_del_pil_in_usa_sta_frenando_ma_il_benessere_cresce_con_la_sanit_meno_cara-90824614/

 

 

Da scienza triste a fenomeno pop

Federico Rampini Economy star. Tra festival e bestseller la “scienza triste” è diventata un fenomeno pop. L’ultimo in ordine di tempo è stato Thomas Piketty, accolto in America come un idolo rock. Polemiche comprese. Gli esperti del mercato sono ormai celebrità che possono vantare cachet milionari

http://interestingpress.blogspot.it/2014/07/economy-star.html

Gli economisti più influenti del momento

http://www.superscholar.org/features/20-most-influential-living-economists/

 

 

Più Masterchef e meno surgelati

Masterchef-Vengono preferite le ricette fatte in casa e i cibi biologici. Da New York a Roma si torna ai fornelli. Per gusto, salute e risparmio. Sedotti da trasmissioni televisive culinarie come Masterchef e La prova del cuoco, italiani e americani sembrano decisi a snobbare sempre di più i piatti pronti congelati per andare a caccia di ricette in rete. Decisi a mettere le mani in pasta, la creatività ai fornelli e il pane in forno, comprando sempre più prodotti freschi a discapito dei frozen.

Lo scrive il Wall street journal , spiegando con la ricerca di buoni sapori, l’amore per il bio e uno stile di vita salutista, l’inversione di rotta nei consumi statunitensi dopo anni di boom del surgelato che ha portato a 40 chili il consumo annuale procapite di questi prodotti.

Ipotesi confermata anche dai dati italiani sul mercato del cibo sottozero. Dopo 25 anni di crescita la crisi anche qui ha cambiato le scelte a tavola: le vendite di pasti pronti sono crollate del 12 per cento, le paste semilavorate hanno visto un meno 17 per cento nel 2013. Prodotti che rappresentano una nicchia di un mercato che ci vede consumatori di 15 chili di congelati l’anno. Ma l’intero settore è comunque in calo: gli acquisti di prodotti frozen nel 2013 sono scesi del 2 per cento rispetto all’anno precedente, passando da 534.195 tonnellate di venduto a 523.951.

Se i dati sono più contenuti rispetto all’America è anche perché lì il piatto pronto dilaga. Perché è la storia, la tradizione a fare la differenza, anche a tavola. Eppure anche da noi se bisogna risparmiare non si comprano più i minestroni preconfezionati o le zuppe elaborate con ricette (meno 6 per cento rispetto al 2012) ma si fanno semplicemente in casa cercando in internet o nei libri della nonna la formula giusta che dosa spezie e sapori.

Resistono, anzi crescono gli amanti del buon cibo, conferma Vanni Codeluppi, docente di Sociologia dei consumi allo Iulm, che si confessa pessimo cuoco ma buona forchetta. «C’è evidente il bisogno di ritrovare in cucina una cultura che si è in parte persa da quando è mancata la trasmissione del sapere generazionale. Le mamme dagli anni Settanta in poi lavorano fuori e hanno poco tempo per stare ai fornelli, per questo motivo molti giovani guardano la tv e si appassionano alle serie che insegnano a farsi da mangiare. Poi tra la crisi che lascia più tempo libero e porta a tagliare i cibi più costosi (e i pasti pronti lo sono), e la voglia crescente di cibo naturale e biologico, i prodotti congelati a volte perdono terreno perché il sottozero viene vissuto come industriale nonostante sia di ottima qualità». ….

 

Repubblica – 28 giugno 2014

http://www.sivempveneto.it/vedi-tutte/22424-il-tramonto-dei-surgelati-espulsi-dal-freezer-per-colpa-degli-chef-in-tv-calano-le-vendite-crollano-quelle-di-piatti-pronti-e-focacce

 

La deflazione rende pesanti i debiti

deflazione-intro[1]– Alle undici esatte di ieri mattina, 30 giugno, è uscito sugli schermi degli operatori il dato dell’inflazione. L’Istat fa sapere che è scesa allo 0,3% annuo, mai così giù da quando nel 2009 l’economia globale era paralizzata dallo shock di Lehman. In quel momento il principale indice di Piazza Affari stava salendo da circa mezz’ora ma ha subito invertito la rotta perdendo lo 0,8%.

È stata una lunga caduta fino alle 13.09: anche la Borsa ha paura della gelata sui prezzi. Mai prima in questa lunga crisi i mercati avevano reagito tanto ai numeri d’inflazione, né mai lo avevano fatto così. Che succeda ora, segnala che questa è la storia che seguono e la fonte dei loro timori. Perchè più si riduce l’inflazione, più cresce il peso reale dei debiti pubblici e privati.

Scrive Federico Fubini sulla Repubblica:

Quando l’inflazione scende a zero, schiaccia i debitori che non l’avevano messo in conto quando hanno assunto i loro oneri. Solo negli ultimi quattro anni il governo italiano ha emesso titoli per oltre 1.500 miliardi di euro, offrendo tassi d’interesse che davano per scontato un carovita ben più alto di quelli di oggi. I due aspetti, tassi e prezzi dei beni al supermarket, sono legati. Poiché l’inflazione deprezza il potere d’acquisto del denaro, riduce il valore reale di un debito quando questo va rimborsato a scadenza. Il carovita erode anche il tasso d’interesse reale che un debitore paga ogni anno. E dà una mano al governo anche in un terzo modo, determinante ai fini del Fiscal Compact e delle regole europee di finanza pubblica: dato che inflazione aumenta il prodotto interno lordo espresso in numero di euro — benché non in valore reale — aiuta anche a limare la proporzione fra debito e Pil.

Tutto questo spiega la sterzata della Borsa di ieri alle 11, perché con gli aumenti dei prezzi vicini a zero i debiti in Italia stanno diventando più pesanti rispetto alla taglia dell’economia. Non doveva andare così. Come gli altri Paesi europei, l’Italia si è impegnata nel Fiscal Compact alla riduzione del rapporto debito- Pil sulla base di uno scenario del tutto diverso. L’obiettivo dell’area euro che la Bce si è assegnata sarebbe un’inflazione «vicina ma sotto al 2%». In giugno invece ha viaggiato allo 0,3% in Italia e allo 0,5% in zona euro e per ora è difficile che cambi molto: giorni fa Unicredit ha definito le recenti misure prese dell’Eurotower per sospingere i prezzi «di aiuto ma non tali da fare la differenza».

Osservare le regole europee sul debito in queste condizioni comporta uno sforzo completamente diverso dal farlo nel caso in cui anche l’obiettivo d’inflazione fosse rispettato. Ora è difficile e le manovre dovrebbero essere più pesanti. Paolo Manasse dell’Università di Bologna ha fatto i conti, sulla base delle proiezioni di crescita del Fondo monetario. Con questa inflazione, solo per stabilizzare il debito al 135% del Pil l’Italia dovrebbe arrivare a un surplus di bilancio di oltre il 3% prima di pagare gli interessi. Ciò comporta una manovra di più tasse o tagli per circa 17 miliardi in più sul 2015 e poi nessun allentamento del rigore negli anni seguenti. In altri termini, con l’inflazione quasi zero il rispetto del Fiscal Compact richiede sacrifici che gli elettori ormai rifiutano.

C’è una sola via d’uscita, indicata da Mario Draghi. Il presidente della Bce non esclude in futuro di creare moneta, immetterla con massicci interventi sui mercati e generare così un po’ inflazione. Per farlo l’Eurotower dovrebbe comprare anche titoli di Stato italiani, ma c’è una difficoltà: va convinta la Bundesbank che investire in Btp non è pericoloso perché verranno rimborsati senza default. Ma se Roma continua a dare l’impressione che non vuole rispettare i vincoli di bilancio Ue, o se il vicepremier Graziano Del Rio non esclude più scenari greci o argentini, la strada si fa in salita. Più il governo protesta in Europa, più paralizza le mosse di Mario Draghi (…)

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LA DEFLAZIONE

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