Da scienza triste a fenomeno pop

Federico Rampini Economy star. Tra festival e bestseller la “scienza triste” è diventata un fenomeno pop. L’ultimo in ordine di tempo è stato Thomas Piketty, accolto in America come un idolo rock. Polemiche comprese. Gli esperti del mercato sono ormai celebrità che possono vantare cachet milionari

http://interestingpress.blogspot.it/2014/07/economy-star.html

Gli economisti più influenti del momento

http://www.superscholar.org/features/20-most-influential-living-economists/

 

 

Più Masterchef e meno surgelati

Masterchef-Vengono preferite le ricette fatte in casa e i cibi biologici. Da New York a Roma si torna ai fornelli. Per gusto, salute e risparmio. Sedotti da trasmissioni televisive culinarie come Masterchef e La prova del cuoco, italiani e americani sembrano decisi a snobbare sempre di più i piatti pronti congelati per andare a caccia di ricette in rete. Decisi a mettere le mani in pasta, la creatività ai fornelli e il pane in forno, comprando sempre più prodotti freschi a discapito dei frozen.

Lo scrive il Wall street journal , spiegando con la ricerca di buoni sapori, l’amore per il bio e uno stile di vita salutista, l’inversione di rotta nei consumi statunitensi dopo anni di boom del surgelato che ha portato a 40 chili il consumo annuale procapite di questi prodotti.

Ipotesi confermata anche dai dati italiani sul mercato del cibo sottozero. Dopo 25 anni di crescita la crisi anche qui ha cambiato le scelte a tavola: le vendite di pasti pronti sono crollate del 12 per cento, le paste semilavorate hanno visto un meno 17 per cento nel 2013. Prodotti che rappresentano una nicchia di un mercato che ci vede consumatori di 15 chili di congelati l’anno. Ma l’intero settore è comunque in calo: gli acquisti di prodotti frozen nel 2013 sono scesi del 2 per cento rispetto all’anno precedente, passando da 534.195 tonnellate di venduto a 523.951.

Se i dati sono più contenuti rispetto all’America è anche perché lì il piatto pronto dilaga. Perché è la storia, la tradizione a fare la differenza, anche a tavola. Eppure anche da noi se bisogna risparmiare non si comprano più i minestroni preconfezionati o le zuppe elaborate con ricette (meno 6 per cento rispetto al 2012) ma si fanno semplicemente in casa cercando in internet o nei libri della nonna la formula giusta che dosa spezie e sapori.

Resistono, anzi crescono gli amanti del buon cibo, conferma Vanni Codeluppi, docente di Sociologia dei consumi allo Iulm, che si confessa pessimo cuoco ma buona forchetta. «C’è evidente il bisogno di ritrovare in cucina una cultura che si è in parte persa da quando è mancata la trasmissione del sapere generazionale. Le mamme dagli anni Settanta in poi lavorano fuori e hanno poco tempo per stare ai fornelli, per questo motivo molti giovani guardano la tv e si appassionano alle serie che insegnano a farsi da mangiare. Poi tra la crisi che lascia più tempo libero e porta a tagliare i cibi più costosi (e i pasti pronti lo sono), e la voglia crescente di cibo naturale e biologico, i prodotti congelati a volte perdono terreno perché il sottozero viene vissuto come industriale nonostante sia di ottima qualità». ….

 

Repubblica – 28 giugno 2014

http://www.sivempveneto.it/vedi-tutte/22424-il-tramonto-dei-surgelati-espulsi-dal-freezer-per-colpa-degli-chef-in-tv-calano-le-vendite-crollano-quelle-di-piatti-pronti-e-focacce

 

La deflazione rende pesanti i debiti

deflazione-intro[1]– Alle undici esatte di ieri mattina, 30 giugno, è uscito sugli schermi degli operatori il dato dell’inflazione. L’Istat fa sapere che è scesa allo 0,3% annuo, mai così giù da quando nel 2009 l’economia globale era paralizzata dallo shock di Lehman. In quel momento il principale indice di Piazza Affari stava salendo da circa mezz’ora ma ha subito invertito la rotta perdendo lo 0,8%.

È stata una lunga caduta fino alle 13.09: anche la Borsa ha paura della gelata sui prezzi. Mai prima in questa lunga crisi i mercati avevano reagito tanto ai numeri d’inflazione, né mai lo avevano fatto così. Che succeda ora, segnala che questa è la storia che seguono e la fonte dei loro timori. Perchè più si riduce l’inflazione, più cresce il peso reale dei debiti pubblici e privati.

Scrive Federico Fubini sulla Repubblica:

Quando l’inflazione scende a zero, schiaccia i debitori che non l’avevano messo in conto quando hanno assunto i loro oneri. Solo negli ultimi quattro anni il governo italiano ha emesso titoli per oltre 1.500 miliardi di euro, offrendo tassi d’interesse che davano per scontato un carovita ben più alto di quelli di oggi. I due aspetti, tassi e prezzi dei beni al supermarket, sono legati. Poiché l’inflazione deprezza il potere d’acquisto del denaro, riduce il valore reale di un debito quando questo va rimborsato a scadenza. Il carovita erode anche il tasso d’interesse reale che un debitore paga ogni anno. E dà una mano al governo anche in un terzo modo, determinante ai fini del Fiscal Compact e delle regole europee di finanza pubblica: dato che inflazione aumenta il prodotto interno lordo espresso in numero di euro — benché non in valore reale — aiuta anche a limare la proporzione fra debito e Pil.

Tutto questo spiega la sterzata della Borsa di ieri alle 11, perché con gli aumenti dei prezzi vicini a zero i debiti in Italia stanno diventando più pesanti rispetto alla taglia dell’economia. Non doveva andare così. Come gli altri Paesi europei, l’Italia si è impegnata nel Fiscal Compact alla riduzione del rapporto debito- Pil sulla base di uno scenario del tutto diverso. L’obiettivo dell’area euro che la Bce si è assegnata sarebbe un’inflazione «vicina ma sotto al 2%». In giugno invece ha viaggiato allo 0,3% in Italia e allo 0,5% in zona euro e per ora è difficile che cambi molto: giorni fa Unicredit ha definito le recenti misure prese dell’Eurotower per sospingere i prezzi «di aiuto ma non tali da fare la differenza».

Osservare le regole europee sul debito in queste condizioni comporta uno sforzo completamente diverso dal farlo nel caso in cui anche l’obiettivo d’inflazione fosse rispettato. Ora è difficile e le manovre dovrebbero essere più pesanti. Paolo Manasse dell’Università di Bologna ha fatto i conti, sulla base delle proiezioni di crescita del Fondo monetario. Con questa inflazione, solo per stabilizzare il debito al 135% del Pil l’Italia dovrebbe arrivare a un surplus di bilancio di oltre il 3% prima di pagare gli interessi. Ciò comporta una manovra di più tasse o tagli per circa 17 miliardi in più sul 2015 e poi nessun allentamento del rigore negli anni seguenti. In altri termini, con l’inflazione quasi zero il rispetto del Fiscal Compact richiede sacrifici che gli elettori ormai rifiutano.

C’è una sola via d’uscita, indicata da Mario Draghi. Il presidente della Bce non esclude in futuro di creare moneta, immetterla con massicci interventi sui mercati e generare così un po’ inflazione. Per farlo l’Eurotower dovrebbe comprare anche titoli di Stato italiani, ma c’è una difficoltà: va convinta la Bundesbank che investire in Btp non è pericoloso perché verranno rimborsati senza default. Ma se Roma continua a dare l’impressione che non vuole rispettare i vincoli di bilancio Ue, o se il vicepremier Graziano Del Rio non esclude più scenari greci o argentini, la strada si fa in salita. Più il governo protesta in Europa, più paralizza le mosse di Mario Draghi (…)

http://www.blitzquotidiano.it/rassegna-stampa/inflazione-17-miliardi-in-piu-allanno-per-stabilizzare-debito-1915089/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29

 

LA DEFLAZIONE

http://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/deflazione-210.htm