Sovranità e disunione europea

sovrIN UNA sua recente sortita Draghi ha affermato che i paesi come l’Italia non in condizione di attuare con tempestività e rigore le necessarie riforme dovrebbero rendersi disponibili a cedere una parte della loro “sovranità”. Tanto è bastato per suscitare la ferma reazione di Renzi, al quale la prospettiva del ripetersi della lezione impartita alla Grecia dalla troika fa rizzare i capelli in testa. Nei suoi termini più generali la sovranità è l’attributo di un organo decisionale che “sta sopra”, in grado di esercitare un potere supremo sulle varie componenti della sottostante società, dando e persino imponendo ad esse le regole atte ordinarne i modi di essere e di agire. L’intima vocazione della sovranità è di stabilire un’efficace gerarchia di comando, riconosciuta e dotata di una sua legittimazione, sui “poteri particolaristici”.

Tra il Cinque e il Settecento la sovranità ebbe il suo punto di forza nell’assolutismo dei monarchi legittimato da Dio; con le rivoluzioni americana e francese negli Stati liberali e liberaldemocratici la sua legittimazione venne fatta poggiare sul popolo che praticamente la delegava ai suoi rappresentanti nei parlamenti; negli Stati totalitari novecenteschi è stata riposta nella volontà plebiscitaria incarnata nei partiti unici, nelle oligarchie dominanti e nei loro capi supremi. Atti esemplari di imposizione di sovranità furono messi in atto in America da Lincoln quando pose fine alla rivendicazione del Sud secondo cui la sovranità dei singoli Stati era preordinata e superiore a quella dell’Unione; in Giappone nel 1860 con la rivoluzione Meiji; in Russia con lo scioglimento nel 1918 dell’Assemblea costituente da parte del partito bolscevico; in Germania con l’assunzione del potere totale ad opera di Hitler nel 1933.

Tipici Stati sovrani erano le grandi potenze del passato che rivendicavano il diritto, avendo la forza per farlo valere, di decidere in autonomia nei territori soggetti al loro ordinamento giuridico in tema di politica interna, politica economica e politica estera. La sovranità assoluta è ormai storia del passato, e il suo stesso concetto nei paesi liberaldemocratici è andato incontro al tramonto in seguito per un verso al rafforzarsi degli istituti del diritto internazionale e per l’altro al moltiplicarsi e rafforzarsi di una variegata rete di poteri. Nondimeno quote significative di sovranità continuano a esistere in paesi democratici e non democratici come in primo luogo l’Unione americana, la Russia, l’India e la Cina. Orbene, che cos’è l’Unione Europea? Si chiama Unione ma non è propriamente una Unione. Non una confederazione ma neppure una federazione. Non ha un governo politico comune; l’euro è la moneta di una parte soltanto dei suoi membri; ha una Banca centrale, ma priva dei poteri forti di cui è dotata la Federal Reserve americana; la sua politica estera resta in prima istanza nelle mani dei governi nazionali; di un esercito europeo neppure si parla. La sua legittimazione è andata a mano a mano affievolendosi, come mostrato dal sorgere di movimenti e partiti molti dei quali più che euroscettici sono decisamente nemici dell’Unione, dalle diffuse aspre contestazioni nei confronti delle tecno-burocrazie di Bruxelles, dalla minaccia della fuoriuscita addirittura di un paese dell’importanza del Regno Unito, dalle avversioni per il potenziarsi dell’egemonia della Germania. Nell’Unione è un cercare incessante di faticosi compromessi tra Bruxelles e i singoli Stati, tra Stati e Stati. In essa regna una malfunzionante “poliarchia”, sicché i richiami alla sovranità da una parte e dall’altra risultano essenzialmente sfoghi retorici. Quando nell’Unione si fanno sentire zampate di sovranità queste vengono semmai dalle oligarchie industriali e finanziarie che dominano il mercato globalizzato e trovano nell’Europa debole un ventre più molle che nei maggiori paesi dell’America e dell’Asia.

Le rivendicazioni di sovranità vuoi da parte degli organi dell’Unione nei confronti di Stati membri, vuoi di questi nei confronti di quelli e vuoi dei movimenti che contro l’Unione invocano la restituzione della sovranità ai singoli Stati sono in effetti assai significative: sono lo specchio parlante di un assetto istituzionale e politico ancora così malcostruito da apparire non a caso traballante. L’Unione Europea, quantomai lontana dal diventare “Stati Uniti d’Europa”, si presenta piuttosto come “Stati Disuniti d’Europa”. Tutto dice che, se pure l’idea e la pratica di un centro di sovranità forte secondo i canoni europei d’un tempo non sono pensabili, nondimeno il consolidarsi di una gerarchia di poteri definiti e legittimati è indispensabile all’Unione per superare il pantano creato della defatigante contrattazione generale e permanente che è sotto i nostri occhi.

M.L. Salvadori

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/08/23/sovranita-e-disunione-europea30.html?rss

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