Come va la disoccupazione?

È un record triste che si aggiorna ogni mese, anche se – ad agosto – va inquadrato in un panorama complessivo che mostra timidi segni di miglioramento. Il tasso di disoccupazione dei giovani ha sfondato quota 44,2%, in aumento di un punto percentuale sul mese precedente e di 3,6 punti rispetto all’anno scorso.

Se i ragazzi sotto i venticinque anni continuano a soffrire, la fotografia mensile dell’Istat mostra però spiragli a livello complessivo: il tasso di disoccupazione è del 12,3%, in calo di 0,3 punti percentuali rispetto a luglio e di 0,1 punti percentuali nei dodici mesi. « …

Il numero di chi ha un posto è sostanzialmente stabile: 22 milioni 380 mila, in aumento dello 0,1% rispetto al mese precedente (+32 mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, cresce di 0,1 punti percentuali sia in termini congiunturali sia rispetto a dodici mesi prima.

Il prezzo più alto, come detto, continua ad essere pagato dai giovani: secondo le rilevazioni dell’istituto di statistica ad agosto risultavano occupati 895mila ragazzi tra i 15 e i 24 anni, in diminuzione del 3,6% rispetto al mese precedente (-33 mila) e del 9% su base annua (-88 mila). Il tasso di occupazione giovanile, pari al 15%, diminuisce di 0,5 punti percentuali su luglio e di 1,4 punti nei dodici mesi.

http://www.lastampa.it/2014/09/30/economia/lavoro/ad-agosto-la-disoccupazione-in-discesa-ma-tra-i-giovani-continua-a-correre-O9UGn36E1bKjelF0r7tGBP/pagina.html

 

Ue contro le etichette a semaforo

Arriva sul tavolo della Commissione Ue la proposta di inviare a Londra una lettera di messa in mora (formal notice) per le etichette «a semaforo» che da un anno segnano gli alimenti venduti nei supermercati delle isole britanniche. La decisione è stata presa dai capi di gabinetto dell’esecutivo ieri pomeriggio. La formalizzazione è attesa stamane nella riunione del collegio. Per l’Italia è la prima vittoria in (ancora) una lunga battaglia per la difesa delle prerogative della sua industria alimentare, e non solo di questa.

 

Nel mirino la raccomandazione del Dipartimento nazionale della Salute inglese che, puntando alla lotta all’obesità, ha suggerito alla grande distribuzione di marchiare con un bollino rosso, giallo o verde i prodotti a seconda del contenuto di sale, zuccheri e grassi. La valutazione non è mediata, al punto da sconsigliare il parmigiano e promuovere le bibite gasate. Bruxelles trova la mossa discriminante perché scoraggia certi acquisti, penalizza l’industria e distorce il funzionamento del mercato interno. 

 

In gennaio era stata aperta una procedura pilota – una sorta di pre-istruttoria – in cui si sollevavano dubbi e si domandavano chiarimenti ai britannici. Era il punto d’arrivo di un’azione pressante della diplomazia italiana a Bruxelles che, a partire dall’autunno 2013, aveva posto la questione all’attenzione di tutti consigli dei ministri competenti, dall’agricoltura alle politiche europee. Londra aveva denunciato «malintesi», sostenendo che l’etichetta «è volontaria, non stigmatizza i prodotti “buoni” o “cattivi”, ma vuole aiutare i consumatori a identificare ciò che è adatto a un buon regime alimentare».

 

La lettera di messa in mora dovrebbe partire giovedì. Sarebbe lo stadio iniziale della procedura contro il Regno Unito, al quale sarebbe dato del tempo per adeguarsi, pena il proseguimento dell’azione che potrebbe portarlo in corte di Giustizia.

 

Fonti italiane stimano che per la dieta mediterranea l’etichetta a semaforo è una minaccia da 6/700 milioni di potenziali perdite. Uno studio ha dimostrato che oltre la metà dei consumatori rispettano il messaggio letto sulla confezione, dunque se vedono “rosso” finiscono per non comprare, senza tener conto che l’effetto non è assoluto, ma dipende dalle quantità consumate. ne Consegue che c’è lo stop per il San Daniele (grassi oltre il 17,5% e sale oltre l’1,5) e per quasi tutti i formaggi, dolci, sughi, tortellini, biscotti, per non parlare di culatello e Nutella. Passa invece la Red Bull, perché non ha zuccheri e gli aromatizzanti non contano. Buona, va bene. Ma che sia in assoluto «verde» lei e «rosso» il latte è una cosa che fa davvero pensare.

http://www.lastampa.it/2014/09/30/economia/via-il-semaforo-dalle-etichette-dei-cibi-inglesi-lue-pensa-a-una-procedura-contro-londra-6bkGA7x0IA9Idgvtn1ZlJJ/pagina.html

Cognome a scelta

mammmCade l’obbligo del cognome paterno: per quello dei figli arriva la libertà di scelta. L’Aula della Camera ha approvato a voto segreto (239 sì. 92 no e 69 astenuti) il testo unico che introduce il doppio cognome nell’ordinamento italiano, adeguandolo in materia alla sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo dello scorso 7 gennaio aveva condannato l’Italia per violazione dei diritti umani.

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Ecco, in sintesi, le novità introdotte dal testo unico, che ora approda a Palazzo Madama.

– LIBERTÀ DI SCELTA Piena libertà nell’attribuire il cognome. Alla nascita il figlio potrà avere il cognome del padre o della madre o i due cognomi, secondo quanto decidono insieme i genitori. Se però non vi è accordo, il figlio avrà il cognome di entrambi in ordine alfabetico. Stessa regola per i figli nati fuori del matrimonio e riconosciuti dai due genitori. Ma in caso di riconoscimento tardivo da parte di un genitore, il cognome si aggiunge solo se vi è il consenso dell’altro genitore e dello stesso minore (se però ha almeno 14 anni).

– FIGLI ADOTTIVI Il principio della libertà di scelta, con qualche aggiustamento, vale anche per i figli adottati. Il cognome (uno soltanto) da anteporre a quello originario è deciso concordemente dai coniugi, ma se manca l’accordo si segue l’ordine alfabetico.

– TRASMISSIBILITÀ DEL COGNOME Chi ha due cognomi può trasmetterne al figlio soltanto uno, a sua scelta.

– COGNOME DEL MAGGIORENNE. Il maggiorenne che ha il solo cognome paterno o materno, con una semplice dichiarazione all’ufficiale di stato civile, può aggiungere il cognome dell’altro genitore. Se però nato fuori del matrimonio, non può prendere il cognome del genitore che non l’ha riconosciuto.

– ENTRATA IN VIGORE DIFFERITA. Le nuove norme non saranno immediatamente operative. L’applicazione è infatti subordinata all’entrata in vigore del regolamento (il governo dovrà adottarlo al massimo entro un anno) che deve adeguare l’ordinamento dello stato civile. Nell’attesa del regolamento, sarà però possibile (se entrambi i genitori acconsentono) aggiungere il cognome materno.

 

http://www.lastampa.it/2014/09/25/italia/politica/addio-allobbligo-di-cognome-paterno-primo-s-hBJ4VQpcK8r7KWAdyweWPI/pagina.htm

10 EURO con selfie

Da martedì 23 settembre entra in circolazione la nuova banconota da 10 euro della serie “Europa”. Il nuovo biglietto, così come quello da 5 euro, è stato modificato per renderne più difficile la contraffazione. Tra le novità le bande in rilievo ai lati del biglietto e il ritratto di Europa, figura della mitologia greca, che compare nell’ologramma e nella filigrana. La banconota è inoltre dotata di un numero dal colore cangiante tra il verde e il blu, in base all’inclinazione del biglietto rispetto alla luce. Per informare i cittadini europei dell’introduzione della nuova banconota, la Bce ha lanciato un concorso: dalle 11 del 23 settembre alla mezzanote del 30 novembre, pubblicato su Twitter o Instagram un proprio selfie con la nuova banconota, accompagnato dall’hashtag #mynew10, si potrà vincere un iPad.

http://www.lastampa.it/2014/09/22/multimedia/italia/ecco-le-banconote-da-euro-nuove-di-zecca-NsLNNp3wUCNqTJOIjNMLHO/pagina.html

Lego numero uno

LEGLEGCopenaghen – Ma chi l’ha detto che la vecchia Europa perde sempre nella gara di competitività efficienza e successo economici e finanziari contro gli Stati Uniti o nuove superpotenze come la Cina? A volte è vero il contrario. Se non ci credete, fate un attimo attenzione a questa success story, la storia di Lego, il colosso danese dei mattoncini da costruzione in plastica dura. Lego, che è tuttora un’azienda di famiglia, e che all’inizio del nuovo secolo accumulava perdite con conti in rosso anno dopo anno, si vedeva negati nuovi crediti dalle sue banche di fiducia e sembrava un’azienda condannata al declino, è tornata alla grande. Per l’esattezza, è diventata il numero uno mondiale nel comparto dei giocattoli. Sorpassando appunto due giganti americani, cioè Mattel, quella famosa per la bambola sexy Barbie, il suo boyfriend Ken e le loro amiche e amici, e Hasbro, che ha l’esclusiva mondiale del Monopoli, il più famoso e comprato gioco da tavolo del mondo. Kjeld Kirk Kristiansen, nipote del fondatore dell’azienda – quello Ole Kirk Kristiansen che cominciò tutto nel 1932 aprendo nel tranquillo villaggio di Billund una ditta di costruzioni-giocattolo con mattoncini ancora in legno – è oggi il più ricco cittadino del piccolo, prospero regno di Danimarca. Il nome è rimasto uguale, ovviamente, è il marchio: Lego, molti ormai lo sanno, è un’abbreviazione delle parole danesi “leg godt”, cioè “gioca bene”. E siccome parliamo di un’azienda familiare, ricchissimi sono anche i suoi figli, Sofie, Thomas e Agnethe che possiedono il 37 per cento dell’azienda, cioè circa 5,3 miliardi di dollari. Il patrimonio personale di papà è stimato a 5,9 miliardi.

Ma veniamo a cifre più essenziali: rinunciando all’errore che compiono molte aziende (nel comparto giocattoli e in altre branche dell’economia) di diversificarsi troppo, Lego ha rinnovato e continua a rinnovare i prodotti essenziali, cioè i mattoncini. Ha lanciato un primo film i cui eroi e antieroi sono figure di mattoncini. Ha aperto la prima fabbrica in Cina. E possiede ormai cinque Legoland – i parchi da divertimento per famiglie dedicati ai personaggi in mattoncini – in Europa, America e Asia. Con altre che probabilmente verranno. ………

E intanto la piccola Billund, senza nulla perdere delle tradizioni e del suo centro storico, né delle campagne circostanti con le pittoresche case contadine con lo spesso tetto in paglia, è diventata una città modernissima, location d’investimenti. Accanto all’azienda (e alla più grande e antica tra le cinque Legoland, visitata da tutta Europa con famiglie che vi arrivano anche in volo). L’aeroporto è diventato il secondo del regno dopo l’enorme Copenhagen- Kastrup, quello che insieme a Stoccolma-Arlanda è uno dei due hub della compagnia scandinava Sas. La Sas stessa, i suoi consociati di Star alliance (capofila Lufthansa) e i low cost fanno a gara per rotte e orari di decollo e atterraggio. Ma qual è il segreto del successo? Probabilmente la scelta. “Barbie si è ingelosita”, titolavano molti notiziari anglosassoni pochi giorni fa. Probabilmente, la bambola dalle misure d’attrice hollywoodiana d’un tempo, il suo aitante Ken, e il loro mondo da fiabe tra cavalli chiomati, case di sogno e auto-camper rosa, sono troppo simbolo del vecchio sogno americano del dopoguerra. Fanno giocare non solo più le bambine che non i ragazzi, bensì fanno giocare in un mondo troppo irreale. Lego punta alla fantasia di tutti: bimbe e bimbi, adolescenti, adulti. Ha anche una linea di produzione di mattoncini per vecchi clienti, ormai 40enni o pensionati. E insegue i nuovi miti e idoli dell’infanzia e dell’adolescenza dei nostri giorni. Aveva cominciato anni fa con la popolarissima serie di kit dedicati a Guerre stellari, con Anakin, Luke, Han Solo e gli altri, le loro astronavi e mezzi fantastici, e i cattivi. Poi sono venute le serie di confezioni dedicate al maghetto Harry Potter e ai suoi amici, e ancora dopo quelle che ti portano a costruire in piccolo il mondo del Signore degli anelli, la saga di Tolkien divenuta serie di film di successo girata in Nuova Zelanda. Infine il film-Lego, con l’eroe Emmet che con i suoi cannoni laser lotta contro malvagi tiranni di fantascienza. Negli States, è uno dei quattro cartoni animati che ha realizzato i maggiori incassi in assoluto da quando il cinema esiste. “Stiamo crescendo in modo bilanciato in tutto il mondo”, afferma John Goodwin, responsabile finanziario di Lego, “abbiamo una crescita a due cifre sia in America, sia in Europa, sia in Asia”. Come numero uno del settore, Lego controlla il 65 per cento dei giocattoli di costruzioni a livello mondiale. Fantasia, ma anche gestione con i piedi per terra, sembrano le ricette del signor Kristiansen, che egli domani passerà in eredità ai figli. “Mio nonno e mio padre m’insegnarono come prima cosa il precetto di non essere mai stravagante”, usa dire. E infatti la più ricca famiglia di Danimarca vive nello stile più semplice possibile. Siamo nella moderna Scandinavia, non nella Russia aggressiva degli oligarchi ad appena due ore di volo da Billund. ……

Andrea Tarquini
Affari &finanza 22 settembre 2014
 http://www.repubblica.it/economia/affari-efinanza/2014/09/22/news/lego_la_volata_vincente_sulla_mattel_una_leadership_costruita_a_mattoncini-96368335/
LEGO
LEGOLAND – BILLUND
BILLUND
The LEGO® Movie

Così rinasce il sogno dell’integrazione europea

eueuCOS’È esattamente l’Europa? L’Europa non è una condizione fissa, non è un’unità territoriale, non è uno stato e neppure una nazione. Di fatto, l'”Europa” non esiste, esiste l’europeizzazione, una metamorfosi, un processo di trasformazioni in corso. Sebbene il processo di europeizzazione  –  la “realizzazione di un’unione sempre più stretta dei popoli d’Europa”, come cita il trattato dell’Unione  –  sia stato intenzionale, le sue conseguenze istituzionali e materiali sono state fortuite. Il fatto sorprendente è che il processo di integrazione non ha seguito alcun piano generale.

Al contrario: l’obiettivo è stato volutamente lasciato aperto. L’europeizzazione “funziona” nella modalità specifica di improvvisazione istituzionalizzata. Per lungo tempo è sembrato che questa politica di effetti collaterali avesse un enorme vantaggio: il colosso dell’europeizzazione andava avanti implacabilmente, sembrava non avere bisogno di un programma politico indipendente o di una legittimazione politica.

Lo sviluppo dell’Ue può avvenire attraverso la cooperazione transnazionale di élite con propri criteri di razionalità, per lo più indipendenti da interessi, convinzioni politiche e pubblici nazionali. Questa interpretazione di “governance tecnocratica” è in relazione inversa con la dimensione politica. Il quadro dei trattati europei esercita una “meta-politica” che altera le regole del gioco della politica nazionale attraverso l’entrata in campo furtiva degli effetti collaterali.

L’europeizzazione non significa la scomparsa degli Stati nazionali, bensì la metamorfosi dello stato-nazione. Ispirandosi alla legge europea, la differenza amico- nemico è stata istituzionalmente sostituita da un’architettura cosmopolita di cooperazione tra Stati, creando, nel mondo a rischio del ventunesimo secolo, un nuovo livello di potere contrattuale e alcune leve per controllare i rischi globali e il potere economico.

L’europeizzazione è un processo di creazione di istituzioni che, per sua natura, è “cosmopolita“. Perché è così? Perché non è uno Stato federale (modello na- zionale). L’europeizzazione mette in comune la sovranità e la decentra anche ai governi locali-regionali. Questi stati europei cosmopolizzati inoltre subappaltano la sovranità anche alle istituzioni internazionali come la Nato, il Fondo monetario internazionale o il G7.

Qual è stata, allora, la motivazione che ha spinto a trasformare il progetto dell’Ue da carattere nazionale a un carattere cosmopolita? La mia risposta è: l’incentivo e la carica per questa metamorfosi sono comparsi con lo shock antropologico causato dagli orrori della seconda guerra mondiale. Da questa situazione sono emersi un orizzonte normativo e un imperativo: l’etica politica del “Mai più”  –  mai più Olocausto!

L’idea di base è che lo shock universale davanti alla violazione dei principi etici dell’umanità crei un orizzonte normativo di aspettative, che sfida l’ordine esistente delle cose dall’interno. “Mai più Olocausto!” implica un’intesa di giustizia e legge  –  l’obbligo di cambiare le istituzioni nazionali e gli atteggiamenti esistenti.
C’è un movimento rivoluzionario che sta scuotendo l’Unione europea nel contesto della crisi dell’euro. Non si tratta di un movimento pro-europeista, bensì anti- europeista.

Per riuscire a comprendere come si muovono i sentimenti anti-europeisti bisogna fare una grande differenziazione. Ci deve essere una chiara distinzione tra l’accettazione e l’uso dell’europeizzazione nella vita quotidiana e il sostegno politico all’Ue. Per chi vive una vita fortemente europeizzata, in particolare, l’Ue è politicamente molto controversa.

C’è questo paradosso: lo scetticismo nei confronti dell’Ue aumenta di pari passo con l’apprezzamento di una vita quotidiana europea. Ad esempio, i danesi e gli inglesi sono entrambi europeizzati nelle loro pratiche quotidiane ed euroscettici, se non addirittura anti-europeisti, come elettori.

Come può l’Europa superare questa crisi di convivenza? Una larga parte degli euro-critici e degli anti-europeisti che stanno alzando la voce in questo periodo sono prigionieri di una nostalgia nazionale obsoleta.
Ci serve una visione cosmopolita per capire il tipo di disperazione che ribolle sotto la superficie degli ambienti delle periferie europee e che sta tracimando in entusiasmo per la protesta antieuropeista.

Tutte le nazioni si trovano a dovere affrontare un nuovo pluralismo culturale, non solo come conseguenza della migrazione, ma anche della comunicazione in Internet, del cambiamento climatico, della crisi dell’euro e delle minacce digitali alla libertà. Persone delle più diverse estrazioni, con lingue diverse, concezioni di valore diverse e religioni diverse, vivono e lavorano insieme fianco a fianco, cercano di inserirsi negli stessi sistemi giuridici e politici, e i loro figli frequentano le stesse scuole.

Non dovremmo quindi pensare solo a “un’altra Europa”, dobbiamo pensare anche al prossimo passo dell’europeizzazione: al modo in cui le nazioni europee subiscono la metamorfosi da una concezione di carattere nazionale etnico a una concezione cosmopolita. Questa europeizzazione cosmopolita non è un ostacolo alla sovranità nazionale.

È esattamente il contrario, poiché include il cambiamento della sovranità degli stati nazionali europei dal livello nazionale a quello cosmopolita. L’europeizzazione non deve minacciare il carattere nazionale, è parte di ciò che fa aprire le nazioni al mondo, rendendole cooperative, appetibili e potenti, in un era di rischi globali.

Se l’Europa vuole superare le sue crisi di coesistenza, secondo un’altra tesi, deve riscoprire e rinvigorire la sua identità nelle grandi opere, nei monumenti e nei paesaggi della cultura europea. “Dalle coste dell’Africa dove sono nato”, scriveva Albert Camus, “si vede meglio il volto dell’Europa. E si sa che non è bello”.

Per Camus, ammiratore di Nietzsche, la bellezza è un criterio di verità e di vita felice. Ed è radicata nella cultura mediterranea. La storia ha logorato molte cose  –  l’idea della nazione, l’astuzia della ragione, la speranza nel potere liberatorio della razionalità e il mercato; perfino l’idea di progresso è diventata la fonte dell’apocalisse.
Ciò evoca l’immagine di una piacevole Europa delle Regioni che vale la pena vivere.

Il legame apparentemente necessario tra lo Stato, l’identità nazionale e una lingua unica verrebbe cancellato. L’Unione, gli Stati membri e le loro regioni si occupano del benessere dei cittadini a diversi livelli. Essi prestano ai cittadini, da un lato, una voce nel mondo globalizzato, dando loro, dall’altro, un senso di sicurezza regionale e di identità. La democrazia quindi sta diventando una realtà a più livelli.

Che cosa potrebbe riconciliare, dunque, gli europei anti-europeisti con l’idea di europeizzazione? L’anti-centralismo  –  l’antiideologia che è priva di nostalgia etnico-nazionale. La svolta e il ritorno alla bellezza delle regioni che, allo stesso tempo, sono anche globalizzate, come métissage culturale, incontro tra diverse culture. E la città come attore europeo cosmopolita! La libertà è nell’aria della città.

Se si guarda il panorama politico, si vedrà che le città sono isole rosso-verdi nel mare nero del conservatorismo nazionale. Perciò non dovremmo cercare solo gli Stati Uniti d’Europa, ma anche le Città Unite d’Europa  –  per un’Europa multicentrica e per la democrazia europea.

di ULRICH BECK

(20 settembre 2014)

http://www.repubblica.it/dal-quotidiano/r2/2014/09/20/news/citt_unite_d_europa_cos_rinasce_il_sogno_dell_integrazione-96210783/

La Scozia non se ne va

Lrefereea Scozia ha detto no all’indipendenza, e lo ha fatto in maniera decisa, al termine di uno storico referendum che ha spaccato la nazione e tenuto la Gran Bretagna e l’Europa con il fiato sospeso: 55.3% agli unionisti contro il 44.7% degli indipendentisti. 

………….

RECORD DI AFFLUENZA ALLE URNE

A scrutinio concluso il no ha preso oltre due milioni di voti contro un milione e seicentomila preferenze per il sì. Il voto ha anche fatto registrare record di affluenza per la Scozia: circa l’85% dei 4.2 milioni che si erano registrati per votare si sono recati alle urne. Mentre gli indipendentisti piangono per aver fallito un’occasione storica, gli unionisti riuniti nella sede di Glasgow esultano. Il leader del no Alistair Darling ha parlato di “notte straordinaria” e ha invitato gli scozzesi all’unità dopo una campagna elettorale che ha infuocato gli animi.

Il drammatico spoglio, durato tutta la notte, è stato seguito con un misto di apprensione e speranza da tutto il Paese, con centinaia di scozzesi riuniti nei pub rimasti aperti per l’occasione.

GLI UNIONISTI SI IMPONGONO A EDIMBURGO

I primi dati sono arrivati dalle più piccole e remote contee della Scozia, e il trend è apparso subito favorevole agli indipendentisti. La prima vittoria per il sì è arrivata dopo sette aree scrutinate nel collegio di Dundee, roccaforte indipendentista nota come ’Yes City’, dove il sì ha registrato il 57,35% contro il 42,65% del no. Anche Glasgow vota per l’indipendenza, 53.5% contro 46.5%. Ma non basta. In mattinata arriva anche il dato di Edimburgo, che vota convintamente per gli unionisti, 61% al no contro il 39% del no.

Gli indipendentisti, che promettevano un Paese sovrano, prospero e ancorato alla sterlina e alla casa reale, avevano compiuto una clamorosa rimonta e sembravano ad un passo dal successo. La loro è stata una campagna più aggressiva e intraprendente, ma alla fine ha prevalso la “maggioranza silenziosa” preoccupata per i rischi economici e l’incertezza politica che l’indipendenza avrebbe potuto comportare.

GLI INDIPENDENTISTI D’EUROPA GUARDANO ALLA SCOZIA

In Europa tutti i Paesi in cui esistono rivendicazioni separatiste avevano gli occhi puntati sulla Scozia. Più di tutti la Spagna, dove la Catalogna ha già convocato, nonostante l’ostilità di Madrid e l’irrilevanza giuridica, un suo referendum indipendentista per il 9 novembre. Faceva il tifo per il sì anche la Lega in Italia, con il segretario Matteo Salvini arrivato in Scozia.

AI SEGGI

Il quesito sulla scheda chiedeva semplicemente: “Dovrebbe la Scozia essere un Paese indipendente?” Ma il voto ha costretto gli elettori a confrontarsi con la fondamentale questione della loro identità e senso di appartenenza: Sono più le cose che ci dividono dalla Gran Bretagna o quelle che ci uniscono? Una studentessa di 18 anni al suo primo voto, Shonagh Munro, racconta: “Mia madre è inglese, mio padre scozzese, sono nata a Glasgow, studio a Edimburgo. Mi definisco scozzese ma sono orgogliosa di far parte del Regno Unito e non ci rinuncerei per nulla al mondo”.

Giovedì le urne sono state aperte della 7 alle 22 ora locale, quindici ore per decidere se separarsi per sempre dalla Gran Bretagna o mantenere intatto un legame che dura dal 1707. A Edimburgo e in molte altre città le file erano cominciate ancor prima dell’apertura dei seggi, mentre volontari distribuivano bandierine e spillette agli angoli delle strade cercando di convincere gli indecisi.

Per alcuni votare per l’indipendenza è stato il sogno di una vita, adesso spezzato. “Sono nazionalista da quando ho 13 anni,” aveva detto Tommy Moore, 59 anni, spilletta “YES” appuntata sulla maglietta. “Gli unionisti dicono di amare la Scozia ma sono dei traditori”.

http://www.lastampa.it/2014/09/19/esteri/referendum-la-scozia-dice-no-allindipendenza-ktPCuUTVIGtu5CIVaEcCfP/pagina.html

 

 

Quello che il Pil non misura

bobkNon riusciamo a sbarazzarcene. Che si parli della ricaduta in recessione che colpisce vaste aree delleurozona, o della performance economica americana ben più vigorosa sotto lamministrazione Obama. Alla fine ci aggrappiamo sempre a un dato. Il Prodotto interno lordo continua a dominare il discorso pubblico sulleconomia. Eppure questo indicatore è screditato da molto tempo. Il premio Nobel Paul Samuelson ne aveva mostrato un aspetto assurdo: con il celebre esempio dei lavori domestici. Il Pil (così come una variante più in uso nel passato, il Prodotto nazionale lordo o Pnl) è un aggregato di transazioni monetarie. Misura beni e servizi prodotti in uneconomia nazionale, purché vengano pagati. Se io sposo la mia domestica- disse Samuelson – automaticamente faccio scendere il Pil. Perché? Finché la domestica viene pagata per fare le pulizie di casa, il suo salario entra nel calcolo del Pil. Se diventa la moglie di Samuelson e continua a fareglistessi lavori domestici, ma ora li fagratis, ecco che il valore economico delle sue fatiche scompare. E la nazione sembra più povera. Unaltra critica, celebre e appassionata, è quella espressa da Bob Kennedy, fratello minore del presidente assassinato. Bob era probabilmente il più fine intellettuale in quella famiglia, un avido lettore, un pensatore originale, con valori e convinzioni progressiste più radicate rispetto a John. Il fratello maggiore da presidente lo volle al suo fianco come ministro della Giustizia. E Bob guidò unoffensiva contro la mafia, che secondo alcune ricostruzioni sarebbe poi stata una mandante degli assassini dei Kennedy. A demolire il Pil (anzi allepoca il Pnl) è dedicato il passaggio-chiave di un discorso che Bob pronuncia alluniversità del Kansas il 18 marzo 1968, tre mesi prima di morire ucciso da Shiran Shiran, mentre fa campagna elettorale per conquistare ala Casa Bianca. Per troppo tempo e in misura eccessiva-dice Bob Kennedyabbiamo sacrificato leccellenza personale e i valori comunitari sullaltare di una mera accumulazione di beni materiali. Il nostro Prodotto nazionale lordo oggi è di oltre 800 miliardi di dollari. In quegli 800 miliardi sono addizionati linquinamento atmosferico, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze che trasportano le vittime delle stragi sulle autostrade. Aggiungiamo al conteggio il valore dei lucchetti delle porte di casa, e delle prigioni dove rinchiudiamo quelli che li hanno scassinati. Addizioniamo la distruzione delle sequoie, lurbanizzazione caotica che distrugge le bellezze naturali. Nel Prodotto nazionale lordo ci sono il napalm (agente chimico defoliante usato nei bombardamenti del Vietnam, ndr), le testate nucleari, i blindati della polizia per combattere le rivolte nelle nostre città. Ci sono dentro le pistole e i pugnali, i programmi televisivi che esaltano la violenza per vendere giocattoli ai nostri bambini. Invece il Prodotto nazionale lordo non calcola la salute dei nostri figli, la qualità della loro istruzione, o la serenità dei loro giochi. Non include la bellezza della poesia o la solidità dei nostri matrimoni, lintelligenza del dibattito pubblico o lonestà dei funzionari dello Stato. Non misura il coraggio né la saggezza né lapprendimento, non misura la carità né la dedizione agli interessi del paese. In sintesi: misura tutto, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci può dire tutto dellAmerica, fuorché la ragione per cui siamo orgogliosi di essere americani. Ora che il mondo è in fiamme su diversi fronti di guerra, e Obama allarga i raid anche sulla Siria, è impossibile non ricordare che la spesa bellica fu determinante per fare uscire lOccidente dalla Grande Depressione degli anni Trenta.  Più del New Deal potè Pearl Harbour

LA LEZIONE DI BOB KENNEDY AL DI LÀ DEL PIL C’È LA REALTA

di Federico Rampini Affari &Finanza

15 settembre 2014

 

Il tacchino, l’errore e Popper

taccFORTE di una esperienza ripetuta per mesi un tacchino può formulare la legge secondo cui ogni volta che arriva il contadino riceverà del mangime. Ma c’è un giorno, subito prima di Natale, in cui la legge è drammaticamente smentita. Per molti filosofi il destino del tacchino è sconsolante anche dal punto di vista scientifico. Se le nostre conoscenze sono la generalizzazione di esperienze, ogni nostro sapere è chimerico: verrà sempre il giorno in cui la legge che credevamo incrollabile si rivelerà illusoria, e che le cose stiano così lo dimostra non solo la morte del tacchino, ma anche la storia delle scienze, che è un susseguirsi di errori, più che di verità.
Si è dovuta attendere la riflessione di Karl Raimund Popper (morto il 17 settembre di vent’anni fa) per una valutazione diversa del ruolo dell’errore nella scienza. Il fatto che ogni legge empirica possa venir smentita dall’esperienza (“falsificata”, nel gergo di Popper) non è il segno che la scienza è vana, ma, al contrario, che si tratta di una impresa promettente. Nessuno si sognerebbe di confutare la tesi secondo cui ogni volta che cade il silenzio in una conversazione è perché passa un angelo, ma dire “ogni volta che arriva il contadino, porta il mangime” significa formare una legge potenzialmente scientifica.
Ora, secondo Popper, quello scienziato potenziale che era il tacchino aveva sbagliato due volte. La prima, quando pensò (come gli empiristi) che la semplice esperienza sia sufficiente a formare una teoria. E non è così: nella Critica della ragion pura Kant loda Bacone proprio per aver compreso che lo scienziato deve interrogare la natura come un giudice, e non come uno scolaro. La scienza non è una raccolta di esperienze messe, per così dire, in bella copia; è piuttosto un processo che parte da un problema, cerca di risolverlo, e per farlo formula delle congetture che si tratterà di mettere alla prova attraverso esperimenti ad hoc .
Ma il secondo errore del tacchino era ancora più fatale, visto che aveva pensato che una serie molto lunga di regolarità nell’esperienza possa verificare una teoria. ………..

http://www.dirittiglobali.it/2014/09/karl-popper-se-falso-sola-verita/

Karl Popper se il falso è la sola verità

Di Maurizio Ferraris su Repubblica del 17 settembre 2014

Figli di Locke e di Rousseau

demokSappiamo che c’è un grande divario tra ciò che i popoli chiedono ai regimi democratici e ciò che è effettivamente loro consegnato. Grazie ad un nuovo esame effettuato dall’European Social Survey è possibile quantificare la differenza tra l’ideale e il reale. Il progetto, disegnato da Hanspeter Kriesi, Leonardo Morlino e i loro colleghi, conferma che la stragrande maggioranza degli europei condivide la fede democratica. In tutti i paesi i cittadini lodano l’opportunità di essere governati da rappresentanti eletti e in 24 su 29 paesi partecipanti all’indagine il punteggio è superiore a 8/10. Russi e ucraini sono quelle che attribuiscono un’importanza inferiore all’auto-governo, e il dato non sorprende vista la poca esperienza che hanno finora maturato. L’assenza di fiducia nella democrazia di quei popoli aiuta a capire perché i loro capi sono così irrispettosi dello Stato di diritto; sanno che è improbabile che pagheranno il conto — in termini di riduzione del consenso — quando reprimono la stampa e l’opposizione.
L’Europa è lunga e larga, e la parola democrazia ha sempre più numerosi significati. Siamo sicuri che il termine significhi la stessa cosa in paesi diversi quale Irlanda e Cipro? La definizione minima di democrazia ricevuta dai libri di testo è di un governo scelto in elezioni libere e competitive, con libertà per i media e l’opposizione, e dove operano controlli e contrappesi tra istituzioni. Questo è ciò che chiamiamo democrazia liberale. Ma i cittadini identificano sempre di più il potere del popolo anche con la distribuzione di benefici sociali, e richiedendo ai governi che eleggono di assistere e proteggere i più deboli. La contrapposizione tra democrazia liberale e sociale ha generato accaniti dibattiti tanto nell’accademia che nei parlamenti, ma qual è la visione dei popoli, che dovrebbero essere i primi a beneficiarne?
Per i popoli del Nord, la democrazia è prima di tutto il rispetto delle regole e delle libertà individuali, uguaglianza di fronte alla legge; libertà dei media. I popoli del Sud, invece, sono più determinati nell’aggiungervi la protezione sociale, e rivendicano un sistema politico che si faccia carico della povertà e delle disuguaglianze. Si conferma, insomma, che a Nord i cittadini sono figli di John Locke e a Sud di Jean-Jacques Rousseau. I popoli dell’Est, che hanno sperimentato le libere elezioni meno di un quarto di secolo fa, vogliono tutto, e presto. Non sono disposti ad abbandonare la protezione sociale garantita dai vecchi regimi comunisti, ma esigono anche uno stato di diritto liberale.
Mentre nel Nord e nella Scandinavia la componente liberale della democrazia è promossa, essa è bocciata nel Sud e, ancora più severamente, nei paesi dell’Est. In molti di questi paesi, i cittadini dubitano che il proprio regime possa essere considerato democratico. Ma ciò che accumuna i popoli a Nord e Sud, Ovest e Est è l’insoddisfazione per quanto è stato raggiunto sotto il profilo sociale. Anche lì dove l’opinione pubblica dà spesso la sufficienza in termini di libertà civili e stato di diritto, si lamenta l’assenza di azioni per la coesione sociale. In 26 paesi su 29 la componente sociale della democrazia è bocciata. Si tratta di un telegramma importante che l’indagine ESS manda ad Angela Merkel, Ecofin e alla BCE: il malcontento per quello che i regimi politici europei riescono a conseguire in termini di coesione unisce tedeschi ed inglesi ai greci e agli spagnoli.
Solo i popoli scandinavi promuovono il proprio regime. In questi paesi emerge un vero e proprio orgoglio democratico, e la differenza tra i desideri e quanto conseguito è veramente modesta.
Che i cittadini del vecchio continente sognino nella stessa lingua democratica è la condizione essenziale per un progetto politico europeo. La classe politica dovrebbe cogliere questa opportunità e coinvolgere più direttamente la popolazione, con forme di autogestione e democrazia diretta, nella realizzazione del progetto. Altrimenti c’è il rischio che il sogno deluso finisca per spazzare via non solo i regimi, ma anche le istituzioni costituite in decenni di duro lavoro.
Che dire poi della valutazione che gli italiani danno del proprio sistema politico? E’ umiliante vedere che un paese con settant’anni di tradizione democratica, e tra i fondatori dell’Unione Europea, sia oggi classificato dai suoi stessi cittadini al terz’ultimo posto, dopo il Kosovo e un soffio prima della Russia. Oramai distanziata non solo da Spagna e Portogallo (diventati democratici trent’anni dopo di noi), ma addirittura da Bulgaria e Albania, l’Italia deve correre ai ripari se non vuole far svanire per sempre il sogno europeo.

La democrazia in Europa italiani sempre più sfiduciati dietro il Kosovo e l’Albania

di Daniele Archibugi

Repubblica 15 settembre 2014

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