E se la Scozia votasse per l’indipendenza?

scottishCosa succederebbe in concreto se fra nove giorni la Scozia votasse per l’indipendenza? Bbc, Times ed esperti cercano affannosamente le risposte, ora che l’ipotesi è diventata reale, con i sondaggi che danno i “sì” (alla secessione dalla Gran Bretagna) e i “no” testa a testa per il voto del 18 settembre.

Governo britannico
Ci sarebbero pressioni su David Cameron da parte del suo stesso partito conservatore per costringerlo a dimettersi, come responsabile della perdita della Scozia. Il sindaco di Londra, Boris Johnson, sarebbe il favorito per sostituirlo, non appena venisse eletto deputato (è in calendario un’elezione supplettiva che potrebbe liberare un seggio per lui), dunque senza bisogno di attendere le prossime elezioni generali, che sono comunque non lontane: previste per il maggio 2015, potrebbero essere anticipate o anche posticipate.

Opposizione
Guai in vista anche per il partito laburista, che in Scozia solitamente conquista tutti i seggi o quasi per il parlamento nazionale. Senza la Scozia, il Labour rischia di essere condannato all’opposizione perpetua.

Parlamento
Il governo scozzese si propone di negoziare in due anni tutte le questioni legate all’indipendenza. Significa che fino al 2016 la Scozia resterebbe di fatto parte della Gran Bretagna. Dunque gli scozzesi voterebbero per eleggere la loro quota di deputati al parlamento nazionale nelle elezioni del 2015, ma quei deputati dovrebbero poi dimettersi quando l’anno seguente la Scozia non farebbe più parte del Regno Unito. Un bel rompicapo per chiunque dovrà formare una maggioranza parlamentare e un governo.

Mercati e sterlina
Il giorno dopo il referendum la Banca d’Inghilterra e i governi britannico e scozzese dovrebbero lanciare un’azione congiunta per impedire il crollo della sterlina e della borsa. Molte aziende con base in Scozia, specie in campo finanziario, si trasferirebbero probabilmente a Londra per continuare a usufruire dei crediti della Banca d’Inghilterra. La Scozia cercherebbe di conservare la sterlina come propria valuta nazionale, ma il governo britannico per ora si oppone: non è chiaro cosa accadrebbe.

Petrolio
E’ la principale risorsa economica scozzese e una delle ragioni che spingono il governo di Edimburgo verso l’indipendenza, per creare una piccola e ricca nazione di stampo scandinavo, tipo la Norvegia (queste le intenzioni, perlomeno). Sulla base della divisione delle acque del mare del Nord per l’industria della pesca, decisa dopo la devolution varata da Blair, alla Scozia andrebbe circa il 91 per cento dei pozzi petroliferi.

Armi nucleari
Le forze atomiche britanniche, basate su sottomarini, sono situate a Faslane, in Scozia. Ma il governo indipendentista scozzese vuole un paese “nuclear free”. Spostare la flotta nucleare costerebbe miliardi alla Gran Bretagna e non è nemmeno chiaro dove potrebbe ricollocarsi: un’ipotesi è che finisca addirittura all’estero, in Francia o negli Usa.

Nome del paese e titolo della sovrana
Non potrebbe più chiamarsi “Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord”. La denominazione “Gran Bretagna” risale al 1707, quando l’Inghilterra si unì alla Scozia. Un nuovo nome potrebbe essere “Regno Unito di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord” – ma non è escluso che anche l’Irlanda del Nord organizzi nel prossimo futuro un referendum per staccarsi dal Regno Unito e ricongiungersi con la repubblica d’Irlanda. Cambierebbe di conseguenza anche il titolo della regina Elisabetta, che tuttavia potrebbe restare capo di stato della Scozia: così dicono per ora gli indipendentisti. Una dozzina di ex-colonie britanniche attuali membri del Commonwealth, tra cui Canada e Australia, hanno la regina Elisabetta come capo di stato.

Unione Europea
La Scozia aspira a rimanere membro dell’Unione Europea. Ma non potrebbe diventarlo automaticamente: necessita il voto unanime di tutti i 28 membri e basta il veto di un paese per bloccarne l’ingresso. Voterebbe a favore la Spagna, con il rischio che Catalogna e Paesi Baschi seguano poi l’esempio della Scozia? Ma non è questo l’unico dilemma. Senza il voto degli scozzesi, mediamente assai più europeisti degli inglesi, è più probabile che il referendum che Cameron vuole indire nel 2017 sull’appartenenza della Gran Bretagna all’Unione Europea produrrebbe un divorzio del Regno Unito dalla Ue. Così in futuro potrebbe esserci un’Europa a chiazze, con l’Inghilterra che non ne fa parte, la Scozia e l’Irlanda sì.

http://www.repubblica.it/economia/2014/09/09/news/bye_bye_scozia_gli_effetti_dell_indipendenza-95347177/?ref=HREC1-18

L’Ocse fotografa la scuola

images[5]“Se non serve a trovare lavoro, non studio”. L’equazione è allo stesso tempo immediata e drammatica per il nostro Paese. E oggi viene evidenziata dallo Sguardo sull’istruzione 2014 tracciato annualmente dall’Ocse: l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Nel suo report annuale l’Ocse mette in evidenza per il nostro Paese tutte le difficoltà legate alla ricerca di una occupazione da parte dei giovani e alla conseguente perdita di interesse per lo studio. “Le difficoltà – recita il rapporto 2014 – cui fanno fronte i giovani italiani per trovare un lavoro rischiano di compromettere gli investimenti nell’istruzione”. E per essere più chiari: “Con le sempre maggiori difficoltà incontrate nella ricerca di un lavoro, la motivazione dei giovani italiani  –  prosegue lo studio  –  nei confronti dell’istruzione è infatti diminuita. I tassi d’iscrizione all’università in Italia hanno segnato una fase di ristagno o sono diminuiti negli anni più recenti e il numero di studenti che abbandonano precocemente gli studi ha smesso di diminuire dopo il 2010″. Si tratta dei due nervi scoperti dell’istruzione italiana: pochissimi laureati e tantissimi ragazzi che abbandonano precocemente gli studi.   ………
“Nel 2012, quasi un giovane su tre  –  il 32 per cento  –  dai 20 ai 24 anni di età non lavorava e non era iscritto a nessun corso di studi. Si tratta dei cosiddetti Neet  –  Not in education, employment or training. Una percentuale in aumento di 10 punti rispetto al 2008. Nei Paesi Bassi nel 2012 i Neet erano il 7 per cento e in Austria e Germania solo l’11 per cento. Nello stesso anno, circa uno studente su sette  –  il 14 per cento  –  tra i 17enni aveva già abbandonato la scuola, con una media Ocse pari al 10 per cento”. ….

http://www.repubblica.it/scuola/2014/09/09/news/ocse_scuola_2014-95333811/?ref=HREC1-8