Arriva il nuovo Pil

pilpilArriva il nuovo Pil del 2011 e rispetto al “vecchio” dato il livello risulta aumentato di 59 miliardi, ovvero del 3,7%. Lo stima l’Istat, che ha ricalcolato il Prodotto interno lordo secondo il nuovo Sistema europeo dei conti e introdotto alcuni significativi cambiamenti, tra i quali uno dei più attesi dall’opinione pubblica riguarda il conteggio di una stima del valore dell’economia “illegale“, per armonizzare i conti europei e includere quei valori che altrove sono frutto di economia “legale” (si pensi ai Paesi dove la prostituzione è regolamentata).

Il cambiamento dei conti. L’anno di riferimento è il 2011, la cui stima del Pil passa da 1.579,9 a 1.638,9 miliardi. In questo modo, il relativo rapporto deficit/Pil migliora di 0,2 punti percentuali al 3,5%. Tra gli altri elementi del conto economico emerge che il saldo primario resta invariato all’1,2% del Pil (sempre nel 2011) mentre la pressione fiscale migliora di 0,9 punti percentuali al 41,6%. Per quanto riguarda gli aggregati che compongono la formazione del Prodotto, aggiunge l’istat, la spesa per i consumi finali viene rivalutata del 3,1% (al suo interno quelle delle famiglie aumenta del 4%), mentre gli investimenti fissi lordi subiscono una rivalutazione del 6,9%. In flessione invece le revisioni delle importazioni e delle esportazioni, che rispettivamente, subiscono una revisione al ribasso pari al 2 e al 2,9%.

Il peso di sommerso e illegalità.

L’Istituto di Statistica coglie l’occasione per dare una nuova stima dell’economia sommersa, pari a circa 187 miliardi, l’11,5% del Pil 2011. Si tratta delle somme connesse a lavoro irregolare e sottodichiarazione. Secondo una stima di Bankitalia antecedente al lavoro dell’Istat, di cui aveva parlato Anna Maria Tarantola (allora vicedirettore) in Parlamento, tra il 2005 e il 2008 l’incidenza dell’economia sommersa sul Pil era pari al 10,9% cioè a circa 150 miliardi. A ciò, tornando ai dati odierni dell’Istituto, si può aggiungere l’illegalità (droga, prostituzione e contrabbando), per un combinato di “economia non osservata” di oltre 200 miliardi (12,4% del Pil). Nel dettaglio dell’economia illegale, 10,5 miliardi arrivano dalla commercializzazione della droga, 3,5 miliardi dalla prostituzione, 0,3 miliardi dal contrabbando di sigarette, 1,2 miliardi dall’indotto.

La critica. Questo ‘allargamento’ del Pil non è certo esente da critiche. Nonostante l’Istat abbia precisato che non si tratti dell’inclusione di “economia criminale” nei conti pubblici, resta forte la voce di economisti in dissidio. Esempio ne è Marcello Esposito, docente di International Financial Markets presso l’Università Cattaneo di Castellanza, che ha espresso la sua posizione in un intervento su Lavoce.info. “Come possiamo considerare Prodotto un valore economico che lo Stato si adopera per azzerare”, sintetizza a Repubblica.it riferendosi a quelle attività – come appunto prostituzione e vendita/consumo di droga – in merito alle quali l’attività di contrasto è mirata non alla loro emersione (come avviene per l’evasione fiscale), ma alla soppressione. “La filosofia di base di questa revisione poteva essere ammessa in un contesto che punta alla regolarizzazione e legalizzazione di queste attività, ma sono idee che ormai non hanno più cittadinanza”. Oltre a questo, ci sono “anche i livelli tecnici/statistici da verificare, in attesa di conoscere i dettagli dei calcoli Istat: come ci si comporta coi traffici internazionali? Sono considerate esportazioni?” domanda ancora con una vena ironica. La sostanza della critica è che “se si considera il Pil come quantificazione della base imponibile sulla quale può fare affidamento uno Stato per onorare i suoi impegni con i mercati (il debito), con questo allargamento siamo fuori strada”.

I nuovi principi. La revisione dei metodi contabili dell’Istat deriva dall’adozione dei principi internazionali del Sec 2010, dal precedente Sec 95: si tratta del Sistema europeo dei conti nazionali, l’insieme di regole che si devono usare per produrre la contabilità nazionale nella Ue. Al di là dell’aspetto che riguarda l’illegalità, che ha attirato l’attenzione pubblica per la sua particolarità, le novità introdotte sono molte e importanti. Sono tre, in sintesi, i cardini d’innovazione: le modifiche relative al Sec 2010 (che pesano per 1,6 punti del miglioramento complessivo del Pil); il superamento delle riserve europee alla implementazione del Sec 95 (tra le quali proprio l’inclusione delle attività illegali, per 0,8 punti di Pil); l’innovazione delle fonti e metodologie nazionali (1,3 punti di Pil).
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Le attese per il Def. Dal prossimo 22 settembre, in vista anche del Documento di economia e finanza, sarà possibile valutare l’impatto del Sec 2010 sui conti pubblici del periodo 2009-2013. Dalla revisione del conteggio del Pil si aspettano effetti “limitati” per il bilancio dello Stato.

A gennaio la Commissione Ue aveva stimato una variazione del Pil italiano compresa tra l’1 e il 2%, in relazione alle sole novità introdotte dal Sec 2010; in Germania è stata operata una rivalutazione del Pil del 3,4% (di cui 2,7 punti dovuti al nuovo Sec, anno 2010), in Francia del 3,2% (di cui 2,4 punti per il nuovo Sec, anno 2010), nel Regno Unito del 4,6% (di cui 2,3 punti attribuiti al nuovo Sec, anno 2009). Negli Stati Uniti la revisione, operata nel luglio 2013, ha dato luogo a una rivalutazione del Pil del 3,6% (anno 2012). Nel caso delle stime della Commissione, l’effetto sul deficit nominale sarebbe inferiore allo 0,1%, mentre il debito (che è sopra il 130% del Pil) ne risentirebbe maggiormente, nell’ordine di 2,6 – 2,7 punti percentuali.

Applicando per esempio la rivalutazione del 3,7% al Pil del 2013 (1.560 miliardi di euro), il nuovo rapporto Deficit/Pil per quell’anno scenderebbe dal 3,03 al 2,92%, mentre il debito ne beneficerebbe di più passando dal 132,63 al 127,89%. Ancora andando per ipotesi, e senza considerare le minori spese e tutte le altre voci del bilancio dello Stato, nell’anno in corso avere uno spazio sul deficit di 0,1 punti percentuali (che è la nuova “distanza” dal tetto del 3% imposto a Bruxelles e immaginando un Pil piatto nel 2014 sul 2013) significherebbe un “tesoretto” di circa 1,5 miliardi.
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http://www.repubblica.it/economia/2014/09/09/news/istat_pil_revisione-95355046/?ref=search

Perché non siamo diventati più ricchi

Di Tito Boeri su Repubblica del 10/9/2014

NON illudiamoci. Non siamo diventati, come d’incanto, più ricchi. Al contrario, gran parte (due terzi per la precisione) di quei 60 miliardi in più di reddito nazionale ieri certificati dall’Istat dobbiamo proporci di farli sparire, perché sono frutto di attività illegali o sono comunque realizzati con mezzi illeciti. Bene perciò che nessuno questa volta voglia imitare Bettino Craxi.
QUANDO nel 1987 brindava al sorpasso della Gran Bretagna da parte dell’Italia grazie alle nuove stime dell’economia sommersa. Non c’è proprio nessuna ragione per esultare. Anche perché questa rivalutazione non modificherà in modo sostanziale i nostri saldi di bilancio evitandoci aggiustamenti dolorosi. Al contrario, farà lievitare il nostro contributo al bilancio europeo.
Al massimo, ci potrà risparmiare una nuova manovra nel 2014 per stare sotto al 3 per cento nel rapporto deficit/pil. Ma nel 2015 dovremo pur sempre reperire 20 miliardi di tagli alla spesa, a meno di una brusca accelerazione nel cammino delle riforme.
La rivalutazione del prodotto interno lordo di cui ha dato ieri comunicazione l’Istat è un’operazione molto discutibile. Non se ne può dare colpa al solo istituto di via Balbo perché è stata decisa a livello europeo e l’Istat non ha fatto altro che conformarsi alle nuove regole contabili (Sec 2010). Ma il governo, valutando il tasso di crescita della nostra economia e gli effetti delle sue politiche, farà bene a continuare a prendere come riferimento le vecchie definizioni. Non vorremmo, infatti, che un domani il progresso nel reprimere l’attività criminale provocasse l’entrata del nostro paese in una recessione!
Una parte consistente della rivalutazione dipende dal fatto che vengono incluse nel reddito nazionale produzioni illegali di beni illegali. Sin qui solo l’economia sommersa — produzione di beni legali in modo illegale perché evadendo le tasse — veniva inclusa nel pil. Era un’operazione comunque discutibile perché, come gli italiani sanno bene, le statistiche sul prodotto interno lordo vengono comunemente utilizzate per valutare la capacità di un paese di ripagare il proprio debito. Il pil viene infatti preso come riferimento nei trattati internazionali sottoscritti dal nostro paese come una misura di base imponibile. Come tale, dovrebbe includere solo attività che contribuiscono a raccogliere tasse e contributi. Ora questa distorsione è stata ulteriormente accentuata, non solo con nuove e più generose stime dell’economia sommersa, ma anche con l’inclusione di “attività vietate dalle leggi nazionali, ma oggetto di uno scambio volontario”. Avremo così il paradosso di una riduzione del volume di attività proibite per legge, si presume sulla base di criteri condivisi dalla maggioranza dei cittadini, che comporta, di per sé, un calo del reddito nazionale.
Inutile sottolineare le difficoltà presenti nello stimare il volume di queste attività illegali. Basta prendere in mano il documento predisposto dall’ Office for National Statistics britannico per rendersene conto. Propone di stimare il valore aggiunto associato al traffico di droga moltiplicando il potenziale numero di consumatori di sostanze stupefacenti con congetture sulle dosi di cui fanno uso, senza preoccuparsi di controllare (sarebbe troppo complesso, si scrive) che queste cifre abbiano una qualche corrispondenza con gli accertamenti giudiziari e della polizia sul traffico di droga. Il contributo dato dalla prostituzione al prodotto interno lordo viene invece stimato guardando all’offerta anziché alla domanda, che sarebbe presumibilmente stata data dal numero di… utilizzatori finali. L’Ons ha così raccolto i dati sul consumo di preservativi, il numero di “abiti da lavoro” delle prostitute (ritenute fornitrici “volontarie” di questi servizi) e le abitazioni in affitto adibite a ricevere i clienti. Non sappiamo quale metodo abbia utilizzato l’Istat, ma le cifre diramate ieri implicano che ogni maschio italiano con più di 14 anni spenda circa 200 euro all’anno per andare con prostitute. Quale affidabilità possiamo attribuire a stime di questo tipo? Come possono essere comparabili tra paesi e nel corso del tempo?
Come già rimarcato, non si può attribuire all’Istat la responsabilità di questa operazione. Ma nessuno obbliga il nostro istituto di statistica a mettere in prima pagina del suo comunicato i nuovi dati sulla pressione fiscale. Che senso ha evidenziare il calo di un punto percentuale del peso delle tasse sul reddito nazionale quando è frutto soprattutto dell’inclusione nel denominatore di attività che, per definizione, non pagano le tasse e i contributi sociali? Per favore, ci risparmino questa presa in giro. Oltre al danno di pagare le tasse anche per chi conduce attività illegali o opera nel sommerso, dobbiamo subire la beffa di vederci certificare una pressione fiscale più bassa di quel che è. E magari qualche politico cercherà di approfittare di questa operazione contabile per rivendicare la sua capacità di tagliare le tasse.
Bene perciò che il governo resista fermamente alla tentazione di brindare a questa rivalutazione. Meglio che la usi il meno possibile. Dovremo, in ogni caso, monitorare gli effetti delle sue politiche guardando alla definizioni di pil che escludono l’economia illegale e possibilmente la stessa economia sommersa. E l’aumento dell’economia legale, quella che paga le tasse e opera legalmente, ciò che deve interessare nel valutare l’azione di un governo. Nel momento in cui si opera una scelta contabile così discutibile, che in qualche modo inficia la trasparenza dei nostri conti pubblici, importante anche fare un’azione di trasparenza a tutti i livelli. Come ricorda Marcello Esposito su lavoce. info, è stata proprio la Grecia a dare il cattivo esempio, rivalutando il proprio pil sulla base di stime gonfiate dell’economia sommersa pur di abbassare il rapporto deficit/pil……
Tito Boeri

Più keynesiane che hayekiane.

Ecco una parte dell’articolo di Guido Carandini  “Per un euro federale come il dollaro” in cui sono delineate le posizioni di  John Maynard Keynes e Friedrich von Hayek e la loro influenza sulle politiche economiche di stretta attualità

“VI SONO questioni di scienza economica che ancora oggi suscitano accese controversie pur risalendo a contrasti teorici del secolo scorso. I protagonisti di allora erano John Maynard Keynes e Friedrich von Hayek. Il primo era il ben noto autore della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta divenuta poi la bibbia della scuola che considera indispensabile l’intervento dei governi e dello stato nelle attività di mercato per garantire il loro corretto funzionamento a vantaggio della collettività. Il secondo era il meno noto autore di un saggio intitolato “La via della schiavitù in cui manifestava un opposto giudizio dell’intervento economico pubblico”. Nel senso cioè che quell’intervento poteva introdurre pericolosi elementi autoritari in una sfera di attività in cui doveva invece svolgersi in piena libertà l’iniziativa privata. Nell’ormai lontano passato sia del primo che del secondo dopoguerra quelle contrastanti concezioni in merito all’intervento pubblico nell’economia avevano suscitato accesi dibattiti influenzando anche opposti indirizzi politici come nel caso dei presidenti americani Roosevelt e Bush.

Oggi le politiche economiche degli Stati Uniti e dei principali paesi dell’Unione europea appaiono generalmente assai più keynesiane che hayekiane. E tuttavia si possono ancora cogliere nella attuale discussione sulle misure da adottare per superare in Europa sia la recessione che la minaccia di una vera e propria deflazione gli echi di quel vecchio dibattito ma con un nuovo sottofondo di ansie conservatrici che francamente appaiono eccessive. Come quelle per esempio manifestate in questi giorni dall’intervento del presidente della Bundesbank Jens Weidman in opposizione alle misure adottate dalla Bce guidata da Mario Draghi per ridare fiato alla stagnante economia europea. Quelle di Draghi sono chiaramente misure keynesiane perché improntate allo spirito di un deciso intervento pubblico per rianimare il settore privato. E quindi sono all’opposto chiaramente ispirate a von Hayek le ansiose riserve del presidente della Buba che magari teme che l’intervento della Banca centrale europea dia l’avvio a decisioni lesive della libera iniziativa. O addirittura, per dirla con von Hayek, sia il sintomo di un pericoloso avviamento di un regime di servaggio economico! Ma oggi il banchiere tedesco e i suoi seguaci non hanno motivo di essere in ansia perché Draghi è persona talmente seria e di comprovata esperienza che anche i conservatori possono stare tranquilli. Dato che l’intera eurozona, Germania compresa, è attualmente in recessione non dovrebbe essere molto difficile convincerli che sarebbe utile per tutti seguire qualche consiglio del vecchio saggio Keynes. La Merkel ha ribadito a più riprese che tocca ai governi nazionali il compito di fare le riforme e respinge ogni tentativo di ridiscutere i parametri di Maastricht e del Fiscal Compact. L’intera stampa tedesca ironizza in merito alle posizioni di italiani e francesi che ritengono invece che entrambi quei pretesi baluardi del liberismo se applicati per di più con il preteso “rigore” possono rivelarsi delle vere e proprie armi di disoccupazione di massa. A questo punto potrebbe venire in mente a qualcuno che il rimedio sia suggerire alla Germania di uscire dall’euro per far compagnia al più saggio Regno Unito della Regina Elisabetta. ……
Da Repubblica del 10 settembre 2014
http://interestingpress.blogspot.it/2014/09/per-un-euro-federale-come-il-dollaro.html

La nuova squadra Ue

fleuCita De Gaulle. E fa sapere di non voler essere “un dittatore”. Piuttosto, si muoverà come un “coordinatore tra coordinatori”. Ed eccoli, dunque, i nomi di coloro che affiancheranno Jean-Claude Juncker, presidente eletto della Commissione europea, snocciolati uno a uno in un delicato equilibrio di ruoli. L’esecutivo europeo che entrerà in funzione dal 1° novembre. Quella che lui, ex primo ministro lussemburghese designato in quota Ppe (centrodestra), definisce la sua “squadra vincente”, ma con una sottolineatura precisa: i commissari “non dovranno confondere gli interessi nazionali con la politica comunitaria”. Poi lo ammette: a differenza del passato, stavolta non è stato “il solo padrone delle scelte”. La dice lunga.

Di certo c’è che, in queste nomine, ha inciso il braccio di ferro tra il partito dell’austerità targato Angela Merkel e quello della flessibilità sostenuto dall’asse Roma-Parigi. I falchi del rigore contro le colombe della ragionevolezza. Alla fine, Francia e Gran Bretagna si aggiudicano le due ‘top positions’ per le politiche economiche e finanziarie, con un posto sul podio anche per la Germania che porta a casa un portafoglio di rilievo. Ma il compromesso con l’apertura accordata a Parigi c’è, ed è il ruolo del rigorista finlandese Katainen (fedelissimo della Cancelliera tedesca) che avrà pure potere di veto.

I commissari. Dopo il pressing socialista e l’insistenza, dall’Eliseo, di Francois Hollande (con l’appoggio italiano di Palazzo Chigi) e nonostante le resistenze dei Paesi del Nord, l’ex ministro francese Pierre Moscovici sarà il commissario agli Affari economici, finanziari, alla tassazione e alle dogane del prossimo esecutivo Ue (senza gli Affari monetari, di competenza della Bce). Tuttavia, il finlandese ‘rigorista’ Jyrki Katainen sarà il vicepresidente coordinatore di tutti i principali portafogli economici (Lavoro, crescita, investimenti e competitività), e l’inglese Jonathan Hill sarà il commissario alla Stabilità finanziaria, servizi finanziari e unione dei mercati dei capitali (secondo il Guardian, un colpo da maestro per David Cameron, mentre l’Ukip di Nigel Farage chiosa: “Che colpaccio, ha un inglese come boia dell’industria finanziaria britannica”). E ancora: l’olandese Frans Timmermans è il primo vicepresidente della Commissione, vale a dire il “braccio destro” di Juncker, ben più di un semplice collaboratore del presidente. Il greco Dimitris Avramopoulos, invece, sarà il primo commissario europeo per l’Immigrazione.   La danese Margrethe Vestager è il nuovo commissario europeo alla Concorrenza. La belga Marianne Thyssen è il nuovo commissario europeo al Lavoro, affari sociali e mobilità. Lo spagnolo Miguel Arias Canete sarà il commissario per l’Azione per il clima e la politica energetica (i due portafogli, sinora separati, sono stati unificati). La svedese Cecilia Malmstrom è stata indicata come prossimo Commissario europeo al Commercio. Il tedesco Guenther Oettinger sarà commissario alla Digital economy. La romena Corina Cretu sarà il prossimo commissario Ue per le Politiche regionali. L’irlandese Phil Hogan, in quota Ppe, sarà il prossimo commissario all’Agricoltura (che nel bilancio complessivo dell’Ue rappresenta un’ampia fetta). L’austriaco Johannes Hahn sarà commissario a Vicinato europeo e negoziati per l’allargamento. Il maltese Karmenu Vella è il nuovo commissario Ue all’Ambiente, pesca e affari marittimi. All’ungherese Tibor Navracsics l’Educazione, al lituano Vytenis Andriukaitis la Salute, al cipriota Christos Stylianides gli Aiuti umanitari, alla polacca Elzbieta Bienkowska il Mercato interno e l’industria, al croato Neven Mimica la Cooperazione internazionale. La ceca Vera Jourova è indicata commissaria alla Giustizia, il portoghese Carlos Moedas alla Ricerca e innovazione, lo slovacco Maros Sefcovic ai Trasporti e lo spazio …….

 

http://www.repubblica.it/esteri/2014/09/10/news/ue_juncker_presenta_la_nuova_commissione_europea-95419119/?ref=HREC1-4