Il tacchino, l’errore e Popper

taccFORTE di una esperienza ripetuta per mesi un tacchino può formulare la legge secondo cui ogni volta che arriva il contadino riceverà del mangime. Ma c’è un giorno, subito prima di Natale, in cui la legge è drammaticamente smentita. Per molti filosofi il destino del tacchino è sconsolante anche dal punto di vista scientifico. Se le nostre conoscenze sono la generalizzazione di esperienze, ogni nostro sapere è chimerico: verrà sempre il giorno in cui la legge che credevamo incrollabile si rivelerà illusoria, e che le cose stiano così lo dimostra non solo la morte del tacchino, ma anche la storia delle scienze, che è un susseguirsi di errori, più che di verità.
Si è dovuta attendere la riflessione di Karl Raimund Popper (morto il 17 settembre di vent’anni fa) per una valutazione diversa del ruolo dell’errore nella scienza. Il fatto che ogni legge empirica possa venir smentita dall’esperienza (“falsificata”, nel gergo di Popper) non è il segno che la scienza è vana, ma, al contrario, che si tratta di una impresa promettente. Nessuno si sognerebbe di confutare la tesi secondo cui ogni volta che cade il silenzio in una conversazione è perché passa un angelo, ma dire “ogni volta che arriva il contadino, porta il mangime” significa formare una legge potenzialmente scientifica.
Ora, secondo Popper, quello scienziato potenziale che era il tacchino aveva sbagliato due volte. La prima, quando pensò (come gli empiristi) che la semplice esperienza sia sufficiente a formare una teoria. E non è così: nella Critica della ragion pura Kant loda Bacone proprio per aver compreso che lo scienziato deve interrogare la natura come un giudice, e non come uno scolaro. La scienza non è una raccolta di esperienze messe, per così dire, in bella copia; è piuttosto un processo che parte da un problema, cerca di risolverlo, e per farlo formula delle congetture che si tratterà di mettere alla prova attraverso esperimenti ad hoc .
Ma il secondo errore del tacchino era ancora più fatale, visto che aveva pensato che una serie molto lunga di regolarità nell’esperienza possa verificare una teoria. ………..

http://www.dirittiglobali.it/2014/09/karl-popper-se-falso-sola-verita/

Karl Popper se il falso è la sola verità

Di Maurizio Ferraris su Repubblica del 17 settembre 2014

Figli di Locke e di Rousseau

demokSappiamo che c’è un grande divario tra ciò che i popoli chiedono ai regimi democratici e ciò che è effettivamente loro consegnato. Grazie ad un nuovo esame effettuato dall’European Social Survey è possibile quantificare la differenza tra l’ideale e il reale. Il progetto, disegnato da Hanspeter Kriesi, Leonardo Morlino e i loro colleghi, conferma che la stragrande maggioranza degli europei condivide la fede democratica. In tutti i paesi i cittadini lodano l’opportunità di essere governati da rappresentanti eletti e in 24 su 29 paesi partecipanti all’indagine il punteggio è superiore a 8/10. Russi e ucraini sono quelle che attribuiscono un’importanza inferiore all’auto-governo, e il dato non sorprende vista la poca esperienza che hanno finora maturato. L’assenza di fiducia nella democrazia di quei popoli aiuta a capire perché i loro capi sono così irrispettosi dello Stato di diritto; sanno che è improbabile che pagheranno il conto — in termini di riduzione del consenso — quando reprimono la stampa e l’opposizione.
L’Europa è lunga e larga, e la parola democrazia ha sempre più numerosi significati. Siamo sicuri che il termine significhi la stessa cosa in paesi diversi quale Irlanda e Cipro? La definizione minima di democrazia ricevuta dai libri di testo è di un governo scelto in elezioni libere e competitive, con libertà per i media e l’opposizione, e dove operano controlli e contrappesi tra istituzioni. Questo è ciò che chiamiamo democrazia liberale. Ma i cittadini identificano sempre di più il potere del popolo anche con la distribuzione di benefici sociali, e richiedendo ai governi che eleggono di assistere e proteggere i più deboli. La contrapposizione tra democrazia liberale e sociale ha generato accaniti dibattiti tanto nell’accademia che nei parlamenti, ma qual è la visione dei popoli, che dovrebbero essere i primi a beneficiarne?
Per i popoli del Nord, la democrazia è prima di tutto il rispetto delle regole e delle libertà individuali, uguaglianza di fronte alla legge; libertà dei media. I popoli del Sud, invece, sono più determinati nell’aggiungervi la protezione sociale, e rivendicano un sistema politico che si faccia carico della povertà e delle disuguaglianze. Si conferma, insomma, che a Nord i cittadini sono figli di John Locke e a Sud di Jean-Jacques Rousseau. I popoli dell’Est, che hanno sperimentato le libere elezioni meno di un quarto di secolo fa, vogliono tutto, e presto. Non sono disposti ad abbandonare la protezione sociale garantita dai vecchi regimi comunisti, ma esigono anche uno stato di diritto liberale.
Mentre nel Nord e nella Scandinavia la componente liberale della democrazia è promossa, essa è bocciata nel Sud e, ancora più severamente, nei paesi dell’Est. In molti di questi paesi, i cittadini dubitano che il proprio regime possa essere considerato democratico. Ma ciò che accumuna i popoli a Nord e Sud, Ovest e Est è l’insoddisfazione per quanto è stato raggiunto sotto il profilo sociale. Anche lì dove l’opinione pubblica dà spesso la sufficienza in termini di libertà civili e stato di diritto, si lamenta l’assenza di azioni per la coesione sociale. In 26 paesi su 29 la componente sociale della democrazia è bocciata. Si tratta di un telegramma importante che l’indagine ESS manda ad Angela Merkel, Ecofin e alla BCE: il malcontento per quello che i regimi politici europei riescono a conseguire in termini di coesione unisce tedeschi ed inglesi ai greci e agli spagnoli.
Solo i popoli scandinavi promuovono il proprio regime. In questi paesi emerge un vero e proprio orgoglio democratico, e la differenza tra i desideri e quanto conseguito è veramente modesta.
Che i cittadini del vecchio continente sognino nella stessa lingua democratica è la condizione essenziale per un progetto politico europeo. La classe politica dovrebbe cogliere questa opportunità e coinvolgere più direttamente la popolazione, con forme di autogestione e democrazia diretta, nella realizzazione del progetto. Altrimenti c’è il rischio che il sogno deluso finisca per spazzare via non solo i regimi, ma anche le istituzioni costituite in decenni di duro lavoro.
Che dire poi della valutazione che gli italiani danno del proprio sistema politico? E’ umiliante vedere che un paese con settant’anni di tradizione democratica, e tra i fondatori dell’Unione Europea, sia oggi classificato dai suoi stessi cittadini al terz’ultimo posto, dopo il Kosovo e un soffio prima della Russia. Oramai distanziata non solo da Spagna e Portogallo (diventati democratici trent’anni dopo di noi), ma addirittura da Bulgaria e Albania, l’Italia deve correre ai ripari se non vuole far svanire per sempre il sogno europeo.

La democrazia in Europa italiani sempre più sfiduciati dietro il Kosovo e l’Albania

di Daniele Archibugi

Repubblica 15 settembre 2014

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