Primi in euroscetticismo

euroscettici[1]….  L’ultimo Eurobarometro, il sondaggio continentale curato dalla Ue, registra, una svolta epocale: per la prima volta, il paese storicamente più filoeuropeo d’Europa, quello in cui la Ue ha sempre avuto una marcia in più, senza tentennamenti, quello che ha sempre considerato l’Unione il suo passaporto per la modernità, volta le spalle a Bruxelles e alla moneta unica.

Siamo diventati il paese più euroscettico d’Europa: il 47 per cento degli italiani ritiene che la moneta unica sia stata, per l’Italia, una fregatura. E’ la percentuale più alta dell’Eurozona. Solo il 43 per cento la ritiene “una cosa buona”. Attenzione, non è un rifiuto dell’euro in quanto tale. Due italiani su tre (come il resto degli europei, peraltro) ritengono che l’euro sia stato un beneficio per l’Unione europea. Ma l’Italia, evidentemente, avrebbe dovuto restarne fuori. Agli italiani non pare più un’ancora di salvezza.

Rispetto all’anno scorso, l’ondata euroscettica è travolgente. Nel 2013, ancora il 52 per cento degli italiani pensava positivamente alla moneta unica. Il crollo è stato di quasi 10 punti, ancora una volta il più massiccio dell’Eurozona. La nostra diffidenza verso la moneta unica, peraltro, non è isolata. In Francia, a guardare positivamente all’impatto dell’euro sul loro paese è solo il 53 per cento, anche qui in calo rispetto all’anno scorso. In Portogallo siamo al 50 per cento, in Spagna al 56. Nei due paesi iberici, tuttavia, al contrario che in Italia e in Francia, negli ultimi 12 mesi l’euro ha recuperato consensi.

E’ facile vedere nel trend di risposte al sondaggio l’impatto della crisi economica. Spagna e Portogallo, che l’hanno subita più pesantemente negli anni scorsi, ma che, ora, hanno trovato un po’ di fiato, vedono tornare l’ottimismo. In Italia e in Francia, che sono ancora in pieno nell’occhio della crisi, prevale invece il pessimismo e si afferma la voglia di rigetto.

Una conferma indiretta viene dall’atteggiamento verso l’euro che assumono i paesi rimasti al riparo della crisi. L’idea che tedeschi e olandesi guardassero con diffidenza alla moneta unica, perché rischiava di trascinarli a condividere la crisi con i paesi mediterranei non ha il minimo fondamento. In Germania, in Finlandia, in Olanda, i falchi dell’Eurozona, il gradimento della moneta unica è altissimo, superiore al 60 per cento. Due tedeschi su tre sono convinti (a ragione) che l’euro abbia giovato al loro paese, oltre che all’Unione europea.

Questa linea di frattura incasella con precisione vincenti e perdenti della gestione europea della crisi di questi anni. Ma è una spaccatura estremamente rischiosa per il futuro comune dell’Eurozona. La testarda applicazione di regole approvate in un altro tempo e in un altro contesto rischia di far saltare il progetto europeo là dove conta di più, cioè nella testa della gente. Le premesse, tuttora, sono pessime. Nei giorni scorsi, Bruxelles ha imposto a Parigi e Roma correzioni alla politica economica disegnata per l’anno prossimo, sulla base di previsioni macroeconomiche discutibili e che, negli anni scorsi, sono state regolarmente smentite. Prossimamente, quanto il tema sul tappeto sarà il debito, si potrebbe arrivare al paradosso di un paese costretto a tirare ulteriormente la cinghia e a compromettere la ripresa, non perché è aumentato il suo debito, ma perché, essendo diminuito (per la crisi e per l’austerità) il suo prodotto interno, il rapporto debito/Pil è peggiorato. ……

http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2014/10/31/news/l_italia_il_paese_pi_euroscettico_d_europa_colpa_dell_austerity-99369933/?ref=HRLV-4

Flash Eurobarometer reports

http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/flash_arch_420_405_en.htm#389

«Salviamo il Diritto e l’Economia»

torninmente[1]Tornami in mente» …….un appello al premier Matteo Renzi e al ministro dell’istruzione Stefania Giannini, affinché le materie giuridiche ed economiche ritornino nelle mente degli studenti. «Ovunque si parla di crisi di legalità e di dissesto economico: e la scuola cosa fa?», si chiede Rita Raucci, portavoce del Coordinamento e ideatrice, insieme con il giornalista Claudio Lombardi e il pubblicitario Enzo De Angelis, della campagna. «Dice che è meglio non sapere negando agli studenti la formazione di una coscienza civica con un ruolo sociale attivo. Probabilmente, la classe politica teme che un popolo di persone coscienti non si lasci dominare con facilità!».

http://www.corriere.it/scuola/14_ottobre_29/diritto-materia-via-d-estinzione-mobilitazione-artisti-intellettuali-52c5c294-5f64-11e4-a7a8-ad6fbfe5e57a.shtml

La discordia è il sale della democrazia

KNTTutti i concetti generali della politica — libertà, uguaglianza, giustizia, nazione, stato, per esempio — sono usati in significati diversi, con la conseguenza di confusioni inconsapevoli e di inganni consapevoli. Gaetano Salvemini, lo storico antifascista che Bobbio include nel pantheon dei suoi “maestri nell’impegno”, ha scritto: «La parola democrazia è adoperata per indicare dottrine e attività diametralmente opposte a una delle istituzioni essenziali di un regime democratico, vale a dire l’autogoverno. Così noi sentiamo [parlare] di una cosiddetta “democrazia cristiana” che, secondo la Catholic Enciclopedia, ha lo scopo di “confortare ed elevare le classi inferiori escludendo espressamente ogni apparenza o implicazione di significato politico”; questa democrazia esisteva già al tempo di Costantino, quando il clero “dette inizio all’attività pratica della democrazia cristiana”, istituendo ospizi per orfani, anziani, infermi e viandanti.

I fascisti, i nazisti e i comunisti hanno spesso dato l’etichetta di democrazia, anzi della “reale”, “vera”, “piena”, “sostanziale”, “più onesta” democrazia ai regimi politici d’Italia, della Germania e della Russia attuali [siamo nel 1940], perché questi regimi professano anch’essi di confortare ed elevare le classi inferiori, dopo averle private di quegli stessi diritti politici senza i quali non è possibile concepire il “governo dei popoli”».
Invito al colloquio è il titolo del primo saggio di Politica e cultura ( Einaudi), un’espressione che riassume l’intera attività politico-intellettuale di Bobbio. Ma, il colloquio, affinché non si svolga in acque torbide, deve sapere qual è l’oggetto e che cosa, per non intorbidirle, ne deve stare fuori. Per questo, una definizione è necessaria, ma una definizione troppo pretenziosa non aprirebbe, bensì chiuderebbe il confronto. Ecco l’attaccamento di Bobbio alle “definizioni minime”. Sono minime le sue definizioni di socialismo, liberalismo, destra e sinistra, ad esempio. Ed è minima la definizione di democrazia; potremmo anzi dire minimissima: a) tutti devono poter partecipare, direttamente o indirettamente, alle decisioni collettive; b) le decisioni collettive devono essere prese a maggioranza. Tutto qui. Oltre che minima, questa definizione è anche solo formale: si riferisce al “chi” e al “come”, ma non al “che cosa”. Riguarda soltanto — come si usa dire per analogia — le “regole del gioco”.
In uno scambio epistolare con Pietro Ingrao sul tema della democrazia e delle riforme costituzionali che ebbe luogo tra il novembre 1985 e il gennaio 1986 (P. Ingrao , Crisi e riforma del Parlamento , Ediesse), troviamo una dimostrazione di ciò a cui serve il “concetto minimo”. Serve, da una parte, a includere, e dall’altra, a escludere e, così facendo, a chiarire. I punti del contrasto riguardano quello che allora era il progetto d’Ingrao, descritto in un libro dal titolo significativo: Masse e potere ( Editori Riuniti, 1977) che allora ebbe grande successo e che ora — mi pare — è dimenticato: la democrazia di massa o di base, unitaria e capace di egemonia. Ma gli argomenti chiamati in causa possono riguardare, in generale, tutte quelle che Bobbio avrebbe considerato degenerazioni della democrazia, alla stregua della sua definizione minima, come ad esempio, la “democrazia dell’applauso” di cui egli parla nel 1984, a proposito della conquista del Partito socialista da parte del suo segretario di allora), o la democrazia dell’investitura plebiscitaria e populista dei tempi più recenti.
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La democrazia richiede “distinzioni”, cioè pluralismo. «Senza pluralismo non è possibile alcuna forma di governo democratico e nessun governo democratico può permettersi di ridurre, limitare, comprimere il pluralismo senza trasformarsi nel suo contrario». La sintesi è espressa da Bobbio in termini assai forti, perfino scandalosi: «La discordia è il sale della democrazia, o più precisamente della dottrina liberale che sta alla base della democrazia moderna (per distinguerla dalla democrazia degli antichi). Resta sempre a fondamento del pensiero liberale e democratico moderno il famoso detto di Kant: “L’uomo vuole la concordia, ma la natura sa meglio di lui ciò che è buono per la sua specie: essa vuole la discordia”».
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Nell’elogio della discordia l’anima kantiana di Bobbio

La Repubblica 29 ottobre 2014
Gustavo Zagrebelsky
http://www.libertaegiustizia.it/2014/10/29/nellelogio-della-discordia-lanima-kantiana-di-bobbio/

I ricchissimi e i poveri

oxfIl crescente divario tra ricchi e poveri vanifica la lotta alla povertà estrema. È la tesi che emerge dal Rapporto sulla diseguaglianza economica globale di Oxfam, la rete di 17 Ong che lavorano con 3.000 partner in più di 100 paesi del mondo.

Dal 2009, si sottolinea nel rapporto diffuso oggi, il numero di miliardari nel mondo è più che raddoppiato, mentre 805 milioni di persone ancora soffrono la fame. Perfino in Africa, dove nella regione sub-sahariana, accanto a 358 milioni di persone in povertà estrema, prosperano 16 miliardari. Se il continente continuerà a crescere agli attuali ritmi, sottolinea il rapporto, ci vorranno più di 60 anni per portare la povertà al di sotto del 3%, nonostante che Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale – sottolinea ancora Oxfam Italia – si propongano di raggiungere questo obiettivo tra 15 anni.

Il trend descritto nel rapporto continua, tanto che tra il 2013 e il 2014, le 85 persone più ricche al mondo hanno nel loro insieme aumentato il loro patrimonio di 668 milioni di dollari al giorno. Ma per Oxfam la disuguaglianza non stimola la crescita, bensì rappresenta «un ostacolo al benessere dei più. Finché i Governi del mondo non agiranno per contrastarla, la spirale della disuguaglianza continuerà a crescere, con effetti corrosivi sulle istituzioni democratiche, sulle pari opportunità e sulla stabilità globale». 

Nel mondo, si legge ancora nello studio, 7 persone su 10 vivono in Paesi in cui il divario tra ricchi e poveri è maggiore di 30 anni fa. In India per esempio, dove pur si sono ridotti i livelli di povertà assoluti negli ultimi vent’anni, l’analisi evidenzia che se il governo indiano riuscisse ad arrestare il recente aumento della disuguaglianza nei prossimi cinque anni, salverebbe dalla povertà altri 90 milioni di persone.

Anche in Italia, secondo dati Ocse, da metà degli anni ’80 fino al 2008 la disuguaglianza economica è cresciuta del 33% (dato più alto fra i paesi Ocse, la cui media è del 12%). Al punto che oggi l’1% delle persone più ricche detiene più di quanto posseduto dal 60% della popolazione, mentre dal 2008 a oggi gli italiani in povertà assoluta sono quasi raddoppiati fino ad arrivare a oltre 6 milioni. 

Ma per Oxfam porre l’attenzione sulla crescita della disuguaglianza estrema non significa puntare il dito contro i più ricchi, ma stimolare i leader globali a mettere in atto politiche efficaci per dare ai più poveri maggiori opportunità.

«Dal FMI a Papa Francesco, dal Presidente Obama al World Economic Forum – continua Winnie Byanyma – emerge un sempre maggior consenso al fatto che la disuguaglianza è una sfida cruciale dei nostri tempi e la mancanza di azione è economicamente e socialmente dannosa. Solo l’1,5% delle super-ricchezze basterebbe per garantire istruzione e sanità a tutti i cittadini dei paesi più poveri».

Tra le raccomandazioni delineate da Oxfam, la necessità che gli Stati promuovano politiche tese a garantire un salario minimo dignitoso, a ridurre il divario tra le retribuzioni di uomini e donne, ad assicurare reti di protezione sociale e accesso a salute e istruzione gratuite per i loro cittadini. L’accesso a servizi essenziali è infatti ritenuto fondamentale per rompere il ciclo della povertà tra le generazioni.

http://www.lastampa.it/2014/10/29/scienza/ambiente/focus/oxfam-il-divario-tra-ricchissimi-e-poveri-vanifica-la-lotta-a-fame-e-miseria-k3NcSvBNWFnAKnRbPrcjJI/pagina.html

http://www.oxfamitalia.org

Bocciate sotto stress

strePer dirla con la Banca d’Italia «il sistema del credito in Italia è solido». Gli esami della Bce, però, hanno sicuramente messo in evidenza un’immagine tutt’altro che lusinghiera delle nostre banche e, se non fosse stato, per la paziente opera di divulgazione effettuata da Via Nazionale i riscontri mediatici e comunicativi sarebbero stati ben peggiori.

Ma andiamo con ordine. La «valutazione complessiva» della Banca centrale europea su 130 grandi istituti di credito del Vecchio Continente ha bocciato 25 gruppi creditizi, mettendo in evidenza carenze patrimoniali per 25 miliardi di euro. Poiché l’esercizio (revisione degli attivi patrimoniali unitamente agli stress test) è stato condotto sui bilanci al 31 dicembre 2013, le misure messe in campo nei primi nove mesi del 2014 hanno consentito a 12 di esse di supplire alle mancanze per oltre 15 miliardi. Tra le 13 «rimandate» spiccano le italiane Monte dei Paschi di Siena (2,11 miliardi mancanti, 1,35 miliardi al netto della restituzione dei Monti-bond) e Banca Carige (814 milioni). Banca Popolare di Milano e Banca Popolare di Vicenza, che presentavano leggere carenze patrimoniali, hanno comunque passato il test. ……

…. Innanzitutto, va ricordato che nessuna banca italiana è stata bocciata nell’ Asset Quality Review , cioè nella parte dell’esame riguardanti la consistenza dei bilanci e del patrimonio. Nonostante un Pil in calo da cinque anni e un aumento monstre dei crediti in sofferenza, gli istituti di credito italiani sono riusciti a reggere l’onda d’urto. Soprattutto a suon di aumenti.

La bocciatura ha riguardato la fase degli stress test con scenario avverso. In pratica, la Bce ha simulato una crisi economica nel triennio 2014-2016 che in Italia avrebbe determinato un calo cumulato del Pil del 3,2% e un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato al 5,9% dal 2,5% medio attuale con conseguente perdita di valore dei Btp in portafoglio. ….

http://www.ilgiornale.it/news/politica/nuovo-schiaffo-delleuropa-bocciate-9-banche-italiane-1062821.html

Finanza, un trilione di dollari che soffoca l’economia reale

trilionLa più sintetica fotografia del nostro tempo difficile è nel rapporto tra due numeri, nella cui gigantesca differenza si annidano gran parte dei pericoli che ci minacciano.  l primo è 75 bilioni di dollari, 75 mila miliardi, l’ammontare del prodotto lordo mondiale nel 2013. Il secondo è 993 bilioni di dollari, 993 mila miliardi, l’ammontare delle attività finanziarie globali alla fine dello scorso anno. Oggi ambedue i numeri sono già più alti, e quando nei prossimi mesi avremo i dati del 2014 dovremo cominciare a familiarizzarci con un nuovo termine: trilione, fino ad oggi utilizzato solo dagli informatici per contare i bit della capacità di calcolo e dagli astronomi per misurare la distanza tra le stelle. Dal 2015 lo useremo anche in economia per dare un nome a quella inquietante montagna di attività finanziarie che avrà superato il picco del milione di miliardi, un trilione appunto. Il primo motivo per il quale quella montagna ci inquieta, oltre alla sua dimensione, è la dinamica: in dieci anni il prodotto lordo mondiale è raddoppiato mentre il volume delle attività finanziarie è triplicato. Il secondo motivo è la struttura di quella montagna: di quei 993 mila miliardi di dollari solo 283 mila sono finanza primaria, ovvero azioni, obbligazioni e attivi bancari; tutto il resto, 710 mila miliardi di dollari, sono invece prodotti derivati scambiati fuori dai mercati regolamentati, dei quali solo una piccola quota è legata a transazioni che hanno a che fare con l’economia reale.

Il grosso sono scommesse: sui tassi di interesse, sulle valute, sui prezzi delle materie prime, sull’andamento degli indici azionari, sul fallimento di stati o di grandi imprese. All’interno di quei 710 mila miliardi si annidano, secondo le stime della Banca dei Regolamenti Internazionali, rischi massimi pari a circa 19 mila miliardi, una cifra superiore al prodotto interno lordo degli Stati Uniti. I derivati inoltre, il grosso di quella montagna, sono la parte che negli ultimi dieci anni è cresciuta più rapidamente surclassando la finanza primaria, il cui rapporto con il pil si è mantenuto sostanzialmente stabile intorno a un multiplo di quattro, mentre i derivati sono passati da cinque a dieci volte il pil.

La finanza non è un nemico dell’economia, è anzi fondamentale per la sua crescita, e non lo è neanche l’innovazione finanziaria in sé. Il problema è che la finanza è diventata un competitore dell’economia reale nell’attrazione delle risorse, un potentissimo elemento di distorsione dei processi e delle politiche, un ancora più potente fattore di instabilità i cui rischi sono amplificati dalla velocissima mobilità dei capitali e dalla volatilità delle scelte, oltre che dalla dimensione delle risorse in gioco. ….

Il problema della competizione tra la finanza e l’economia reale non si porrebbe se negli ultimi quindici anni non si fosse sviluppata impetuosamente quella che potremmo definire “finanza sintetica” o “finanza di carta”, che cioè vive di vita propria e assorbe risorse senza trasferirle all’economia reale e quindi alla crescita. C’è molto rischio in questo tipo di finanza, ma ci sono anche guadagni colossali e assai poche tasse (spesso nessuna), il che la rende assai attraente per i capitali in cerca di opportunità. E’ la ragione per cui il Fondo Monetario (….) segnala come primo fattore di instabilità lo squilibrio tra gli investimenti finanziari e gli investimenti reali e indica nella costruzione di nuovo equilibrio la ricetta necessaria per avere un futuro più tranquillo. Il Fondo non avrebbe nessun bisogno di segnalare questo squilibrio se la finanza fosse al servizio dell’economia reale, perché l’investimento finanziario (e il rischio connesso) sarebbero collegati all’investimento (e al rischio) economico. Se lo segnala è perché quel collegamento non più così forte anzi è diventato assai debole, tanto da porre un problema ulteriore, quello della efficacia delle politiche monetarie e del rischio della loro distorsione. E’ il problema che cerca di affrontare la Bce per esempio con la recente asta di crediti alle banche finalizzati all’economia reale, e che presto potrebbe fare un ulteriore passo con l’acquisto di “asset baked securities” (abs). Le politiche monetarie espansive adottate dalle banche centrali per contrastare la crisi delle economie infatti hanno avuto una efficacia limitata (o annullata) dal fatto che i miliardi immessi nel sistema non sono andati a finanziare investimenti delle imprese e consumi delle famiglie ma soprattutto operazioni finanziarie. Che notoriamente non aumentano l’occupazione, non si trasformano in pil e neanche in gettito fiscale aggiuntivo per le esauste casse degli stati. Di qui il paradosso che la politica monetaria per raggiungere i suoi obiettivi deve oggi ricorrere a strumenti non convenzionali: come la finanza ha sempre innovato per trovare il modo di aggirare i vincoli posti dalle banche centrali, ora sono le banche centrali a dover innovare per trovare il modo di aggirare le sabbie mobili della finanza. Ma, come ci ricorda Draghi a ogni piè sospinto, la politica monetaria – anche se come tutti (salvo la Germania) speriamo, riuscirà ad essere innovativa ed efficace – non basta. L’economia reale deve trovare in se stessa la capacità di competere con la finanza per attrarre risorse, cioè investimenti. …..

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/10/27/news/finanza_un_trilione_di_dollari_che_soffoca_leconomia_reale-99097465/

 

I Millennials

millennnnPer capirli davvero, bisogna darsi appuntamento alle tre di notte, a Bergamo Orio al Serio o qualunque altro aeroporto da compagnie low cost. Lì, tra le corsie vuote del check-in, in mezzo a luci e rumori perpetui, mentre il personale pulisce il pavimento e svuota i cestini, ne troverete tanti.

Giovani adulti, al massimo trentenni o poco oltre, curvi su un sedile scomodo, abbracciati a un trolley, sdraiati a terra dentro un sacco a pelo. A volte attrezzati di mascherina paraocchi o cuffie isola-orecchie. Sempre e comunque pronti a far ciò che mai ai loro padri sarebbe saltato in mente: dormire in aeroporto. Quasi un rito, certamente il simbolo di una generazione. Quella dei cosiddetti «Millennials», o «Generazione Y», i trentenni, quelli, insomma nati dal 1980 in poi.  

Non a caso, per chiamarli spesso si è ricorso a un’altra etichetta, quella di «Generazione Ryanair». C’entrano gli orari – mattutini e infausti – dei voli low cost. Ma c’è molto di più. C’è una nuova filosofia di consumo, la necessità e la voglia di fare esperienze senza spendere un euro più del necessario, la concretezza di chi è diventato grande al tempo della crisi, la capacità e la voglia di risparmiare, ogni volta che si può.

Le notti in aeroporto sono solo un esempio. Il principio vale e si vede in mille altre situazioni. Ed è uno schema che non passerà, destinato a rimanere e a cambiare tutto, in materia di consumi.

A suggerirlo è un’inchiesta del settimanale economico «Forbes», che lo dice senza mezzi termini: «I Millennials stanno cambiando per sempre il modo di usare i soldi». Pragmatici fino (quasi) alla spilorceria, i venti-trentenni di oggi badano al sodo. Puntano a usare più che a possedere. Comprano un vestito o scelgono un viaggio guardando prima di tutto il prezzo, a volte passando ore a cercare la soluzione più intelligente ed economica. Si affidano alla tecnologia e a Internet per trovare l’offerta o la strategia giusta, e anche per gestire i propri risparmi.

Secondo una ricerca di Accenture, negli Stati Uniti è già il 94 per cento dei 18-29enni a usare i servizi online delle banche, mentre il 39 per cento di loro è disposto ad affidarsi a una banca senza filiali, tutta virtuale. Ancor più importante: il 66 per cento di questi giovani adulti spende sempre secondo un budget prefissato, con criterio e parsimonia, mentre a farlo è solo il 36 per cento degli over 55. 

Come detto, sono dati che riguardano i Millennials americani. Ma – con la dovuta prudenza – si possono applicare un po’ a tutto l’Occidente, Italia inclusa. I numeri aiutano anche a spiegare il successo della «sharing economy», l’economia collaborativa di chi divide una casa in affitto, viaggia con BlaBlaCar e simili (car sharing), usa le bici pubbliche (bike sharing), lavora in spazi condivisi (coworking), o finanzia i propri progetti con la colletta virtuale (crowdfunding).

È – si capisce – un mondo molto anglofono e molto online. Ma guai a vederci una rivoluzione solo tecnologica. La metamorfosi si vede infatti nel mondo reale almeno quanto su Internet. È così che si vendono sempre meno vestiti di marca e i negozi come H&M e Zara – mondi tutt’altro che digitali – sono sempre affollati.  

E così è nata la ribellione ai taxi tradizionali e si è diffuso Uber («Se si può pagare meno, che importa la licenza?», pensa il Millennial-tipo). E poi c’è il pellegrinaggio all’Ikea, diventato un altro rito simbolo, da coppiette che arredano una casa – magari in affitto – secondo il loro gusto e impulso del momento. Per qualche anno e non per l’eternità, con mobili destinati a durare quanto serve e pronti ad essere cambiati in un attimo, se cambiano le esigenze o non piacciono più.

Meglio cambiare spesso che rimanere prigionieri di mobili, scarpe, vestiti troppo costosi. Meglio far esperienze e viaggiare, seppur con qualche compromesso, che dover rinunciare perché costa troppo. È questo cambio di mentalità ciò che più distingue i Millennials da padri e nonni. Lungo la strada sono caduti tanti tabù delle generazioni precedenti, non solo quello di dormire in aeroporto. Basti pensare che in Italia il mercato dell’usato riguarda ormai il 44 per cento della popolazione e – tra mobili, vestiti, libri e tecnologia – ha raggiunto un giro d’affari di 18 miliardi di euro all’anno (dati Doxa).

Quando la generazione Y diventerà grande cambierà idea? Viaggerà in prima classe e comprerà di marca? Sarà più consumista e meno sparagnina? Difficile dirlo, ma nei dati ci sono tutti gli indizi per credere che questo non succederà.

Nel 2020 i Millennials saranno già un quarto della popolazione italiana e il 36 per cento di quella degli Stati Uniti, il Paese da cui tutto il cambiamento è partito. A quell’altezza, lo capiremo meglio. E se, come diceva «Forbes», il nuovo modo di usare il denaro è destinato a rimanere, saranno gli altri – governi, banche, aziende – a doversi adattare.

 

http://www.lastampa.it/2014/10/26/societa/meglio-usare-che-possedere-i-trentenni-cambiano-i-consumi-DWrXy0PVGJOFTTNJRlgI4I/pagina.html

 

Stress test

stressstessstGli esami

Il cosiddetto «comprehensive assessment» (letteralmente «valutazione globale») fatto dalla Bce è un esame che si compone di due parti: un’analisi della qualità degli attivi delle banche (asset quality review, spesso indicata con la sigla Aqr) e gli stress test, ovvero l’esame – compiuto in collaborazione con l’autorità bancaria europea, l’Eba – per testare la resistenza delle banche di qui al 2016 di fronte a uno scenario di base (ovvero secondo le previsioni formulate dalla Commissione Europea) e in condizioni estremamente negative. Sono stati esaminate 131 gruppi bancari della zona euro, 15 dei quali sono italiani. Le banche italiane sono: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Ubi Banca, Banca Popolare di Milano, Banco Popolare, Banca Carige, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Banca Popolare di Sondrio, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Vicenza, Credito Emiliano, Iccrea Holding e Veneto Banca.

 

A cosa servono

Con questo esame, che non ha precedenti, la Bce vuole aumentare la trasparenza sullo stato di salute del sistema bancario nel suo complesso, accrescere la fiducia dei mercati verso di esso e laddove serva, chiedere un rafforzamento patrimoniale alle banche meno forti. I test, inoltre, sono propedeutici all’entrata in vigore, il prossimo 4 novembre, del sistema di vigilanza unica, che porterà le banche più significative (sono quelle che hanno attivi superiori ai 30 miliardi di euro) a finire sotto la supervisione della Bce. Ora, grazie a questi esami, prima di iniziare a esercitare i nuovi poteri, la Banca centrale di Francoforte può avere una chiara fotografia dei suoi vigilati. Tra le banche italiane, tutte quelle sottoposte agli esami finiranno sotto la vigilanza di Francoforte tranne Credito Valtellinese e Credito Emiliano.

 

I risultati

Per ciascuno dei tre esami (Aqr, stress test su scenario di base e stress test in condizioni sfavorevoli) la Bce fornirà un numero finale, che rappresenta il cosiddetto «shortfall», ovvero l’ammanco di capitale in ciascuna di queste situazioni, evidenziando il dato più alto. Le banche che registreranno un ammanco avranno quindici giorni per scrivere un piano di capitale (da eseguirsi in 9 mesi, o in 6 ma solo se tale deficit patrimoniale riguardasse l’aqr o gli stress test sullo scenario di base) per colmare tale deficit attraverso un aumento di capitale o altre misure quali la vendita di attivi, l’emissione di strumenti ibridi adatti per rafforzare il capitale di migliore qualità. Ma la verifica della qualità degli asset non fornisce un’analisi completa del bilancio, ma solo una verifica dei portafogli più rischiosi fatta anche su base statistica. Dunque non rappresenta la puntuale radiografia del bilancio.

 

Interpretazione complessa

I livelli di capitalizzazione richiesti alle banche (il cosiddetto Cet1 ratio, che calcola il livello di patrimonializzazione rapportato alle attività rischiose detenute dalla banca) per superare l’esame sono molto più elevati di quelli regolamentari, richiesti agli istituti per esercitare abitualmente l’attività creditizia, pari al 4,5%. Per l’Aqr e per gli stress test sullo scenario di base devono essere pari all’8%, mentre per lo stress test sullo scenario avverso, devono comunque essere pari o superiore al 5,5%. Anche se le banche non superano i testi – e la Bce indica dunque un ammanco – non significa che una banca è a rischio. Inoltre i dati possono essere fuorvianti. La Bce effettua una fotografia al 31/12/2013, indicando successivamente gli aumenti di capitale che, nei primi nove mesi, sono già stati effettuati. In un secondo comunicato, inoltre, la Banca d’Italia spiegherà quali altre misure le banche hanno effettuato e che hanno sanato (in tutto o in parte) il deficit di capitale.

http://www.lastampa.it/2014/10/25/economia/stress-test-cosa-sono-e-perch-si-fanno-3YjH1omEfkf42kNyvXZAIN/pagina.html

Beatles, Fata della Fiducia e altro

Here comes the sun /
Here comes the sun /
And I say it’s all right /
Little darling, it’s been a long, cold, lonely winter”.
Ecco arriva il sole, ecco arriva il sole, e io dico tutto bene. Cara piccola, è stato un lungo, freddo, solitario inverno.

http://www.youtube.com/watch?v=n6j4TGqVl5g
beat beatL’inverno del 1969 è il più triste nella storia dei Beatles. La fine della loro avventura comune è ormai vicina, e il popolo dei fan lo sa. I rapporti sono così tesi, racconta Harrison, “che andare agli studi di Apple per le registrazioni era una corvée, come andare a scuola; e poi firma qui firma lì, sembravamo dei businessmen, sommersi tra contratti e dispute legali

Eppure, quando nessuno lo spera più, in mezzo a quel gelido inverno si riaccende una fiamma. Il 30 gennaio del ’69 i quattro fanno una follia, un gesto che sorprende, stordisce, elettrizza i loro fan. Nel cuore di Londra improvvisano un concerto dal vivo, all’aperto, sul tetto del palazzo dove ha la sede la loro casa discografica. E’ un blitz, uno happening temerario: i quattro hanno smesso di suonare dal vivo tre anni prima, nessuno si aspetta che siano ancora capaci di farlo, tantomeno che ne abbiano voglia. E senza un cachet, senza uno stadio pieno di spettatori paganti. Per di più quel giorno un vento gelido spazza Londra, la meteo invernale è proibitiva, le dita che devono suonare chitarre e pianoforte sono intirizzite, l’acustica è pessima. L’apparizione dei Beatles su quel tetto all’aperto crea lo scompiglio nel Business District, il quartiere degli affari dove ha sede Apple. E’ l’ora del lunch, per la pausa pranzo molti impiegati sono già per strada. Non credono ai loro occhi. Sembra una visione, un’allucinazione. Il gruppo pop più celebre della storia, ormai sparito dalle scene e abituato a lavorare solo nel chiuso degli studi di registrazione, è in mezzo alla città che suona davanti a tutti. Proprio mentre s’intensificano voci o leggende metropolitane sulla loro dissoluzione o sulla morte di Paul, eccoli lassù in carne ed ossa, musicalmente affiatati come non mai, scatenati a interpretare pezzi sublimi come “Get Back”, “Dont’Let Me Down” (tutti pieni di doppi sensi, “torna indietro”, “non mi mollare”, possono essere letti anche come allusioni ai rapporti fra di loro).

La notizia che i Beatles stanno suonando in pubblico nel cuore di Londra si sparge all’istante  –  malgrado non esistano ancora cellulari né tantomeno Internet…   –  per strada affluisce una massa di spettatori, la gente si accalca intorno per guardare e sentire l’inverosimile concerto le cui note irradiano dal tetto. Il Metropolitan Police Service è in allarme, il traffico è paralizzato, ci sono dei fan che per vedere i Beatles fanno di tutto, si arrampicano sui tetti vicini, sui cornicioni, si sporgono dalle finestre. Può succedere una tragedia. Gli agenti cominciano a “scalare” la sede di Apple per mettere fine alla follia. Quando la polizia arriva fino a loro sul tetto, i Beatles non si scompongono, continuano a suonare ancora per qualche minuto. Finché coi megafoni i poliziotti minacciano di arrestare e portar via tutto lo staff di Apple. Alla fine, l’ultimo concerto dal vivo dei Beatles, il più pazzo di tutti, sarà durato 42 minuti e finirà filmato nel documentario “Let It Be”. Come uno sprazzo di calore nel gelo invernale, un guizzo di vitalità, di amore per la musica e di fantasia, in un periodo pieno di malinconia.

Un altro scatto lo avrà di lì a poco George Harrison. All’arrivo della primavera, un giorno invece di presentarsi agli studi di Apple come da programma, sparisce. Se ne va a casa del suo amico e collega chitarrista Eric Clapton. “Per il sollievo di non vedere tutti quegli amministratori e avvocati, passeggiando nel giardino di Eric ho composto Here Comes The Sun”. Diventerà, dopo “Something”, la più popolare delle canzoni di Harrison. Mentre i Beatles si stanno separando, l’ultimo frutto della loro collaborazione è proprio questo: fiorisce più che mai il talento del “fratellino piccolo”. George dopo essere vissuto a lungo all’ombra della coppia John-Paul s’impone a sua volta come un grande autore.

La crisi è finita!
Quante volte hanno già annunciato agli italiani, agli europei, che la crisi è finita. Per poi dover smentire le previsioni ottimistiche. L’inverno è stato davvero lungo e freddo come non mai. Ma quando arriva il sole?

L’eurozona è stata precipitata in una prima recessione “made in Usa” nel 2009; poi è ricaduta in una seconda, quindi stremata da una terza depressione. Queste ultime due crisi in rapida successione sono state fabbricate a tavolino, sono “made in Europe”, perché sono il frutto delle scelte dei governi.

La forza delle ideologie può essere micidiale. Come diceva Keynes: uomini che si credono pratici e pragmatici (gli uomini di governo), sono schiavi dei preconcetti di qualche economista defunto da molti anni. E’ il caso di Angela Merkel e di buona parte della classe dirigente tedesca: insistendo sull’austerity hanno finito per danneggiare perfino la Germania, la cui crescita è stata debole, penalizzata dallo sprofondamento dei suoi mercati di sbocco più vicini (Francia e Italia). Intere classi dirigenti europee, succubi della Germania, hanno continuato a raccontare la favola della Fata della Fiducia: tagliate, tagliate le spese, tagliate i redditi, alla fine questo aggiusterà i conti pubblici e grazie alla magica fiducia ricostruite nei mercati finanziari ripartiranno gli investimenti, quindi anche le assunzioni. La Fata della Fiducia è una favola ingannevole e crudele, ha fatto perdere cinque anni all’Europa, ha distrutto risorse umane che è molto difficile ricostruire. Ma le ideologie economiche possono essere come i fanatismi religiosi: impermeabili alla prova dei fatti.
(….)

Economisti “organici”: è un tema troppo poco studiato, indagato. L’accademia non è un luogo neutro, uno spazio riservato esclusivamente alla libertà del pensiero. Le università americane sono le migliori del mondo anche per la ricchezza dei finanziamenti. Molti di questi sono privati, vengono dalle grandi imprese. Così come accade nella ricerca medica, le donazioni sono anche strumenti per orientare, influenzare, dirigere. Il conflitto d’interessi è pervasivo nel lavoro degli economisti, molti dei quali ricevono borse di studio e di ricerca da grandi banche e industrie private. Ma negli studi che pubblicano, nei loro libri, nei loro articoli sui giornali, nelle loro interviste televisive, non compare mai un’avvertenza al pubblico di questo tipo: “E’ bene sappiate che io vengo finanziato da Goldman Sachs, Exxon, Lockheed. Le mie opinioni non riflettono necessariamente gli interessi dei miei generosi committenti. Però forse non mi conviene troppo infilargli le dita negli occhi…”
(…)

Pil vs Hdi
Una distorsione permanente delle nostre “rappresentazioni”, del modo in cui leggiamo la realtà, nasce dall’uso di indicatori economici sbagliati. Il Prodotto interno lordo continua a dominare il discorso pubblico sull’economia. Una critica, celebre e appassionata, è quella espressa da Bob Kennedy. A demolire il Pil (anzi all’epoca il Pnl) è dedicato il passaggio-chiave di un discorso che Bob pronuncia all’università del Kansas il 18 marzo 1968, tre mesi prima di morire ucciso da Shiran Shiran, mentre fa campagna elettorale per conquistare a la Casa Bianca. “Per troppo tempo e in misura eccessiva  –  dice Bob Kennedy  –  abbiamo sacrificato l’eccellenza personale e i valori comunitari sull’altare di una mera accumulazione di beni materiali. Il nostro Prodotto nazionale lordo oggi è di oltre 800 miliardi di dollari. In quegli 800 miliardi sono addizionati l’inquinamento atmosferico, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze che trasportano le vittime delle stragi sulle autostrade. Aggiungiamo al conteggio il valore dei lucchetti delle porte di casa, e delle prigioni dove rinchiudiamo quelli che li hanno scassinati. Addizioniamo la distruzione delle sequoie, l’urbanizzazione caotica che distrugge le bellezze naturali. Nel Prodotto nazionale lordo ci sono il napalm (agente chimico defoliante usato nei bombardamenti del Vietnam, ndr), le testate nucleari, i blindati della polizia per combattere le rivolte nelle nostre città. Ci sono dentro le pistole e i pugnali, i programmi televisivi che esaltano la violenza per vendere giocattoli ai nostri bambini. Invece il Prodotto nazionale lordo non calcola la salute dei nostri figli, la qualità della loro istruzione, o la serenità dei loro giochi. Non include la bellezza della poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l’intelligenza del dibattito pubblico o l’onestà dei funzionari dello Stato. Non misura il coraggio né la saggezza né l’apprendimento, non misura la carità né la dedizione agli interessi del paese. In sintesi: misura tutto, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci può dire tutto dell’America, fuorché la ragione per cui siamo orgogliosi di essere americani”.
(…)

Un indicatore ben più completo e utile è quello elaborato per le Nazioni Unite da Amartya Sen ed altri, lo Human Development Index (abbreviato in Hdi, indice dello sviluppo umano): misura per esempio la qualità della salute e dell’istruzione. Qualità vuol dire, nel caso della salute, per esempio l’aumento della longevità, la riduzione delle morti al parto, tutti dati oggettivi ma che non coincidono affatto con il volume delle spese. Balza agli occhi che queste sono le statistiche importanti, eppure quanti di noi ricordano di avere mai letto titoli di giornali che inneggiano a un aumento dell’indice di sviluppo umano, o lamentano un suo calo? Perché continuiamo a usare i dati sbagliati? Ne parlo proprio con Amartya Sen, il padre di questo indice, che è anche uno dei più autorevoli economisti viventi. Un personaggio singolare, indiano ma docente a Harvard, dove è l’unico ad avere insegnato tre materie: economica, matematica, filosofia. A lui chiedo perché il Pil continua ad avere un ruolo dominante. “Che la Cina possa superare gli Stati Uniti  –  mi dice Sen  –  o che l’India possa diventare la terza economia mondiale in base allo stesso criterio, io lo trovo poco significativo. Quello che conta davvero è il benessere delle persone. L’indice dello sviluppo umano, pur imperfetto, include l’istruzione che invece non entra nel Pil. Il Bangladesh ha un reddito pro capite inferiore all’India e tuttavia la speranza di vita è più lunga, la mortalità infantile è inferiore. Perché l’indice dello sviluppo umano riceve meno attenzione? Perché la sua importanza è fondamentale per i ceti più poveri. I ricchi s’interessano del Pil perché la crescita economica misurata con quell’indicatore concentra su di loro i massimi benefici. Usare statistiche alternative significa anche attirare l’attenzione su settori come le ong, il non-profit, la cooperazione, il terzo settore, di cui non si parla abbastanza”.

La lezione di Sen ci riguarda tutti: la democrazia è quello che ne facciamo noi. La sua forza, la sua capacità di risolvere problemi e di fornire risultati, è direttamente legata al nostro livello di attenzione, alle priorità che le assegniamo. La sua è una grande lezione di passione civile, di senso della responsabilità civica. L’economia è una costruzione umana, è il riflesso della gerarchia di valori che decidiamo di imprimerle.
(…)

All You Need Is Love…
John Lennon la compone aggiungendoci in apertura le note della Marsigliese, il canto di “liberté, égalité, fraternité”, I Beatles la cantano accompagnati da Mick Jagger, Keith Richard, Marianne Faithfull e Donovan.
“There’s nothing you can do that can’t be done”.

Non c’è nulla di quello che tu puoi fare, che non possa essere fatto.
Sembra un inno a quello che Antonio Gramsci chiamava l’ottimismo della volontà?
I confini del possibile cambiano nella storia umana. Le dottrine economiche plasmate da potenti interessi costituiti, sono riuscite a convincerci che certe regole del gioco sono naturali, immutabili. Ci hanno abituati a pensare “dentro la scatola”, in un universo senza alternative vere. E invece i confini del possibile sono determinati da noi. I nostri sistemi di valori, le nostre ideologie, stabiliscono “quello che puoi fare”.

Federico Rampini
All you need is love
Mondadori 2014
288 pagine €17,00

http://www.repubblica.it/cultura/2014/10/19/news/libro_rampini-98528629/

Centoparole

Ldantema settimana della lingua italiana nel mondo è appena cominciata e già si accavallano gli studi, i sondaggi, i libri sull’argomento. Di ieri, per esempio, è un’indagine di www.libreriamo.it condotta su cinquemila persone, secondo la quale il podio degli strafalcioni scritti e parlati degli italiani è occupato da ‘un pò’, ‘qual’è’ e dal non uso o uso errato del congiuntivo. Non a caso un linguista e critico letterario come Gian Luigi Beccaria autore del reccentissimo L’italiano in 100 parole
(Rizzoli, pp. 490, euro 18), subito dopo aver sottolineato l’importanza dell’iniziativa del Ministero degli esteri, annota: «Bisogna pensare all’italiano nel mondo, ma dobbiamo cominciare a pensare anche a fare qualcosa per migliorarlo in Italia. La nostra è una lingua ricchissima e la gente non la conosce, non la possiede. Parole certamente utili come  ok e gossip sostituiscono e accorpano espressioni un tempo comuni che non si usano più per pigrizia. L’italiano scritto peggiora sempre di più. La sintassi latita. La civiltà delle immagini punta tutto sulla velocità esiliando il ragionamento e la costruzione del discorso. Un fenomeno non solo italiano, ma sul quale bisogna meditare».

Non è solo colpa dell’inglese, quindi?
«Vede, la ricchezza di una lingua è anche nella sua capacità di sapersi ‘imbastardire’ assumendo parole e concetti dall’esterno. Non a caso questa è la forza dell’inglese moderno, che non ha mai avuto momenti di difesa del ‘purismo’, ha preso tutto da tutti: latinismi, francesismi, italianismi, arabismi…».

Lei però nel libro lamenta un uso eccessivo di ‘anglicismi’ nell’italiano attuale…

«Troppi e anche a sproposito, con l’uso di espressioni che in inglese nessuno si sognerebbe di utilizzare, come: andare in
tilt , toast, autogrill , slip, golf … Certo non dobbiamo chiuderci, ma dobbiamo anche un po’ difenderci. Parole inglesi come ok
gossip, dicevamo, impoveriscono la nostra lingua: non si dice più ‘va bene’, ‘sta bene’, ‘tutto a posto’, non si ‘spettegola’ più, non si fanno più ‘chiacchiere malevole’, non si dicono ‘indiscrezioni’, ‘maldicenze’, ma si dice sempre ‘ok’ e si fa sempre e soltanto gossip. E poi penso anche all’uso di parole italiane come se fossero il corrispettivo inglese».
Per esempio?
«La parola ‘grosso’ che traduce l’inglese big e viene usata in italiano alla stessa maniera al punto che si stanno perdendo gli altri equivalente italiani che offrono molte sfumature. Così diciamo uniformemente: un ‘grosso evento’, un ‘grosso scrittore’, un ‘grosso personaggio’, un ‘grosso successo’… Penso anche alla parola ‘testare’ nell’uso che deriva dall’inglese to test, che funziona bene, ma ha eliminato sinonimi come ‘provare’, ‘saggiare’, ‘sperimentare’, ‘analizzare’, ‘collaudare’…».

L’italiano che emerge dal suo libro, però, è una lingua ricchissima, che nei secoli ha saputo restare vitale grazie anche alla capacità di rendere proprie parole di altre lingue.
«Il concetto giusto è rendere proprio per arricchire la lingua, non quello di assorbire acriticamente per impoverire il linguaggio. In questo senso non esiste l’italiano puro. Esistono centinaia, migliaia di vocaboli che vengono da altre lingue e sono diventati italiano. Pensiamo solo a quelli che derivano dall’arabo: ‘ragazzo’, ‘bizzeffe’, ‘zenit’, ‘almanacco’, ‘algoritmo’, ‘algebra’, ‘sciroppo’, ‘spinacio’, ‘zafferano’, ‘carciofo’, ‘arancio’, ‘cappero’, ‘arsenale’, ‘tariffa’, ‘quintale’, ‘carrugio’, ‘camallo’, ‘zero’… Ecco, pensiamo solo all’importanza di ‘zero’…».

Intende come concetto?
«Lo ‘zero’ era ignoto ai Greci e ai Latini. Un numero che introduce il concetto del nulla e del vuoto: arriva nel Medioevo e cambia il modo di pensare, di argomentare, di filosofare».

Proprio nel Medioevo nasce e si forgia la nostra lingua.
«È per questo che la prima parola-espressione delle cento del mio libro è sao ko kelle terre. Si tratta della prima attestazione di una frase in volgare. Risale al 960. È tratta dal cosiddetto Placito capuano,
un atto notarile che sancisce che la locale abbazia benedettina è legittima proprietaria di certi terreni. Tutto è scritto in latino, ma i tre testimoni che asseverano la proprietà pronunciano una frase in volgare, non perché non sanno il latino, ma perché quella è la formula d’uso:  Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti».

La seconda parola è ‘laudare’.
«Perché il Cantico delle creature è il più antico componimento in volgare del quale si conosca l’autore e l’anno (1224-1226)».

Insomma, l’italiano comincia come lingua colta e aulica.
«L’italiano è stato fino all’800 più una lingua scritta che parlata perché la gente usava i dialetti. E lo scritto, come non è capitato in nessun’altra lingua, diventa subito gigantesco con Dante, Petrarca, Boccaccio, riferimenti precisi per molti secoli. Solo Manzoni nella prosa, Leopardi, Carducci e Pascoli nella lirica ci emancipano da quegli schemi».

Il ’700 è un altro momento importante. Lei ne parla anche attraverso la ‘parola’ 53: ‘atmosfera politica’.
«In quell’epoca, grazie all’influenza francese, tante parole che hanno un significato solo per le tecniche e i mestieri acquistano un senso figurato. Vocaboli come ‘duttile’ e ‘amalgama’ in italiano erano riferite solo ai metalli. ‘Atmosfera’, ‘termometro’ ed ‘elettrico’ escono dai loro contesti scientifici e si apre un mondo nuovo fatto di ‘atmosfere elettriche’, ‘situazioni elettrizzanti’, ‘termometri politici’».

Poi ci sono le parole italiane nel mondo…
«Ci sarebbe da fare un libro solo per la terminologia musicale nata da noi ed esportata per secoli nel mondo. ‘Adagio’, ‘allegro’, ‘tenore’, ‘sinfonia’, ‘viola’, ‘violino’, ‘maestro’, ‘diva’ sono solo alcuni esempi e ancora oggi sfogliando le pagine di giornali inglesi che si occupano di musica troviamo ‘belcanto’, ‘cadenze’, ‘capriccio’…».

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Ok-gossip-tilt–e-l-ITALIANO-.aspx

 

L’italiano in 100 parole

Gianluigi Beccaria

http://www.rizzoli.eu/libri/litaliano-in-100-parole/

Settimana della lingua italiana nel mondo

http://www.accademiadellacrusca.it/it/attivita/settimana-lingua-italiana-mondo