Quando separiamo il grano dall’iPhone

silosQuando separiamo il grano dall’iPhone
la Repubblica, venerdì 3 ottobre 2014
Nel giro di appena un weekend, Apple ha venduto 10 milioni di unità del nuovo iPhone. Un record. Google deve far fronte alle pressioni delle autorità europee, preoccupate di tutelare la concorrenza e la privacy dei suoi cittadini. Amazon ha in corso una controversia commerciale con la casa editrice Hachette e decide di discriminare gli autori che pubblicano con quest’ultima: molti dei romanzieri più prestigiosi hanno firmato una lettera aperta per denunciare la condotta di Amazon. Le imprese attive nel settore dell’informatica e di Internet esercitano, per numerosi motivi, una grande attrazione mediatica. L’agricoltura molto meno. Eppure anche sui mercati agricoli si stanno battendo record che non attirano così tanta attenzione ma avranno enormi conseguenze per miliardi di persone.
Lo sapevate che il raccolto di cereali a livello mondiale non ha mai raggiunto livelli tanto alti? E che anche se il consumo è aumentato, la produzione è arrivata a livelli tali che i granai stanno per scoppiare?
Il Consiglio internazionale dei cereali stima che le scorte di soia, grano, orzo, mais e altri cereali raggiungeranno il volume più elevato da trent’anni a questa parte. Negli Stati Uniti si prevede che la raccolta di mais supererà quella dell’anno passato, che già aveva stabilito un record assoluto; anche la produzione di soia non è mai stata tanto ingente. L’Europa continua a battere record dopo record per il raccolto di grano e mais, mentre il Canada accumula primati per il grano, l’orzo e l’avena. «Questa nuova abbondanza avrà effetti di ampio respiro: ridurrà il reddito degli agricoltori e aumenterà i margini di profitto delle imprese del settore alimentare e dei biocombustibili, e alla fine produrrà un calo dell’inflazione dei prodotti alimentari, sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri », scrive Gregory Meyer del Financial Times.
E qual è la ragione di questa esplosione dei cereali? I prezzi alti degli ultimi anni. Questi prezzi hanno creato incentivi enormi per spingere gli agricoltori a investire nell’aumento della produzione. Secondo la Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), tra il 2005 e il 2013 l’area coltivata a grano, soia e mais è cresciuta dell’11 per cento a livello mondiale. Non ci sono mai stati tanti terreni coltivati sul pianeta come oggi.
L’aumento dei prezzi che ha stimolato questa espansione agricola si deve principalmente a quattro ragioni: l’incremento della popolazione mondiale, l’aumento del consumo di cibo nei Paesi poveri (dovuto alla forte crescita delle classi medie), l’uso di cereali per la produzione di combustibili come l’etanolo e la maggiore frequenza di fenomeni climatici estremi che danneggiano i raccolti. Questi fattori sono forti come prima, ma i prezzi alti che hanno determinato costituiscono un incentivo più che sufficiente per portare la produzione a volumi senza precedenti, cosa che naturalmente spinge al ribasso i prezzi.
Il basso livello attuale nel giro di qualche anno potrebbe di nuovo scoraggiare gli investimenti e provocare cadute della produzione come quelle che si sono verificate negli ultimi anni. Questo ciclo, già visto molte volte, sta acquisendo caratteristiche nuove, che ne accorciano i tempi e rendono più estremi gli intervalli di variazione.
Questa maggiore volatilità originerà instabilità in un settore di grande importanza, sia sociale che geopolitica. Quasi il 20 per cento della popolazione mondiale è direttamente coinvolto in attività agricole. Pertanto, quello che succede in questo settore produce ripercussioni dirette per un essere umano su cinque (per fornire un termine di paragone, l’industria elettronica dà lavoro in tutto il mondo ad appena 2,3 milioni di persone).
Anche se l’agricoltura, a livello mondiale, pesa molto poco in quanto attività economica (solo il 2,8 per cento del totale), nei Paesi più poveri di solito gioca un ruolo molto importante. In India rappresenta il 18 per cento della sua economia e genera il 54 per cento dell’occupazione.
Sia la domanda che l’offerta di prodotti agricoli hanno subito drastici cambiamenti nell’ultimo mezzo secolo. Uno dei più considerevoli è la concentrazione della produzione in pochissimi Paesi. Secondo i dati di Julian Alston e Philip Pardey, cinque Paesi appena (l’India, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e il Brasile) concentrano il 42 per cento delle aree coltivate del pianeta, contro lo 0,78 per cento dei 100 Paesi con minore attività agricola. Alston e Pardey richiamano anche l’attenzione sulla rapida caduta degli investimenti nella ricerca agricola.
Questo succede in un momento in cui i cambiamenti climatici, economici e sociali stanno trasformando l’agricoltura imponendo nuove conoscenze e tecniche. Forse non sarebbe male se quelli di Apple, di Google e di altri colossi della modernità cominciassero ad applicare la loro creatività per migliorare l’attività economica più antica dell’umanità.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Moises Naim