Beatles, Fata della Fiducia e altro

Here comes the sun /
Here comes the sun /
And I say it’s all right /
Little darling, it’s been a long, cold, lonely winter”.
Ecco arriva il sole, ecco arriva il sole, e io dico tutto bene. Cara piccola, è stato un lungo, freddo, solitario inverno.

http://www.youtube.com/watch?v=n6j4TGqVl5g
beat beatL’inverno del 1969 è il più triste nella storia dei Beatles. La fine della loro avventura comune è ormai vicina, e il popolo dei fan lo sa. I rapporti sono così tesi, racconta Harrison, “che andare agli studi di Apple per le registrazioni era una corvée, come andare a scuola; e poi firma qui firma lì, sembravamo dei businessmen, sommersi tra contratti e dispute legali

Eppure, quando nessuno lo spera più, in mezzo a quel gelido inverno si riaccende una fiamma. Il 30 gennaio del ’69 i quattro fanno una follia, un gesto che sorprende, stordisce, elettrizza i loro fan. Nel cuore di Londra improvvisano un concerto dal vivo, all’aperto, sul tetto del palazzo dove ha la sede la loro casa discografica. E’ un blitz, uno happening temerario: i quattro hanno smesso di suonare dal vivo tre anni prima, nessuno si aspetta che siano ancora capaci di farlo, tantomeno che ne abbiano voglia. E senza un cachet, senza uno stadio pieno di spettatori paganti. Per di più quel giorno un vento gelido spazza Londra, la meteo invernale è proibitiva, le dita che devono suonare chitarre e pianoforte sono intirizzite, l’acustica è pessima. L’apparizione dei Beatles su quel tetto all’aperto crea lo scompiglio nel Business District, il quartiere degli affari dove ha sede Apple. E’ l’ora del lunch, per la pausa pranzo molti impiegati sono già per strada. Non credono ai loro occhi. Sembra una visione, un’allucinazione. Il gruppo pop più celebre della storia, ormai sparito dalle scene e abituato a lavorare solo nel chiuso degli studi di registrazione, è in mezzo alla città che suona davanti a tutti. Proprio mentre s’intensificano voci o leggende metropolitane sulla loro dissoluzione o sulla morte di Paul, eccoli lassù in carne ed ossa, musicalmente affiatati come non mai, scatenati a interpretare pezzi sublimi come “Get Back”, “Dont’Let Me Down” (tutti pieni di doppi sensi, “torna indietro”, “non mi mollare”, possono essere letti anche come allusioni ai rapporti fra di loro).

La notizia che i Beatles stanno suonando in pubblico nel cuore di Londra si sparge all’istante  –  malgrado non esistano ancora cellulari né tantomeno Internet…   –  per strada affluisce una massa di spettatori, la gente si accalca intorno per guardare e sentire l’inverosimile concerto le cui note irradiano dal tetto. Il Metropolitan Police Service è in allarme, il traffico è paralizzato, ci sono dei fan che per vedere i Beatles fanno di tutto, si arrampicano sui tetti vicini, sui cornicioni, si sporgono dalle finestre. Può succedere una tragedia. Gli agenti cominciano a “scalare” la sede di Apple per mettere fine alla follia. Quando la polizia arriva fino a loro sul tetto, i Beatles non si scompongono, continuano a suonare ancora per qualche minuto. Finché coi megafoni i poliziotti minacciano di arrestare e portar via tutto lo staff di Apple. Alla fine, l’ultimo concerto dal vivo dei Beatles, il più pazzo di tutti, sarà durato 42 minuti e finirà filmato nel documentario “Let It Be”. Come uno sprazzo di calore nel gelo invernale, un guizzo di vitalità, di amore per la musica e di fantasia, in un periodo pieno di malinconia.

Un altro scatto lo avrà di lì a poco George Harrison. All’arrivo della primavera, un giorno invece di presentarsi agli studi di Apple come da programma, sparisce. Se ne va a casa del suo amico e collega chitarrista Eric Clapton. “Per il sollievo di non vedere tutti quegli amministratori e avvocati, passeggiando nel giardino di Eric ho composto Here Comes The Sun”. Diventerà, dopo “Something”, la più popolare delle canzoni di Harrison. Mentre i Beatles si stanno separando, l’ultimo frutto della loro collaborazione è proprio questo: fiorisce più che mai il talento del “fratellino piccolo”. George dopo essere vissuto a lungo all’ombra della coppia John-Paul s’impone a sua volta come un grande autore.

La crisi è finita!
Quante volte hanno già annunciato agli italiani, agli europei, che la crisi è finita. Per poi dover smentire le previsioni ottimistiche. L’inverno è stato davvero lungo e freddo come non mai. Ma quando arriva il sole?

L’eurozona è stata precipitata in una prima recessione “made in Usa” nel 2009; poi è ricaduta in una seconda, quindi stremata da una terza depressione. Queste ultime due crisi in rapida successione sono state fabbricate a tavolino, sono “made in Europe”, perché sono il frutto delle scelte dei governi.

La forza delle ideologie può essere micidiale. Come diceva Keynes: uomini che si credono pratici e pragmatici (gli uomini di governo), sono schiavi dei preconcetti di qualche economista defunto da molti anni. E’ il caso di Angela Merkel e di buona parte della classe dirigente tedesca: insistendo sull’austerity hanno finito per danneggiare perfino la Germania, la cui crescita è stata debole, penalizzata dallo sprofondamento dei suoi mercati di sbocco più vicini (Francia e Italia). Intere classi dirigenti europee, succubi della Germania, hanno continuato a raccontare la favola della Fata della Fiducia: tagliate, tagliate le spese, tagliate i redditi, alla fine questo aggiusterà i conti pubblici e grazie alla magica fiducia ricostruite nei mercati finanziari ripartiranno gli investimenti, quindi anche le assunzioni. La Fata della Fiducia è una favola ingannevole e crudele, ha fatto perdere cinque anni all’Europa, ha distrutto risorse umane che è molto difficile ricostruire. Ma le ideologie economiche possono essere come i fanatismi religiosi: impermeabili alla prova dei fatti.
(….)

Economisti “organici”: è un tema troppo poco studiato, indagato. L’accademia non è un luogo neutro, uno spazio riservato esclusivamente alla libertà del pensiero. Le università americane sono le migliori del mondo anche per la ricchezza dei finanziamenti. Molti di questi sono privati, vengono dalle grandi imprese. Così come accade nella ricerca medica, le donazioni sono anche strumenti per orientare, influenzare, dirigere. Il conflitto d’interessi è pervasivo nel lavoro degli economisti, molti dei quali ricevono borse di studio e di ricerca da grandi banche e industrie private. Ma negli studi che pubblicano, nei loro libri, nei loro articoli sui giornali, nelle loro interviste televisive, non compare mai un’avvertenza al pubblico di questo tipo: “E’ bene sappiate che io vengo finanziato da Goldman Sachs, Exxon, Lockheed. Le mie opinioni non riflettono necessariamente gli interessi dei miei generosi committenti. Però forse non mi conviene troppo infilargli le dita negli occhi…”
(…)

Pil vs Hdi
Una distorsione permanente delle nostre “rappresentazioni”, del modo in cui leggiamo la realtà, nasce dall’uso di indicatori economici sbagliati. Il Prodotto interno lordo continua a dominare il discorso pubblico sull’economia. Una critica, celebre e appassionata, è quella espressa da Bob Kennedy. A demolire il Pil (anzi all’epoca il Pnl) è dedicato il passaggio-chiave di un discorso che Bob pronuncia all’università del Kansas il 18 marzo 1968, tre mesi prima di morire ucciso da Shiran Shiran, mentre fa campagna elettorale per conquistare a la Casa Bianca. “Per troppo tempo e in misura eccessiva  –  dice Bob Kennedy  –  abbiamo sacrificato l’eccellenza personale e i valori comunitari sull’altare di una mera accumulazione di beni materiali. Il nostro Prodotto nazionale lordo oggi è di oltre 800 miliardi di dollari. In quegli 800 miliardi sono addizionati l’inquinamento atmosferico, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze che trasportano le vittime delle stragi sulle autostrade. Aggiungiamo al conteggio il valore dei lucchetti delle porte di casa, e delle prigioni dove rinchiudiamo quelli che li hanno scassinati. Addizioniamo la distruzione delle sequoie, l’urbanizzazione caotica che distrugge le bellezze naturali. Nel Prodotto nazionale lordo ci sono il napalm (agente chimico defoliante usato nei bombardamenti del Vietnam, ndr), le testate nucleari, i blindati della polizia per combattere le rivolte nelle nostre città. Ci sono dentro le pistole e i pugnali, i programmi televisivi che esaltano la violenza per vendere giocattoli ai nostri bambini. Invece il Prodotto nazionale lordo non calcola la salute dei nostri figli, la qualità della loro istruzione, o la serenità dei loro giochi. Non include la bellezza della poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l’intelligenza del dibattito pubblico o l’onestà dei funzionari dello Stato. Non misura il coraggio né la saggezza né l’apprendimento, non misura la carità né la dedizione agli interessi del paese. In sintesi: misura tutto, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci può dire tutto dell’America, fuorché la ragione per cui siamo orgogliosi di essere americani”.
(…)

Un indicatore ben più completo e utile è quello elaborato per le Nazioni Unite da Amartya Sen ed altri, lo Human Development Index (abbreviato in Hdi, indice dello sviluppo umano): misura per esempio la qualità della salute e dell’istruzione. Qualità vuol dire, nel caso della salute, per esempio l’aumento della longevità, la riduzione delle morti al parto, tutti dati oggettivi ma che non coincidono affatto con il volume delle spese. Balza agli occhi che queste sono le statistiche importanti, eppure quanti di noi ricordano di avere mai letto titoli di giornali che inneggiano a un aumento dell’indice di sviluppo umano, o lamentano un suo calo? Perché continuiamo a usare i dati sbagliati? Ne parlo proprio con Amartya Sen, il padre di questo indice, che è anche uno dei più autorevoli economisti viventi. Un personaggio singolare, indiano ma docente a Harvard, dove è l’unico ad avere insegnato tre materie: economica, matematica, filosofia. A lui chiedo perché il Pil continua ad avere un ruolo dominante. “Che la Cina possa superare gli Stati Uniti  –  mi dice Sen  –  o che l’India possa diventare la terza economia mondiale in base allo stesso criterio, io lo trovo poco significativo. Quello che conta davvero è il benessere delle persone. L’indice dello sviluppo umano, pur imperfetto, include l’istruzione che invece non entra nel Pil. Il Bangladesh ha un reddito pro capite inferiore all’India e tuttavia la speranza di vita è più lunga, la mortalità infantile è inferiore. Perché l’indice dello sviluppo umano riceve meno attenzione? Perché la sua importanza è fondamentale per i ceti più poveri. I ricchi s’interessano del Pil perché la crescita economica misurata con quell’indicatore concentra su di loro i massimi benefici. Usare statistiche alternative significa anche attirare l’attenzione su settori come le ong, il non-profit, la cooperazione, il terzo settore, di cui non si parla abbastanza”.

La lezione di Sen ci riguarda tutti: la democrazia è quello che ne facciamo noi. La sua forza, la sua capacità di risolvere problemi e di fornire risultati, è direttamente legata al nostro livello di attenzione, alle priorità che le assegniamo. La sua è una grande lezione di passione civile, di senso della responsabilità civica. L’economia è una costruzione umana, è il riflesso della gerarchia di valori che decidiamo di imprimerle.
(…)

All You Need Is Love…
John Lennon la compone aggiungendoci in apertura le note della Marsigliese, il canto di “liberté, égalité, fraternité”, I Beatles la cantano accompagnati da Mick Jagger, Keith Richard, Marianne Faithfull e Donovan.
“There’s nothing you can do that can’t be done”.

Non c’è nulla di quello che tu puoi fare, che non possa essere fatto.
Sembra un inno a quello che Antonio Gramsci chiamava l’ottimismo della volontà?
I confini del possibile cambiano nella storia umana. Le dottrine economiche plasmate da potenti interessi costituiti, sono riuscite a convincerci che certe regole del gioco sono naturali, immutabili. Ci hanno abituati a pensare “dentro la scatola”, in un universo senza alternative vere. E invece i confini del possibile sono determinati da noi. I nostri sistemi di valori, le nostre ideologie, stabiliscono “quello che puoi fare”.

Federico Rampini
All you need is love
Mondadori 2014
288 pagine €17,00

http://www.repubblica.it/cultura/2014/10/19/news/libro_rampini-98528629/

Centoparole

Ldantema settimana della lingua italiana nel mondo è appena cominciata e già si accavallano gli studi, i sondaggi, i libri sull’argomento. Di ieri, per esempio, è un’indagine di www.libreriamo.it condotta su cinquemila persone, secondo la quale il podio degli strafalcioni scritti e parlati degli italiani è occupato da ‘un pò’, ‘qual’è’ e dal non uso o uso errato del congiuntivo. Non a caso un linguista e critico letterario come Gian Luigi Beccaria autore del reccentissimo L’italiano in 100 parole
(Rizzoli, pp. 490, euro 18), subito dopo aver sottolineato l’importanza dell’iniziativa del Ministero degli esteri, annota: «Bisogna pensare all’italiano nel mondo, ma dobbiamo cominciare a pensare anche a fare qualcosa per migliorarlo in Italia. La nostra è una lingua ricchissima e la gente non la conosce, non la possiede. Parole certamente utili come  ok e gossip sostituiscono e accorpano espressioni un tempo comuni che non si usano più per pigrizia. L’italiano scritto peggiora sempre di più. La sintassi latita. La civiltà delle immagini punta tutto sulla velocità esiliando il ragionamento e la costruzione del discorso. Un fenomeno non solo italiano, ma sul quale bisogna meditare».

Non è solo colpa dell’inglese, quindi?
«Vede, la ricchezza di una lingua è anche nella sua capacità di sapersi ‘imbastardire’ assumendo parole e concetti dall’esterno. Non a caso questa è la forza dell’inglese moderno, che non ha mai avuto momenti di difesa del ‘purismo’, ha preso tutto da tutti: latinismi, francesismi, italianismi, arabismi…».

Lei però nel libro lamenta un uso eccessivo di ‘anglicismi’ nell’italiano attuale…

«Troppi e anche a sproposito, con l’uso di espressioni che in inglese nessuno si sognerebbe di utilizzare, come: andare in
tilt , toast, autogrill , slip, golf … Certo non dobbiamo chiuderci, ma dobbiamo anche un po’ difenderci. Parole inglesi come ok
gossip, dicevamo, impoveriscono la nostra lingua: non si dice più ‘va bene’, ‘sta bene’, ‘tutto a posto’, non si ‘spettegola’ più, non si fanno più ‘chiacchiere malevole’, non si dicono ‘indiscrezioni’, ‘maldicenze’, ma si dice sempre ‘ok’ e si fa sempre e soltanto gossip. E poi penso anche all’uso di parole italiane come se fossero il corrispettivo inglese».
Per esempio?
«La parola ‘grosso’ che traduce l’inglese big e viene usata in italiano alla stessa maniera al punto che si stanno perdendo gli altri equivalente italiani che offrono molte sfumature. Così diciamo uniformemente: un ‘grosso evento’, un ‘grosso scrittore’, un ‘grosso personaggio’, un ‘grosso successo’… Penso anche alla parola ‘testare’ nell’uso che deriva dall’inglese to test, che funziona bene, ma ha eliminato sinonimi come ‘provare’, ‘saggiare’, ‘sperimentare’, ‘analizzare’, ‘collaudare’…».

L’italiano che emerge dal suo libro, però, è una lingua ricchissima, che nei secoli ha saputo restare vitale grazie anche alla capacità di rendere proprie parole di altre lingue.
«Il concetto giusto è rendere proprio per arricchire la lingua, non quello di assorbire acriticamente per impoverire il linguaggio. In questo senso non esiste l’italiano puro. Esistono centinaia, migliaia di vocaboli che vengono da altre lingue e sono diventati italiano. Pensiamo solo a quelli che derivano dall’arabo: ‘ragazzo’, ‘bizzeffe’, ‘zenit’, ‘almanacco’, ‘algoritmo’, ‘algebra’, ‘sciroppo’, ‘spinacio’, ‘zafferano’, ‘carciofo’, ‘arancio’, ‘cappero’, ‘arsenale’, ‘tariffa’, ‘quintale’, ‘carrugio’, ‘camallo’, ‘zero’… Ecco, pensiamo solo all’importanza di ‘zero’…».

Intende come concetto?
«Lo ‘zero’ era ignoto ai Greci e ai Latini. Un numero che introduce il concetto del nulla e del vuoto: arriva nel Medioevo e cambia il modo di pensare, di argomentare, di filosofare».

Proprio nel Medioevo nasce e si forgia la nostra lingua.
«È per questo che la prima parola-espressione delle cento del mio libro è sao ko kelle terre. Si tratta della prima attestazione di una frase in volgare. Risale al 960. È tratta dal cosiddetto Placito capuano,
un atto notarile che sancisce che la locale abbazia benedettina è legittima proprietaria di certi terreni. Tutto è scritto in latino, ma i tre testimoni che asseverano la proprietà pronunciano una frase in volgare, non perché non sanno il latino, ma perché quella è la formula d’uso:  Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti».

La seconda parola è ‘laudare’.
«Perché il Cantico delle creature è il più antico componimento in volgare del quale si conosca l’autore e l’anno (1224-1226)».

Insomma, l’italiano comincia come lingua colta e aulica.
«L’italiano è stato fino all’800 più una lingua scritta che parlata perché la gente usava i dialetti. E lo scritto, come non è capitato in nessun’altra lingua, diventa subito gigantesco con Dante, Petrarca, Boccaccio, riferimenti precisi per molti secoli. Solo Manzoni nella prosa, Leopardi, Carducci e Pascoli nella lirica ci emancipano da quegli schemi».

Il ’700 è un altro momento importante. Lei ne parla anche attraverso la ‘parola’ 53: ‘atmosfera politica’.
«In quell’epoca, grazie all’influenza francese, tante parole che hanno un significato solo per le tecniche e i mestieri acquistano un senso figurato. Vocaboli come ‘duttile’ e ‘amalgama’ in italiano erano riferite solo ai metalli. ‘Atmosfera’, ‘termometro’ ed ‘elettrico’ escono dai loro contesti scientifici e si apre un mondo nuovo fatto di ‘atmosfere elettriche’, ‘situazioni elettrizzanti’, ‘termometri politici’».

Poi ci sono le parole italiane nel mondo…
«Ci sarebbe da fare un libro solo per la terminologia musicale nata da noi ed esportata per secoli nel mondo. ‘Adagio’, ‘allegro’, ‘tenore’, ‘sinfonia’, ‘viola’, ‘violino’, ‘maestro’, ‘diva’ sono solo alcuni esempi e ancora oggi sfogliando le pagine di giornali inglesi che si occupano di musica troviamo ‘belcanto’, ‘cadenze’, ‘capriccio’…».

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Ok-gossip-tilt–e-l-ITALIANO-.aspx

 

L’italiano in 100 parole

Gianluigi Beccaria

http://www.rizzoli.eu/libri/litaliano-in-100-parole/

Settimana della lingua italiana nel mondo

http://www.accademiadellacrusca.it/it/attivita/settimana-lingua-italiana-mondo