LE IMPRESE SALMONE CHE TORNANO A CASA

salmA fine settembre erano 4, l’anno scorso sono arrivate a 11, due anni fa a 12, nel 2009 erano 17. Sono ormai un centinaio le imprese italiane che nell’ultimo decennio, con alcuni impianti, hanno risalito la corrente come salmoni. La loro è una silenziosa ondata di rimpatrio delle produzioni dai Paesi emergenti a basso costo verso Paesi avanzati, Italia inclusa, dal costo del lavoro più alto ma con competenze e talenti difficili da imitare.

Fra i protagonisti del controesodo si contano marchi di moda e design come Tod’s, Prada, Piquadro, Ferragamo, Nannini, Natuzzi. Ma non ci sono solo quelli. Prysmian, leader mondiale nel settore dei cavi, sta decidendo di rafforzare gli investimenti in Europa e anche in Italia. Interpump nella meccanica ha ormai depotenziato l’attività nei suoi impianti cinesi per rafforzare proprio l’Italia.

È un movimento in direzione inversa rispetto a quello dell’epopea della globalizzazione, e in qualche modo ne contraddice la retorica segnando una seconda fase. L’erosione dei costi della manodopera per alcuni non ha mantenuto tutte le promesse di redditività. Le imprese-salmone, quelle che risalgono la corrente da Est verso Ovest e da Sud verso Nord del mondo, vogliono essere più vicine ai mercati, dipendere meno dall’imprevedibilità di sistemi politici opachi e lontani, pagare meno in assicurazione e trasporto.

A questo punto costituiscono un fenomeno così diffuso da guadagnarsi un neologismo: “re-shoring” al posto dell’off-shoring verso l’Asia di vent’anni fa. ……. Secondo uno studio di Uni-Club, un gruppo di quattro atenei, il made in Italy è secondo dopo il sistema d’impresa americano per intensità del “re-shoring”. La Cina è il Paese dal quale rimpatriano più spesso; la moda è il settore più interessato dalla nuova tendenza: vi appartengono circa 40 del centinaio di imprese che negli ultimi dieci anni hanno deciso di rimpatriare. Ma anche meccanica e elettrotecnica sono presenti. Fra le motivazioni portate dai manager, spiccano quelle che ricordano che anche un’economia matura ha un posto nella globalizzazione 2.0. Il costo del lavoro in Italia è sì elevato, ma non nella manifattura di alta qualità o nelle funzioni ad alto contenuto di competenza e cultura. Che il costo del cuneo fiscale è eccessivo, ma mai come l’imprevedibilità della Cina dove i salari sono ormai triplicati. E il messaggio delle imprese-salmone è che l’Italia ha sì molti problemi, ma non ci sono scuse: prendersela con l’euro o Angela Merkel, per loro, è come andare alla carica contro i mulini a vento.