I migranti e l’economia italiana

extLa differenza tra tasse contributi in rapporto alla spesa pubblica ….

da un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 23 novembre 2014

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Due rapporti della Fondazione Leone Moressa e Andrea Stuppini, collaboratore de «lavoce.info», spiegano che non solo le imprese create da immigrati sono 497 mila (l’8,2% del totale: a dispetto della crisi) per un valore aggiunto di 85 miliardi di euro, ma che nei calcoli dare-avere chi ci guadagna siamo anche noi. Nel 2012 i contribuenti nati all’estero sono stati poco più di 3,5 milioni e «hanno dichiarato redditi per 44,7 miliardi di euro (mediamente 12.930 euro a persona) su un totale di 800 miliardi di euro, incidendo per il 5,6% sull’intera ricchezza prodotta». L’imposta netta versata «ammonta in media a 2.099 euro, per un totale complessivo pari a 4,9 miliardi». Con disparità enorme: 4.918 euro pro capite di Irpef pagata nel 2013 in provincia di Milano, 1.499 in quella di Ragusa.
A questa voce, però, ne vanno aggiunte altre. Ad esempio l’Iva: «Una recente indagine della Banca d’Italia ha evidenziato come la propensione al consumo delle famiglie straniere (ovvero il rapporto tra consumo e reddito) sia pari al 105,8%: vale a dire che le famiglie straniere tendono a non risparmiare nulla, anzi ad indebitarsi o ad attingere a vecchi risparmi. Ipotizzando che il reddito delle famiglie straniere sia speso in consumi soggetti ad Iva per il 90% (escludendo rimesse, affitti, mutui e altre voci non soggette a Iva), il valore complessivo dell’imposta indiretta sui consumi arriva a 1,4 miliardi di euro». Più il gettito dalle imposte sui carburanti (840 milioni circa), i soldi per lotto e lotterie (210 milioni) e rinnovi dei permessi di soggiorno (1.741.501 nel 2012 per 340 milioni) e così via: «Sommando le diverse voci, si ottiene un gettito fiscale di 7,6 miliardi».

Poi c’è il contributo previdenziale: «Considerando che secondo l’ultimo dato ufficiale Inps (2009) i contributi versati dagli stranieri rappresentano il 4,2% del totale, si può stimare un gettito contributivo di 8,9 miliardi». Cosicché «sommando gettito fiscale e contributivo, le entrate riconducibili alla presenza straniera raggiungono i 16,6 miliardi».
Ma se questo è quanto danno, quanto ricevono poi gli immigrati? «Considerando che dopo le pensioni la sanità è la voce di gran lunga più importante e che all’interno di questa circa l’80% della spesa è assorbita dalle persone ultrasessantacinquenni», risponde lo studio, l’impatto dei nati all’estero (nettamente più giovani e meno acciaccati degli italiani) è decisamente minore sul peso sia delle pensioni sia della sanità, dai ricoveri all’uso di farmaci. Certo, è maggiore nella scuola «dove l’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana ha raggiunto l’8,4%», ma qui «la parte preponderante della spesa è fissa».
E i costi per la giustizia? «Una stima dei costi si aggira su 1,75 miliardi di euro annui». E le altre spese? Contate tutte, rispondono Stuppini e la Fondazione. Anche quelle per i Centri di Identificazione ed Espulsione: «Per il 2012 il costo complessivo si può calcolare in 170 milioni».

In ogni caso, prosegue il dossier, «si è considerata la spesa pubblica utilizzando il metodo dei costi standard, stimando la spesa pubblica complessiva per l’immigrazione in 12,6 miliardi di euro, pari all’1,57% della spesa pubblica nazionale. Ripartendo il volume di spesa per la popolazione straniera nel 2012 (4,39 milioni), si ottiene un valore pro capite di 2.870 euro». Risultato: confrontando entrate e uscite, «emerge come il saldo finale sia in attivo di 3,9 miliardi». Per capirci: quasi quanto il peso dell’Imu sulla prima casa. Poi, per carità, restano tutti i problemi, i disagi e le emergenze che abbiamo detto. Che vanno affrontati, quando serve, anche con estrema durezza. Ma si può sostenere, davanti a questi dati, che mantenere l’estensione della social card ai cittadini nati all’estero ma col permesso di soggiorno è «un’istigazione al razzismo»?

Per non dire dell’apporto dei «nuovi italiani» su altri fronti. Dice uno studio dell’Istituto Ricerca Sociale che ci sono in Italia 830 mila badanti, quasi tutte straniere, che accudiscono circa un milione di non autosufficienti. Il quadruplo dei ricoverati nelle strutture pubbliche. Se dovesse occuparsene lo Stato, ciao: un posto letto, dall’acquisto del terreno alla costruzione della struttura, dai mobili alle lenzuola, costa 150 mila euro. Per un milione di degenti dovremmo scucire 150 miliardi. E poi assumere (otto persone ogni dieci posti letto) 800 mila addetti per una spesa complessiva annuale (26mila euro l’uno) di quasi 21 miliardi l’anno. Più spese varie. Con un investimento complessivo nei primi cinque anni di oltre 250 miliardi.

Il nuovo mondo

APXCIl mondo è in movimento rapido. Lo è da tempo. E’ cambiata sostanzialmente la geoeconomia del mondo e i riflessi geopolitici non sono ancora del tutto ben definiti. L’unica cosa certa è che il mondo non ha i tempi dell’Europa, che sembra stare a guardare. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a due eventi che non possono essere liquidati solo per il loro impatto mediatico. La Cina ha ospitato a Pechino la riunione periodica dell’Asia-Pacific Economic Co-operation (Apec). Il presidente cinese ha ricevuto i grandi del mondo come il capo di una nazione “making the running” (copyright dell’Economist), cioè che conduce il gioco. Ha fatto scalpore l’annuncio dell’intesa con gli Stati Uniti sul controllo delle emissioni di CO2, e la promessa di un ulteriore accordo sull’eliminazione delle tariffe sui prodotti della “information technology”. Ma alla maggiore apertura mostrata su molti dossier spinosi, come si conviene a una potenza che si considera leader globale e, quindi, pronta a condividere la governance del mondo, si è affiancata l’azione di potenza che sta dietro l’annuncio della disponibilità a finanziare una nuova “via della seta”, cioè una strada di connessione tra l’Asia centrale e la Russia, con l’eventuale estensione fino all’Europa e al medioriente e all’Africa. Un programma d’investimenti di dimensioni enormi e che, soprattutto, sembra sottolineare lo spostamento dell’asse geoeconomico del mondo e il ruolo che la Cina si propone di giocare nel nuovo assetto, offrendo una base concreta di riavvicinamento sia alla Russia sia agli altri paesi asiatici interessati.

Altro segno di questa politica è stata la firma di un “memorandum of understanding” con altri venti paesi asiatici per istituire una nuova banca multilaterale di sviluppo, della quale la Cina sarà la principale azionista, e che probabilmente servirà anche a finanziare la nuova “via della seta”. Si susseguono anche accordi bilaterali con paesi emergenti per regolare l’interscambio in moneta nazionale e non più in dollari. E’ iniziata la sfida all’assetto di Bretton Woods, cioè alle istituzioni come la Banca mondiale e il Fmi. Istituzioni dominate dai paesi avanzati a guida americana, e poco propense a dare spazio nella loro governance ai paesi emergenti in base al loro nuovo peso economico nel mondo. Ancor più importante e significativa è stata la richiesta di Xi Jinping all’Apec di studiare la costituzione di una Free trade area of the Asia-Pacific (Ftaap). Qui si entra nel vivo della sfida per la leadership globale, perché è la risposta alla Trans pacific partnership, sponsorizzata dagli americani. Quest’ultima non piace alla Cina, che si confronta anche con l’avanzamento, sempre a guida americana, della Transatlantic trade and investment partnership (Ttip), destinata a creare una zona di libero scambio con l’Europa, con l’esclusione della Russia, in tal modo spinta verso l’Asia. Ciò ci conduce all’altro evento recente, la riunione del G20 di Brisbane, che in sintesi certifica tre cose. Il riconoscimento che non ci sarà crescita senza un impegno corale degli stati per sostenere un programma massiccio di investimenti. L’isolamento dell’Europa, accusata di essere l’area che frena la crescita mondiale con la sua insistenza nelle politiche di rigore fiscale. L’isolamento della Russia da parte degli Stati Uniti e dei membri europei del G20, con qualche attenuazione nella posizione italiana, per la sua politica aggressiva nell’est europeo, ma non il suo isolamento dal resto del mondo, in particolare dalla Cina.

La base economica dei problemi strategico-politici è il mutamento delle prospettive geoeconomiche. Entro poco più di una decade il 70 per cento del pil mondiale sarà prodotto da quello che eravamo abituati a chiamare il sud del mondo (Asia e Africa in primo luogo) e il 30 per cento nel nord del mondo, cioè essenzialmente l’occidente. Nulla di strano, si ritorna ai pesi relativi degli inizi dell’Ottocento, ma in una situazione del tutto cambiata. La questione centrale non è il mutamento in atto dei pesi economici relativi, dovuto alla riduzione del gap tecnologico e di produttività e alla stessa demografia, ma il fatto che il mutamento deve essere governato. In altri termini, la strategia cinese pone di fronte al resto del mondo, agli Stati Uniti e all’Europa in primo luogo, l’alternativa tra cooperazione per la crescita o la concorrenza e il conflitto. I segnali sono che la Cina, e con lei parte dell’Asia, è ancora disponibile alla prima strada, ma è già pronta all’opzione più pericolosa. Forse gli Stati Uniti se ne accorgeranno in tempo, ma l’Europa brancola nel buio, colta sempre impreparata dalla rapida evoluzione dei contesti.

di Ernesto Felli e Giovanni Tria

Il Foglio  -23 novembre 2014

APEC

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