Investimenti: un grafico eloquente

 

Il dato del Pil statunitense è stato uno schiaffo per l’Europa. Come è possibile che l’economia americana cresca del 5% mentre in Europa consideriamo un grande risultato riuscire a superare lo zero di qualche decimale? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo analizzare la dinamica degli investimenti, una variabile chiave per misurare lo stato di salute e di fiducia di un’economia. E per farlo un grafico vale più di mille tweet.

Tutte le decisioni economiche sono frutto di valutazioni intertemporali, anche le scelte di “consumo”. Ma se c’è una variabile macroeconomica dove le aspettative giocano un ruolo cruciale questa è rappresentata dagli Investimenti, che nient’altro sono che la cerniera tra presente e futuro. Già Keynes una ottantina di anni fa aveva compreso che la politica monetaria può anche abbattere i costi di finanziamento ma, se non c’è fiducia nel futuro, nessun imprenditore investirà, nemmeno se i tassi d’interesse vengono azzerati.

Nel grafico sottostante è rappresentato l’andamento della componente Investimenti del Pil di tre paesi: Stati Uniti (linea blu con triangolini), Germania (linea arancione con palline) e Italia (linea grigia continua). Per tutti e tre i paesi la serie storica è stata ribasata, in modo che ad inizio 1999 si parta tutti dallo stesso livello, cioè da 100.

investimenti italia, germania, usa

Investimenti in Usa (blu), Germania (arancio) e Italia (grigio) (1998=100)

Per vedere il grafico in formato ingrandito, cliccare qui

Si può notare come l’adozione dell’euro abbia determinato, nella prima parte dello scorso decennio, una crescita degli investimenti in Italia pari a quella americana. È l’effetto del “dividendo dell’euro” che ci ha regalato tassi d’interesse incredibilmente bassi – lo spread rispetto ai Bund era praticamente nullo -, una moneta stabile e l’illusione di poter competere con i paesi “seri” senza l’arma della svalutazione. Si nota come gli investimenti in Italia continuino a crescere anche durante la mini-recessione che segue allo scoppio della bolla dot.com. Erano gli anni in cui la Germania veniva additata come la “malata d’Europa”. Con il senno di poi, però, la frenata era dovuta alle riforme strutturali che consentirono di porre le basi per il successo del Made in Germany.

Anche noi avremmo dovuto usare quel periodo d’oro; per ridurre velocemente il debito pubblico, ad esempio, e per fare qualche importante riforma strutturale. Non lo abbiamo fatto e le cose sono andate come sappiamo. La crisi del 2007-2008 determina in tutti i paesi un crollo degli investimenti, ma mentre in Germania e negli USA il punto di minimo viene raggiunto nel 2009, l’Italia imbocca un sentiero discendente da cui non sembra in grado di uscire. Quale la causa? Ad ognuno la preferita: tuttavia, il timore circa la sostenibilità del debito pubblico ed il rischio di una sua ristrutturazione è una chiave di volta importante, per provare a capire questa enpasse. La crisi del debito sovrano in Europa colpisce duramente il nostro paese e blocca anche la ripresa degli investimenti in Germania. Tuttavia, la Germania, dopo che l’azione di Draghi fa recedere il rischio di euro break-up, riprende il trend ascendente, mentre prosegue il crollo degli investimenti in Italia nonostante lo spread si riduca e i tassi crollino ai minimi storici degli ultimi 200 anni…..

http://www.linkiesta.it/investimenti-italia-germania-usa

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La Lituania nell’euro

imagesSFIPXVHB L’Eurozona si allarga. Dal primo gennaio l’euro sarà la moneta ufficiale anche della Lituania, l’ultima delle tre repubbliche baltiche ad aderire alla divisa unica, dopo l’ingresso dell’Estonia nel 2011 e della Lettonia nel 2014. L’ingresso di Vilnius, con i sui 3,5 milioni di abitati e 35 miliardi di Pil, non cambiarà certo gli equilibri e le prospettive dell’area, ma ha un forte significato geopolitico: nonostante le difficoltà a uscire dalla crisi, l’Eurozona rimane estremamente attraente anche per un’area delicata e complessa come il Baltico. Una regione da sempre divisa tra l’Europa e l’Asia. Ma, d’altra parte, è proprio in Lituania che iniziarono i moti destinati a portare al collasso l’Unione sovietica.

Motivo sufficiente per pagare il prezzo necessario in termini di convergenza economica per entrare nel club dell’euro. Gli interventi varati a livello di bilancio, per rispettare i parametri di Maastricht, però hanno dato i loro frutti: dopo essere cresciuto del 3,4% nel 2013, quest’anno il Pil lituano dovrebbe mettere a segno un +2,7% e poi accelerare ancora a +3,1% nel 2015. Un’azione che lo stesso presidente della Bce, Mario Draghi, definì “rapida ed audace”, dopo che con la crisi internazionale nel 2009 l’economia aveva registrato una contrazione del 15%: “La Lituania – ha detto Draghi – ha dato una efficace lezione a tutti gli altri” paesi europei.

Adesso Vilnius può permettersi di guardare dall’alto in basso, tutti gli altri grandi d’Europa, con parametri migliori persino dei paesi fondatori. Quasi un paradosso pensando l’ingresso nell’euro era stato chiesto per il 2007, ma la domanda lituana fu respinta a causa dell’eccessivo livello d’inflazione che non riusciva a scendere sotto l’1,7% fissato dai parametri di Maastricht: l’adesione è così slittata al 2010, poi al 2013 e infine a giovedì. L’inflazione, nel frattempo, è calata allo 0,4% (ultima rilevazione Eurostat) in linea con l’Eurozona e meglio della Spagna caduta già in deflazione.

Pil. L’economia della piccola repubblica baltica vale appena 35 miliardi di euro, il Pil pro-capite è passato dal 35% della media Ue nel 1995 al previsto 78% del 2015. Quest’anno è salito fino a 19.400 euro, ancora lontano dai 28.500 euro dell’Eurozona o dai 32.600 della Germania, i 25mila euro della Spagna e i 26.500 dell’Italia non sono certo più un miraggio.

Debito pubblico.
Sul fronte del debito nazionale, Vilnius non deve certo prendere lezioni da nessuno, anzi come suggerisce Draghi dovrebbe essere presa ad esempio dagli altri partner europei. I parametri di Maastricht prescrivono un tetto massimo pari al 60% del Pil: l’Eurozona è al 90,9%, l’Ue all’85,4% e tra i grandi – al netto dell’Italia che secondo Eurostat è al 127,9% – nessuno è all’interno delle regole, si va dal 77% della Germania al 92,2% della Francia passando per il 92,1% della Spagna. La Lituania è ferma al 39%.

Deficit. Per Maastricht il disavanzo di bilancio non dovrebbe superare il 3% del Pil: Vilnius è al 2,6% con il 2,8% dell’Eurozona e il 3,2% dell’Unione europea allargata. E se la Germania con un avanzo dello 0,1% è un modello per tutti, la Lituania è in linea con il 2,8% dell’Italia, ma può dare lezioni a Francia (4,1%) e Spagna (6,8%).

Disoccupazione. Non c’è alcun trattato che preveda un tetto massimo alla disoccupazione, ma tasso di senza lavoro, spesso, spiega più di qualuque cosa lo stato di salute di un Paese, non per nulla era uno dei parametri utilizzati dalla Federal Reserve americana per decidere quando terminare gli stimoli all’economia Usa. La maglia rosa, in Europa, spetta alla Germania con il 4,9%, ma la Lituania con il suo 9,9% fa meglio di tutti i grandi del Vecchio continente dalla Francia (10,5%) all’Italia (13,2%) fino alla Spagna (24%). Nell’Eurozona, complessivamente, i senza lavoro sono l’11,5%. Abbastanza per pensare che Vilnius, nella moneta unica possa entrarci con pieno diritto.
http://www.repubblica.it/economia/2014/12/29/news/lituania_euro-103883771/?ref=HREC1-6

Dieci milioni di senza patria

apolidA 50 anni dalla Convenzione internazionale che istituiva lo status di apolide, sono ancora dieci milioni le persone a cui è negata una cittadinanza nel mondo. Spesso sono le minoranze etniche ad essere colpite, mentre un terzo degli apolidi sono bambini. Luci e ombre per l’Italia, in cui gli apolidi sono 15mila de facto, ma solo 900 quelli riconosciuti. L’Unhcr lancia una campagna per porre fine all’apolidia nei prossimi dieci anni.
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Invisibili dalla culla alla tomba. Nel mondo ci sono 10 milioni di persone come lei, apolidi. Bambini, coppie, anziani, intere comunità, a cui viene negata una cittadinanza. Non hanno diritto ad un certificato di nascita, ma neanche a quello di morte. Oggi l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati lancia la campagna “I belong” per cancellare l’apolidia dalla faccia del pianeta nei prossimi dieci anni. “È un problema – spiega l’Unhcr – creato unicamente dall’uomo, facilmente risolvibile se ci fosse la volontà dei Governi”. Si può essere apolidi per generazioni, come succede ai bihari del Bangladesh, a 600mila ex cittadini sovietici ancora senza nazionalità a più di vent’anni dalla disgregazione dell’Urss, e agli oltre 800mila rohingya di fede islamica che in Myanmar, l’ex Birmania, si sono visti rifiutare la cittadinanza sulla base di una legge del 1982 che ne limita fortemente la libertà di movimento, quella religiosa e l’accesso all’istruzione. Ma si può anche diventare apolidi dal giorno alla notte: è successo nel 2013 a decine di migliaia di dominicani di origine haitiana, a cui una sentenza della Corte Costituzionale ha revocato la cittadinanza e i diritti ad essa connessi.

 Più di un terzo degli apolidi nel mondo sono bambini e lo stigma dell’apolidia può seguirli per il resto della loro vita. Talvolta significa che per loro non suona la campanella della scuola. In Myanmar, solo il 4,8% delle ragazze e il 16,8% dei ragazzi apolidi completano l’istruzione primaria, rispetto al 40,9% e al 46,2% dei coetanei con cittadinanza. Le guerre sono una delle cause principali: il 20% di tutti i rifugiati reinsediati dall’Unhcr nell’ultimo quinquennio erano anche apolidi e tra le eredità di quattro anni di guerra in Siria, ci sono oltre 50mila bambini che non sono mai stati registrati all’anagrafe perché nati da rifugiati siriani in Giordania, Iraq, Libano, Turchia ed Egitto.

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Ma chi sono gli apolidi nel Belpaese? Quasi tutti rom dell’ex Jugoslavia, spesso qui da due o tre generazioni; il resto provengono soprattutto dall’ex Urss, dalla Palestina, Tibet, Eritrea ed Etiopia. Helena Behr fa due esempi di cosa vuol dire essere apolidi in Italia: “Ho recentemente incontrato una ragazza che non riesce a sposarsi perché senza documento d’identità e un adolescente che, per lo stesso motivo, non può partecipare alla gita all’estero della sua classe”. A cinquant’anni dalla Convenzione del 1954 – è quindi l’appello dell’Unhcr – anche l’Italia ha ancora molta strada fare: aderire a quella del 1961, sburocratizzare le pratiche per l’ottenimento dell’apolidia, tutelare gli apolidi privi di documenti dal rischio di essere espulsi o ingiustamente detenuti. Infine una proposta concreta altrettanto importante: elaborare un manuale informativo sui diritti degli apolidi e sulle procedure di riconoscimento.

La Campagna Unhcr per porre fine all’apolidia nel mondo nei prossimi 10 anni

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/11/04/news/10_milioni_nel_mondo_la_campagna_dellunhcr_per_cancellare_lapolidia_dalla_faccia_della_terra-99697918/

Democrazia significa resistenza

 

dem demNEL 2003, Tzvetan Todorov stilò un inventario dei valori, una lista di buone intenzioni che l’Europa ha tentato di esportare nel mondo con la stessa risolutezza con cui ha esportato automobili, ortaggi o tecnologia dell’alta velocità. Non è che inventasse nulla, era tutto già più o meno scritto nelle nostre carte dei diritti, nelle nostre costituzioni: la libertà individuale, la razionalità, la laicità, la giustizia. Sembrava ovvio. Oggi, tuttavia, Todorov vede allontanarsi quei valori come quel punto all’orizzonte che sembrava raggiungibile e invece riappare di nuovo lontano. “Quando diciamo valore, non significa che tutti lo rispettino, è più un ideale che una realtà, un orizzonte verso il quale siamo diretti”, dice. “In questo momento, tuttavia, questi valori sono minacciati”.

Il filosofo bulgaro naturalizzato francese, Premio Principe delle Asturie per le Scienze Sociali nel 2008 e una delle voci più influenti del continente, colloca il punto di svolta, la curva in cui tutto è svanito, non nella crisi scoppiata nel 2008, ma nella caduta del Muro di Berlino e nella rottura, a partire da quel momento, dell’equilibrio tra le due forze che devono convivere in una democrazia: l’individuo e la comunità.

Vale ancora il suo inventario dei valori? La libertà dell’individuo, per esempio?
“La nostra democrazia liberale ha lasciato che l’economia non dipenda da alcun potere, che sia diretta solo dalle leggi del mercato, senza alcuna restrizione delle azioni degli individui e per questo la comunità soffre. L’economia è diventata indipendente e ribelle a qualsiasi potere politico, e la libertà che acquisiscono i più potenti è diventata la mancanza di libertà dei meno potenti. Il bene comune non è più difeso né tutelato, né se ne pretende il livello minimo indispensabile per la comunità. E la volpe libera nel pollaio priva della libertà le galline”.

Oggi, quindi, l’individuo è più debole. Quale libertà gli rimane, allora?
“Paradossalmente è più debole, sì, perché i più potenti hanno di più, ma sono un piccolo gruppo, mentre la popolazione si impoverisce e la disuguaglianza è aumentata vertiginosamente. E gli individui poveri non sono liberi. Quando non è possibile trovare il modo di curare la tua malattia, quando non puoi vivere nella casa che avevi, perché non la puoi pagare, non sei più libero. Non puoi esercitare la libertà se non hai potere, e allora diventa solo una parola scritta sulla carta “.

Eppure, l’uguaglianza è un valore fondativo delle nostre democrazie. Abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale?
“Se non si può rispettare, un contratto sociale non è una gran cosa. L’idea di uguaglianza è ancora presente alla base delle nostre leggi, ma non sempre viene rispettata. Il tuo voto conta quanto il mio ma l’obiettivo della democrazia non è il livellamento, quanto piuttosto offrire lo stesso punto di partenza a tutti in quanto uguali davanti alla legge, perché i soldi non comprano la legge. Ma questo principio non si rispetta. Guardate quello che hanno appena approvato i legislatori degli Stati Uniti: hanno moltiplicato per dieci i soldi che possono spendere per una campagna elettorale. Chi non ha soldi non potrà godere della libertà supplementare di spendere riservata a quelli che ce li hanno. È questo pericolo di una libertà eccessiva di pochi che impedisce l’uguaglianza di tutti”.

Quando i diritti diventano una realtà formale, che cosa ci rimane?
“Ci rimane la possibilità di protestare, di rivolgerci alla giustizia. Non bisogna cambiare i principi, perché sono già scritti, ma abbiamo visto che ci sono molti modi per schivarli ed è necessario che il potere politico non capitoli di fronte alla potenza di quegli individui che infrangono il contratto sociale a loro favore. L’idea di resistenza mi sembra fondamentale nella vita democratica. Bisogna essere vigilanti, la stampa deve svolgere un ruolo sempre più importante nel denunciare le violazioni dei partiti, bisogna che la gente possa intervenire, ma so che questo richiede di essere sufficientemente vigilanti, coraggiosi e attivi “.

Lei parla della gente, ma il potere non deve cambiare? Che cosa possiamo aspettarci da poteri molto locali di fronte a una realtà globalizzata?
“Dobbiamo rafforzare le istanze europee, perché l’economia è globalizzata. L’Unione Europea è il più grande mercato del mondo, con 500 milioni di cittadini attivi e di consumatori con una grande tradizione nell’equilibrio tra difesa del bene comune e libertà individuale. Se facciamo vivere questa tradizione europea, se permettiamo che esistano organi più efficaci e attivi nell’Unione, potremo affrontare l’evasione fiscale, i paradisi fiscali e anche decisioni fondamentali come quelle sull’approvvigionamento energetico”. ………

http://www.repubblica.it/cultura/2014/12/27/news/tzvetan_todorov_democrazia_significa_resistenza-103806414/

http://www.treccani.it/enciclopedia/tzvetan-todorov/

 

Vestirsi chic costa sempre meno. E’ colpa del liberismo

abbyAltro che Big Mac. Per misurare il Big Bang della rivoluzione dei consumi ci vorrebbe un Big Mart, in omaggio a Walmart, gigante della grande distribuzione. O un Big H&M, in omaggio al genio scandinavo della moda cheap, capace di sfornare raffiche di abiti under 30 (euro) in bella mostra nelle vetrine di Milano o Parigi che fronteggiano le simil gioiellerie dell’alta moda. Sono loro, secondo Freeman – blog culto della liberista Foundation for Economic Education – i protagonisti della rivoluzione che ha liberato l’uomo dalla schiavitù del costo dell’abbigliamento. Grazie a loro, sottolinea Jeffrey Tucker in un articolo dal titolo “Il dono del mercato: l’abbigliamento a basso costo”, oggi l’umanità per vestirsi può spendere, se vuole, assai meno di un quarto di secolo fa.

Certo, spiega Tucker, nessuno vuole negare a un nuovo ricco, magari russo, il piacere di spendere una fortuna per un abito griffato. Ma la regina della rivoluzione del XXI secolo è la principessa Kate, scoperta (non a caso) per le strade di Londra in gonna scozzese look Zara da 25 sterline. Una rivoluzione che salta all’occhio davanti a un qualsiasi grafico sull’andamento dell’inflazione: fino al 1990 l’indice generale dei prezzi più o meno correva in parallelo a quello del tessile-abbigliamento. Poi, la forbice s’allarga a tutto vantaggio di giacche, pullover e così sia. Non è un caso, scrive Tucker. Nel tessile-abbigliamento non si è quasi sentita, a ogni latitudine, la mano pesante dello stato imprenditore o regolatore, tanto meno la minaccia della politica industriale che tanti danni ha inferto ai cittadini/consumatori. Non è un caso che la rivoluzione della mano invisibile abbia preso corpo, quasi all’istante, con le prime crepe del Muro di Berlino per poi esplodere con il boom dell’economia cinese.

Una rivoluzione cruenta, come era inevitabile: solo il 2,5 per cento degli abiti venduti negli Stati Uniti è oggi interamente made in Usa. Tre aziende americane su quattro hanno chiuso i battenti, i sopravvissuti viaggiano di commesse in Far East da collocare in giro per il mondo nel modo più efficiente tramite Internet. E’ la globalizzazione, bellezza, con il suo frutto più gustoso: la deflazione “buona”, cioè i prezzi che scendono sotto l’incalzare del vento della concorrenza, capace di mandare all’aria gli ostacoli escogitati dagli stati padrone per tassare con vari inghippi i consumatori. Ma a danno dei produttori che, in questo quarto di secolo, hanno più volte gridato al disastro: stiamo distruggendo le nostre imprese, cancelliamo lavoro in patria protetto dalle nostre leggi per favorire lo sfruttamento dei minori in fabbriche infami in oriente. Tutto questo abbiamo sentito ripetere fino alla nausea, in questi anni. “Ma qual è il risultato – ruggisce Tucker – Andate a fare un giro per la città e scoprirete un mercato assai competitivo in cui le boutique se la vedono con i negozietti o i centri commerciali. Tutti in competizione con i siti Internet che vendono griffe o merce di seconda mano”.

Sia benedetto questo caos supremo, il “glorious result” di una “glorious revolution” che tanto ha pesato anche sulle sorti dell’Italia, paese tra i più colpiti dal vento dell’est sollevato dalla Cina, la nuova fabbrica del mondo che è costata centinaia di migliaia di posti al made in Italy meno preparato a competere sul terreno della qualità o dei brevetti. Oggi quel ciclo sembra esaurito. Molte aziende stanno riportando nella penisola lavorazioni dalla Cina. Le griffe, da Valentino a Versace fino al recente caso di Roberto Cavalli, sono disputate a peso d’oro, ma fa grandi affari anche Yoox, la boutique online che a dicembre ha registrato un ordine ogni due secondi e mezzo. Nel valore di un prodotto conta sempre meno il costo del manufacturing rispetto ai valori intangibili, compresa l’immagine che può emanare dalla maglietta “giusta”. Ma il frutto della rivoluzione non è appassito: i prezzi liberi, figli della competizione, restano più bassi di quelli dei settori protetti. Alla faccia della “politica economica”.

Ugo Bertone  Il Foglio 27 Dicembre 2014

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124147/rubriche/vestirsi-chic-costa-sempre-meno-e-colpa-del-liberismo.htm

 

The Market’s Gift: Low Clothing Prices

Clothing is a wonderfully vibrant market

Over the holiday season, I have been out and about, looking at shoes, coats, suits, ties, and so on. The range of prices, from super low to super high, is remarkable. And not just for men’s clothes. Women’s clothing prices seem particularly chaotic. It’s to the point that when you look at an item, you can’t really anticipate whether it will cost $50 or $500 or even $5,000 (yes, I recently saw a $5,000 dress on a rack in Chicago).

Then you go to secondhand shops and get the real shock. Stuff that costs $100 retail can be $1. Sites like eBay are driving down prices to rock bottom. I can pick up a gorgeous suit or $20. Then there are the online discount shops. Comparing prices across them can play tricks on your mind. I go to Walmart and I can’t believe my eyes: some clothes seem cheaper to buy than to wash.

Clothing has emerged as a great outlier in the general price trend. We pay less for clothing today than we did 25 years ago. It’s worth understanding why……

http://fee.org/freeman/detail/the-markets-gift-low-clothing-prices

 

Gli Usa sono ripartiti davvero

locomGli Stati Uniti sono ripartiti davvero. Il Pil del terzo trimestre è stato rivisto clamorosamente al rialzo ed è ora pari al +5%, contro il +3,9% originario, mentre la fiducia dei consumatori a dicembre segna il massimo dal 2007, a 93,6 punti. Il dato è il risultato migliore da 11 anni e segue il +4,6% registrato nel periodo aprile-giugno di quest’anno: la dimostrazione di come la ripresa americana sia «reale», come l’ha definita la settimana scorsa il presidente Barack Obama nella sua ultima conferenza dell’anno.

Il contrasto con l’Europa, e soprattutto con l’Italia che arranca, stretta nella morsa del rigore, non potrebbe essere più eclatante: e Matteo Renzi coglie la palla al balzo. «I dati americani dimostrano che puntare su investimenti e crescita funziona – scrive il premier su Twitter -. Altro che austerità. Ecco perché l’Europa deve cambiare #2015 ».

Anche Wall Street mette il turbo: il Dow Jones supera quota 18.000 punti per la prima volta nella sua storia. Le Borse europee si mettono sulla scia e chiudono in rialzo, guidate da Piazza Affari (+1,46%). Ma l’euro fa le spese dell’exploit americano: il dollaro s’impenna e la moneta unica scende sotto quota 1,22, ai minimi da 28 mesi sul biglietto verde, per poi attestarsi a 1,2264 dollari.

A spingere la crescita degli Usa sono stati i consumi, aiutati dal ribasso dei prezzi petroliferi che ha dato respiro ai bilanci familiari, ma anche gli investimenti, compresa la spesa governativa per il settore della difesa, salita a livelli record. Positive anche le previsioni per il futuro: a fine 2014, il Pil americano, stando alle stime degli analisti, crescerà del 2,5%, nel 2015 la crescita è prevista al 3%. E il mercato si interroga sulle politiche future della Federal Reserve, aspettando il rialzo dei tassi nel prossimo anno: Standard & Poor’s punta addirittura sul prossimo giugno.

Per gli Stati Uniti, dunque, il 2014 è stato davvero un «anno di svolta», come affermano gli economisti della Casa Bianca. Il settore privato ha creato almeno 200mila posti di lavoro per dieci mesi consecutivi, per la prima volta dal 1990. L’occupazione totale è in aumento da 50 mesi, la serie più lunga registrata: 2,65 milioni di unità in più nei primi undici mesi di quest’anno, 231mila nuovi posti di lavoro nel solo mese di novembre, il miglior risultato dal 2011. Ma «c’è ancora molto da fare per consentire a tutti gli americani di condividere la ripresa»……

http://www.ilgiornale.it/news/economia/pil-volo-5-cos-lamerica-d-laddio-crisi-1078223.html

Dalle “formiche” ai “pavoni”, a quale tribù dello shopping natalizio appartieni?

shoppnatOGNI regalo di Natale è “infelice” a modo suo. Sono sei le tribù dello shopping indaffarate a trovare qualcosa da mettere sotto l’albero per rallegrare amici e parenti. Tutte stressatissime. Ci sono i cultori del commercio elettronico, gli immancabili ritardatari, i tradizionalisti del dono, i nevrotici, i parsimoniosi e gli spendaccioni. Sei modi “diversamente ansiosi” per affrontare il pacco sotto l’albero. A fotografarli ci pensa l’agenzia “Found!” dopo un monitoraggio on line sui principali social network (che ha coinvolto 1500 utenti tra i 18 e i 60 anni).

Le Cicale: (23%) sono quelli con cui è più facile identificarsi e che raccolgono maggior simpatia. Gli oberati dagli impegni e dallo stress che, si scordano del Natale, e precipitano nell’incubo doni il giorno prima. Questi svagati navigatori del last minute si catapultano nei negozi semi-deserti, tra gli scaffali vuoti alla ricerca del “fondo di magazzino” che possa tamponare la loro recidiva mancanza di programmazione. Risultato? Nei casi più disperati non rinunciano al riciclo dell’ultimo minuto ma, più di frequente, rischiano di spendere una fortuna perché ciò che è rimasto è (non a caso) la merce più cara.

Le formiche: (16%) per loro le settimane pre natalizie sono un sistematico countdown che precede i festeggiamenti. Questi maniacali maestri della programmazione cominciano ad ipotizzare cosa donare a fine settembre e in novembre hanno già impacchettato ogni regalo. Per simili organizzatori dell’esistenza la parola “caso” non esiste. Peccato che, in molti casi, riescano ad arrivare alle feste in preda ad attacchi di stanchezza cronica promettendosi per l’anno seguente di prendersela comoda (e puntualmente non lo faranno).

Le chiocce: (10%) diciamolo, non sono simpaticissimi. Sono i fanatici del Natale in famiglia e per loro le festività sono un trionfo di tradizioni: pranzi e cene solo con parenti, lunghi viaggi sino al paese natio. Tutto il resto è trasgressione. Di conseguenza anche alla scelta dei regali ci arrivano dopo lunghissime sezioni di shopping, di solito in compagnia della mamma. Ogni pacchetto è accompagnato da un bigliettino natalizio rigorosamente scritto a mano e consegnato durante l’estenuante pranzo del 25 dicembre.

I camaleonti: (24%) la tribù dei cultori del “Natale 2.0” è in costante ascesa. Per loro (sono soprattutto under 40) le tradizioni hanno subito una rivoluzione digitale e il Natale è già nel futuro. I regali si scelgono esclusivamente sui portali di e-commerce che hanno il merito di aver definitivamente archiviato lo stress della corsa tra i negozi. I camaleonti hanno fatto suonare il de profundis anche per i cartoncini di auguri sostituiti da posta elettronica, WhatsApp e social network. E anche la scelta del dono è rigorosamente hi-tech: smartphone, tablet, videogames. Aprezzatissimi dalla fascia junior della famiglia lasciano senza parole i senjor che spesso, dopo aver ringraziato, nascondono il dono in un cassetto pur di non ammettere la propria ignoranza.

I pavoni: (8%) come loro nessuno mai. Spendono cifre astronomiche e fanno la gioia dei parenti “vorrei ma non posso”. Il regalo è sinonimo di costoso ed esclusivo. Sono spendaccioni nell’anima e si gratificano nel soddisfare gli amici per poi vantarsene. Comprare equivale ad una gara: se il dono non è il più bello ed esclusivo si scatenano in un tormento interiore. Qualche esempio? Almeno tre: borse griffate, gioielli e viaggi a cinque stelle. Ottimo averli tra i propri congiunti, meno piacevole ascoltarne le vanterie sino al Natale successivo.

Gli scoiattoli: (19%) qualcuno li definisce “braccini corti” altri più brutalmente tirchi. L’omaggio parte dal prezzo: cercano ossessivamente il cartellino con meno zeri per avere poi più soldi da spendere per se stessi. Si muovono seguendo strategie ben precise che variano dalle offerte last minute al riciclo di dono indesiderati. Discendenti inconsapevoli di Ebenezer Scrrooge (l’avaro protagonista di Canto di Natale) si barcamenano tra una scusa e l’altra per giustificare un dono che non riesce a piacere neanche a loro.

http://www.repubblica.it/cronaca/2014/12/21/news/natale_le_tribu_dello_shopping-103433609/?ref=HREC1-34

Quirinale, analisi di un ruolo

 

quiquyiIl presidente del Consiglio dei ministri si è chiesto, qualche giorno fa, «cosa servirà all’Italia nei prossimi sette anni». Mi pare la domanda giusta. Non «chi» andrà al Quirinale, ma «che cosa» ci aspettiamo dal prossimo presidente.

Per rispondere a questa domanda, proviamo a fare un bilancio dell’ultimo ventennio. In 22 anni, abbiamo avuto 3 presidenti della Repubblica, 15 governi, 7 elezioni politiche. Durante la presidenza Napolitano si sono succeduti 5 governi e 2 elezioni politiche. L’instabilità della politica (un governo nuovo ogni anno e mezzo, in media) ha richiesto ai presidenti dell’ultimo ventennio un impegno straordinario.

Essi sono i gestori delle crisi, e il frequente succedersi di crisi ha accentuato il ruolo dei presidenti come perno intorno al quale gira l’intera politica italiana. La modificazione della formula elettorale in senso maggioritario avrebbe dovuto rendere meno rilevante la scelta presidenziale del capo del governo e, quindi, la gestione delle crisi. Si osservò, a suo tempo, che persino le consultazioni che precedono l’incarico di formare un governo sono un rituale inutile, se il popolo stesso ha scelto la maggioranza parlamentare e il suo «leader».

Come è potuto accadere, dunque, che i presidenti della Repubblica degli ultimi vent’anni abbiano svolto un ruolo tanto importante nell’imprimere un indirizzo alla politica, siano divenuti – come osservato da uno dei nostri maggiori costituzionalisti – i titolari dell’indirizzo politico-costituzionale?

La spiegazione di questo paradosso sta probabilmente nell’estinzione della Democrazia cristiana, il partito cardine, intorno al quale ruotava la vita politica italiana, che ne controllava gli sviluppi e condizionava la scelta dei governi. Finito il partito di maggioranza relativa, una parte di questa funzione si è scaricata sulle spalle dei presidenti. Questi dovevano veder diminuire il loro ruolo, col sistema maggioritario. Invece, se lo sono visto accresciuto. Potrebbero maturare, ora, tre condizioni in grado di modificare questo equilibrio. La formula elettorale maggioritaria, dopo gli scossoni dell’ultimo ventennio, si avvia a diventare – come quelle degli altri Paesi a democrazia matura – una scelta condivisa e longeva, destinata a durare.

I governi potrebbero nascere e morire con i relativi Parlamenti, durando anch’essi 5 anni, come accade quasi sempre altrove, richiedendo a ogni presidente di gestire al massimo due volte le crisi. Nei partiti, le minoranze sembrano rendersi conto che il loro futuro non sta nelle scissioni, ma nel cercare di diventare maggioranze, accettando anche all’interno delle formazioni politiche la democrazia dell’alternanza. Se queste condizioni si realizzeranno, la figura presidenziale, appena abbozzata dalla Costituzione, è destinata a trasformarsi nuovamente. Al presidente della Repubblica sarà richiesto soltanto di giocare il ruolo di equilibratore e regolatore dei tre poteri dello Stato e si ritornerà al modello presidenziale einaudiano.

Di Sabino Cassese

Corriere della Sera 22 dicembre 2014

http://www.corriere.it/editoriali/14_dicembre_22/quirinale-analisi-un-ruolo-15bb5922-899e-11e4-a99b-e824d44ec40b.shtml

Il Quirinale

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Rublo ko

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1 -Il crollo  

Dopo l’ennesimo “lunedì nero”, il rublo è oggi la valuta con la peggiore performance al mondo: dall’inizio del 2014 si è svalutato di più del 50%. Il 1 gennaio 2014 un dollaro Usa valeva 32,66 rubli, oggi 66. Solo il 15 dicembre ha perso il 10% del suo valore contro il dollaro Usa in un giorno. 

2-Le regole

Il cambio del rublo viene stabilito dalla Banca Centrale russa sulla base delle contrattazioni valutarie alla Borsa di Mosca. Fino a un mese fa vigeva un “corridoio” del cambio, superati i limiti del quale la Banca Centrale interveniva comprando o vendendo valuta, ma ora il cambio è libero. Negli ultimi 12 mesi la Banca Centrale ha speso 80 miliardi di dollari di sue riserve per frenare la caduta del rublo. 

3-La corsa verso il dollaro e l’euro

Il rublo può essere scambiato liberamente con il dollaro e l’euro, e nelle città russe si incontrano a ogni angolo punti di cambio di contante. Oggi i pagamenti contanti in valuta estera e i cartellini dei prezzi in dollari, comuni negli anni ’90, sono proibiti, ma possedere monete estere e tenervi i propri risparmi è legale, e molto diffuso. Il ricordo della iperinflazione spinge ancora molti russi a cambiare i rubli che guadagnano in dollari o euro per tenerli a casa, oppure sul conto in banca. 

4-Il cambio del rublo  

E’ un indicatore di salute fondamentale per un’economia basata sulle materie prime come quella russa. La Russa ricava i tre quarti delle sue esportazioni dalle materie prime, in primo luogo petrolio e gas, i proventi dai quali vanno a comporre metà del bilancio dello Stato. Con i profitti energetici Mosca si paga più o meno tutto il resto: quasi la metà degli alimentari consumati dai russi vengono importati, e la quota delle componenti importate, e pagate in valuta estera, è molto alta anche per le industrie localizzate in Russia. Perciò una fluttuazione del cambio del rublo si riflette subito sui prezzi al dettaglio, e interi settori stanno risentendo della svalutazione.

5-Le cause  

Lo stop della crescita alimentata dal petrolio era stato pronosticato dal governo e dalle istituzioni economiche internazionali già l’anno scorso. Ma la crisi ucraina ha accelerato il declino: dall’inizio dell’anno la fuga di capitali da un Paese che gli investitori consideravano a rischio politico sempre maggiore ha superato i 100 miliardi di dollari. Di questi più di un terzo viene stimato sia stato comprato dai russi stessi, privati e società, che volevano mettere in sicurezza i loro soldi sbarazzandosi dei rubli.

6-Le sanzioni  

L’embargo dell’Ue e degli Usa contro la Russia per l’annessione della Crimea e l’ingerenza militare nell’Est ucraino ha ulteriormente aggravato la situazione: le banche e le grandi società statali russe si sono viste impedire l’accesso ai prestiti occidentali. Le scadenze dei pagamenti di fine anno – valutati in decine di miliardi di dollari – hanno aumentato la domanda di valute estere, senza più la possibilità di cercare credito all’estero. Tra le teorie del complotto che circolano a Mosca c’è anche quella che a far franare ieri il rublo sia stata la major petrolifera statale Rosneft, che avrebbe convertito precipitosamente in dollari i 625 miliardi di rubli di prestito ottenuto dal governo per far fronte alle sanzioni.

7-Il prezzo del petrolio  

E’ stato l’ultimo colpo. La precipitosa caduta del rublo negli ultimi due mesi è infatti quasi parallela a quella del prezzo del barile. Per un’economia basata sul petrolio non è difficile stimare le mancate entrate dalle esportazioni di greggio e gas (il cui prezzo viene calcolato in base a quello petrolifero). E siccome la Russia non offre praticamente nient’altro che possa interessare i mercati esteri, le sue prospettive vengono valutate negativamente dagli investitori.

8-La reazione

Le mosse del governo non hanno rassicurato i mercati. Due mesi fa Vladimir Putin aveva detto che la discesa del prezzo del barile a 80 dollari sarebbe stata “una catastrofe per l’economia mondiale”, e i suoi ministri consideravano impossibile un calo a 60. Oggi il barile viaggia verso i 55$, ma Putin ha firmato la finanziaria per il 2015 che si basa sulla previsione del prezzo medio per l’anno prossimo a 95$. Il presidente russo ha anche dato la colpa della caduta del rublo agli “speculatori”, rifiutandosi di ammettere la crisi. Solo dieci giorni fa il ministero dello Sviluppo economico ha ammesso che la Russia poteva entrare in recessione, stimandola al 0,8% e contando che il peggio sarebbe passato già per la metà del 2015. Oggi invece la Banca Centrale stima la recessione in un 5%, e questo oscillare dei pronostici non fa che spaventare ulteriormente i mercati.

9-Le conseguenze  

Il governo ha già varato tagli lineari del 10% alla spesa pubblica, già sforbiciata nei mesi scorsi soprattutto nella sanità e nell’istruzione. Mentre gli economisti discutono sull’entità della riduzione dei redditi reali dei russi, avvenuta per la prima volta in 15 anni di governo Putin, la vicepremier Olga Golodez prospetta un ricalcolo delle pensioni e pronostica un aumento del numero dei poveri, già stimati in 16 milioni su una popolazione di 144 milioni di persone. Il welfare basato sul petrolio è a rischio, anche se Putin qualche giorno fa ha consolato i russi: la svalutazione del rublo rispetto alle monete estere aiuterà il bilancio russo a quadrare nonostante le perdite dalle entrate petrolifere. In effetti la tassazione sull’esportazione di idrocarburi in Russia è calcolata in dollari, e quindi le minori entrate vengono in parte coperte dal cambio del rublo precipitato. Ma è una questione solo di numeri, mentre la svalutazione ha già colpito diversi settori, soprattutto legati alle importazioni. Le multinazionali presenti in Russia cambiano ogni giorno i cartellini dei prezzi, le prenotazioni per i viaggi all’estero per le vacanze di Natale sono più che dimezzate, e nei banchetti di cambio è frequente la scritta “dollari ed euro esauriti”, a dimostrazione che il panico non accenna a diminuire. 

10-Le prospettive  

La mossa della Banca Centrale di aumentare il costo del denaro dal 10,6% al 17% rischia, secondo molti esperti, di uccidere definitivamente le prospettive di crescita rendendo i crediti per banche e imprese troppo costosi. E’ a rischio anche il sistema dei mutui, che aveva contribuito negli anni precedenti al boom dei consumi. L’inflazione, già raddoppiata al 9% rispetto agli obiettivi della Banca Centrale per il 2014, non accenna a diminuire, mentre quasi tutte le statistiche sull’economia russa, dall’indice degli investimenti alla produzione industriale, segnano un meno. Anche se il Cremlino decidesse, come auspicano gli esperti internazionali, di fermare l’escalation con l’Occidente e lanciare riforme strutturali del sistema per renderlo più trasparente, liberalizzato e aperto, gli effetti non sarebbero certo immediati.

http://www.lastampa.it/2014/12/16/economia/crollo-del-rublo-le-cose-da-sapere-iR3ynxasGRsVJibA3WQFFJ/pagina.html