La Lituania nell’euro

imagesSFIPXVHB L’Eurozona si allarga. Dal primo gennaio l’euro sarà la moneta ufficiale anche della Lituania, l’ultima delle tre repubbliche baltiche ad aderire alla divisa unica, dopo l’ingresso dell’Estonia nel 2011 e della Lettonia nel 2014. L’ingresso di Vilnius, con i sui 3,5 milioni di abitati e 35 miliardi di Pil, non cambiarà certo gli equilibri e le prospettive dell’area, ma ha un forte significato geopolitico: nonostante le difficoltà a uscire dalla crisi, l’Eurozona rimane estremamente attraente anche per un’area delicata e complessa come il Baltico. Una regione da sempre divisa tra l’Europa e l’Asia. Ma, d’altra parte, è proprio in Lituania che iniziarono i moti destinati a portare al collasso l’Unione sovietica.

Motivo sufficiente per pagare il prezzo necessario in termini di convergenza economica per entrare nel club dell’euro. Gli interventi varati a livello di bilancio, per rispettare i parametri di Maastricht, però hanno dato i loro frutti: dopo essere cresciuto del 3,4% nel 2013, quest’anno il Pil lituano dovrebbe mettere a segno un +2,7% e poi accelerare ancora a +3,1% nel 2015. Un’azione che lo stesso presidente della Bce, Mario Draghi, definì “rapida ed audace”, dopo che con la crisi internazionale nel 2009 l’economia aveva registrato una contrazione del 15%: “La Lituania – ha detto Draghi – ha dato una efficace lezione a tutti gli altri” paesi europei.

Adesso Vilnius può permettersi di guardare dall’alto in basso, tutti gli altri grandi d’Europa, con parametri migliori persino dei paesi fondatori. Quasi un paradosso pensando l’ingresso nell’euro era stato chiesto per il 2007, ma la domanda lituana fu respinta a causa dell’eccessivo livello d’inflazione che non riusciva a scendere sotto l’1,7% fissato dai parametri di Maastricht: l’adesione è così slittata al 2010, poi al 2013 e infine a giovedì. L’inflazione, nel frattempo, è calata allo 0,4% (ultima rilevazione Eurostat) in linea con l’Eurozona e meglio della Spagna caduta già in deflazione.

Pil. L’economia della piccola repubblica baltica vale appena 35 miliardi di euro, il Pil pro-capite è passato dal 35% della media Ue nel 1995 al previsto 78% del 2015. Quest’anno è salito fino a 19.400 euro, ancora lontano dai 28.500 euro dell’Eurozona o dai 32.600 della Germania, i 25mila euro della Spagna e i 26.500 dell’Italia non sono certo più un miraggio.

Debito pubblico.
Sul fronte del debito nazionale, Vilnius non deve certo prendere lezioni da nessuno, anzi come suggerisce Draghi dovrebbe essere presa ad esempio dagli altri partner europei. I parametri di Maastricht prescrivono un tetto massimo pari al 60% del Pil: l’Eurozona è al 90,9%, l’Ue all’85,4% e tra i grandi – al netto dell’Italia che secondo Eurostat è al 127,9% – nessuno è all’interno delle regole, si va dal 77% della Germania al 92,2% della Francia passando per il 92,1% della Spagna. La Lituania è ferma al 39%.

Deficit. Per Maastricht il disavanzo di bilancio non dovrebbe superare il 3% del Pil: Vilnius è al 2,6% con il 2,8% dell’Eurozona e il 3,2% dell’Unione europea allargata. E se la Germania con un avanzo dello 0,1% è un modello per tutti, la Lituania è in linea con il 2,8% dell’Italia, ma può dare lezioni a Francia (4,1%) e Spagna (6,8%).

Disoccupazione. Non c’è alcun trattato che preveda un tetto massimo alla disoccupazione, ma tasso di senza lavoro, spesso, spiega più di qualuque cosa lo stato di salute di un Paese, non per nulla era uno dei parametri utilizzati dalla Federal Reserve americana per decidere quando terminare gli stimoli all’economia Usa. La maglia rosa, in Europa, spetta alla Germania con il 4,9%, ma la Lituania con il suo 9,9% fa meglio di tutti i grandi del Vecchio continente dalla Francia (10,5%) all’Italia (13,2%) fino alla Spagna (24%). Nell’Eurozona, complessivamente, i senza lavoro sono l’11,5%. Abbastanza per pensare che Vilnius, nella moneta unica possa entrarci con pieno diritto.
http://www.repubblica.it/economia/2014/12/29/news/lituania_euro-103883771/?ref=HREC1-6

Dieci milioni di senza patria

apolidA 50 anni dalla Convenzione internazionale che istituiva lo status di apolide, sono ancora dieci milioni le persone a cui è negata una cittadinanza nel mondo. Spesso sono le minoranze etniche ad essere colpite, mentre un terzo degli apolidi sono bambini. Luci e ombre per l’Italia, in cui gli apolidi sono 15mila de facto, ma solo 900 quelli riconosciuti. L’Unhcr lancia una campagna per porre fine all’apolidia nei prossimi dieci anni.
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Invisibili dalla culla alla tomba. Nel mondo ci sono 10 milioni di persone come lei, apolidi. Bambini, coppie, anziani, intere comunità, a cui viene negata una cittadinanza. Non hanno diritto ad un certificato di nascita, ma neanche a quello di morte. Oggi l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati lancia la campagna “I belong” per cancellare l’apolidia dalla faccia del pianeta nei prossimi dieci anni. “È un problema – spiega l’Unhcr – creato unicamente dall’uomo, facilmente risolvibile se ci fosse la volontà dei Governi”. Si può essere apolidi per generazioni, come succede ai bihari del Bangladesh, a 600mila ex cittadini sovietici ancora senza nazionalità a più di vent’anni dalla disgregazione dell’Urss, e agli oltre 800mila rohingya di fede islamica che in Myanmar, l’ex Birmania, si sono visti rifiutare la cittadinanza sulla base di una legge del 1982 che ne limita fortemente la libertà di movimento, quella religiosa e l’accesso all’istruzione. Ma si può anche diventare apolidi dal giorno alla notte: è successo nel 2013 a decine di migliaia di dominicani di origine haitiana, a cui una sentenza della Corte Costituzionale ha revocato la cittadinanza e i diritti ad essa connessi.

 Più di un terzo degli apolidi nel mondo sono bambini e lo stigma dell’apolidia può seguirli per il resto della loro vita. Talvolta significa che per loro non suona la campanella della scuola. In Myanmar, solo il 4,8% delle ragazze e il 16,8% dei ragazzi apolidi completano l’istruzione primaria, rispetto al 40,9% e al 46,2% dei coetanei con cittadinanza. Le guerre sono una delle cause principali: il 20% di tutti i rifugiati reinsediati dall’Unhcr nell’ultimo quinquennio erano anche apolidi e tra le eredità di quattro anni di guerra in Siria, ci sono oltre 50mila bambini che non sono mai stati registrati all’anagrafe perché nati da rifugiati siriani in Giordania, Iraq, Libano, Turchia ed Egitto.

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Ma chi sono gli apolidi nel Belpaese? Quasi tutti rom dell’ex Jugoslavia, spesso qui da due o tre generazioni; il resto provengono soprattutto dall’ex Urss, dalla Palestina, Tibet, Eritrea ed Etiopia. Helena Behr fa due esempi di cosa vuol dire essere apolidi in Italia: “Ho recentemente incontrato una ragazza che non riesce a sposarsi perché senza documento d’identità e un adolescente che, per lo stesso motivo, non può partecipare alla gita all’estero della sua classe”. A cinquant’anni dalla Convenzione del 1954 – è quindi l’appello dell’Unhcr – anche l’Italia ha ancora molta strada fare: aderire a quella del 1961, sburocratizzare le pratiche per l’ottenimento dell’apolidia, tutelare gli apolidi privi di documenti dal rischio di essere espulsi o ingiustamente detenuti. Infine una proposta concreta altrettanto importante: elaborare un manuale informativo sui diritti degli apolidi e sulle procedure di riconoscimento.

La Campagna Unhcr per porre fine all’apolidia nel mondo nei prossimi 10 anni

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/11/04/news/10_milioni_nel_mondo_la_campagna_dellunhcr_per_cancellare_lapolidia_dalla_faccia_della_terra-99697918/