Le riforme cambiano il ruolo del Presidente

 

 

 

quirrSe tutto fila liscio il prossimo presidente della repubblica dovrà fare i conti con un quadro istituzionale significativamente diverso da quello dei suoi predecessori. La riforma elettorale e quella costituzionale – non ancora definitivamente approvate – produrranno effetti rilevanti sul ruolo del capo dello stato. Non si tratta di modifiche di natura giuridica. I poteri formali del presidente non cambieranno. L’articolo 87 della Costituzione non è stato toccato. Cambia il meccanismo di elezione. Questa è la modifica più importante. Dal quinto scrutinio ci vorrà la maggioranza dei tre quinti e solo dopo l’ottavo basterà la maggioranza assoluta. Ma non è questo che conta veramente. Sarà invece la nuova legge elettorale a incidere sul ruolo del capo dello stato dandogli una responsabilità ancor più delicata di quella che ha avuto finora.

Con l’approvazione dell’Italicum e con il superamento del bicameralismo paritario si completerà l’evoluzione maggioritaria del nostro sistema politico. Ancor più che nel passato recente i governi si formeranno non in Parlamento ma nelle urne. L’Italicum è un sistema elettorale decisivo. Chi vince – primo o secondo turno non importa – ottiene la maggioranza assoluta dei seggi nell’unica camera che dà la fiducia. Il governo si formerà così. In questo modo il presidente del consiglio è di fatto eletto direttamente dai cittadini. È dal 1993 – con la legge Mattarella- che il sistema si è avviato in questa direzione. Certo, l’Italia resta una repubblica parlamentare.

Formalmente è il parlamento a fare e disfare i governi. Ma è difficile negare che con l’affermazione di sistemi elettorali maggioritari, che producono risultati elettori “decisivi”, di fatto il governo non si forma in parlamento ma nelle urne. In un quadro di questo genere il ruolo del presidente della Repubblica è più o meno quello di un notaio . Non esistono margini di discrezionalità. Il suo potere di nomina del capo del governo viene drasticamente ridimensionato. Questo è uno dei possibili scenari.

Ma le cose potrebbero andare diversamente. Nonostante il premio alla lista e il doppio turno senza apparentamento, l’Italicum potrebbe produrre governi di coalizione. Le liste infatti potrebbero essere formate da più partiti che si presentano insieme. Lo abbiamo già visto. Al secondo turno uno dei partiti al ballottaggio potrebbe fare – anche senza apparentamento formale – accordi con altri partiti per avere i voti dei loro elettori in cambio di posti di governo. Questi stratagemmi non possono essere esclusi. Nella cultura istituzionale della nostra classe politica non ci sono antidoti a questo tipo di comportamenti

E mancano al momento norme che li possano impedire. E allora, se ci saranno governi di coalizione, occorre mettere in conto che le coalizioni si possano disintegrare. E per finire non si può nemmeno essere certi che il partito vincente non si divida nel corso della legislatura e metta in crisi il governo. Insomma la stabilità promessa dall’Italicum potrebbe non materializzarsi. O potrebbe farlo col tempo. In questi casi come si comporterà il nuovo presidente della Repubblica? Certamente non potrà essere un notaio.

Se sono gli elettori a scegliere chi governa è legittimo che i partiti in parlamento possano non tener conto di questa decisione elettorale e avocare a sé il diritto di sostituire il governo deciso nelle urne con un governo deciso nelle aule parlamentari? Formalmente la risposta è sì, ma non si può negare che un nuovo governo che sia sostanzialmente diverso da quello che ha vinto le elezioni, e che ha incassato un premio di maggioranza, sconti un difetto di legittimità politica, soprattutto nel caso in cui a formarlo siano in parte o in toto partiti di opposizione. Potrebbe accadere. Insomma l’evoluzione maggioritaria del sistema politico crea una potenziale tensione con l’impianto parlamentare e proporzionale della Costituzione. L’Italicum e il superamento del bicameralismo paritario accentueranno questo problema.

D’altronde non si può sostenere che tra parlamentarismo e regole di voto maggioritarie esista incompatibilità. Sarebbe una tesi assurda in presenza di molte democrazie in cui i due elementi coesistono. Ma la loro coesistenza è complessa e delicata. Si fonda su una cultura politica e giuridica più pragmatica che dogmatica, sul buon senso, sul rispetto dei ruoli e sul voto retrospettivo degli elettori. Alla fine dovranno essere loro a giudicare nelle urne il merito degli eventuali cambiamenti intervenuti nell’esecutivo tra una elezione e l’altra. Ma tutto ciò non è scontato. Il ruolo del capo dello stato sarà decisivo. Sarà lui a dover reinterpretare la Costituzione in chiave maggioritaria trovando il giusto punto di equilibrio tra legittimità costituzionale e legittimità politica

Roberto D’Alimonte

http://docenti.luiss.it/dalimonte/

 

Il Sole24ore 30 gennaio 2015

Ed ecco l’Italicum.

Sistema elettorale

Come funzionerà l’Italicum?

http://www.lastampa.it/2015/01/27/multimedia/italia/italicum-come-funziona-la-nuova-legge-elettorale-rJTChnTIqoH4mml7D26tvO/pagina.html

Superato l’ostacolo più importante, e cioè il voto al Senato, l’Italicum ora torna alla Camera per il suo terzo passaggio parlamentare

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Addio coalizioni. Il premio di maggioranza alla lista sancisce la fine definitiva dello schema basato sulle coalizioni a cui ci siamo abituati negli ultimi vent’anni. Sarà la lista che arriva prima a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi (al primo o al secondo turno) e a governare da sola. Attenzione però a non confondere la lista con il partito: com’è spesso successo nel passato, sarà sufficiente che due o più partiti si uniscano in una sola lista per aggirare il problema. È comunque una garanzia di solidità, visto che una lista ha un solo leader, un solo programma, un solo simbolo e un solo gruppo parlamentare. Insomma, la rottura è più difficile.

Capolista bloccato e preferenze. Nei 100 collegi i partiti che otterranno i voti necessari eleggeranno automaticamente il loro capolista, che è bloccato e deciso quindi dal partito. A partire dal secondo eletto funzioneranno le preferenze: sarà possibile segnalare due nomi sulla scheda elettorale, con alternanza di genere.

Doppio turno – Se al primo turno la lista più votata supera il 40%, conquista 340 seggi, ovvero una agevole maggioranza assoluta. Se nessun partito o lista dovesse raggiungere quota 40, si andrà al secondo turno tra i partiti più votati, chi vince conquista il ugualmente 340 seggi.

Soglie di sbarramento – Al 3% per tutti i partiti, mentre nella prima versione era del 12% per le coalizioni, dell’8% per i partiti non coalizzati, del 4% per i partiti coalizzati. Il premio di maggioranza alla lista fa piazza pulita di tutto questo, con una soglia di sbarramento sola, al 3%.

Entrata in vigore – Come clausola per evitare un ritorno troppo anticipato alle urne, l’Italicum entrerà in vigore il primo luglio 2016 e si applicherà solo alla Camera dei deputati, dal momento che, nel frattempo, il Senato dovrebbe essere riformato in senso non elettivo e depotenziato.

http://www.polisblog.it/post/196977/come-funziona-legge-elettorale-renzi-berlusconi-testo

 

 

Le sigle astruse della burocrazia

acroEsempi di efficienza e sintesi nel mondo classico (il romano Spqr), care al futurismo, le sigle sono state pervertite dalla burocrazia italiana, che le ha trasformate in simboli di complicazione e inefficienza.

Il dr (pardon, dottor) Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale, infallibile grand commis uscito dalla penna del costituzionalista-romanziere Alfonso Celotto, s’è divertito a raccogliere le dieci sigle più inutili, demenziali o astruse e a combinarle in frasi come «vado all’Urp per chiedere il Cup e consegnare il Durc al Rup». Italiano, non grammelot: vado all’Ufficio Relazioni col Pubblico per chiedere il Codice Unico del Progetto e consegnare il Documento Unico di Regolarità Contributiva al Responsabile Unico del Procedimento. «E presto il Durc diventerà Sirce, Sistema Informativo Regolarità Contributiva Edile».

Il cittadino resta disorientato, il dottor Amendola mai. Piuttosto riflette su dettagli stilistici come la norma – al paragrafo 14, lett. C) delle Regole e raccomandazioni per la formulazione tecnica dei testi legislativi contenute nella Circolare del Presidente del Senato del 20 aprile 2001 – secondo cui «anche al fine di agevolare la ricerca informatica, le lettere che compongono la sigla non sono separate da punti». E non gli sfugge che nel testo unico sull’edilizia s’era introdotta la Dichiarazione di Inizio Attività, che abbreviata è uguale alla Direzione Investigativa Antimafia nata anni prima. Stessa sigla, significati diversi, caos garantito. Ci sono voluti dieci anni per sciogliere l’equivoco, sostituendo la Dia (edilizia) con la Scia, Segnalazione Certificata di Inizio Attività. «La burocrazia ama le sigle, ricambiata – spiega serafico -. Acronimi oscuri, sempre in aggiornamento. Concentrato di sapere e di potere. Da trasmettere solo agli iniziati. Come il latinorum di don Abbondio».

Prende fiato, poi ricomincia. «Il Mise ha chiesto al Mit di acquisire il concerto del Mattm su proposta del Mef, sentito il Dagl della Pcm». Eh? Il MInistero dello Sviluppo Economico ha chiesto al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti di acquisire il concerto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare su proposta del Ministero dell’Economia e delle Finanze, sentito il Dipartimento Affari Giuridici e Legali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. «In pratica con le sigle si usano 21 parole anziché 49 e 107 caratteri invece di 339, ma la frase diventa incomprensibile ai non addetti ai lavori. Un modo per la burocrazia di autoalimentarsi».

E dunque, se tutti mastichiamo l’Iban (ma quanti saprebbero dire International Bank Account Number?), di fronte ai virtuosismi del dottor Amendola ci si scopre indifesi. «Una buona legge si fa con Air (Analisi Impatto della Regolazione), Atn (che non è l’azienda di trasporti napoletana, ma l’Analisi Tecnica Normativa) e Vir (Verifica Impatto Regolazione)», poi «sulla Guri (Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana) si pubblicano L, Dl, Dgls, Dm, Di e Dpr» (sono tutti atti normativi) mentre «Agcom, Agcm e Aeeg (le Authority di comunicazioni, concorrenza ed energia) chiedono a Gse, Grtn, Gme e Au (enti di gestione del mercato elettrico) regole trasparenti».

Destra e sinistra, prima e seconda Repubblica, tecnici e politici, nulla cambia. La sciarada dell’imposta sui rifiuti si trascina da vent’anni: Tarsu (1993), Tia (1997), Tares (2011), Tari (2014). I Trap e i Tsap, Tribunali Regionali (e Superiori) delle Acque Pubbliche, incostituzionali e aboliti negli Anni 90, sono risorti come l’Araba Fenice. Si deve a Berlusconi il Sistri (rifiuti), a Monti l’Anncsu (Archivio nazionale dei numeri civici delle strade urbane), a Renzi la NaspI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego).

E nemmeno si può sperare che ci salvi l’Europa (intesa come Ue). I Fesr, Feoga, Fep e Fse (Fondi Europei nei settori sociali, agricolo e della pesca) sono disciplinati dal Qns (Quadro Nazionale Strategico) e vengono erogati mediante Pon, Por e Poin (Piani nazionali, Regionali, Interregionali). Troppo anche per il dottor Ciro Amendola, davvero

http://www.lastampa.it/2015/01/29/italia/cronache/vado-allurp-per-consegnare-il-durc-le-sigle-pi-astruse-della-burocrazia-a6yJimRQgTKXBbxczuiUWI/pagina.html

 

Il dollaro a un passo della parità

dolalroeuroCON l’irresistibile attrazione di mercati e operatori per le cifre tonde, c’è già chi comincia a intravedere la possibilità che la caduta dell’euro lo porti alla parità con il dollaro: 1 dollaro per 1 euro.

UN INEDITO.ILMONDOALLA ROVESCIA Niente affatto. Quando l’euro è nato stava addirittura sotto la parità, non riusciva neanche a comprare un dollaro. L’apprezzamento della valuta europea è avvenuto soprattutto negli ultimi anni.

PERCHÉ LE DECISIONI DELLA BCE LO FANNO SVALUTARE?  I massicci acquisti di titoli che si prepara a fare la Banca centrale europea guidata da Draghi spingeranno all’insù i prezzi dei titoli e, dunque, in basso i relativi rendimenti, che si muovono in senso opposto ai prezzi. Quindi i titoli europei diventano meno appetibili. Gli investitori li vendono per comprare titoli più desiderabili, perché rendono di più. Ad esempio, quelli americani. Gli Stati Uniti si stanno muovendo in modo esattamente opposto all’Europa. Lì il “quantitative easing”, ossia la maxi-iniezione di liquidità all’economia, è finito e ci si aspetta un rialzo dei tassi di interesse.

E DOBBIAMO ESSERE CONTENTI SE L’EURO È DEBOLE Assolutamente sì. L’unica cosa che gli scettici del “quantitative easing” non mettono in discussione è proprio l’effetto sulla valuta. Magari Draghi non riuscirà a convincere le banche a prestare più soldi, ma l’euro si indebolirà comunque e questo favorirà le esportazioni europee.

SONO COSÌ IMPORTANTI LE ESPORTAZIONI ? Mai come oggi. Con l’austerità che strozza la domanda e i consumi interni, la domanda che viene dall’estero è il volano più solido, per non dire l’unico, di una possibile ripresa europea e italiana.

PERCHÉ L’EURO DEBOLE AIUTA LE ESPORTAZIONI? Facciamo il caso di un’azienda italiana che vende un paio di scarpe per lOOeuro.Seimesifa, con l’euro a 1,40 sul dollaro, un compratore americano doveva sborsare 140 dei suoi dollari per prenderle. Oggi, se ci fosse la parità, un dollaro per un euro, si limiterebbe a tirar fuori 100 dollari. Senza che nessuno abbia fatto niente, uno sconto del 28 per cento. Niente male.

E SE NON SI ARRIVA ALLA PARITÀ ? Non sarebbe una tragedia. La Deutsche Bank ha calcolato che, per essere competitiva, l’I talia ha bisogno di un cambio a 1,17 dollari per un euro. Oggi, conildollaroa 1,12 siamo già oltre. E, comunque, con le quotazioni di oggi, lo sconto al nostro compratore americano non arriva al 28 per cento, ma è pur sempre del 21 per cento. Un bel taglio.

MA QUESTE QUOTAZIONI COSÌ BASSE DELL’EURO DURERANNO A LUNGO?  Difficile dirlo. In linea di principio, se l’economia europea trovasse una ripresapiùrobusta, se tornasse un po’ d’inflazione, i tassi d’interesse invertissero la caduta, i mercati potrebbero decidere che vale di nuovo la pena di investire in Europa e ricomincerebbero a comprare euro, rifacendone salire le quotazioni. Ma ci vorrà comunque un bel po’ di tempo, un paio d’anni, forse, perché questo avvenga.

L’EURO DEBOLE FAVORISCE LE ESPORTAZIONI, MA PESA SUL LATO DELLE IMPORTAZIONI. Le merci europee costano meno all’estero, ma quelle estere costano di più in Europa. Con 100 euro, sei mesi fa, si comprava uno smartphone cinese da 140 dollari. Oggi, lo smartphone cinese costa sempre 140 dollari, ma, per comprarlo, ci vogliono 124 euro. E’ il rovescio della medaglia.

E, ALLORA, ILCALODEL PETROLIO? Per l’Europa, la guerra del petrolio e il crollo del greggio hanno conseguenze significative, ma meno vistose rispetto a quanto accade in America. I barili, infatti, si trattano e si pagano in dollari. Sei mesi fa, quando il petrolio stava a 110 dollari a barile e il dollaro a l,40 sull’euro, per comprare un barile l’Europa spendeva 78 euro. Oggi, con il barile a 50 dollari e l’euro a 1,12, l’Europa ne paga 44. Il risparmio è consistente, cospicuo, 34 euro. Ma significa pagare il 43 per cento in meno di sei mesi fa. Mentre gli americani pagano il 60 per cento in meno.

UNA FREGATURA  Nella logica paradossale, o perversa, della deflazione, non è così. Per l’Europa, oggi, il rischio peggiore è che la caduta dei prezzi, già arrivati, a dicembre, sotto zero e che, probabilmente, lì resteranno fino a primavera, si autoalimenti. Vedendo i prezzi scendere, la gente rinvia gli acquisti, la domanda ristagna, i prezzi scendono ancora e così via, fino a che l’economia arriva alla paralisi. Da almeno un anno, questo processo si è incistato nella psicologia e nell’economia dell’eurozona, ma la leva iniziale e, tuttora, la componente maggiore della tendenza al calo dell’inflazione viene da fuori, soprattutto dalla riduzione del prezzo del petrolio. Alla Bce hanno calcolato che, più o meno, due terzi del rallentamento dell’inflazione nell’ultimo anno sia dovuto all’impatto del crollo del greggio. Adesso, per il movimento in senso opposto del cambio, gli effetti del barile meno caro sull’indice dei prezzi risultano attutiti. In altre parole, senza il crollo del greggio, a dicembrei prezzi europei non sarebbero scesi dello 0,2 per cento, segnalando ufficialmente l’ingresso nella deflazione. Ma, senza la svalutazione dell’euro, l’indice dei prezzi non sarebbe sceso dello 0,2 per cento, ma, forse, dello 0,3 per cento, spingendoci più in là sul terreno inesplorato della deflazione.

La sfida tra euro e dollaro a un passo dalla parità un paradiso per chi esporta poche perdite sull’import

Maurizio Ricci Repubblica  24 gennaio 2015

http://www.selpress.com/albaleasing/esr_visualizza.asp?chkIm=145

 

 

Inglese & Costituzione

polimiSarà la Corte costituzionale a stabilire se sia legittima la scelta del Politecnico di Milano, che ha deciso di passare all’inglese come lingua esclusiva per i corsi e gli esami delle lauree magistrali e dei dottorati. Il passaggio (nelle intenzioni dell’Università) a un’istruzione internazionale e all’avanguardia è stato bocciato da una sentenza del Tar del 2013. Nei mesi successivi, con un contro-ricorso del Politecnico e del ministero dell’Istruzione, la questione è arrivata al Consiglio di Stato. Che ora, con un’ordinanza pubblicata ieri, sospende il giudizio e trasferisce tutto alla Consulta. Affermando però alcuni punti: il Politecnico ha fatto una scelta del tutto legittima con la legge di riforma dell’università del 2010, ma allo stesso tempo quella legge presenta profili potenzialmente contrari alla Costituzione, che devono essere quindi approfonditi.

Per mettere ordine in questa contesa che riguarda il futuro del mondo universitario italiano bisogna riannodare i fili dall’inizio. Una delibera del senato accademico del Politecnico (21 maggio 2013) stabilisce che l’inglese diventi lingua obbligatoria per lauree superiori e dottorati, attuando «l’obiettivo di internazionalizzazione degli atenei» fissato nel 2010. Un corposo numero di professori presenta un ricorso al Tribunale amministrativo della Lombardia. E il Tar boccia il Politecnico: l’ateneo avrebbe «marginalizzato in maniera indiscriminata l’uso della lingua italiana, che il sistema normativo vuole, invece, preminente e che è funzionale alla diffusione dei valori che ispirano lo Stato italiano». Non solo.

Il Politecnico, secondo i giudici amministrativi, «avrebbe dovuto consentire la scelta tra l’apprendimento in italiano e quello in lingua straniera». Dopo questa decisione, il progetto del Politecnico va avanti, ma non si completa: circa un quarto dei corsi, oggi, è ancora in italiano. Con la decisione pubblicata ieri, il Consiglio di Stato ribalta in parte le conclusioni del Tar lombardo. E afferma: se si considera la legge del 2010, la decisione del Politecnico, «che appartiene alla libera scelta dell’autonomia universitaria», è stata pienamente legittima. Il dubbio però non scompare, e anzi si sposta alla radice: il quadro legislativo entro il quale si è correttamente mosso il Politecnico rispetta la Costituzione?

Cambiando il piano di giudizio, il Consiglio di Stato manifesta notevoli perplessità. E lo fa su tre punti. Pur con complicate forme linguistiche, i giudici sostengono che «l’attivazione generalizzata ed esclusiva di corsi in lingua straniera, non appare manifestamente congruente, innanzitutto, con l’articolo 3 della Costituzione». Certo, la formula «non manifestamente congruente» non vuol dire contrario. Il tema è questo: un conto è insegnare in inglese «tecnica delle costruzioni», un altro è usare esclusivamente la lingua straniera per la storia dell’arte. In quest’ottica «appare ingiustificata – dicono i giudici – l’abolizione integrale della lingua italiana».

Altro nodo controverso è la tutela delle minoranze linguistiche assicurata dall’articolo 6 della Costituzione: siamo sicuri, sembrano chiedersi i giudici, che si possa passare all’inglese come lingua unica ed eliminare l’italiano, che si ritroverebbe così senza nemmeno la tutela riservata alle minoranze? Sotto esame sarà infine la conformità con il valore della libertà di insegnamento (articolo 33). L’obbligo dell’inglese «non appare rispettoso della libera espressione della comunicazione con gli studenti, dal momento che elimina qualsiasi diversa scelta, eventualmente ritenuta più proficua da parte dei professori, ai quali appartiene la libertà, e la responsabilità, dell’insegnamento».

Corriere della  Sera 23 gennaio 2015
http://www.corriere.it/scuola/universita/15_gennaio_23/consulta-dilemma-dell-inglese-ed4fa630-a2d1-11e4-9709-8a33da129a5e.shtml

Come funziona il Quantitative Easing.

 

Che cos’è il quantitative easing?
Questo termine è entrato con forza nella discussione pubblica nel 2009, quando la Federal Reserve varò il primo programma di acquisto di titoli del Tesoro e di titoli immobiliari americani dopo il fallimento di Lehman Brothers nel settembre del 2008. QE significa esattamente questo: creazione da parte di una banca centrale di moneta il cui valore è basato sulla fiducia nell’assetto istituzionale e nei fondamentali economici alle sue spalle; questa moneta viene creata con il QE per comprare sul mercato titoli pubblici o privati, immettendo così liquidità nell’economia.

2. Perché la Bce vuole lanciare questo programma?
Il compito primario della Bce è garantire la stabilità dei prezzi: né troppa inflazione né una caduta nel fenomeno opposto, la deflazione. È ben noto infatti che con la deflazione cadono i consumi e gli investimenti, l’economia ristagna e il peso del debito aumenta. L’obiettivo statutario della Bce è un carovita nella zona euro “vicino ma sotto al 2%”, ma oggi lo sta mancando. Il tasso d’inflazione nell’area è in frenata dall’inizio del 2012 e dall’ottobre del 2013 ha improvvisamente rallentato sotto l’1%. Da allora è calato ancora di più, fino a diventare negativo in dicembre (-0,2%), segnalando una contrazione dei prezzi. La Bce deve riportarlo all’obiettivo, ma non può più farlo con la tecnica convenzionale di ridurre i tassi d’interesse richiesti sui prestiti che pratica alle banche. Dopo vari tagli, quei tassi sono infatti già a zero. Non resta che la via “quantitativa”, cioè la creazione di moneta: il QE.

3. Come funziona il QE?
Nella sua visione più semplice, il QE può contribuire a risollevare la dinamica dei prezzi verso livelli normali proprio per effetto della quantità di moneta. Una quantità maggiore di euro in circolazione (3.000 miliardi invece di 2.000, secondo l’obiettivo espresso dalla Bce), a parità di prodotti in vendita, dovrebbe alzare il costo in euro di beni e servizi. L’esperienza della Fed, che con il QE dal 2008 a oggi ha espanso il suo bilancio da circa 600 miliardi a quasi 4.500 miliardi di dollari, dimostra le cinghie di trasmissione dalla banca centrale alla vita delle imprese e dei cittadini sono in realtà più articolate. Il QE della Fed ha ridotto i tassi a lungo termine in America, cioè il costo sostenuto da un imprenditore o da una famiglia per indebitarsi. In parte i tassi dei titoli a lungo termine scendono proprio perché dalla banca centrale arriva un’onda di liquidità per comprare quei bond. In parte lo fanno perché chi vende quei bond alla banca centrale, reinveste poi i proventi comprandone altri titoli sul mercato, dunque l’effetto di riduzione dei tassi si trasmette a cerchi concentrici in molte parti dell’economia. A loro volta tassi più bassi favoriscono gli investimenti, l’occupazione e la ripresa dell’attività e dei prezzi al consumo. L’altro effetto del QE, conseguenza diretta della enorme quantità di denaro creata, una svalutazione la moneta e dunque un aiuto all’export.

4. in Europa il QE può funzionare bene come negli Stati Uniti?

Alcuni indizi fanno sospettare di no. Un motivo di fondo è che le imprese in Europa e soprattutto in Italia attingono al credito in modo diverso rispetto a come avviene in America. Negli Stati Uniti le imprese si finanziano presso le banche per circa il 27% del credito che ottengono, e per il resto lo fanno emettendo titoli di debito (bond) sui mercati. Per loro l’aiuto della Fed, che riduce i tassi sui bond a sette o dieci anni, è dunque prezioso. In Europa invece circa metà del credito alle imprese passa dalle banche e in Italia la quota è ancora più alta. Per quanto riguarda poi le piccole e medie imprese, quelle dove si trova la gran parte dell’occupazione, il credito in bond in Europa rappresenta una frazione inferiore al 5% dei finanziamenti totali. Per funzionare in pieno in Europa, il QE dovrebbe essere accompagnato da un forte taglio delle tasse. Ma questo è reso più difficile dai vincoli europei al bilancio. Sta già funzionando in Europa l’altra cinghia di trasmissione del QE, la svalutazione della moneta che aiuta l’export. Da maggio scorso l’euro è già caduto del 15% sul dollaro e del 9% sul paniere delle valute dei Paesi con i quali gli europei commerciano di più.

5. Perché la Bundesbank è contraria al QE?

La Banca centrale tedesca teme che il QE, riducendo gli spread e i tassi sul debito pubblico, tolga la pressione al risanamento e alle riforme dai governi dei Paesi più fragili. Inoltre, ritiene scorretto che la Bce comprando quei titoli, assuma su di sé il rischio di subire perdite se quei Paesi facessero default. Quelle perdite infatti potrebbero essere suddivise pro-quota sulle banche centrali nazionali azioniste della Bce. Bundesbank inclusa.

http://www.repubblica.it/economia/2015/01/22/news/quantitative_easing_pi_moneta_in_circolazione_la_rete_dell_eurotower_contro_la_caduta_dei_prezzi-105484474/

Pannolini , pannoloni & C.

cartigNel corso della vita, e a seconda dell’età, tutti hanno bisogno di diversi prodotti per l’igiene personale. Prima i pannolini, per quando si è neonati, poi la carta igienica, gli assorbenti (per le donne) e i pannoloni per i più anziani, quando ce n’è necessità. La società britannica Euromonitor, che si occupa di diversi tipi di ricerche, ha verificato la relazione tra la diffusione di questi prodotti con la demografia di molti paesi del mondo e ha illustrato i risultati con una mappa.
mappa-igiene

(la mappa si ingrandisce con un clic)

Quello che ne è uscito è che le popolazioni dei paesi con economie più dinamiche e prosperose – come gli Stati Uniti, il Canada, il Brasile e il Sudafrica – comprano molta carta igienica, un dato che si potrebbe legare a un alto numero di bagni per ciascun abitante. I prodotti più venduti nei paesi in via di sviluppo e con popolazioni molto giovani – come il Messico e gran parte del sud-est asiatico – sono invece i pannolini. Nei paesi musulmani, come Iran e Pakistan si vendono molti prodotti per l’igiene femminile, mentre i pannoloni per gli anziani vanno molto forte in Giappone ed Europa occidentale, dove i tassi di natalità sono bassi e l’età media della popolazione è più elevata.

 

http://www.ilpost.it/2014/01/21/mappa-igiene-personale-mondo/

Declinismo?

declino[1]Se il 2014 ci era sembrato un anno traumatico, fra guerre, stragi, virus letali e la costante incertezza economica, non si può dire che il 2015 sia cominciato diversamente, con il massacro nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi e l’Europa sotto la minaccia del terrorismo. Un sondaggio condotto in questi giorni da YouGov in Gran Bretagna fotografa quella che è probabilmente l’opinione dominante: per il 71 per cento degli interpellati il mondo va sempre peggio, soltanto il 5 per cento crede che le cose possano migliorare. Ma uno studio della City University di Londra avverte che non sono necessariamente gli eventi a farci vedere un futuro a tinte fosche: è piuttosto una condizione umana, quasi una malattia collettiva della psiche. Si chiama “declinismo”, è la pessimistica convinzione che il pianeta e i suoi abitanti siano avviati a un inesorabile declino, l’impressione che il domani sia sempre peggiore di oggi e di ieri. Ne soffre la maggior parte delle persone: senza rendersi conto dei progressi medici, scientifici, tecnologici e nella qualità della vita per la maggioranza della popolazione mondiale. Le cause del fenomeno sono molteplici, affermano gli autori della ricerca. Una è la tendenza psicologica a romanticizzare la gioventù, per cui il passato ci appare più roseo del presente. Un’altra è che quando si chiede a qualcuno di ricordare gli avvenimenti della propria vita, i più ricordano meglio fatti e situazioni che risalgono a quando avevano tra i 10 e i 30 anni. Un terzo fattore è che invecchiando si tende a ricordare meglio le esperienze positive delle negative. Un’altra ragione ancora è la difficoltà e la diffidenza ad adeguarsi alle trasformazioni tecnologiche: «Da ragazzi non avevamo il telefonino e stavamo benissimo lo stesso». In teoria potrebbe essere che vediamo il mondo in declino perché lo è davvero. Ma un recente programma della Bbc smentisce, dati alla mano, il diffuso stereotipo secondo cui si stava meglio “quando si stava peggio”, cioè in un presunto idilliaco, arcaico, passato. Negli ultimi cinquant’anni l’aspettativa di vita mondiale è cresciuta da 59 a 70 anni, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Nonostante le efferatezze del Califfato Islamico, le stragi di terrorismo e la cronaca nera continuino a riempire le pagine dei giornali, oggi viviamo nell’era meno violenta della storia umana, come dimostra un docente di Harvard, il professor Steven Pinker, nel saggio Il declino della violenza: ci siamo dimenticati di come il mondo fosse un mattatoio in cui ci si menava e ammazzava quotidianamente, senza che il sangue facesse nemmeno notizia. Altre statistiche indicano che siamo mediamente più sani e più intelligenti di prima; e quando mostrano apparentemente il contrario, per esempio il fatto che i malati di depressione sono cresciuti del 4 per cento in vent’anni, in realtà significa che abbiamo una migliore comprensione della salute mentale, grazie una maggiore capacità diagnostica, che promette migliori cure. Il declinismo che si avverte nell’aria in questo inizio 2015, in effetti, è una malattia ricorrente. Nel Regno Unito se ne sente parlare ininterrottamente dal 1870, quando l’Impero britannico raggiunse l’apogeo: da allora non ha fatto che restringersi, tra decolonizzazione e ascesa di un’altra superpotenza destinata ad eclissarlo, gli Stati Uniti. Quanto all’America, di ondate di declinismo ne ha già attraversate cinque, a partire dalla Grande depressione degli anni trenta del secolo scorso (diventato, a dispetto dei pessimisti, il “Secolo Americano”), passando per “l’umiliazione dello Sputnik”, quando nel 1957 i russi furono i primi a mettere un cosmonauta in orbita e parve che avrebbero vinto la corsa nello spazio (si sa poi chi è arrivato sulla luna), la sconfitta in Vietnam, il “malaise speech” di Jimmy Carter sul “malessere” degli Usa, fino al grande crash finanziario del 2008. Dal 1987 a oggi le librerie si sono riempite di volumi sul declino dell’impero americano, da Ascesa e declino delle grandi potenze di Paul Kennedy, a La fine dell’era americana di Charles Kupchan, a L’era postamericana di Fareed Zakaria, che si concludeva con questo deprimente messaggio: «La magia è finita, le cose non andranno mai più bene come prima». E poiché l’America è stata l’identità e il traino dell’intero Occidente, il declino americano viene vissuto come declino universale, o almeno occidentale. Il che naturalmente è esatto, come testimonia l’ascesa economica di Cina, India e altri paesi emergenti. Ma se YouGov, anziché in Gran Bretagna, avesse condotto il sondaggio su “il mondo va meglio o peggio” in Cina, dove il consumo annuale di carne nell’ultimo mezzo secolo è cresciuto da 1 a 40 chilogrammi per abitante, è verosimile che avreb- be ottenuto risultati differenti. E nonostante il declinismo con cui viene etichettata l’America di Obama, peraltro protagonista di una ripresa economica che fa invidia all’Europa, un ulteriore saggio sulla questione, That Used to Be Us: How America Fell Behind in the World It Invented and How We Can Come Back, del columnist del New York Times Thomas Friedman e del politologo di Harvard Michael Mandelbaum, offre comunque speranze per prolungare il sogno americano nel ventunesimo secolo. Se il mondo ci appare in declino, insomma, è perché siamo vittime di una sindrome psicologica di massa, come notano gli studiosi della City University, non perché declini sul serio. «L’epoca dell’individualismo, della democrazia liberale e dell’umanesimo volge al termine», ammoniva all’inizio del Novecento il filosofo tedesco Oswald Spengler, ma poi fascismo e nazismo fecero posto a un’era di pace e benessere come l’Occidente non ne ha mai conosciute. Oltretutto, la massima “non c’è limite al peggio” deriva da un aneddoto (la vecchia siracusana e il tiranno Dionigi) dello storico romano Valerio Massimo, nel Primo secolo dopo Cristo: e un po’ di strada, da allora, ne abbiamo fatta. Non sembra ancora arrivato il momento di dire: fermate il mondo, voglio scendere.

Enrico Franceschini
Repubblica  19 gennaio 2015

Bentornato Monsieur Voltaire

 

tolre«La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all’errore. Non resta dunque che perdonarci vicendevolmente le nostre follie». Era il 1763 quando Voltaire, nel Trattato sulla tolleranza, non solo condannava ogni forma di fanatismo, ma invitava anche a riflettere sull’inadeguatezza del proprio linguaggio, sull’insensatezza delle proprie opinioni, sull’imperfezione delle proprie leggi. Non solo spiegava che l’intolleranza è madre di ogni ipocrisia e di ogni ribellione, ma spingeva anche i francesi a considerare tutti gli uomini come fratelli.
«Come? Mio fratello il turco? Mio fratello il cinese? L’ebreo? Il siamese? Sì, senza dubbio. Non siamo tutti figli delle stesso padre e creature dello stesso Dio?».
Un elogio della tolleranza, quindi. Senza alcuna riserva. Il che forse spiega perché, dopo i fatti tragici che hanno dilaniato la Francia, questo Trattato si ritrovi oggi in vetta alle classifiche dei libri più venduti. È come se sembrasse inevitabile ripartire da lì per interrogarsi sui pilastri della democrazia e della libertà. Non è d’altronde in nome della tolleranza che nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 viene per la prima volta proclamato il diritto di ogni essere umano alla libertà di opinione e di espressione? Non è la tolleranza che rende possibile dialogo e confronto? Non è lei, e solo lei, che permette a chi non la pensa nello stesso modo, ha abitudini diverse, crede in Dio oppure è ateo, di vivere insieme, accettarsi, rispettarsi, riconoscersi?
Leggere o rileggere il Trattato sulla tolleranza , in fondo, è un modo per riappropriarsi delle proprie radici. Scritto da Voltaire all’epoca dell’ affaire Calas – quando un protestante era stato condannato a morte dopo essere stato ingiustamente accusato di aver ucciso il figlio convertitosi al cattolicesimo, mentre di fatto il ragazzo si era suicidato – il Trattato affronta il tema del fanatismo attraverso il prisma della carità e dell’indulgenza. A differenza di Locke che nella Lettera sulla tolleranza ( 1689) si concentra principalmente sulla questione politica del rapporto tra Stato e Chiesa, Voltaire fa non solo l’elogio della ragione, ma anche della dolcezza: la tolleranza è una virtù che porta a rispettare l’altro e le sue differenze; è quel valore che deve spingere chi «accende un cero in pieno giorno per celebrare Dio» a sopportare «coloro che si accontentano della luce del sole». Ma che vuol dire, oggi, tollerare? Si può veramente tollerare tutto, anche l’intolleranza, in nome della tolleranza?
Per il filosofo anglosassone Bernard Williams, la tolleranza è al tempo stesso «necessaria» e «impossibile». È necessario tollerarsi a vicenda se si vuole organizzare il vivere-insieme quando si hanno opinioni morali, politiche e religiose differenti. Ma è anche impossibile essere fino in fondo tolleranti con gli altri – come ammette chiunque sia del tutto sincero con se stesso – quando gli altri proclamano idee e valori che ci risultano intollerabili, quando difendono idee che riteniamo sbagliate, quando esprimono opinioni che consideriamo infondate. Siamo tutti pronti a scendere in strada per difendere la tolleranza, ma come reagiamo poi quando qualcuno ci offende veramente? La tolleranza che si invoca, purtroppo, è quasi sempre la tolleranza altrui, quella che gli altri dovrebbero avere nei nostri confronti più che quella che dovremmo noi avere nei loro.
Non è d’altronde lo stesso Voltaire che, dopo essersi mobilitato per difendere Jean Calas e aver inondato l’Europa di lettere per sensibilizzare i potenti nei confronti di questa famiglia protestante che in privato definiva “imbecille”, a istigare le autorità contro Jean-Jacques Rousseau considerandolo un nemico pubblico perché aveva pubblicato il Contratto sociale in cui celebrava la superiorità dello stato di natura? Non è proprio in Francia, in cui si può ridere di tutto, che si è deciso di non ridere della battuta di Dieudonné quando ha scritto: Je suis Charlie Coulibaly ( uno dei terroristi di Parigi) — battuta certo dissennata, stupida e volgare, ma che resta pur sempre una battuta come lui stesso rivendica, esattamente come quelle pubblicate da Charlie Hebdo ? La tolleranza, diceva Voltaire, è la capacità di sopportare anche ciò che si disapprova. È la voglia di immaginare, come scrive Hannah Arendt, che un’altra persona possa aver ragione. È la possibilità di rimettersi in discussione, anche quando qualcuno deride ciò in cui noi crediamo, che si tratti della caricature di Maometto o di quelle del Papa, di una battuta su nostra madre o sulla madre di un amico. Dietro la tolleranza, per dirla in altre parole, c’è sempre l’accettazione dell’alterità. Anche quando quest’alterità ci disturba, ci provoca, ci destabilizza.
Nessun limite allora? Forse solo l’intolleranza. Visto che tollerare l’intolleranza nel nome della tolleranza equivarrebbe a distruggerla. Tolleranza e intolleranza si elidono reciprocamente. La tolleranza, infatti, permette a tutti di affermare o negare qualcosa, senza imbarazzarsi di fronte alle contraddizioni. Ci può essere chi afferma che «A esiste» e chi, al contrario, nega l’esistenza di A affermando che «A non esiste». L’intolleranza, invece, non sopporta le contraddizioni e ha come solo scopo quello di distruggere. Non si limita a negare, ma cancella, elimina, fa tabula rasa. Ecco perché, se la tolleranza tollerasse l’intolleranza, finirebbe con l’esserne fagocitata. Proprio come la libertà che, come spiega in On liberty John Stuart Mill un secolo dopo la pubblicazione del Trattato sulla tolleranza , «non è più libertà nel momento in cui ci consente di alienare la libertà».

Articolo di Michela Marzano (Repubblica 19.1.15)

Il Trattato sulla tolleranza è una delle opere più celebri di Voltaire, pubblicata in Francia la prima volta nel 1763 Il filosofo aveva 69 anni

Che è successo al Franco svizzero?

frsvizLa Banca Centrale Svizzera (SNB) ha rinunciato alla sua politica di difesa del tasso di cambio di 1,20 franchi svizzeri per euro, mantenuta negli ultimi tre anni per evitare che la sua valuta aumentasse troppo di valore rispetto alla moneta europea e al dollaro. L’annuncio ha sorpreso buona parte degli analisti e degli investitori, che appena un mese fa erano stati rassicurati dai responsabili della SNB con promesse sul mantenimento della politica di blocco del franco svizzero. La borsa di Zurigo è arrivata a perdere fino al 10 per cento prima di recuperare; il valore al cambio del franco svizzero è aumentato rapidamente.

Nel 2011 la Banca Centrale Svizzera aveva deciso, unilateralmente e assumendosene tutte le responsabilità (come disse la Banca Centrale Europea all’epoca), di istituire un limite minimo di cambio a 1,20 franchi per euro, temendo che la sua valuta potesse rafforzarsi troppo rispetto alle altre monete. Era il periodo della grande instabilità economica e finanziaria dovuta alla crisi di alcuni paesi europei, Italia compresa, e molti investitori ritenevano che in Europa solo il franco svizzero potesse dare buone garanzie per la tenuta dei loro investimenti. La domanda per la valuta continuava ad aumentare e di conseguenza il suo valore: la SNB intervenne per evitare che aumentasse troppo, cosa che avrebbe potuto danneggiare le esportazioni (chi compra dall’estero beni prodotti in un altro paese deve di solito fare i conti con il cambio, e se è troppo sfavorevole spesso si rivolge altrove).

Dopo essere rimasto fermo a un minimo di 1,20, oggi alla rimozione del blocco da parte della SNB il franco svizzero ha aumentato sensibilmente il suo valore fino al 39 per cento circa rispetto all’euro e al dollaro, poi è sceso stabilizzandosi intorno al 14 per cento. Questo significa che con 1 euro si ottengono 1,03 franchi e non più 1,20 come era in precedenza. Il principale indice azionario della borsa di Zurigo ha perso il 10 per cento, e in molti casi le aziende che sono andate peggio sono state quelle che basano buona parte dei loro affari sulle esportazioni

Il limite di 1,20 era stato accolto positivamente dagli esportatori, che in questo modo avevano una garanzia sul fatto che il franco svizzero non potesse apprezzarsi più di tanto rispetto ad altre valute. Nick Hatek, amministratore delegato di Swatch, uno dei più grandi esportatori di orologi della Svizzera, ha detto che la decisione della SNB equivale a uno “tsunami per le esportazioni e per il turismo, e di conseguenza per l’intero paese”. Le azioni di Swatch hanno perso fino al 16 per cento in borsa. Anche i titoli bancari hanno sofferto, con UBS e Credit Suisse – due delle principali banche svizzere – che hanno perso fino all’11 per cento.

La Banca Centrale Svizzera ha motivato la sua decisione ricordando che la sua “misura eccezionale e temporanea ha protetto l’economia della Svizzera che rischiava di subire seri danni”. Per mantenere la soglia minima nel tasso di cambio, infatti, la SNB si era impegnata negli ultimi anni ad acquistare enormi quantità di euro per controbilanciare la domanda di franchi svizzeri, tanto da spingere alcuni detrattori a contestare questa politica. A novembre dello scorso anno era stato bocciato un referendum che se fosse passato avrebbe obbligato la SNB a convertire in oro parte delle sue riserve, cosa che secondo i sostenitori della consultazione avrebbe permesso di rendere la sua politica economica più stabile e sicura…

http://www.ilpost.it/2015/01/15/fine-soglia-minima-franco-svizzero/