Il dollaro a un passo della parità

dolalroeuroCON l’irresistibile attrazione di mercati e operatori per le cifre tonde, c’è già chi comincia a intravedere la possibilità che la caduta dell’euro lo porti alla parità con il dollaro: 1 dollaro per 1 euro.

UN INEDITO.ILMONDOALLA ROVESCIA Niente affatto. Quando l’euro è nato stava addirittura sotto la parità, non riusciva neanche a comprare un dollaro. L’apprezzamento della valuta europea è avvenuto soprattutto negli ultimi anni.

PERCHÉ LE DECISIONI DELLA BCE LO FANNO SVALUTARE?  I massicci acquisti di titoli che si prepara a fare la Banca centrale europea guidata da Draghi spingeranno all’insù i prezzi dei titoli e, dunque, in basso i relativi rendimenti, che si muovono in senso opposto ai prezzi. Quindi i titoli europei diventano meno appetibili. Gli investitori li vendono per comprare titoli più desiderabili, perché rendono di più. Ad esempio, quelli americani. Gli Stati Uniti si stanno muovendo in modo esattamente opposto all’Europa. Lì il “quantitative easing”, ossia la maxi-iniezione di liquidità all’economia, è finito e ci si aspetta un rialzo dei tassi di interesse.

E DOBBIAMO ESSERE CONTENTI SE L’EURO È DEBOLE Assolutamente sì. L’unica cosa che gli scettici del “quantitative easing” non mettono in discussione è proprio l’effetto sulla valuta. Magari Draghi non riuscirà a convincere le banche a prestare più soldi, ma l’euro si indebolirà comunque e questo favorirà le esportazioni europee.

SONO COSÌ IMPORTANTI LE ESPORTAZIONI ? Mai come oggi. Con l’austerità che strozza la domanda e i consumi interni, la domanda che viene dall’estero è il volano più solido, per non dire l’unico, di una possibile ripresa europea e italiana.

PERCHÉ L’EURO DEBOLE AIUTA LE ESPORTAZIONI? Facciamo il caso di un’azienda italiana che vende un paio di scarpe per lOOeuro.Seimesifa, con l’euro a 1,40 sul dollaro, un compratore americano doveva sborsare 140 dei suoi dollari per prenderle. Oggi, se ci fosse la parità, un dollaro per un euro, si limiterebbe a tirar fuori 100 dollari. Senza che nessuno abbia fatto niente, uno sconto del 28 per cento. Niente male.

E SE NON SI ARRIVA ALLA PARITÀ ? Non sarebbe una tragedia. La Deutsche Bank ha calcolato che, per essere competitiva, l’I talia ha bisogno di un cambio a 1,17 dollari per un euro. Oggi, conildollaroa 1,12 siamo già oltre. E, comunque, con le quotazioni di oggi, lo sconto al nostro compratore americano non arriva al 28 per cento, ma è pur sempre del 21 per cento. Un bel taglio.

MA QUESTE QUOTAZIONI COSÌ BASSE DELL’EURO DURERANNO A LUNGO?  Difficile dirlo. In linea di principio, se l’economia europea trovasse una ripresapiùrobusta, se tornasse un po’ d’inflazione, i tassi d’interesse invertissero la caduta, i mercati potrebbero decidere che vale di nuovo la pena di investire in Europa e ricomincerebbero a comprare euro, rifacendone salire le quotazioni. Ma ci vorrà comunque un bel po’ di tempo, un paio d’anni, forse, perché questo avvenga.

L’EURO DEBOLE FAVORISCE LE ESPORTAZIONI, MA PESA SUL LATO DELLE IMPORTAZIONI. Le merci europee costano meno all’estero, ma quelle estere costano di più in Europa. Con 100 euro, sei mesi fa, si comprava uno smartphone cinese da 140 dollari. Oggi, lo smartphone cinese costa sempre 140 dollari, ma, per comprarlo, ci vogliono 124 euro. E’ il rovescio della medaglia.

E, ALLORA, ILCALODEL PETROLIO? Per l’Europa, la guerra del petrolio e il crollo del greggio hanno conseguenze significative, ma meno vistose rispetto a quanto accade in America. I barili, infatti, si trattano e si pagano in dollari. Sei mesi fa, quando il petrolio stava a 110 dollari a barile e il dollaro a l,40 sull’euro, per comprare un barile l’Europa spendeva 78 euro. Oggi, con il barile a 50 dollari e l’euro a 1,12, l’Europa ne paga 44. Il risparmio è consistente, cospicuo, 34 euro. Ma significa pagare il 43 per cento in meno di sei mesi fa. Mentre gli americani pagano il 60 per cento in meno.

UNA FREGATURA  Nella logica paradossale, o perversa, della deflazione, non è così. Per l’Europa, oggi, il rischio peggiore è che la caduta dei prezzi, già arrivati, a dicembre, sotto zero e che, probabilmente, lì resteranno fino a primavera, si autoalimenti. Vedendo i prezzi scendere, la gente rinvia gli acquisti, la domanda ristagna, i prezzi scendono ancora e così via, fino a che l’economia arriva alla paralisi. Da almeno un anno, questo processo si è incistato nella psicologia e nell’economia dell’eurozona, ma la leva iniziale e, tuttora, la componente maggiore della tendenza al calo dell’inflazione viene da fuori, soprattutto dalla riduzione del prezzo del petrolio. Alla Bce hanno calcolato che, più o meno, due terzi del rallentamento dell’inflazione nell’ultimo anno sia dovuto all’impatto del crollo del greggio. Adesso, per il movimento in senso opposto del cambio, gli effetti del barile meno caro sull’indice dei prezzi risultano attutiti. In altre parole, senza il crollo del greggio, a dicembrei prezzi europei non sarebbero scesi dello 0,2 per cento, segnalando ufficialmente l’ingresso nella deflazione. Ma, senza la svalutazione dell’euro, l’indice dei prezzi non sarebbe sceso dello 0,2 per cento, ma, forse, dello 0,3 per cento, spingendoci più in là sul terreno inesplorato della deflazione.

La sfida tra euro e dollaro a un passo dalla parità un paradiso per chi esporta poche perdite sull’import

Maurizio Ricci Repubblica  24 gennaio 2015

http://www.selpress.com/albaleasing/esr_visualizza.asp?chkIm=145

 

 

Inglese & Costituzione

polimiSarà la Corte costituzionale a stabilire se sia legittima la scelta del Politecnico di Milano, che ha deciso di passare all’inglese come lingua esclusiva per i corsi e gli esami delle lauree magistrali e dei dottorati. Il passaggio (nelle intenzioni dell’Università) a un’istruzione internazionale e all’avanguardia è stato bocciato da una sentenza del Tar del 2013. Nei mesi successivi, con un contro-ricorso del Politecnico e del ministero dell’Istruzione, la questione è arrivata al Consiglio di Stato. Che ora, con un’ordinanza pubblicata ieri, sospende il giudizio e trasferisce tutto alla Consulta. Affermando però alcuni punti: il Politecnico ha fatto una scelta del tutto legittima con la legge di riforma dell’università del 2010, ma allo stesso tempo quella legge presenta profili potenzialmente contrari alla Costituzione, che devono essere quindi approfonditi.

Per mettere ordine in questa contesa che riguarda il futuro del mondo universitario italiano bisogna riannodare i fili dall’inizio. Una delibera del senato accademico del Politecnico (21 maggio 2013) stabilisce che l’inglese diventi lingua obbligatoria per lauree superiori e dottorati, attuando «l’obiettivo di internazionalizzazione degli atenei» fissato nel 2010. Un corposo numero di professori presenta un ricorso al Tribunale amministrativo della Lombardia. E il Tar boccia il Politecnico: l’ateneo avrebbe «marginalizzato in maniera indiscriminata l’uso della lingua italiana, che il sistema normativo vuole, invece, preminente e che è funzionale alla diffusione dei valori che ispirano lo Stato italiano». Non solo.

Il Politecnico, secondo i giudici amministrativi, «avrebbe dovuto consentire la scelta tra l’apprendimento in italiano e quello in lingua straniera». Dopo questa decisione, il progetto del Politecnico va avanti, ma non si completa: circa un quarto dei corsi, oggi, è ancora in italiano. Con la decisione pubblicata ieri, il Consiglio di Stato ribalta in parte le conclusioni del Tar lombardo. E afferma: se si considera la legge del 2010, la decisione del Politecnico, «che appartiene alla libera scelta dell’autonomia universitaria», è stata pienamente legittima. Il dubbio però non scompare, e anzi si sposta alla radice: il quadro legislativo entro il quale si è correttamente mosso il Politecnico rispetta la Costituzione?

Cambiando il piano di giudizio, il Consiglio di Stato manifesta notevoli perplessità. E lo fa su tre punti. Pur con complicate forme linguistiche, i giudici sostengono che «l’attivazione generalizzata ed esclusiva di corsi in lingua straniera, non appare manifestamente congruente, innanzitutto, con l’articolo 3 della Costituzione». Certo, la formula «non manifestamente congruente» non vuol dire contrario. Il tema è questo: un conto è insegnare in inglese «tecnica delle costruzioni», un altro è usare esclusivamente la lingua straniera per la storia dell’arte. In quest’ottica «appare ingiustificata – dicono i giudici – l’abolizione integrale della lingua italiana».

Altro nodo controverso è la tutela delle minoranze linguistiche assicurata dall’articolo 6 della Costituzione: siamo sicuri, sembrano chiedersi i giudici, che si possa passare all’inglese come lingua unica ed eliminare l’italiano, che si ritroverebbe così senza nemmeno la tutela riservata alle minoranze? Sotto esame sarà infine la conformità con il valore della libertà di insegnamento (articolo 33). L’obbligo dell’inglese «non appare rispettoso della libera espressione della comunicazione con gli studenti, dal momento che elimina qualsiasi diversa scelta, eventualmente ritenuta più proficua da parte dei professori, ai quali appartiene la libertà, e la responsabilità, dell’insegnamento».

Corriere della  Sera 23 gennaio 2015
http://www.corriere.it/scuola/universita/15_gennaio_23/consulta-dilemma-dell-inglese-ed4fa630-a2d1-11e4-9709-8a33da129a5e.shtml