Declinismo?

declino[1]Se il 2014 ci era sembrato un anno traumatico, fra guerre, stragi, virus letali e la costante incertezza economica, non si può dire che il 2015 sia cominciato diversamente, con il massacro nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi e l’Europa sotto la minaccia del terrorismo. Un sondaggio condotto in questi giorni da YouGov in Gran Bretagna fotografa quella che è probabilmente l’opinione dominante: per il 71 per cento degli interpellati il mondo va sempre peggio, soltanto il 5 per cento crede che le cose possano migliorare. Ma uno studio della City University di Londra avverte che non sono necessariamente gli eventi a farci vedere un futuro a tinte fosche: è piuttosto una condizione umana, quasi una malattia collettiva della psiche. Si chiama “declinismo”, è la pessimistica convinzione che il pianeta e i suoi abitanti siano avviati a un inesorabile declino, l’impressione che il domani sia sempre peggiore di oggi e di ieri. Ne soffre la maggior parte delle persone: senza rendersi conto dei progressi medici, scientifici, tecnologici e nella qualità della vita per la maggioranza della popolazione mondiale. Le cause del fenomeno sono molteplici, affermano gli autori della ricerca. Una è la tendenza psicologica a romanticizzare la gioventù, per cui il passato ci appare più roseo del presente. Un’altra è che quando si chiede a qualcuno di ricordare gli avvenimenti della propria vita, i più ricordano meglio fatti e situazioni che risalgono a quando avevano tra i 10 e i 30 anni. Un terzo fattore è che invecchiando si tende a ricordare meglio le esperienze positive delle negative. Un’altra ragione ancora è la difficoltà e la diffidenza ad adeguarsi alle trasformazioni tecnologiche: «Da ragazzi non avevamo il telefonino e stavamo benissimo lo stesso». In teoria potrebbe essere che vediamo il mondo in declino perché lo è davvero. Ma un recente programma della Bbc smentisce, dati alla mano, il diffuso stereotipo secondo cui si stava meglio “quando si stava peggio”, cioè in un presunto idilliaco, arcaico, passato. Negli ultimi cinquant’anni l’aspettativa di vita mondiale è cresciuta da 59 a 70 anni, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Nonostante le efferatezze del Califfato Islamico, le stragi di terrorismo e la cronaca nera continuino a riempire le pagine dei giornali, oggi viviamo nell’era meno violenta della storia umana, come dimostra un docente di Harvard, il professor Steven Pinker, nel saggio Il declino della violenza: ci siamo dimenticati di come il mondo fosse un mattatoio in cui ci si menava e ammazzava quotidianamente, senza che il sangue facesse nemmeno notizia. Altre statistiche indicano che siamo mediamente più sani e più intelligenti di prima; e quando mostrano apparentemente il contrario, per esempio il fatto che i malati di depressione sono cresciuti del 4 per cento in vent’anni, in realtà significa che abbiamo una migliore comprensione della salute mentale, grazie una maggiore capacità diagnostica, che promette migliori cure. Il declinismo che si avverte nell’aria in questo inizio 2015, in effetti, è una malattia ricorrente. Nel Regno Unito se ne sente parlare ininterrottamente dal 1870, quando l’Impero britannico raggiunse l’apogeo: da allora non ha fatto che restringersi, tra decolonizzazione e ascesa di un’altra superpotenza destinata ad eclissarlo, gli Stati Uniti. Quanto all’America, di ondate di declinismo ne ha già attraversate cinque, a partire dalla Grande depressione degli anni trenta del secolo scorso (diventato, a dispetto dei pessimisti, il “Secolo Americano”), passando per “l’umiliazione dello Sputnik”, quando nel 1957 i russi furono i primi a mettere un cosmonauta in orbita e parve che avrebbero vinto la corsa nello spazio (si sa poi chi è arrivato sulla luna), la sconfitta in Vietnam, il “malaise speech” di Jimmy Carter sul “malessere” degli Usa, fino al grande crash finanziario del 2008. Dal 1987 a oggi le librerie si sono riempite di volumi sul declino dell’impero americano, da Ascesa e declino delle grandi potenze di Paul Kennedy, a La fine dell’era americana di Charles Kupchan, a L’era postamericana di Fareed Zakaria, che si concludeva con questo deprimente messaggio: «La magia è finita, le cose non andranno mai più bene come prima». E poiché l’America è stata l’identità e il traino dell’intero Occidente, il declino americano viene vissuto come declino universale, o almeno occidentale. Il che naturalmente è esatto, come testimonia l’ascesa economica di Cina, India e altri paesi emergenti. Ma se YouGov, anziché in Gran Bretagna, avesse condotto il sondaggio su “il mondo va meglio o peggio” in Cina, dove il consumo annuale di carne nell’ultimo mezzo secolo è cresciuto da 1 a 40 chilogrammi per abitante, è verosimile che avreb- be ottenuto risultati differenti. E nonostante il declinismo con cui viene etichettata l’America di Obama, peraltro protagonista di una ripresa economica che fa invidia all’Europa, un ulteriore saggio sulla questione, That Used to Be Us: How America Fell Behind in the World It Invented and How We Can Come Back, del columnist del New York Times Thomas Friedman e del politologo di Harvard Michael Mandelbaum, offre comunque speranze per prolungare il sogno americano nel ventunesimo secolo. Se il mondo ci appare in declino, insomma, è perché siamo vittime di una sindrome psicologica di massa, come notano gli studiosi della City University, non perché declini sul serio. «L’epoca dell’individualismo, della democrazia liberale e dell’umanesimo volge al termine», ammoniva all’inizio del Novecento il filosofo tedesco Oswald Spengler, ma poi fascismo e nazismo fecero posto a un’era di pace e benessere come l’Occidente non ne ha mai conosciute. Oltretutto, la massima “non c’è limite al peggio” deriva da un aneddoto (la vecchia siracusana e il tiranno Dionigi) dello storico romano Valerio Massimo, nel Primo secolo dopo Cristo: e un po’ di strada, da allora, ne abbiamo fatta. Non sembra ancora arrivato il momento di dire: fermate il mondo, voglio scendere.

Enrico Franceschini
Repubblica  19 gennaio 2015

Bentornato Monsieur Voltaire

 

tolre«La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all’errore. Non resta dunque che perdonarci vicendevolmente le nostre follie». Era il 1763 quando Voltaire, nel Trattato sulla tolleranza, non solo condannava ogni forma di fanatismo, ma invitava anche a riflettere sull’inadeguatezza del proprio linguaggio, sull’insensatezza delle proprie opinioni, sull’imperfezione delle proprie leggi. Non solo spiegava che l’intolleranza è madre di ogni ipocrisia e di ogni ribellione, ma spingeva anche i francesi a considerare tutti gli uomini come fratelli.
«Come? Mio fratello il turco? Mio fratello il cinese? L’ebreo? Il siamese? Sì, senza dubbio. Non siamo tutti figli delle stesso padre e creature dello stesso Dio?».
Un elogio della tolleranza, quindi. Senza alcuna riserva. Il che forse spiega perché, dopo i fatti tragici che hanno dilaniato la Francia, questo Trattato si ritrovi oggi in vetta alle classifiche dei libri più venduti. È come se sembrasse inevitabile ripartire da lì per interrogarsi sui pilastri della democrazia e della libertà. Non è d’altronde in nome della tolleranza che nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 viene per la prima volta proclamato il diritto di ogni essere umano alla libertà di opinione e di espressione? Non è la tolleranza che rende possibile dialogo e confronto? Non è lei, e solo lei, che permette a chi non la pensa nello stesso modo, ha abitudini diverse, crede in Dio oppure è ateo, di vivere insieme, accettarsi, rispettarsi, riconoscersi?
Leggere o rileggere il Trattato sulla tolleranza , in fondo, è un modo per riappropriarsi delle proprie radici. Scritto da Voltaire all’epoca dell’ affaire Calas – quando un protestante era stato condannato a morte dopo essere stato ingiustamente accusato di aver ucciso il figlio convertitosi al cattolicesimo, mentre di fatto il ragazzo si era suicidato – il Trattato affronta il tema del fanatismo attraverso il prisma della carità e dell’indulgenza. A differenza di Locke che nella Lettera sulla tolleranza ( 1689) si concentra principalmente sulla questione politica del rapporto tra Stato e Chiesa, Voltaire fa non solo l’elogio della ragione, ma anche della dolcezza: la tolleranza è una virtù che porta a rispettare l’altro e le sue differenze; è quel valore che deve spingere chi «accende un cero in pieno giorno per celebrare Dio» a sopportare «coloro che si accontentano della luce del sole». Ma che vuol dire, oggi, tollerare? Si può veramente tollerare tutto, anche l’intolleranza, in nome della tolleranza?
Per il filosofo anglosassone Bernard Williams, la tolleranza è al tempo stesso «necessaria» e «impossibile». È necessario tollerarsi a vicenda se si vuole organizzare il vivere-insieme quando si hanno opinioni morali, politiche e religiose differenti. Ma è anche impossibile essere fino in fondo tolleranti con gli altri – come ammette chiunque sia del tutto sincero con se stesso – quando gli altri proclamano idee e valori che ci risultano intollerabili, quando difendono idee che riteniamo sbagliate, quando esprimono opinioni che consideriamo infondate. Siamo tutti pronti a scendere in strada per difendere la tolleranza, ma come reagiamo poi quando qualcuno ci offende veramente? La tolleranza che si invoca, purtroppo, è quasi sempre la tolleranza altrui, quella che gli altri dovrebbero avere nei nostri confronti più che quella che dovremmo noi avere nei loro.
Non è d’altronde lo stesso Voltaire che, dopo essersi mobilitato per difendere Jean Calas e aver inondato l’Europa di lettere per sensibilizzare i potenti nei confronti di questa famiglia protestante che in privato definiva “imbecille”, a istigare le autorità contro Jean-Jacques Rousseau considerandolo un nemico pubblico perché aveva pubblicato il Contratto sociale in cui celebrava la superiorità dello stato di natura? Non è proprio in Francia, in cui si può ridere di tutto, che si è deciso di non ridere della battuta di Dieudonné quando ha scritto: Je suis Charlie Coulibaly ( uno dei terroristi di Parigi) — battuta certo dissennata, stupida e volgare, ma che resta pur sempre una battuta come lui stesso rivendica, esattamente come quelle pubblicate da Charlie Hebdo ? La tolleranza, diceva Voltaire, è la capacità di sopportare anche ciò che si disapprova. È la voglia di immaginare, come scrive Hannah Arendt, che un’altra persona possa aver ragione. È la possibilità di rimettersi in discussione, anche quando qualcuno deride ciò in cui noi crediamo, che si tratti della caricature di Maometto o di quelle del Papa, di una battuta su nostra madre o sulla madre di un amico. Dietro la tolleranza, per dirla in altre parole, c’è sempre l’accettazione dell’alterità. Anche quando quest’alterità ci disturba, ci provoca, ci destabilizza.
Nessun limite allora? Forse solo l’intolleranza. Visto che tollerare l’intolleranza nel nome della tolleranza equivarrebbe a distruggerla. Tolleranza e intolleranza si elidono reciprocamente. La tolleranza, infatti, permette a tutti di affermare o negare qualcosa, senza imbarazzarsi di fronte alle contraddizioni. Ci può essere chi afferma che «A esiste» e chi, al contrario, nega l’esistenza di A affermando che «A non esiste». L’intolleranza, invece, non sopporta le contraddizioni e ha come solo scopo quello di distruggere. Non si limita a negare, ma cancella, elimina, fa tabula rasa. Ecco perché, se la tolleranza tollerasse l’intolleranza, finirebbe con l’esserne fagocitata. Proprio come la libertà che, come spiega in On liberty John Stuart Mill un secolo dopo la pubblicazione del Trattato sulla tolleranza , «non è più libertà nel momento in cui ci consente di alienare la libertà».

Articolo di Michela Marzano (Repubblica 19.1.15)

Il Trattato sulla tolleranza è una delle opere più celebri di Voltaire, pubblicata in Francia la prima volta nel 1763 Il filosofo aveva 69 anni

Che è successo al Franco svizzero?

frsvizLa Banca Centrale Svizzera (SNB) ha rinunciato alla sua politica di difesa del tasso di cambio di 1,20 franchi svizzeri per euro, mantenuta negli ultimi tre anni per evitare che la sua valuta aumentasse troppo di valore rispetto alla moneta europea e al dollaro. L’annuncio ha sorpreso buona parte degli analisti e degli investitori, che appena un mese fa erano stati rassicurati dai responsabili della SNB con promesse sul mantenimento della politica di blocco del franco svizzero. La borsa di Zurigo è arrivata a perdere fino al 10 per cento prima di recuperare; il valore al cambio del franco svizzero è aumentato rapidamente.

Nel 2011 la Banca Centrale Svizzera aveva deciso, unilateralmente e assumendosene tutte le responsabilità (come disse la Banca Centrale Europea all’epoca), di istituire un limite minimo di cambio a 1,20 franchi per euro, temendo che la sua valuta potesse rafforzarsi troppo rispetto alle altre monete. Era il periodo della grande instabilità economica e finanziaria dovuta alla crisi di alcuni paesi europei, Italia compresa, e molti investitori ritenevano che in Europa solo il franco svizzero potesse dare buone garanzie per la tenuta dei loro investimenti. La domanda per la valuta continuava ad aumentare e di conseguenza il suo valore: la SNB intervenne per evitare che aumentasse troppo, cosa che avrebbe potuto danneggiare le esportazioni (chi compra dall’estero beni prodotti in un altro paese deve di solito fare i conti con il cambio, e se è troppo sfavorevole spesso si rivolge altrove).

Dopo essere rimasto fermo a un minimo di 1,20, oggi alla rimozione del blocco da parte della SNB il franco svizzero ha aumentato sensibilmente il suo valore fino al 39 per cento circa rispetto all’euro e al dollaro, poi è sceso stabilizzandosi intorno al 14 per cento. Questo significa che con 1 euro si ottengono 1,03 franchi e non più 1,20 come era in precedenza. Il principale indice azionario della borsa di Zurigo ha perso il 10 per cento, e in molti casi le aziende che sono andate peggio sono state quelle che basano buona parte dei loro affari sulle esportazioni

Il limite di 1,20 era stato accolto positivamente dagli esportatori, che in questo modo avevano una garanzia sul fatto che il franco svizzero non potesse apprezzarsi più di tanto rispetto ad altre valute. Nick Hatek, amministratore delegato di Swatch, uno dei più grandi esportatori di orologi della Svizzera, ha detto che la decisione della SNB equivale a uno “tsunami per le esportazioni e per il turismo, e di conseguenza per l’intero paese”. Le azioni di Swatch hanno perso fino al 16 per cento in borsa. Anche i titoli bancari hanno sofferto, con UBS e Credit Suisse – due delle principali banche svizzere – che hanno perso fino all’11 per cento.

La Banca Centrale Svizzera ha motivato la sua decisione ricordando che la sua “misura eccezionale e temporanea ha protetto l’economia della Svizzera che rischiava di subire seri danni”. Per mantenere la soglia minima nel tasso di cambio, infatti, la SNB si era impegnata negli ultimi anni ad acquistare enormi quantità di euro per controbilanciare la domanda di franchi svizzeri, tanto da spingere alcuni detrattori a contestare questa politica. A novembre dello scorso anno era stato bocciato un referendum che se fosse passato avrebbe obbligato la SNB a convertire in oro parte delle sue riserve, cosa che secondo i sostenitori della consultazione avrebbe permesso di rendere la sua politica economica più stabile e sicura…

http://www.ilpost.it/2015/01/15/fine-soglia-minima-franco-svizzero/

 

Il Qe della BCE

qubce F acile dire “Quantitative easing”, una delle espressioni più utilizzate ultimamente da giornali, commentatori economici e addetti ai lavori e la cui popolarità cresce di giorno in giorno. Ma è difficile spiegare effettivamente che cos’è il Qe che Mario Draghi, il banchiere italiano che guida la Banca Centrale Europea, si appresta a lanciare sul territorio dell’eurozona, ufficialmente per salvaguardare la stabilità dei prezzi. Può facilmente diventare un passaggio storico per l’intera economia europea o un grande flop.

Il compito che Draghi ha davanti a sé è più arduo di quello affrontato dai suoi colleghi della Fed, della Bank of England e della Bank of Japan, dal 2009 a oggi. I loro programmi di quantitative easing erano obbiettivamente più semplici perché si rivolgevano a un solo paese. Il problema di Draghi è che in Europa esistono 19 paesi nell’euro e 28 partecipanti alla Ue ognuno con proprie emissioni di titoli di statointento di impedire che gli acquisti a pioggia di bond vadano in qualche modo a pesare sui bilanci degli Stati e quindi in ultima stanza sui contribuenti. Infine Draghi deve combattere contro lo scetticismo degli economisti, la maggior parte dei quali non è sicura che l’effetto finale del Qe possa tradursi in una ripresa dell’economia e quindi dell’inflazione verso la soglia minima del 2%, obiettivo esistenziale della Bce. Insomma una lunga serie di incognite circonda questo passaggio della politica monetaria europea e molte sono difficili da comprendere per il cittadino che però dovrebbe godere dei suoi benefici.

Vediamo di dipanare almeno in parte la matassa. Indebolire l’euro. Il primo effetto tangibile del Qe è quello di deprimere il cambio attraverso la creazione di base monetaria aggiuntiva. Si comprano i titoli di stato i cui rendimenti scendono e per questa via vi saranno meno afflussi di denaro verso i titoli denominati in euro. La svalutazione dell’euro è già in corso da qualche mese come diretta conseguenza degli annunci che via via Draghi ha fatto. Da 1,38 dollari per un euro si è passati a 1,18 ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare ancora più giù. «È inevitabile che l’euro si indebo-lisca, solo con lo shale gas gli Usa hanno guadagnato il 4-5% di competitività rispetto all’Europa. Il Qe deve avere l’obiettivo di abbattere il cambio fino a 1-1,1 contro il dollaro e di sollecitare i governi a continuare sul terreno delle riforme strutturali», osserva Davide Serra, fondatore e gestore dei fondi Algebris basati a Londra. Dai suoi conti il petrolio sotto i 60 dollari al barile vale per l’Italia uno 0,4% di Pil mentre ogni 10 centesimi di svalutazione dell’euro aumentano del 10% le esportazioni delle aziende. L’effetto combinato di valuta e petrolio dovrebbe far uscire l’Europa dal tunnel della recessione e portare una ripresa sostenuta.

Le banche impiombate. Draghi si è convinto della necessità di un Qe sui titoli di Stato perché i tentativi fin qui portati avanti di far affluire liquidità all’economia reale non hanno funzionato. La cinghia di trasmissione si è inceppata. I primi prestiti alle banche di inizio 2012 si sono tradotti in profitti per gli istituti attraverso gli impieghi in titoli di Stato ma non si sono trasformati in maggiori prestiti alle imprese. Anche le più recenti aste “Tltro” finalizzate all’economia reale, hanno registrato bassa richiesta da parte del sistema bancario (212 miliardi sugli oltre 400 previsti). «Il declassamento del rischio paese e i maggiori requisiti di capitale richiesti dagli organismi di sorveglianza inducono le banche a chiedere uno spread più alto sugli impieghi per remunerare il capitale», spiega Davide Grignani, responsabile Financial institutions di Société Générale a Milano. Il risultato è che in Italia e in altri cavnnbvPaesi i crediti in sofferenza rappresentano il problema principale e le erogazioni di prestiti alle imprese è diventata più selettiva. Le aziende sane che chiedono soldi per aumentare gli investimenti quelle export- oriented mentre le altre sono guardate con diffidenza. Il cavallo non beve, come si dice in questi casi. E le banche non gli danno da bere.

Incognita Grecia. «Il Qe potrebbe incidere ancor di più sul cambio rinvigorendo la crescita delle esportazioni visto che il 50% dei ricavi delle imprese viene da fuori dell’area euro», spiega Maria Paola Toschi, market strategist di JP Morgan Asset Management. «Draghi ha creato una forte aspettativa sul Qe e se questo non dovesse essere risolutivo sorgerebbe un altro problema per la Bce». Il percorso è accidentato e lo spettro di una nuova crisi della Grecia è tornato a materializzarsi nelle scorse settimane. Con una vittoria di Tsipras alle elezioni del 25 (3 giorni dopo la riunione della Bce) il tema della rinegoziazione del debito greco tornerebbe d’attualità e il percorso di austerity imposto dalla Troika (Bce, Ue, Fmi) messo in dubbio. A questo punto il dilemma di Draghi è il seguente: se include i titoli di stato greci nel Qe solleva le proteste della Germania e degli altri paesi rigoristi; se discrimina la Grecia con il Qe il mercato potrebbe pensare che la Germania e le nazioni forti hanno deciso di lasciare la Grecia al suo destino anche fuori dall’euro, come è stato paventato dai giornali tedeschi nei giorni scorsi. «Un’eventuale perdita sui titoli greci andrebbe a pesare sul bilancio della Bce e quindi sugli Stati partecipanti », ricorda Serra. «La Bce dovrebbe dire ai governi: vi compro i titoli di stato se fate una serie di riforme».

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(12 gennaio 2015)

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/01/12/news/arriva_il_quantitative_easing_ecco_le_quattro_opzioni_bce_per_rilanciare_credito_e_crescita-104771044/

 

Il Presidente si è dimesso

gndimIl presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato questa mattina, alle ore 10.35, l’atto di dimissioni dalla carica, come ha annunciato in una nota il Quirinale. Il segretario generale della presidenza della Repubblica, Donato Marra, ha dato ufficiale comunicazione ai presidenti del Senato della Repubblica, Piero Grasso, che diventa presidente supplente, e della Camera dei deputati, Laura Boldrini, e al presidente del Consiglio, Matteo Renzi …..

Nella prassi con le dimissioni Napolitano diventa automaticamente presidente emerito della Repubblica e senatore a vita e come tale avrà un suo ufficio a Palazzo Giustiniani, che tra l’altro sarà la sede temporanea di Pietro Grasso nelle sue funzioni di presidente supplente della Repubblica. La funzione di presidenza del Senato sarà assolta dalla vicepresidente Valeria Fedeli.

Giorgio Napolitano è stato il primo presidente della Repubblica a essere stato rieletto per il secondo mandato , ora rientrerà in Parlamento come senatore a vita e già domani dovrebbe comunicare per quale gruppo parlamentare sceglierà di iscriversi, anche se con ogni probabilità aderirà al gruppo misto.

La prima votazione del Parlamento in seduta comune integrato dai rappresentanti delle Regioni per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica dovrebbe tenersi alle ore 15 del prossimo 29 gennaio. Nei primi tre scrutini è richiesta la maggioranza dei due terzi dell’Assemblea (pari a 672 voti) mentre dal quarto si scende a 505, ovvero la maggioranza assoluta…….

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124577/rubriche/napolitano-lascia-il-quirinale-grasso-presidente-supplente.htm

Tax freedom day: 23 giugno

mongIn libertà dall’Erario e da Comuni solo il 23 giugno, come nel 2014. In 25 anni perse due settimane.

Nel 1990 Google non era ancora nata. Internet, in pratica, non esisteva. Uno dei primi «portatili» di Nokia pesava 800 grammi, consentiva di telefonare per poco tempo e costava migliaia di euro. Giuseppe Tornatore vinceva l’Oscar con «Nuovo cinema Paradiso». A capo del governo c’era Giulio Andreotti. Il rapporto debito pubblico/Pil era a una quota tranquillizzante: il 95%.

Nostalgia per quei tempi? Sì e no, probabilmente. Ma se si guarda al fattore T, le tasse, la risposta non può che essere un sì convinto. Allora il Tax Freedom Day — il giorno della liberazione fiscale, vale a dire quello nel quale si finisce di lavorare per pagare tasse e contributi, dopo di che i guadagni sono destinati al proprio sostentamento — si festeggiava l’8 giugno. Nel 2015, invece, il contribuente tipo — un quadro con un reddito di 49.228 euro, una moglie e un figlio — dovrà lavorare, secondo l’elaborazione realizzata in collaborazione con l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, 173 giorni per sfamare l’appetito del Fisco e degli enti locali. E si libererà dal giogo tributario solo il 23 giugno. In 25 anni — da quando il Corriere ha cominciato a determinare il Tax Freedom Day — l’Erario si è divorato più di due settimane della nostra vita. E suscita davvero sconforto notare che nello stesso periodo, nonostante questo fortissimo aumento della pressione tributaria, il rapporto tra debito pubblico e Pil è salito dal 94,7% al 133,1%. Nel 1990 il debito ammontava a 663 miliardi, Ora supera i 2.000 miliardi.

 

Dal 2014 al 2015

Il  giorno di liberazione fiscale resta invariato, anche se si è verificato un ulteriore, sia pure minimo, aumento della pressione tributaria: dal 47,3% al 47,5%. Va notato, però, che l’anno scorso, a gennaio 2014, avevamo stimato che sarebbero bastati 172 giorni per saldare il conto dell’Erario. Invece ne sono serviti 173 per colpa di imposte locali più salate del previsto, Il pareggio rispetto al 2014, quindi, è un po’ stentato.

Va meglio, invece, all’altro contribuente — un operaio con moglie e figlio a carico e un reddito di 24.656 euro — che quest’anno si libererà dalla corvée fiscale con un giorno di anticipo: il 13 maggio invece del 14 e dopo 132 giorni di lavoro. La liberazione anticipata è dovuta al bonus Renzi, gli 80 euro in busta paga che spettano a chi ha un reddito non superiore a 24.000 euro. Il bonus quest’anno vale 960 euro, invece dei 640 del 2014 perché l’anno scorso è stato pagato solo da maggio in poi. Per entrambi i contribuenti un altro fattore positivo è dato dalla diminuzione delle accise sui carburanti. Mentre inciderà negativamente, soprattutto per il quadro, l‘aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie, passata dal primo luglio 2014 dal 20% al 26% (con esclusione dei titoli di Stato, ancora tassati al 12,5%)

L’identikit

I contribuenti tipo utilizzati per i calcoli sono i medesimi degli anni precedenti: il reddito è stato incrementato dell’1,2% rispetto a quello del 2014 sulla base della variazione degli indici di rivalutazione contrattuali Istat. La stima dell’Iva a carico del contribuente si basa sul presupposto che questi, nelle sue abitudini di spesa, rifletta quelle medie delle famiglie italiane di tre componenti come rilevate dall’Istat nell’indagine annuale sui consumi.

L’operaio, con moglie e un figlio a carico, abita in una casa di sua proprietà di 90 metri quadrati con rendita catastale di 446 euro. In conto corrente ha circa 6.000 euro. Stesso nucleo familiare per il quadro che abita in una casa di sua proprietà di 150 metri quadrati con rendita catastale di 1.100 euro. I suoi risparmi ammontano a 40.000 euro di cui 12.160 in conto corrente e 27.840 in titoli e fondi.

…..

Una libertà relativa

 

Il regista olandese Theo Van Gogh, assassinato da un estremista musulmano ad Amsterdam poco più di dieci anni fa, aveva molto in comune con Charlie Hebdo. Come i redattori e vignettisti francesi, era un provocatore, un anarchico morale, un artista d’assalto che ogni volta che vedeva un tabù voleva distruggerlo. E visto che l’antisemitismo è il grande tabù europeo del dopoguerra, Van Gogh insultava gli ebrei con barzellette grossolane sulle camere a gas. E visto che tutti dicevano che bisognava «rispettare» l’islam, si faceva beffe di Allah e del profeta, più o meno come faceva Charlie Hebdo.

Lo scopo dei distruttori di tabù è scoprire fin dove si spingono i limiti, legali e sociali, della libertà di espressione. Perché nonostante i proclami un po’ isterici che abbiamo sentito sull’onda dei raccapriccianti omicidi della settimana scorsa, la libertà di espressione non è assoluta. Quasi tutti i Paesi europei hanno leggi contro l’incitamento all’odio. La libertà di espressione in realtà è abbastanza relativa. Quello che può dire un artista o un romanziere non può dirlo un giudice o un politico; il linguaggio che usano i neri americani fra loro suonerebbe oscenamente offensivo se lo usasse un bianco; e così via. Le semplici regole della buona educazione creano barriere sociali che ci impediscono di dire tutto quello che vogliamo. Il ruolo dei provocatori è sfidare quelle barriere sociali. Deve esserci spazio per questi iconoclasti, nelle arti e ai margini del giornalismo, e di sicuro non devono essere oggetto di attacchi violenti.

Ma equiparare Theo Van Gogh o Charlie Hebdo con la “democrazia” o la “civiltà occidentale” sembra eccessivo; si potrebbe allo stesso modo sostenere che Al Qaeda nello Yemen rappresenta la civiltà orientale o islamica. La civiltà occidentale stessa è un concetto piuttosto vago: si intende la civiltà greco-romana, quella cristiana, quella giudaico- cristiana? O si intende l’Illuminismo? E in tal caso, quale Illuminismo? Voltaire? Locke? Adam Smith? In ogni caso, l’esigenza di infrangere i tabù non è certo una peculiarità esclusivamente occidentale. E la cultura dell’insulto e della provocazione per certi versi è il contrario del modo in cui funziona la democrazia.

La democrazia è basata sulla disponibilità a fare compromessi, a risolvere pacificamente i conflitti di interessi nell’ambito dello Stato di diritto. Perché la democrazia possa funzionare, i cittadini devono essere pronti a dare e ricevere. Questo significa anche che accettiamo di convivere con le differenze culturali o religiose, senza offendere deliberatamente quelli di cui non condividiamo i valori.

Non è una vile collaborazione con il male, non è una rinuncia alla nostra libertà di espressione. E non è nemmeno, come qualcuno sosterrebbe, una mancanza di principi. La tolleranza non è necessariamente un segnale di debolezza. La tolleranza dimostra una riluttanza a vedere i valori sociali in termini assoluti, o a dividere il mondo in bene e male. Perfino la tolleranza non è assoluta. Una cosa che nessuna società democratica può accettare è l’uso della violenza per imporre le nostre idee, che siano religiose o politiche, o l’una e l’altra cosa. ….

Tratto da:

Da Van Gogh a Charlie è la politica il vero bersaglio” di Ian Buruma –  12 gennaio 2014 Repubblica

http://sinistrasenile.blog.tiscali.it/2015/01/12/da-van-gogh-a-charlie-e-la-politica-il-vero-bersaglio-di-ian-buruma/