Gli euro di Draghi e l’eco del Faust

 

mefffCon il quantitative easing voluto da Mario Draghi, governatore della Banca centrale europea, è stato varato un massicio piano d’acquisto di titoli di Stato che, nei fatti, rappresenta un formidabile incremento della quantità di moneta in circolazione, un sostegno ai Paesi più indebitati (tra cui l’Italia è in prima linea) e, certamente, anche un aiuto a tutte quelle banche che in questi anni si sono riempite di titoli pubblici. Al di là di taluni specifici risvolti tecnici (sempre un po’ differenti e legati ai vari contesti storici e finanziari), la decisione della Banca centrale europea non rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo. Al contrario, si tratta dell’ennesimo tentativo di uscire da una grave situazione economica in questo caso legata ad elevati debiti pubblici di taluni Paesi membri dell’Unione usando artifici di natura monetaria: in particolare, facendo ricorso a una moltiplicazione della valuta in circolazione che dovrebbe stimolare una ripresa. Ma è lecito essere scettici.

Fin dai tempi di Copernico e Jean Bodin coloro che hanno esaminato il rapporto tra la moneta e il suo valore si appoggiano su quella che a un certo punto è stata chiamata “teoria quantitativa della moneta”. In parole molto semplici l’idea è che un incremento della massa monetaria (in questo caso, degli euro in circolazione) produrrà fenomeni inflattivi. D’altro canto, non si immettono più di mille miliardi di euro nell’economia senza che l’euro non veda ridursi, e si presume in maniera rilevante, il proprio potere d’acquisto. Ciò significache quanti hanno un reddito pagato nella valuta comunitaria o risparmi in euro saranno più poveri. Chi ogni mese guadagnamille o duemilaeuro sappia che questa massiccia iniezione di moneta tanto magnificata dai media e dai politici farà sì che il suo reddito reale calerà.

Gli esempi storici
Gli esempi storici sono numerosi. Il più noto è quello tedesco, dove nel 1923 si ebbe una crisi drammatica, anche legata ai “debiti” conseguenti ai trattati di pace e caratterizzata da iperinflazione.
In brevissimo tempo ci vollero miliardi di marchi anche per acquistare un chilo di pane e tale choc mise in ginocchio la società nel suo insieme, ponendo pure le premesse per l’avvento, un decennio dopo, del regime nazista.
Sul piano numerico appare ancor più incredibile quanto è accaduto recentemente nello Zimbabwe, dove l’illusione di poter impunemente manipolare la moneta ha finito per generare politiche che hanno prodotto un’inflazione a moltissimi zeri e del tutto fuori controllo. Alle 5 pomeridiane del 7 luglio 2008 una birra costava 100 miliardi di dollari locali, ma solo un’ora dopo il prezzo era già di 150 miliardi.
Entrambe queste situazioni sono estreme, quasi ai confini della realtà, e al momento non c’è motivo di descrivere scenari di questo tipo per l’Europa. Ma processi inflattivi si sono però già visti un po’ ovunque, soprattutto da quando, a inizio anni Settanta, l’America ha definitivamente sganciato il dollaro da un rapporto fisso con l’oro. Al tempo del gold standard, la convertibilità imponeva che ogni produzione di moneta fosse accompagnata dalla disponibilità, da parte della banca centrale, di un determinato quantitativo in oro; poi si é passati a una moneta detta fiduciaria, che poggia soltanto su se stessa e che quindi può essere prodotta in maniera illimitata: ad libitum.

Dal dopoguerra a oggi
La stessa Italia del dopoguerra ha conosciuto una significativa inflazione, se si considera che una banconota da diecimila lire del 1960 aveva un potere di acquisto di circa 100 euro attuali e veniva scambiata, 50 anni dopo, a soli 5 euro. Il che sta a dire che in mezzo secolo l’inflazione ha ero so circa il 95% del valore della valuta italiana. Ora da parte della Bce si annuncia l’arrivo di una “buona inflazione”, che dovrebbe collocarsi intorno al 2%. Il linguaggio è un poco orwelliano, dal momento che non si capisce come un’inflazione (anche moderata) possa essere “buona”, se riconsidera che si tratta di una sottrazione di ricchezza sotto altra forma e di una redistribuzione che segue logiche assai perverse: punendo i risparmiatori e favorendo quei Paesi che sono vissuti al di sopra delle loro possibilità, ad esempio. In questo senso non è fuori strada chi, come il quotidiano tedesco “Handelsbatt”, paragona il quantitative e asing di Draghi a una droga e sostiene che con questa politica monetaria “agevoliamo anche chi fa debiti”.
Una buona moneta è una moneta stabile e quindi in grado di svolgere al meglio le sue funzioni principali: facilitando gli scambi, permettendo la capitalizzazione e fungendo da unità di conto. Ma una moneta che svanisce come neve al sole non è più in condizione di operare correttamente in tal senso. Il risultato finale è il paradosso di un mercato globale che si basa su monete totalmente politicizzate, manipolate dalle banche centrali, moltiplicabili a piacere e usate anche per operare massicce redistribuzioni.

Quando nel “Faust” di Goethe un diavolo assai scaltro come Mefistofele incontra un re alle prese con difficoltà di bilancio, il suo consiglio consiste proprio nell’usare la leva monetaria, creando (falsa) ricchezza dal nulla. E un consiglio diabolico, però, dal momento che mina una base importante della vita sociale e rappresenta una variante legalizzata del ladrocinio.
In effetti, come già nel diciottesimo secolo fu evidenziato da Richard Cantillon, ogni espansione della moneta arricchisce alcune impoverisce altri. La prima valuta nuova che viene utilizzata ha ancora un valore pieno, non dissimile da quello che aveva prima della creazione di denaro. Ma quando poi la valuta inizia a circolare, la gente percepisce quanto sia stata aumentata la quantità di moneta: e ogni singolo titolo perde capacità di acquisto. A trarre beneficio, allora, sono i primi utilizzatori della moneta, mentre a pagarne lo scotto sono gli ultimi.

Prospettive grigie
Per giunta, nessuno sa a quale effettivo livello si definirà la perdita di potere d’acquisto della moneta a seguito dell’iniziativa della Bce. La teoria quantitativa è solida quando afferma che quanto più vi sono euro nel mercato tanto minore sarà il potere d’acquisto di ogni singolo euro, ma bisogna sempre tenere in considerazione che ogni valore è connesso al credito, alla reputazione, alle prospettive previste. E certamente il cosiddetto “bazooka” utilizzato da Draghi non promette nulla di buono per il prestigio della moneta comune e per le prospettive dell’economia di tutto il continente.

di Carlo Lottieri
Da La Provincia, 26 gennaio 2015
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Tempesta perfetta sulle commodities

commodity 15La generalizzata debolezza dei prezzi delle materie prime è destinata a estendersi al 2015″, scrive la Banca Mondiale [World Bank] nel suo ultimo bollettino trimestrale “Commodity Markets Outlook”. Proseguirà, dunque, il calo dei prezzi che ha caratterizzato il 2014. A colpire maggiormente è stato il crollo del prezzo del petrolio, precipitato dai 115 dollari al barile del giugno 2014 ai 47 dollari di gennaio 2015, la terza più ampia flessione del dopoguerra. A determinare il crollo, quella che gli estensori del rapporto definiscono una “tempesta perfetta” di condizioni: crescita della produzione non convenzionale di petrolio, calo della domanda, apprezzamento del dollaro, il venir meno di alcuni rischi geo-politici e il cambiamento di approccio dell’Opec, ora propenso a mantenere le quote di mercato piuttosto che a porsi obiettivi di prezzo.

Ma a calare non è stato solo il prezzo dell’oro nero. Tutti e tre gli indici dei prezzi delle materie prime industriali (energia, metalli e materie prime agricole) elaborati dalla Banca Mondiale hanno registrato la stessa flessione: -37%, -36% e -35%, rispettivamente, dal picco del primo trimestre del 2011 alla fine del 2014.  E continueranno a calare nel 2015. “Le condizioni della domanda e dell’offerta a livello mondiale hanno contribuito a creare aspettative di un ribasso dei prezzi per tutti e nove gli indici delle materie prime elaborati dalla Banca Mondiale, un evento estremamente raro”, ha detto Ayhan Kose, direttore del Development Prospects Group della World Bank. Per quanto riguarda il petrolio, nello scenario base che non prevede peggioramenti della situazione economica internazionale o interventi da parte dell’OPEC, il suo prezzo medio è stimato sui 53 dollari al barile nel 2015, il 45% in meno rispetto al 2014, con un modesto recupero, circa 4 dollari, nel prossimo anno. La debolezza del petrolio influirà sugli altri mercati dell’energia, il gas naturale in Europa è previsto in calo del 15%. I prezzi delle materie prime alimentari sono previsti in calo di un ulteriore 4%, viste le favorevoli prospettive di raccolto nella stagione 2014/15 per cereali, oli alimentari e farine per alimenti; flessione più pronunciata, -5,6%, per le bevande, caffè in testa, grazie al recupero degli approvvigionamenti persi a causa dei mancati raccolti in Brasile a inizio 2014. In tema di produzioni agricole, va anche notato che, con il crollo del petrolio, vengono meno alcuni dei fattori che hanno spinto la produzione di bio-carburante negli ultimi anni, ovvero i timori relativi alla scarsità di fonti energetiche e alla sicurezza.

E’ prevista, infine, una diminuzione di oltre il 5% per i prezzi dei metalli, più contenuta per i fertilizzanti, traggono vantaggio del minor costo del gas naturale, e per i metalli preziosi, il cui previsto arretramento del 3% è essenzialmente legato a un minore interesse da parte degli investitori istituzionali.

http://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/mercati/2015/02/20/news/materie_prime_calo_continuo_sar_un_anno_al_ribasso-107760559/

Banca Mondiale

http://www.worldbank.org/

I compiti a casa e la casalinga sveva

compitacasaIn principio furono gli Hausaufgaben, gli ormai famosi “compiti a casa” sollecitati da Angela Merkel. Non ci sono però solo quelli: nella prima economia di Eurolandia il dibattito politico e giornalistico sulla Grecia e sul futuro dell’Eurozona è plasmato da frasi fatte, immagini stereotipate, espressioni retoriche o singoli termini che arrivano direttamente dal linguaggio o dal sentire quotidiano e incarnano una serie di comportamenti auspicabili oppure inaccettabili per i tedeschi stessi. Sono espressioni che, a volte, finiscono per ostacolare una discussione aperta e non ideologica e possono aiutare in parte a comprendere alcune posizioni o rigidità tanto biasimate all’estero. Ecco una breve panoramica, che non ha pretesa di esaustività.

Über seine Verhältnisse leben (vivere al di sopra delle proprie possibilità): “Il problema è che la Grecia vive da tempo al di sopra delle proprie possibilità e che non c’è più nessuno che voglia prestarle soldi senza le garanzie altrui”, ha spiegato all’inizio della scorsa settimana il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble in un’intervista alla radio Deutschlandfunk. “Non si può vivere alla lunga al di sopra delle proprie possibilità”, ha aggiunto. Il principio, che vede nei debiti qualcosa da evitare in quanto rischioso e destabilizzante, trova il suo corrispettivo svevanell’immagine della schwäbische Hausfrau, (la “casalinga sveva”), assurta a virtuosa incarnazione della gestione parsimoniosa delle proprie finanze. Un’immagine particolarmente popolare nella Cdu: “Sarebbe bastato chiedere a una casalinga sveva, ci avrebbe detto una massima di vita tanto breve quanto giusta: alla lunga non si può vivere al di sopra delle proprie possibilità. Questo è il nocciolo della crisi”, spiegava Merkel a fine 2008.

Mia madre era una vera casalinga sveva, ricorderà in seguito lo stesso Schäuble: una volta non aveva monete per il parchimetro, ha parcheggiato lo stesso e il giorno dopo è tornata per pagare.

Ben meno poetica l’immagine che riassume le conseguenze per chi non ha ascoltato i consigli della casalinga sveva: den Gürtel enger schnallen, cioè tirare la cinghia, in quanto a lungo andare non si può “vivere a spese degli altri” (auf Kosten anderer leben). Quella di aver vissuto per anni a spese degli altri è un’accusa rivolta ai greci che circola da tempo ad esempio tra i commenti dei lettori di quotidiani e siti tedeschi. ……….

Austerität è invece un termine che è entrato soltanto di rimbalzo nel dibattito politico e giornalistico tedesco. “Nella lingua tedesca la parola ‘Austerität’ neanche esiste”, spiegava nel maggio del 2013 l’allora ministro degli Esteri Guido Westerwelle, nel tentativo di confutare l’immagine di una Germania indifferente alle ragioni della crescita e legata al “dogma dell’austerità”. Nel corso degli ultimi cinque anni, chiariva un mese prima Angela Merkel, “ho imparato due parole che non avevo mai utilizzato prima”. La prima è ‘economia reale’, “la seconda è stata ‘austerità’. Fino ad allora si diceva ‘consolidamento di bilancio’ ‘amministrare in modo solido’ o ‘non fare debiti'”.

di Alessandro Alviani | 24 Febbraio 2015  Il Foglio

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/125957/rubriche/un-breviario-di-tedesco-per-capire-la-crisi-greca.htm

L’auto è ripartita

carbooomTenebre addio. Sull’automobile torna a splendere il sole. No non è ancora il paradiso, ammonisce Sergio Marchionne. Al più il purgatorio. “Ma l’inferno – spiega a Detroit – ce lo siamo lasciati alle spalle, finalmente”. La resurrezione prossima ventura, del resto, è già stata festeggiata questa settimana da Matteo Renzi “gasatissimo” dalla visita a Mirafiori, lo stabilimento in cui nacquero le utilitarie del boom e che ora si accinge a sfornare Suv Maserati e Alfa al servizio della domanda europea ma, soprattutto, americana. Ma non è solo o soprattutto questione di cilindrate, cavalli o status symbol. “Il rapporto con l’automobile sta cambiando – sostiene Jeremy Rifkin – Al possesso si comincia a preferire l’accesso”. E così in tutto il mondo stanno guadagnando seguito i club di car sharing dove in cambio di una piccola quota di ingresso è possibile accedere a una macchina quando se ne ha bisogno. Il fenomeno, a giudicare dalle previsioni, promette di essere esplosivo: entro il 2020, secondo la Frost & Sullivan Consultants, nell’Unione europea vi saranno più di 200 compagnie di car sharing con un parco macchine di 250.000 vetture al servizio di 15 milioni di iscritti. Ancor più vertiginosa, promettono gli esperti, sarà la crescita sul mercato americano che varrà 3 miliardi di dollari nel 2016 (contro i 2 abbondanti dell’Europa). Anche il 17 per cento degli italiani, secondo una rilevazione Nielsen, è ormai pronto a condividere l’auto, come testimoniano il successo delle iniziative, private o pubbliche, di car sharing o car pooling che spuntano nelle grandi città (con Roma e Milano invase da Enjoy dell’Eni e Car2Go della Daimler). Insomma, l’auto ha cambiato pelle e senz’altro la cambierà ancora. E forse un giorno mica tanto lontano si avvererà la profezia di Sergey Brin, cofondatore di Google: milioni di iscritti al car sharing che prenoteranno via internet macchine senza conducente che li porteranno a destinazione per poi andare a prelevare un altro cliente o parcheggiare in un garage. “Così – esulta Rifkin – si ridurrà il numero delle auto in circolazione”.

 

Ma non è certo questo il Paradiso che sogna Marchionne. O quel che ci riserva il prossimo futuro, finalmente segnato dalla ripresa che tanto vale in termini di occupazione: a Pomigliano, dove oggi si lavora di sabato per smaltire le prenotazioni per la Panda piuttosto che a Melfi pronta ad accogliere mille nuovi assunti (più il rientro di 500 cassintegrati).  E non è un fenomeno che riguarda la sola Fca. Fioccano le prenotazioni alla Ford europea o in casa Opel, sorgono nuove fabbriche in Spagna o nel Regno Unito. E in casa Renault, dove due anni fa i sindacati avevano accettato lo scambio “meno salario-più orario” in cambio della promessa di non dirottare investimenti dalla Francia, la scorsa settimana è arrivato l’annuncio di mille nuovi posti di lavoro più altrettante nuove posizioni da apprendista. Le Borse gradiscono: in due soli giorni il titolo a Parigi è salito del 15 per cento. Fca, da inizio anno, vale il 30 per cento in più. Il motivo è semplice. Si torna ad assumere perché l’auto torna in cima ai desideri e alle spese delle famiglie, benestanti ma non solo. Alla faccia dell’economia verde e sostenibile. …………..

di Ugo Bertone  – 21 Febbraio 2015 –  Il Foglio

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/125864/rubriche/auto-indagine-sul-vero-motore-dell-economia.htm

Non all’aperto….

Nel 2013, Amartya Sen aveva pubblicato con Jean Drèze un nuovo libro su Un’incerta gloria: l’India e le sue contraddizioni , tornando sul tema prediletto di un’economia incurante della qualità e soprattutto della condizione dei più poveri e delle donne. Nel libro, l’India aveva ancora il secondo posto fra le economie più espansive: ora ha preso il primo. Questa posizione, invidiabile in tempi di crisi che non risparmiano i Brics, rende però più clamorose le contraddizioni. «Restano inadeguati — scrivevano Sen e Drèze — i servizi sociali come la scuola e le cure mediche, e le cose materiali come l’acqua sicura, l’elettricità, il sistema idraulico e fognario, i trasporti, e insomma i servizi sanitari e igienici ».

tltProprio ieri nel Bengala occidentale, lo Stato di Calcutta in cui Sen è nato, abbiamo assistito a una memorabile manifestazione: 200mila persone, nel distretto di Nadia, hanno formato una catena umana lunga 122 chilometri (un record mondiale, secondo gli entusiasti promotori, il “magistrato del distretto”, l’Unicef qui diretta da Asadur Rahman, e una miriade di gruppi civili) per metter fine alla “Open defecation”.

Nel paese più espansivo del pianeta ancora il 48 per cento della popolazione (1 miliardo e 254 mila) defeca e orina a cielo aperto. Il superamento di questo retaggio è un obiettivo universale: il governo Modi l’ha ambiziosamente fissato per il 2020, il governo bengalese addirittura per il 2016. Non si tratta “solo” di costruire tubature idrauliche e fognarie e gabinetti, ma di insegnare e abituare a usarli e manutenerli. Spiega Maria Fernandez, spagnola dell’Unicef: «Costruisci i gabinetti in un villaggio, e può succedere che le persone non lo usino perché la casa è un posto troppo sacro per defecare ». Anche nella catena umana di ieri c’era un impegno solenne da prendere collettivamente: «Non solo userò il gabinetto, ma mi preoccuperò che lo usino tutti i miei famigliari ». Decisivo com’è per l’igiene e la salute (la spaventosa mortalità infantile di diarrea), il tema coinvolge la sicurezza e la dignità, soprattutto delle donne. Se ne parlò da noi quando episodi agghiaccianti di stupri e uccisioni rivelarono che le ragazze vanno a fare i loro bisogni prima della luce del giorno e dopo il tramonto, e che quel tragitto è un’occasione prediletta per gli agguati. Un capitolo peculiare riguarda le mestruazioni: il tabù della comunicazione, l’ignoranza — possono essere contagiose, possono provocare una gravidanza se ci si avvicina ai ragazzi — l’uso di cenci fonti di infezioni. «L’Unicef, il governo locale e le ong hanno cominciato insieme alla gente dei villaggi e degli slum due anni fa a censire le case, una per una. In due anni sono stati costruiti oltre 260 mila gabinetti». Nei villaggi incontriamo bambine e ragazze piene di grazia e intelligenza: nel migliore e più raro dei casi hanno un gabinetto in comune per una dozzina di famiglie. È una specie di miracolo, e sarebbe bello farne a meno. Una gloria meno incerta, e “defecation free”.

Tratto  da Il Nobel e il premier. Sen contro Modi.. di Adriano Sofri

Repubblica 22 febbraio 2015

http://opendefecation.org/

http://timesofindia.indiatimes.com/city/kolkata/Swachh-Bharat-Lakhs-to-take-oath-to-use-toilets/articleshow/46287314.cms

Pledging never to defecate in the open, around 2.5 lakh people in Nadia district will form a first-of-its-kind 122-km-long human chain this Saturday.

The district administration, which is running the ‘Sobar Souchagar’ (toilets for all) campaign similar to Prime Minister Narendra Modi’s ‘Swachh Bharat’ movement, has already approached both the Limca and the Guinness world records’ team to validated the record of the longest human chain.

Democrazia? Non mi interessa…

 

Ecco un estratto dell’articolo di Eugenio Scalfari  pubblicato su Repubblica il 22 febbraio 2015

 

…. l’andamento nel mondo del concetto e della prassi della democrazia. C’è un sondaggio internazionale che ne parla ed è assai istruttivo e al tempo stesso molto preoccupante.

La democrazia partecipata, cioè col consenso del popolo e l’esercizio dei suoi diritti, è in forte declino. Questo fenomeno varia da paese a paese sia nelle forme sia nelle date in cui quel fenomeno ebbe inizio, ma il processo di decadimento è generale in tutti i continenti che compongono il nostro pianeta. Per noi il decadimento cominciò una trentina d’anni fa ed è andato aumentando nel ventennio berlusconiano ma, continua ad aumentare sempre di più. Il fenomeno si manifesta soprattutto in Occidente dove le democrazie partecipate sono nate e si sono sviluppate. Il sondaggio accenna anche alle cause che fanno da sottofondo al fenomeno ma in questo caso non si tratta più di sondaggio bensì di interpretazione dei sondaggisti. La causa si chiama indifferenza, soprattutto da parte dei giovani. O addirittura lo si può chiamare nichilismo. I giovani non si interessano alla politica né alla storia e al lascito di esperienze che il passato consegna al presente e si disinteressano anche del futuro.

Ovviamente non tutti i giovani sono indifferenti e nichilisti e non tutti gli indifferenti e nichilisti sono giovani, ma le dimensioni del fenomeno sono quelle già dette. Attenzione: non sono dei bamboccioni che vivono nelle braccia protettive di mamma e papà; sono giovani fattivi, arditi, creativi. Ma la democrazia partecipata non rientra nei loro interessi. A questo si deve aggiungere che alcuni (molti) governi approfittano di quest’indifferenza e addirittura la anticipano sottraendo diritti politici al tessuto costituzionale sicché, quand’anche la maggioranza dei giovani cambiasse atteggiamento, i diritti concernenti la democrazia partecipata non ci sarebbero più o sarebbero stati fortemente ridotti Consegno ai nostri lettori queste considerazioni. Se mi leggono questo è un segno che vedranno questo fenomeno con analoghe preoccupazioni. Quei diritti mi riguardano anche personalmente perché, pur essendo vecchio, ne usufruisco e vedendoli ridotti o aboliti anche io protesto e me ne dolgo.

La mano visibile

hannA proposito di Adam Smith, considerato da molti il padre dell’economia politica e da tutti il capostipite della sua scuola classica, Sergio Ricossa una volta ha scritto: “Adam Smith (1723-1790) nacque a Kirkcaldy in Scozia, figlio di un pubblico funzionario che tra l’altro esercitò la professione di controllore delle dogane. A quattro anni il bambino venne temporaneamente rapito da una banda di zingari, unica avventura in una vita altrimenti calma e senza drammi. Al Glasgow College incontrò Francis Hutcheson, professore di filosofia morale, che lo introdusse all’illuminismo scozzese, che la nostra storiografia generalmente subordina all’illuminismo francese, ma che invece meriterebbe un posto superiore”. E questa suggerita da Ricossa, a oltre due secoli di distanza dalla scomparsa di Adam Smith, non sembra essere l’unica utile opera di revisionismo storico e intellettuale da compiere sul conto dell’autore de “La ricchezza delle nazioni”. Così perlomeno la pensa Douglas A. Irwin, economista e storico dell’economia al Dartmouth College, ateneo dello stato americano del New Hampshire che figura tra gli otto della prestigiosa Ivy League.

Irwin ha di recente pubblicato un saggio di una quarantina di pagine – “Adam Smith’s tolerable administration of justice and the wealth of nations” – da cui emerge che Smith dimostrò di saperla lunga quando coniò la nota metafora del mercato come “mano invisibile”, ma che fu altrettanto preveggente nel tratteggiare il ruolo di una sorta di “mano visibile” in mancanza della quale è impossibile lo sviluppo economico e sociale di uno stato. Questa “mano visibile” – espressione che Smith non ha mai usato, s’intenda – è metafora di un’amministrazione tollerabile e degna della giustizia.

 

Procediamo con ordine. Smith, nella sua opera “La Ricchezza delle Nazioni” (1776), avviò una sistematizzazione del pensiero economico sullo sviluppo dell’economia di mercato. Sua è l’idea che “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio, o del fornaio che noi ci aspettiamo la nostra cena, ma dalla loro considerazione del proprio interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo (self-love), e ad essi parliamo dei loro vantaggi e non delle nostre necessità”. Segue un’altra fortunatissima formula: il detentore di capitale, “perseguendo il proprio interesse (…) è condotto come da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni”. Così Smith spiega a se stesso e ai lettori il sentimento di meraviglia provato dinnanzi allo “spettacolo del mercato, dove dal caos apparente nasceva un ordine sociale” (Ricossa). Non a caso “La ricchezza delle nazioni” si apre con una lunga e dettagliata descrizione dei capillari rapporti di produzione che stanno dietro a un semplice “abito di lana”: il pastore, il selezionatore di lana, il pettinatore, il tintore, il filatore, il tessitore, il follatore, l’apprettatore e “molti altri devono mettere insieme le loro differenti arti al fine di portare a termine anche solo questa produzione casalinga”. E ancora: mercanti, vetturali, costruttori di navi, marinai, velai, cordai, “devono essere stati impiegati al fine di mettere insieme le differenti sostanze usate dal tintore, spesso provenienti dagli angoli più remoti della terra!”. E così via, fino ai minatori e ai taglialegna. Tutto ciò “non è originariamente l’effetto di una saggezza umana che prevede e persegue quella generale opulenza che determina”.

 

Irwin, con le sue nuove ricerche sul pensatore scozzese, non intende accodarsi a quanti, in questi ultimi decenni, hanno tentato di ribaltare il senso del messaggio di Smith. Non vuole negare le conclusioni ancora oggi profondamente originali e spiazzanti della “Ricchezza delle Nazioni”, quelle per cui noi umani ci troviamo (fortunatamente) immersi negli effetti non intenzionali di tanti atti di egoismo, perché l’individuo “ricercando il proprio interesse promuove frequentemente quello della società, più efficacemente di quanto accadrebbe se nell’agire si proponesse di seguire l’interesse generale”. (…)

 

Irwin dunque apre il suo lavoro, pubblicato in una collana del National Bureau of Economic Research americano, ribadendo che “forse la domanda più importante di tutta la disciplina economica è perché alcuni paesi siano ricchi e altri poveri. Questa era anche la domanda fondamentale posta da Adam Smith nella sua ‘Ricchezza delle nazioni’, giustamente interpretato come il testo fondativo della disciplina”. La risposta di Smith, secondo Irwin, si trova all’inizio del primo libro che compone l’opera: il reddito di un paese dipende dalla produttività della sua forza lavoro che, a sua volta, dipende dalla specializzazione e dalla divisione del lavoro guidate dagli scambi e consentite dall’estensione del mercato. La “mano invisibile”, insomma. Questa risposta fa scaturire subito una seconda domanda, secondo Irwin: “Come è possibile che alcuni paesi siano in grado di avvantaggiarsi della divisione del lavoro, e altri invece no?”. Qui interviene l’aspetto più originale dell’analisi del professore del Dartmouth College, frutto di una lettura approfondita e sistematica degli scritti di Smith che lo spinge a rivalutare “un aspetto finora negletto” del lavoro del pensatore scozzese: “In fin dei conti, Smith fornisce una risposta anche a questa seconda domanda: la sicurezza dei diritti di proprietà. (…) Nel 1755, oltre un decennio prima della pubblicazione de ‘La ricchezza delle nazioni’, Smith scrisse una singola frase che racchiude larga parte del suo pensiero sullo sviluppo economico: ‘Non è richiesto molto altro, per condurre un paese dallo stato di barbarie più deprimente al livello più alto di opulenza, se non la pace, una tassazione non asfissiante e un’amministrazione tollerabile della giustizia. Tutto il resto discende dal naturale corso delle cose’”. (…….)

di Marco Valerio Lo Prete   Il Foglio 16 Febbraio 2015

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/125655/rubriche/rileggere-adam-smith-la-mano-visibile.htm

Abstract

In the Wealth of Nations, Adam Smith argues that a country’s national income depends on its labor productivity, which in turn hinges on the division of labor. But why are some countries able to take advantage of the division of labor and become rich, while others fail to do so and remain poor? Smith’s answer, in an important but neglected theme of his work, is the security of property rights that enable individuals to “secure the fruits of their own labor” and allow the division of labor to occur. Countries that can establish a “tolerable administration of justice” to secure property rights and allow investment and exchange to take place will see economic progress take place. Smith’s emphasis on a country’s “institutions” in determining its relative income has been supported by recent empirical work on economic development.

http://www.nber.org/papers/w20636