Ecco il DEF ..

defffIl Documento di economia e finanza è un testo di natura programmatica, che contiene gli indirizzi di politica economica, l’aggiornamento delle principali variabili macroeconomiche (Pil, deficit, debito, interessi, tasso di disoccupazione, previsioni sull’occupazione) per l’anno in corso e per il triennio successivo. Nessuna misura immediatamente operativa, dunque. Il complesso dei documenti comprende sia il Def vero e proprio, sia l’aggiornamento del Programma di stabilità, sia infine il Programma nazionale di riforma (in cui viene riassunta la strategia sul fronte delle riforme, con una proiezione fino al 2020)

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-04-08/dieci-cose-sapere-def-cos-e-def–195109.shtml?uuid=ABbpgKMD

Il Documento di economia e finanza spiegato in un minuto

http://www.lastampa.it/2015/04/10/multimedia/italia/che-cos-il-def-iIfKvne7MQZQ5iEsm2Y6gM/pagina.html

NUMERI

Nel 2015, calcola  il governo, il peso del fisco rispetto al Pil scenderà al 42,9%, per poi ridursi ulteriormente al 42,6% nel 2016 e passare anche sotto la soglia del 42% nel 2018. La discesa è dovuta in gran parte alla neutralizzazione degli aumenti di Iva e accise previsti dalla legge di stabilità di quest’anno, oltre che della clausola lasciata in eredità dal governo Letta che avrebbe portato ad un taglio automatico e generalizzato delle detrazioni fiscali. Una manovra complessiva che nel 2016 avrebbe pesato per 16,8 miliardi di euro e che avrebbe determinato aumenti del prelievo fiscale pari all’1% del Pil. Se da una parte viene quindi scongiurato il taglio lineare alle detrazioni al 18% e al 17% inserito nella legge di stabilità 2014 dall’ex ministro Saccomanni, dall’altro però le tax expenditures (agevolazioni ed esenzioni fiscali) entrano comunque nel mirino. L’intenzione è di metterci mano e non in modo lieve. Dalla loro «riduzione», si legge esplicitamente nel Def, il governo conta di raccogliere lo 0,15% del Pil, ovvero un importo pari a circa 2,4 miliardi di euro  …….

IL TESORETTO

Nel testo il Tesoro spiega di stimare entro la fine dell’anno un deficit lievemente inferiore a quello programmato. Da qui deriva il “tesoretto” di 1,6 miliardi, che sarà utilizzato «per rafforzare l’attivazione delle riforme strutturali già avviate», come si legge a pagina 36 del documento….

I TAGLI

Fatta salva la destinazione del bonus, il Documento di economia e finanza per il 2015 delinea in realtà la strategia per l’anno prossimo e conferma la linea scelta finora dal premier: sì al rispetto delle regole europee, sfruttando però al massimo la flessibilità che nel frattempo la nuova Commissione ha deciso di concedere. I tagli ad esempio: è vero che il governo intende imporne per dieci miliardi di euro, ma rispetto a quel che sarebbe necessario per far tornare i conti sono persino pochi. Basti dire che la clausola di salvaguardia per il 2016 prevede, in assenza di interventi di copertura, l’aumento delle tasse per oltre 16 miliardi. Reperire dieci miliardi non sarà in ogni caso una passeggiata perché – almeno sulla carta – non si tratta di confermare tagli già previsti dalla scorsa manovra, ma di aggiungerne di nuovi. Regioni e Comuni ad esempio sono già chiamati a garantirne rispettivamente per quattro e un miliardo, il premier ha promesso che «non ce ne saranno di aggiuntivi». Il governo esclude tagli alle pensioni e alla spesa sociale, che anzi promette di aumentare.

LE TASSE

La pressione fiscale andrà progressivamente riducendosi negli anni, grazie alla disattivazione delle clausola di salvaguardia (aumento di Iva e accise e revisione delle detrazioni fiscali) e alla «corretta» – come la definisce il governo – classificazione del bonus da 80 euro come effettivo sgravio fiscale. Già nel 2015 scenderà sotto il 43% riducendosi ulteriormente fino al 2018, anno in cui passerà al di sotto della soglia del 42%. Anche nelle Renzi la pressione dovrebbe scendere: «Il tempo delle tasse che aumentano è finito». Sarà decisiva l’introduzione della tassa unica sulla casa e i margini che verranno dati ai Comuni sul prelievo. Ad oggi mancano i fondi per confermare anche nel 2016 la decontribuzione, ovvero lo sgravio a favore di chi assume a tempo indeterminato. …

ADDIO IMU E TASI, LOCAL TAX A PARTIRE DAL 2016

Via l’Imu e la Tasi per sostituirle con una unica «local tax». Nei piani del governo c’è una forte spinta alla semplificazione: a partire dal 2016 sulla casa ci sarà un solo tributo. L’esecutivo ci ha già provato nel 2014, ma la partita con i Comuni è talmente complicata da aver determinato uno slittamento, con ogni probabilità, alla Legge di Stabilità di quest’anno. Per i sindaci si tratta di un impegno importante: la local tax assorbirà tutti i tributi comunali sugli immobili e permetterà ai consigli di approvare bilanci di previsione credibili. Sarebbe la prima volta dopo anni di incertezze: il leader dell’Anci Piero Fassino ha calcolato 27 leggi in poco più di tre anni. A dicembre, prima che il dossier fosse congelato, a Palazzo Chigi si erano fatte delle simulazioni: l’aliquota standard avrebbe dovuto valere il 2,5 per mille innalzabile fino al 5 per mille, e con una detrazione per i redditi bassi. «L’impegno è in ogni caso di non aumentare il prelievo complessivo», ha assicurato il responsabile economia del Pd Filippo Taddei.  ….

http://www.lastampa.it/2015/04/11/economia/tesoretto-tagli-tasse-e-local-tax-ecco-il-def-wX5a67njfgOPVgckMZjyIJ/pagina.html

 

documento pdf – sezione i  Programma di stabilità

documento pdf – Sezione II –   Analisi e tendenze della finanza pubblica

allegato  Rapporto sullo stato di attuazione della riforma della contabilità e finanza pubblica

allegato  Relazione del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare

allegato  Relazione sugli interventi nelle aree sottoutilizzate

 

Lasciate perdere gli smartphone oppure lasciate perdere l’università

 

dumbwSpesso succede che tecnologia e tradizioni non seguano un percorso parallelo. Anzi. Ed è una fatica tentare di comprendere come uno dei paesi più tradizionalisti del mondo sia potuto diventare pure uno dei paesi più tecnologizzati del mondo. Ovviamente non parliamo della concreta difficoltà che si trova di fronte un qualunque turista quando si appresta a sedersi su un ipertecnologico gabinetto nipponico (su internet si trovano delle guide ad hoc). Parliamo del rapporto contraddittorio che i giapponesi hanno con la loro stessa natura. Per esempio Kiyohito Yamasawa, che è il presidente di un’università statale giapponese, la Shinshu, famosa tra le altre cose per essere l’unica università a ospitare una facoltà di Ingegneria tessile. Tradizione e tecnologia, appunto. Il presidente Yamasawa, nel suo discorso agli studenti della settimana scorsa, ha detto una frase che è suonata come una notizia, vagamente contraddittoria. Dall’alto del suo scranno nel mezzo della “foresta del sapere” – così si chiama per via della foresta nella quale è immersa l’università Shinshu a Matsumoto, nella prefettura di Nagano – Yamasawa ha detto: Lasciate perdere gli smartphone oppure lasciate perdere l’università”. Il suo discorso era certo più ampio, inserito in un contesto in cui ha spiegato che c’è bisogno di una cultura che favorisca il pensiero creativo: la natura, il tempo, la socialità. E gli smartphone sono il male, in questo tentativo di creare un terreno fecondo per l’apprendimento. Una specie di crociata moralista contro l’ossessione per i giochini elettronici, che sono un veleno per l’originalità, una dittatura del pensiero unico: spegnete il cellulare, leggete un libro, ha detto il presidente ai suoi studenti, e imparate a pensare con la vostra testa. Il quotidiano Asahi shimbun ieri spiegava che Yamasawa è stato un esperto di ingegneria elettronica e che quindi ha avuto a che fare in passato con le tecnologie dei cellulari, non si tratta quindi della lezioncina di un ignorante in materia. E infatti sui media le parole del presidente della Shinshu sono state difese da più parti. Nonostante la soluzione di Yamasawa sia un tantino radicale, ha detto al Telegraph Makoto Watanabe, docente di Comunicazione alla Hokkaido Bunkyo University, “vedo troppi studenti pigri nelle aule, tutto quello che fanno è sedersi in fondo, giocare, scambiarsi messaggi o navigare in rete”.

Il fatto è che in Giappone il cellulare è una dipendenza (in lingua angofona sarebbe addicted, dal latino addictus, ovvero schiavo per un debito contratto con un padrone). Lo smartphone è il padrone: indispensabile, una protesi sulle mani di quasi tutti i giapponesi, soprattutto i giovani. Ci sono le applicazioni utili, vitali, come quelle che aiutano a mettersi in salvo in caso di terremoto, oppure quelle come Disaana, che monitora i social durante le catastrofi. Ci sono quelle meno utili, come l’app lanciata da McDonald Japan per velocizzare le lamentele dei consumatori – in un periodo in cui il McDonald nipponico ha avuto non pochi problemi di immagine, denti trovati nei polli fritti etc. Poi, però, c’è l’aspetto più socialmente rilevante. Lo scorso anno la compagnia telefonica NTT Docomo ha fatto una simulazione ambientata nel mezzo dell’incrocio più trafficato del mondo, quello di Shibuya. Si chiamano dumbwalking quelli che camminano guardando lo schermo del cellulare, senza vedere dove vanno. Rallentano la circolazione, possono creare incidenti. E quasi sempre stanno giocando: lo dimostrano le previsioni per il prossimo anno che parlano di un volume d’affari di gaming per smartphone da 8,1 miliardi di dollari, e l’ingresso della Nintendo nella più grande compagnia giapponese che produce giochi per smartphone, la DeNA. 

In “Lezioni spirituali per giovani samurai”, Yukio Mishima raccontava che, quando un gruppo di studenti fece irruzione nell’università di Tokyo armato di spade, fu subito disarmato. Motivo: non avevano intenzioni assassine. E “quando un’arma viene usata per uno scopo diverso da quello per cui è stata forgiata, perde istintivamente la sua forza”. Ma in Giappone Mishima non si legge più. Allora forse vale la pena di ascoltare Yamasawa: più libri, meno giochini.

Il problema del tradizionalissimo Giappone alle prese con gli smartphone<!– –>

Giulia Pompili Il Foglio 12 aprile 2015

http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/04/12/il-problema-del-tradizionale-giappone-smartphone___1-v-127591-rubriche_c324.htm