Il debito non fa più paura

 

 

debt pblLe condizioni economiche e il Quantitative easing della Banca centrale europea ci offrono per quasi due anni uno scenario favorevole per riforme strutturali che innalzino il tasso di crescita e che quindi possono ridurre lo stock di debito. Non vale più la relazione alto debito, alta crescita: la nuova politica economica può essere sintetizzata nello schema: 2/2/2. Vale a dire, 2 per cento di crescita, 2 per cento di inflazione e 2 per cento di disavanzo complessivo. Di questi temi si è discusso ieri a Roma durante un seminario organizzato da Crusoe e dall’associazione Crusoe e dal centro di ricerca economica Cerm sul risanamento della finanza pubblica in Italia alla presenza del ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, e del giudice costituzionale Giuliano Amato, presente anche il commissario governativo alla revisione della spesa Yoram Gutgeld.
La riduzione del debito pubblico resta la priorità essenziale per il nostro paese. I governi italiani da circa venticinque anni hanno effettuato sforzi notevoli per ridurre il debito e il disavanzo pubblico ed effettuato manovre di aggiustamento molto serie e impegnative; ma al di là di miglioramenti anche significativi – ma non sempre duraturi – il problema è ancora lì. Si sono raggiunti infatti indubbi progressi e si sono messe in campo misure importanti, ma anche a causa della crisi finanziaria del 2009 e del 2011, il debito negli ultimi anni è ripreso a salire e ha superato il 130 per cento del pil.

I dati essenziali sono chiari: al dicembre 2014, il debito pubblico delle amministrazioni pubbliche era pari a 2.135 miliardi di euro, quindi circa 36.000 euro per italiano. Di questi 2.135, 2.047 miliardi sono il debito delle amministrazioni Centrali (95,9 per cento) mentre 140 appartiene a quelle locali (4,1 per cento). Il debito lordo (senza detrarre le attività finanziare) è per il 64,4 per cento detenuto da italiani, mentre il 35,6 è detenuto all’estero (era 51,4 per cento nel 2006). La duration è aumentata in tempi recenti arrivando a 5,7 anni.

La storia e la teoria economica non ci forniscono un criterio assoluto per decidere quando un debito pubblico è troppo alto. La regola economica essenziale dimostra che la capacità di ripagare il debito dipende, non tanto dal valore del rapporto debito/pil ma dall’evoluzione di questo rapporto, anche a valori relativamente elevati. Infatti, data la differenza tra tasso di interesse reale e tasso di crescita reale del pil, ad essere cruciale è l’avanzo primario (la differenza tra entrate tributarie e spesa pubblica al netto del pagamento degli interessi) e ovviamente il tasso di crescita reale dell’economia. La mancanza di una regola e di un limite preciso non impediscono però che, di fatto, esista una regola di buon senso: la sensazione cioè che, al di là di un certo valore relativamente elevato, ci si trovi in una situazione difficile e che qualcosa potrebbe accadere… ma non è possibile sapere cosa e quando…

Naturalmente, molto importanti sono la dimensione del debito, la sua crescita nel tempo, la dimensione dell’avanzo primario. In Italia adesso il rapporto debito/pil è elevato sia rispetto alla sua storia, sia rispetto ai confronti internazionali. La storia presenta casi molto diversi: nel Regno Unito è stato superiore al 100 e anche al 200 per cento in alcune fasi storiche. In Francia nel 1922, il rapporto raggiunse il 180 per cento e restò sopra il 100 per cento fino al 1930. Negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, rimase sopra al 100 per cento fino al 1950. L’Italia ha raggiunto valori come quelli attuali tra il 1870 e il 1880, tra il 1925 e il 1936, e alla fine della Seconda guerra mondiale. Nel primo caso fu l’inflazione, durante il fascismo due consolidamenti forzosi, e tra il 1947 e il 1952 furono ancora l’inflazione e la crescita forte del pil nominale a far ridurre drasticamente il valore reale del debito. L’Argentina e altri paesi sono andati in default con valori inferiori a 100 per cento, mentre non si parla negli stessi termini del debito pubblico lordo del Giappone, pur con rapporto rispetto al pil del 250 per cento circa.

La storia e la teoria dimostrano che vi sono 4 metodi per ridurre il debito pubblico: a) l’inflazione b) un default; c) un’imposta straordinaria/patrimoniale; infine, d) il perseguimento di avanzi primari consistenti per molti anni, ovvero il rimborso.

La monetizzazione del debito e il default ci sono ovviamente preclusi nel contesto economico attuale europeo: i costi economici e politici sarebbero insostenibili.

Un’imposta patrimoniale sarebbe ipoteticamente possibile, data l’elevata ricchezza finanziaria netta degli Italiani, concentrata soprattutto in attività reali. Ma è emerso dal seminario che non è più tempo di misure straordinarie. Infatti, gli effetti depressivi, distributivi e il danno che arrecherebbe alla reputazione dello stato le rendono impercorribili. Peraltro in questi anni, le politiche di tassazione immobiliare e del risparmio gestito hanno di fatto già comportato elementi di un’imposta patrimoniale.

Resta quindi la quarta soluzione: quella del perseguimento di avanzi primari consistenti e duraturi. L’avanzo primario potrebbe naturalmente essere accompagnato da cessioni del patrimonio mobiliare e immobiliare pubblico, come anche dalla razionalizzazione delle spese fiscali, troppo elevate e spesso forme di sussidio a lobbies e gruppi di interesse.

La via maestra è dunque la riorganizzazione della spesa pubblica, che se perseguita con efficacia – adozione di costi standard sulla sanità, riforma efficace della pubblica amministrazione, riduzione delle partecipate locali – consentirà la riduzione della pressione fiscale.

Non ci sono scorciatoie, né soluzioni magiche: è necessario instradarsi su un sentiero di riduzione progressiva dello stock di debito. Per fare questo serve dunque innalzare in modo duraturo il tasso di crescita dell’economia, che è anche la soluzione più efficiente per ridurre il rapporto debito/pil.

Mauro Marè

Il Foglio 25 maggio 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/05/24/perch-il-debito-non-fa-pi-paura___1-v-129065-rubriche_c319.htm

L’ascensore sociale funziona al contrario

elevator3La società italiana scivola verso il basso. Spinta dalla crisi, che dal 2008 ha investito l’economia globale  –  e nazionale. Non è tanto e solo l’andamento dei redditi e del mercato del lavoro, a rivelarlo. Anche se, nell’ultimo anno, in metà delle famiglie qualcuno ha perduto il lavoro oppure l’ha cercato senza esito (indagine Demos-Coop, aprile 2015). Il problema è che, al di là della “condizione”, misurata dalle statistiche socioeconomiche, il declino ha colpito, in modo sensibile, anche la “percezione”. Ha, cioè, modificato sensibilmente il modo di guardare la realtà intorno a noi e di rappresentare, anzitutto, noi stessi.

Come si è detto in altre occasioni, l’ascensore sociale, in Italia, si è bloccato. E gran parte degli italiani ha smesso di attendere che riparta. E oggi è, invece, impegnata a frenare, se non a bloccare, la marcia del “discensore sociale”. Dal quale sono in molti, la maggioranza, a sentirsi trasportati, meglio: trascinati. Verso il basso. Ma la percezione delle cose e di noi stessi è difficile da modificare. Molto più della realtà stessa. Perché ci vuole tempo prima di “credere” che il lavoro e il reddito abbiano ripreso a crescere. E che, di conseguenza, si possa guardare di nuovo il futuro con minore pessimismo del passato. Malgrado l’Istat e l’Ocse, oltre al nostro governo, segnalino una ripresa della nostra economia, i consumi, continuano, infatti, a stagnare. Perché gli italiani non si fidano. Del futuro. Del “proprio” futuro. E preferiscono risparmiare, piuttosto che consumare. Per prudenza.

TABELLE

Di certo, è finita l’epoca della “cetomedizzazione”. Termine ostico, ma sicuramente efficace, con il quale Giuseppe De Rita, negli anni Novanta, ha definito la tendenza della società italiana a ridimensionare il peso delle èlite, ma soprattutto degli strati più bassi. E, dunque, ad allargare i confini della “società di mezzo”. Oggi, invece, la società italiana si è “operaizzata“. Oltre la metà degli italiani, per la precisione: il 52%, si colloca nei “ceti popolari” o nella “classe operaia”. Mentre il 42% si sente “ceto medio”. Nel 2006, dunque: poco meno di dieci anni fa, il rapporto fra queste posizioni  –  e visioni  –  risultava rovesciato. Il 53% degli italiani si definiva “ceto medio” e il 40% classe operaia (o “popolare”). Nel 2008, mentre la crisi incombeva, peraltro, le posizioni apparivano più vicine. Ma il ceto medio, in Italia, prevaleva ancora, seppur di poco, sulla classe operaia: 48 a 45%. Questa tendenza ha investito un po’ tutte le professioni e tutte le categorie. Non solo quelle che erano già, di fatto, “classe operaia”. I lavoratori dipendenti. Ma ha coinvolto anche altre figure, catalogate, tradizionalmente, nella “piccola borghesia” (come ha fatto Paolo Sylos Labini, nel suo classico “Saggio sulle classi sociali”, pubblicato nel 1988 e di prossima ri-edizione, sempre per i tipi di Laterza). In particolare, i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori. Ancora nel 2008, il 60% di essi si sentiva “ceto medio”, il 34%, poco più di metà, classe operaia. Oggi, però, questa distanza si è sensibilmente ridotta. Perché il 40% dei lavoratori autonomi e in-dipendenti si sente “classe operaia”. Il 54% ceto medio…..

Così, in Italia avanza una società “operaia”. Che vive con una certa preoccupazione e un certo risentimento questa condizione  Perché aveva creduto alla promessa berlusconiana di un futuro da “imprenditori” per tutti. Attraverso il passaggio “intermedio” del “ceto-medio”. Ma oggi, che la crisi ha dissolto il sogno-ceto-medio, per molti è faticoso rassegnarsi al risveglio-operaio.

Ilvo Diamanti

Repubblica 25 maggio 2015

http://www.repubblica.it/politica/2015/05/25/news/l_ascensore_sociale_funziona_al_contrario_ora_il_ceto_medio_si_sente_classe_operaia-115182379/