Stagnazione cinese e stagnazione secolare

cina borzPuò sembrare strano ma con tutta probabilità il nuovo pesante tonfo della Borse di Shanghai e Shenzhen – il terzo in due mesi, con un meno sei per cento nella sola giornata di martedì 18 agosto – non dipende dall’economia.

Certo, i segni di indebolimento della locomotiva cinese – e un indebolimento molto più rapido del previsto – abbondano. I dati ufficiali indicano un sette per cento di crescita del Pil per il primo semestre dell’anno, cioè un numero perfettamente in linea con le attese e con gli obiettivi indicati nel dodicesimo piano quinquennale 2011-15 delle autorità di Pechino. Sullo sfondo, però, altri indicatori – meno manipolabili dagli uffici statistici – come i consumi di energia elettrica, le vendite di automobili e i dati sull’interscambio commerciale sembrano riflettere una crescita molto inferiore, vicina al cinque per cento annuo. Per la Cina significa la metà del più dieci per cento su cui per trent’anni la società e la politica cinese avevano tarato i loro piani di spesa e di investimento pubblico. Ce ne sarebbe abbastanza per preoccupare le Borse.

Eppure ci sono ragioni per ritenere che a motivare la nuova ondata di vendite sui mercati azionari cinesi non sia stata tanto l’economia ma la politica. La principale preoccupazione per gli operatori di Borsa cinesi non viene infatti dal calo delle esportazioni di luglio (meno 8 per cento rispetto al luglio 2014, un dato terribile) ma da altri due eventi politici.

Il primo riguarda il piano governativo di riordino delle aziende di Stato quotate in Borsa che il governo vuole rendere più efficienti. Queste imprese oggi assorbono più del 70 per cento dei prestiti delle banche, e dunque riducono sensibilmente la disponibilità di credito per le aziende private. Il governo vuole porre fine a questa situazione riorganizzando queste imprese in modo da ridurne le necessità di finanziamento e accrescerne la competitività. Ma il piano del governo – lo hanno riscontrato alcuni analisti finanziari – vuole anche dire meno profitti per queste aziende pubbliche che rappresentano una grande componente del listino di Shanghai. Un po’ paradossalmente, la Borsa cinese soffre dunque dei piani del governo di rendere la crescita più sostenibile e più «privata».

C’è poi anche un secondo elemento dietro il crollo dei mercati borsistici cinesi, e cioè la troppo tiepida reazione della Banca centrale cinese di fronte alle cattive notizie dell’economia. In questo quadro, l’iniezione di 120 miliardi di yuan (18 miliardi di dollari) di nuova liquidità decisa di recente dalla Banca centrale cinese è stata interpretata negativamente dai mercati che hanno giudicato l’intervento una mossa insufficiente a ridare davvero fiato all’economia. Un segno che anche la Banca centrale (oltre al governo di Pechino) non è pronta a offrire ai profitti aziendali delle imprese cinesi quotate il sostegno diretto da essi ritenuto necessario alla continuazione della crescita.

Ecco dunque la storia in poche parole: la Borsa va a picco non perché l’economia rallenta ma perché il governo e la Banca centrale cinesi esitano a esaudire la richiesta dell’ennesimo salvataggio. Non è una storia solo a Pechino. Anzi, se guardiamo agli ultimi anni, è una regolarità che la politica conti più dell’economia nel determinare l’andamento dei mercati finanziari.

Per l’ex rettore di Harvard Larry Summers il rischio è che il mondo intrappolato nell’attesa del prossimo salvataggio sprofondi nell’abisso di una «stagnazione secolare». Famiglie molto indebitate risparmiano e rimborsano i debiti accumulati più che consumare il loro reddito. Banche con bilanci in disordine accumulano riserve anziché prestare alle aziende. E aziende che fanno profitti si tengono la loro liquidità anziché distribuire dividendi o investire in nuove attività. Nel frattempo, la (poca) crescita che si vede la fanno le banche centrali. Non ci sarà una nuova Grande depressione, ma il capitalismo globale di oggi non è certo il mondo prefigurato da Adam Smith. 

Borsa Shangai, rallentamento pilotato l’illusione del governo
Rischio stagnazione globale

Francesco Daveri

Corriere della Sera  19 agosto 2015

http://www.corriere.it/economia/15_agosto_19/borsa-shangai-rallentamento-pilotato-l-illusione-governo-rischio-stagnazione-globale-d8676846-4639-11e5-979c-557f4d93ec30.shtml

Annunci

Le gang degli economisti

bandbassttIl premio Nobel nasconde una malia: chi lo conquista troppo tardi non se lo gode (gli esempi abbondano e suscitano tristezza); chi lo ottiene troppo presto s’arrabatta per il resto della sua vita nel tentativo di dimostrare che lo meritava (clamoroso il caso di Barack Obama e la pace). Paul Krugman, invece, l’ha guadagnato all’età giusta, nel 2008, quando aveva 55 anni e ha saputo sfuggire alla maledizione. E’ vero, non ha più fornito contributi importanti alla scienza triste, tuttavia ha messo a frutto la sua intelligenza polemica trasformandosi in uno dei più brillanti ed efficaci editorialisti, per lo più da un pulpito di prim’ordine come il New York Times. Ha regalato argomenti di lusso agli anti austerity e agli anti euro che li hanno trasformati in polpette avvelenate. Ma Krugman non si preoccupa di chi lo utilizza, non smetterà mai di tirare sassi. E anche una delle ultime uscite ha sollevato in volo piccioni, falchi e gufi.

Goodbye, Chicago boys. Hello, Mit gang”, ha scritto nella sua colonna sul quotidiano newyorchese. Ciao ciao ai seguaci di Milton Friedman che hanno dettato legge, in teoria e nella prassi, per l’ultimo quarto del Novecento; benvenuta la banda del Massachusetts Institute of Technology che sta rimettendo le cose a posto, grazie all’intervento pubblico in economia, alla moneta facile stampata dalla banca centrale e alla fisarmonica del disavanzo pubblico che si allarga quando c’è la recessione e si restringe con la ripresa. L’America s’è risollevata così e cresce senza sosta da cinque anni; dunque è la ricetta giusta, lo dimostra il fatto che l’Unione europea egemonizzata dal rigorismo tedesco resta ancora nella palude della stagnazione.

Naturalmente, della gang del Mit fa parte lo stesso Krugman che nel prestigioso istituto di Boston ha preso il dottorato e ha poi insegnato per molti anni (oggi ha la cattedra a Princeton). Lì, nel remoto1991 l’ho intervistato per il Corriere della Sera, quando aveva appena vinto il premio dell’American Economic Association, la John Bates Clark Medal, dunque era un virgulto avviato a grandi cose, che pochi in Italia conoscevano. Come tutti i professori, anche i più rinomati, lavorava in un piccolo e spartano ufficio ripieno di libri e giornali accatastati. Poco lontano da lui c’era lo studio appena più spazioso di Franco Modigliani (anche lui premio Nobel) che può essere definito un decano della gang (subito dopo Paul Samuelson, fondatore della cattedra di Economia), anche per la sua influenza enorme sull’economia italiana, attraverso la Banca d’Italia (ha contribuito ad elaborare il modello econometrico con il quale viene calcolato il prodotto interno lordo e tutte le altre variabili collegate), i molteplici legami politici da Ugo La Malfa a Giorgio Napolitano, i talentuosi virgulti che da Roma o da Milano correvano a seguire i suoi insegnamenti: Tommaso Padoa Schioppa, Fiorella Kostoris, Ezio Tarantelli, Mario Baldassarri, Francesco Giavazzi, Giorgio La Malfa, Nicola Rossi e molti altri.

 

La banda del Massachusetts oggi s’estende a banchieri centrali di primo piano come Ben Bernanke, Stanley Fischer, Mario Draghi, Antonio Fazio, Raghuram Rajan, Lucas Papademos; c’è poi Olivier Blanchard, capo economista del Fondo monetario internazionale e il suo neonominato successore Maurice Obstfeld, oltre a numerosi altri pluridecorati economisti. Ma ne hanno fatto parte anche uomini politici come Benjamin Netanyahu, David Miliband, Kofi Annan, Ahmed Chalabi, fondatori di imprese, persino astronauti. Una rete vasta che ha esercitato la sua influenza fin dall’età dorata dello sviluppo post-bellico e solo dopo è stata rimpiazzata dalla banda di Chicago che comprende George Stigler, Gary Becker, Ronald Coase, Robert Lucas, Robert Fogel, Lars Peter Hansen, Eugene Fama, per citare soltanto i vincitori del Nobel.

Sono stati questi ultimi a dettare l’agenda fino alla Grande recessione del 2008, ma non è avvenuto per caso, ammette Krugman. A metà degli anni Settanta il brusco innalzamento del prezzo del petrolio fece esplodere i costi delle materie prime e si innestò in un ambiente economico dove i prezzi erano già alti sotto l’effetto della spinta salariale da un lato e della spesa pubblica dall’altro. Ciò ha generato il mostro economico di quei tempi, la stagflazione, cioè la combinazione di inflazione, bassa crescita ed elevata disoccupazione. Gli economisti di Chicago hanno dimostrato che era frutto delle politiche economiche keynesiane e i monetaristi di quella scuola convinsero i banchieri centrali a innalzare i tassi d’interesse e ridurre la quantità di moneta. La ricetta, inaugurata negli Stati Uniti nel 1979 da Paul Volcker (che pure non è un monetarista ortodosso) e rilanciata da Ronald Reagan, cambiò non solo il punto di vista sull’economia, ma le priorità dei paesi occidentali.

I Chicago boys propriamente detti sono i politici e gli economisti dell’America Latina che realizzarono la frattura con il passato populista, marxista o peronista, imponendo, spesso con metodi dittatoriali, il primato del mercato. Ma anche Deng Xiaoping ha adottato le ricette della scuola di Chicago della quale è figlia la stessa globalizzazione. La crisi, invece, ha riportato sugli altari il Mit dove Keynes non è mai passato di moda, scrive Krugman, ma è stato sempre interpretato in modo aperto e creativo.

L’articolo ha irritato i più giovani epigoni di Friedman. Anche se liberismo, monetarismo e anti-statalismo sono il trittico che definisce il paradigma prevalente, diversi filoni attraversano l’università di Chicago dove insegna anche Luigi Zingales che vuole “salvare il capitalismo dai capitalisti”. Tim Worstall su Forbes con puntigliosa perfidia ricorda il discorso di Bernanke alla conferenza in onore di Friedman che si è tenuta a Chicago nel 2002. In quella occasione il governatore della Federal Reserve ha apprezzato e rilanciato l’insegnamento teorico e l’indicazione pratica del gran sacerdote monetarista: per combattere una lunga e profonda recessione che si trasforma in depressione economica la via maestra è stampare moneta, gettare dollari dall’elicottero come fosse acqua per spegnere il fuoco, secondo la metafora friedmaniana. Durante l’ultima crisi, Bernanke ha seguito esattamente questa indicazione, tanto che lo hanno chiamato Helicopter Ben. Secondo Krugman il banchiere centrale americano ha resistito alle pressioni della destra repubblicana (lui nominato da George W. Bush). In realtà, insiste Worstall, ha applicato la ricetta di Friedman.

Allora, come la mettiamo con il duello delle idee? Ci sono più cose in cielo e in terra di quante contengano le dottrine. Friedman da giovane, negli anni Trenta, era keynesiano, poi ha trascorso il resto della vita a dimostrare gli errori del “cattivo maestro”. Il tedesco Rudi Dornbusch ha insegnato a Chicago (portato da Robert Mundell) prima di approdare al Mit.
Le scuole di pensiero in competizione, del resto, sono certamente più di due. In fondo operano diverse bande nella stessa Boston. Modigliani ha cercato una sintesi tra la concezione classica dell’equilibrio generale e la Teoria generale di Keynes, predicando la politica dei redditi (i salari non debbono crescere più della produttività) e il rigore nei conti pubblici, fino a spingere, nel caso italiano, il capo della Cgil Luciano Lama e il segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer, sulla via dell’austerità combattuta dall’estrema sinistra anche con le P38 e le bombe (altro che Syriza).

E dove collocare la gang di Goldman Sachs (della quale ha fatto parte sia pur brevemente Draghi)? Fucina di idee oltre che di denaro, ha prodotto più segretari al Tesoro americani di ogni altra istituzione: democratici come Bob Rubin (ministro con Clinton) e repubblicani come Hank Paulson (ministro con Bush). La banca d’affari è la bestia nera di tutti gli antagonisti del mondo, rappresentata come una piovra, con tentacoli che si estendono in ogni angolo del globo e spostano masse ingenti di capitali alla velocità della luce. Realtà e leggenda. I Goldman boys hanno provocato la crisi del 2008 e ci hanno guadagnato. Hanno messo in croce i Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) solo per accumulare profitti sulle disgrazie degli stati sovrani. Quanto ad Atene, chi ha aiutato a truccare i conti se non il padrino della finanza mondiale? Gli economisti al soldo della Goldman Sachs si sono inventati formule astruse per riempire i portafogli degli ignari risparmiatori di vere schifezze, pezzi di carta che alla fine della fiera non valgono nulla. Tutto vero, però la banca ha perso milioni di dollari in speculazioni sbagliate. I debiti pubblici li hanno contratti i governi dei vari paesi per tacitare le masse e non pagarne i conti politici. I derivati, sia pur nella loro versione più semplice, risalgono agli albori delle transazioni finanziarie, lo sapeva persino Shakespeare (vedi “Il mercante di Venezia”). Eppure Goldman Sachs non smette mai di mestare nel torbido, inquinare le acque, pagare ex politici e mandare in politica ex finanzieri.

Ognuno ha la sua banda. C’è naturalmente la gang ordoliberista tedesca il cui gran sacerdote era Hans Tietmayer, gran capo della Bundesbank; annovera Axel Weber e il successore Jens Weidmann, ma il più pugnace assertore resta Hans-Werner Sinn, capo dell’istituto della congiuntura, Ifo, vate dei conservatori, gran paladino della Grecia fuori dall’euro. Un vero fuochista che getta benzina sulle fiamme e finisce per alimentare le idee e i buoni affari della gang catastrofista, il cui pontefice massimo resta Nouriel Roubini, l’uomo che avrebbe previsto la crisi del 2008 e da allora non finisce più di vaticinare.

 

Negli ultimi tempi s’è aggiunto un altro gruppo che aspira a diventare una scuola. Ne fanno parte i profeti della “stagnazione secolare”, teoria rilanciata da Larry Summers, anche lui un Mit boy passato a Harvard, un predestinato in quanto nipote di due Nobel come Paul Samuelson e Kenneth Arrow, ex segretario al Tesoro con Clinton. Gli dà man forte la Nuova normalità (in sostanza, non avremo mai più una crescita come quella conosciuta nel quarto di secolo concluso dal crack del 2008) elaborata da James Galbraith (amico e mentore di Varoufakis) figlio del più noto John Kenneth, autore della “Società opulenta”, narratore vivace e accurato del patatrac del 1929 e consigliere di John Kennedy.

 

I declinisti sono l’anello di congiunzione con le molteplici bande che usano il capitalismo per metterlo in discussione. C’è la pitonessa del no global e no logo, Naomi Klein, il nonno francese della decrescita felice, l’ex maoista Serge Latouche, e l’enfant terrible che ha concepito “Il capitale nel XXI secolo”, cioè Thomas Piketty, abilissimo nel cogliere lo Zeitgeist dal quale è nato l’effimero, ma graffiante movimento Occupy che, attraverso gli Indignados, ha figliato in Spagna Podemos e in Grecia Syriza.

 

Su una strada parallela si è avviato un giornalista economico inglese che con il suo libro appena uscito nel Regno Unito (“Postcapitalism, A Guide to our Future”) sta sollevando un polverone. Paul Mason, capo dell’economia alla rete televisiva Channel 4 ed editorialista del Guardian, ripete la solita solfa che il capitalismo, dominante per due secoli, è giunto al capolinea. Ma l’alternativa non è lo statalismo marxista, bensì il neoanarchismo favorito dalla tecnologia dell’informazione. Non la dittatura del proletariato, bensì la liberazione di Wikipedia. Chissà se Casaleggio lo ha già letto, potrebbe lanciare le Five Stars nelle isole britanniche.

 

Scienza triste l’economia? Forse Thomas Carlyle aveva ragione, ma certo non sono tristi gli economisti di successo, i santoni dei nostri tempi, i tempi del calculemus in cui tutto va misurato, persino la felicità. E’ stata la commissione guidata da un para-guru francese come Jacques Attali a lanciare l’idea di un nuovo concetto di prodotto lordo nel quale entrino anche le variabili psicologiche tanto importanti quanto quelle materiali, così avremo il pil dei soddisfatti ben diverso da quello degli ingrugnati. La realtà è che non c’è un economista per tutte le stagioni, ma ogni stagione ha i suoi economisti.

 

C’era la crescita favorita dall’apertura degli scambi mondiali: capitali liberi, occupazione flessibile, borse al galoppo, risparmi legati alle azioni, lo stato in ritirata e il mercato in espansione in tutti i campi, compresa la cultura. E sono fioccati i Nobel a chi inventava l’algoritmo più sofisticato per abolire gli alti e bassi dei cicli economici e prevedere uno sviluppo senza fine (Robert Merton e Myron Scholes) o a chi studiava la domanda e l’offerta di servizi e di beni indivisibili, oppure trasformava la battaglia per il potere politico in comportamenti rivolti alla massimizzazione del benessere del gruppo sociale di riferimento. Era il trionfo della microeconomia, della finanza privata (più o meno turbo) rispetto a quella pubblica. Mentre “Liberi di scegliere” dei coniugi Milton e Rose Friedman diventava il libretto rosso della generazione reaganiana.

 

Poi il vento è girato, sono esplosi i debiti delle famiglie e degli stati, la disoccupazione è tornata sopra il 10 per cento, la crescita s’è fermata. La risposta dell’occidente agli sceicchi e ai sindacati aveva avuto successo, ma ha generato nuovi squilibri e nuove contraddizioni. Così, l’armamentario ammuffito della politica economica è uscito dalle cantine ed è stata riaperta la cassetta degli attrezzi keynesiani, anche quelli arrugginiti. Perché, a differenza dagli anni Trenta o dagli anni Settanta, non c’è un pensiero economico dominante, preciso nella diagnosi ed efficace nella prognosi.

 

Confusion de confusiones, come scriveva Joseph Penso de la Vega a proposito della Borsa di Amsterdam nel 1688. L’economia si occupa della società nella sua versione mercantile e mette insieme discipline e tecniche diverse, dalla matematica alla psicologia fino allo show business. Fu proprio Keynes il primo a capire l’importanza degli economisti anche nel circo politico-mediatico del quale è stato un protagonista indiscusso. E sempre lui ha sentenziato che “gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”. Ma al passato, ormai, appartiene anche il circolo di Bloomsbury.

Stefano Cingolani

Il Foglio 17 agosto 2015

 

 

 

Diecimila norme dentro una bottiglia di acqua minerale

bottttNegli ultimi giorni, a centinaia in tutta Italia, si susseguono le ordinanze comunali sull’acqua. Da Bergamo a Santa Teresa a Riva, in provincia di Messina, i sindaci ne vietano l’utilizzo per «innaffiare orti, lavare auto e riempire piscine» e limitano «i consumi domestici ai soli usi potabili ed igienici», con multe per i trasgressori fino a 500 euro. Con i piccoli gesti quotidiani che la circondano – si riempie, si stappa, si beve, si richiude, si conserva – una bottiglia d’acqua può sembrare una cosa semplice. Invece è un esempio tra i più clamorosi dell’inflazione normativa da cui siamo sommersi. Le ordinanze si aggiungono a un vasto elenco di centinaia di direttive europee, leggi statali e regionali, decreti legislativi e ministeriali. In tutto circa diecimila norme che occupano duecento pagine e cinquanta metri di lunghezza.

Le classificazioni

Tanto per cominciare, c’è acqua e acqua. Quella potabile viene regolata in generale dall’Unione Europea con una direttiva del 1998 e dallo Stato con un decreto legislativo del 2001 che contiene la definizione base di «acque destinate al consumo umano». Sulla tutela ambientale c’è il decreto legislativo 152 del 2006. Poi c’è una dettagliata disciplina a livello comunale. Per la commercializzazione, le leggi distinguono l’acqua minerale naturale da quella di sorgente. Per le acque gassate va tenuto conto del regolamento 230 del 2004 che modifica il decreto 719 del 1958», ma solo per quanto riguarda «la procedura di comunicazione di ingredienti alimentari non previsti dall’articolo 2 del decreto 719». Restano la circolare ministeriale 1 del 2006 e le regole comunali.

Il tappo

Fin dal momento in cui svitiamo un tappo, applichiamo decine di leggi. Punto di riferimento è la Direttiva europea 54 del 2009 sull’utilizzazione e la commercializzazione delle acque minerali naturali, recepita dal decreto legislativo 176 del 2011. Attenti, però: il tappo legislativamente non si chiama così. La legge prescrive che ogni bottiglia «deve essere munita di un dispositivo di chiusura tale da evitare il pericolo di falsificazione, contaminazione e fuoriuscita».

La bottiglia

Bisogna essere precisi. Normalmente in PET (polietilene tereftalato) o in RPET (Polietilentereftalato riciclato), la bottiglia deve tener conto delle regole previste dal decreto ministeriale del 1973 che fornisce la «disciplina igienica», così come integrato da un successivo decreto ministeriale del 2010 che si esprime «limitatamente alle bottiglie in polietilentereftalato riciclato», a sua volta modificato da un altro decreto ministeriale del 2013. E comunque bisogna tener conto della normativa europea. In particolare del regolamento 1935 del 2004 che abroga le direttive 590 del 1980 e 109 del 1989. Per altro verso, il decreto legislativo 105 del 1992 prevedeva che la bottiglia non potesse «eccedere la capacità di due litri». Ma tale limite è stato abrogato. Come se non bastasse, ci sono le leggi regionali. La Sicilia ha emanato un decreto per cui «i contenitori non devono superare la capacità massima di litri 20».

L’etichetta

L’articolo 12 del decreto legislativo 176 del 2011 è un’enciclopedia, con tanto di commi, lettere, numeri, per un totale di 903 parole. Prevede la dizione «acqua minerale naturale» integrata, se del caso, con cinque menzioni che variano da «totalmente degassata» a «naturalmente gassata» o «effervescente naturale». E poi decine di «indicazioni obbligatorie», «indicazioni facoltative» e «ulteriori indicazioni facoltative», oltre a un elenco di divieti.

Immissione in commercio

In Italia abbiamo oltre 500 etichette. L’immissione in commercio di un’acqua di sorgente è subordinata ad autorizzazione regionale. Ogni acqua ha il suo decreto ministeriale. Alle condizioni previste dal decreto 176 del 2011 si adeguano dettagliate delibere regionali. Per esempio quella friulana del 2015 richiama in premessa cinque regolamenti europei, due decreti del presidente della Repubblica, due decreti ministeriali, un decreto legislativo. E si aggancia a ben 22 atti normativi di riferimento.

Controlli

La vigilanza, esercitata da organi regionali, è assoggettata al decreto legislativo 194 del 2008 e a un decreto ministeriale sui limiti di accettabilità di un’acqua minerale. Una circolare ministeriale del 1993 stabilisce che «le analisi per il rinnovo delle etichette vengono effettuate ogni anni».

Il trasporto

Ogni anno in Italia circolano 6 miliardi di bottiglie da 1,5 litri su centinaia di migliaia di camion. Il trasporto è regolato dalla legge 283 del 1962 e dal decreto 327 del 1980 che impone particolari autorizzazioni sanitarie. Vietato il trasporto dell’acqua minerale naturale a mezzo di recipienti che non siano quelli destinati al consumatore finale, come prevede il decreto legislativo 176 del 2011.

Sanzioni

Previste dal decreto 176 del 2011 e regolate dalla legge 689 del 1981, sono irrogate dalle Regioni. Arrivano a 110.000 euro per «chiunque privo di autorizzazione imbottigli, importi o metta in vendita acqua minerale»; fino a 90.000 per «chiunque contravviene agli obblighi previsti per l’etichettatura» e per divieti su potabilizzazione e aggiunta di sostanze battericide.

Lo smaltimento

E qui si apre un territorio sconfinato, basato sulla disciplina dello smaltimento dei rifiuti, contenuta nel decreto legislativo 152 del 2006. Ma prima bisogna considerare le molteplici direttive europee: 156 e 689 del 1991 sui rifiuti pericolosi, 62 del 1994 sugli imballaggi. Tutte recepite in Italia dal decreto legislativo 22 del 1997, a cui sono seguite migliaia di leggi regionali, regolamenti, ordinanze.

Chi non avesse tempo di studiarle tutte, può affidarsi al buon senso del sito internet dei carabinieri: «Dopo il consumo, schiacciate longitudinalmente la bottiglia e riavvitate il tappo. In questo modo si agevola il recupero e il riciclo per la raccolta differenziata».

Giuseppe Salvaggiulo

La Stampa 14 agosto 2015

http://www.lastampa.it/2015/08/14/italia/cronache/diecimila-norme-dentro-una-bottiglia-di-acqua-minerale-BnWqZEWIv3VTCi3hxJzAvJ/pagina.html

 

Lo yuan e la guerra delle valute

yuannLa Cina manda al tappeto i mercati del Vecchio continente. Con la seconda svalutazione dello yuan, dopo un primo taglio della valuta – del tutto inatteso – avvenuto ieri, Pechino ha steso le Borse mondiali. La Banca centrale cinese ha rivisto al ribasso del 3,5% il cambio contro il dollaro innescando una guerra tra le monete: immediata la reazione dei mercati europei che dopo il crollo della vigilia hanno chiuso ancora in ribasso: Piazza Affari ha ceduto il 2,96%, Londra l’1,4%, Francoforte il 3,27% e Parigi il 3,4%. Al termine delle contrattazioni dei mercati europei che hanno perso 227miliardi di valore, anche Wall Street era pesante con il Dow Jones che cedeva l’1,27%, il Nasdaq l’1,23% e l’S&P 500 l’1,21%.

E mentre si levano le proteste dal mondo occidentale per il susseguirsi di azioni unilaterali di Pechino, il governo cinese si giustifica spiegando la necessità di intervenire a sostegno della ripresa economica del Paese. D’altra parte l’industria manifatturiera mostra segnali di rallentamento (+6% a luglio, al di sotto delle stime) come l’export e le vendite al dettaglio cresciute “solo” del 10,5%. Un tesi sposata anche dal Fondo monetario internazionale che ha salutato positivamente la doppia svalutazione dello yuan definendo l’operazione come un allineamento ai mercati di tutto il mondo. Stesso punto di vista per Standard&Poor’s.

La tensione, però, resta forte, soprattutto per il mercato del lusso e della moda che vede l’Italia protagonista, rispetto alla politica economica cinese: Pechino aveva, infatti, annunciato l’intenzione di aiutare la transizione da un’economia legata all’export a una sostenuta dai consumi interni, una strategia che pare adesso di nuovo cambiata. Secondo l’Fmi, però, una maggiore flessibilità nei tassi – che prima erano ancorati al dollaro – consentirà a Pechino una rapida “integrazione nei mercati finanziari globali”. A risentirne sono anche le materie prime: non si arresta infatti la caduta del prezzo del petrolio dal momento che la Cina è il secondo importatore mondiale, ma la valute debole a fronte del dollaro rischia di ridurne gli acquisti: il greggio Wti tratta intorno ai 43 dollari dopo che ieri era scivolato di oltre il 4% toccando i minimi degli ultimi 6 anni. Sulle quotazione incide anche il calo, inferiore alle attese, delle scorte Usa. Prezzi in discesa anche per l’oro: il metallo prezioso a consegna immediata passa di mano a 1.117 dollari l’oncia. “La situazione si stabilizzerà” dice la Banca centrale, ma molti economisti temono l’innesco di un effetto domino.

E ciò porta alcuni analisti a credere che la Federal Reserve abbia adesso una buona ragione per non iniziare ad alzare i tassi di interesse Usa – per la prima volta dal 2006 – nella riunione del mese prossimo. Altri sottolineano, invece, come la Banca centrale americana sia più focalizzata sul mercato del lavoro Usa e dopo il rapporto sull’occupazione di luglio in linea alle stime, sarà determinante quello di agosto che arriverà giusto un paio di settimane prima del meeting del 16 e 17 settembre. “Le implicazioni per l’economia mondiale sono enormi”, anche se “è ancora presto” per valutare il reale impatto degli sviluppi ha detto il governatore della Fed di New York, William Dudley.

L’euro è in risalite quota sopra 1,11 contro il dollaro, mentre calano ai minimi da sei anni il dollaro australiano e quello neozelandese. Deboli anche le monete di Indonesia e Malesia. A dimostrazione che la guerra delle valute – almeno per il momento – colpisce soprattutto Asia e Oceania (anche il Vietnam ha svalutato il dong per non perdere competitività nei confronti della Cina). La moneta unica europea passa di mano a 1,1199 dollari.

Nessuna reazione, invece, sui titoli di Stato italiani che preferiscono concentrarsi sull’accordo tra la Grecia e i creditori internazionali che potrebbe sbloccare entro settimana prossima il nuovo piano di aiuti da 86 miliardi di euro: lo spread è stabile in area 115 punti base, ma i Btp decennali sul mercato secondario rendono l’1,78% ai minimi da inizio maggio. E ogg il Tesoro ha venduto tutti i 6 miliardi di euro di Bot a un anno con tassi in calo ad un nuovo minimo storico: il rendimento medio è sceso allo 0,011% dallo 0,124% dell’asta di luglio. Sale la domanda con un rapporto di copertura pari 1,72 da 1,52 precedente.

La Cina svaluta ancora lo yuan Borse pesanti: crolla il petrolio

Di Giuliano Balestrieri

Repubblica 12 agosto 2015

 

Uno a uno

jeoSiamo uno a uno. Ma è uno di quei pareggi che comportano il rischio di retrocessione, perché rivelano un equilibrio sempre più precario: per ogni abitante pensionato, disoccupato o così scoraggiato che vorrebbe lavorare ma non cerca neanche più, in Italia c’è solo un’altra persona che un posto di lavoro lo ha. Per l’esattezza ce ne sono 1,06. Altrimenti detto centosei adulti si danno da fare ogni giorno per produrre e sostenere (direttamente o attraverso lo Stato) altri cento adulti che, per vari motivi, si limitano a ricevere e consumare.
Magari sembrerà normale, ma non lo è. Ammesso che l’Europa di oggi possa ancora essere identificata con l’ordinarietà, nel confronto con gli altri Paesi è semplicemente abnorme: insieme alla Grecia, l’Italia è ultima nell’unione monetaria per il rapporto di forze fra ch i produce e chi non lo fa (o non lo fa più). E questo è uno dei rari aspetti della vita nazionale che la lunga crisi dell’euro ha cambiato poco: l’Italia era già ultima prima del contagio finanziario, dell’austerità e della tripla recessione, al punto che paradossalmente risulta oggi fra le economie in cui meno è successo dal 2007 in poi.

Già otto anni fa questo Paese aveva ufficialmente così poche persone al lavoro che persino oggi nessun Paese europeo (tolta la Grecia) risulta in un equilibrio così precario come quello che contrassegnava l’Italia già prima del grande crac.
Ora la manovra in arrivo per l’autunno sta sollevando un gran numero di ipotesi: il taglio delle tasse sulla casa, la flessibilità per anticipare il pensionamento, gli sgravi sul lavoro o sulle imprese. Per cercare di capirne il senso, il «Corriere» ha condotto un piccolo test: ha messo a confronto il numero di occupati in ogni Paese dell’area euro con altri adulti, quelli che in pensione, o disoccupati oppure invisibili nei dati di disoccupazione anche se vorrebbero lavorare, perché non cercano più. Il test è condotto prima sui dati Eurostat 2007 e poi su quelli 2014 (quelli più recenti sulle pensioni, peraltro stabili nel tempo, sono disponibili per il 2012).
Ne emergono alcune lezioni. La più evidente è che la Germania ha avuto un’ottima crisi: è la sola economia di Eurolandia che in questi otto anni sia riuscita a incrementare il numero di persone che lavorano rispetto a chi dipende da trasferimenti monetari da parte di qualcun altro. Nella Repubblica Federale 163 occupati sostenevano cento perso ne dell’altro gruppo nel 2007, ma nel 2014 gli occupati erano già dodici di più. Malgrado le tensioni nel Bundestag per il salvataggio di Atene, l’euro sta funzionando egregiamente per i tedeschi e i tedeschi si sono dimostrati bravi nel farlo funzionare per sé.

Poi ci sono gli altri. Nei restanti 18 Paesi oggi membri del club dell’euro, nordici inclusi, dal 2007 al 2014 il numero dei lavoratori è invariabilmente diminuito rispetto al numero dei «consumatori» (vedi grafico). Spesso molto diminuito : come in Finlandia, in Olanda, in Lussemburgo e non solo a Cipro, in Spagna, in Grecia, Portogallo o Irlanda. C’è però nel gruppo un’economia che si dimostra notevolmente stabile da questo punto di vista: l’Italia. È il Paese che ha l a variazione più piccola, ed è anche quello già a fondo classifica quando l’economia andava meglio. Nel 2007 aveva appena 1,2 lavoratori per ogni pensionato, disoccupato o scoraggiato e ne ha pochi di meno oggi. Il malessere dunque pre-esiste al contagio del debito e spiega il crollo dei consumi molto meglio dell’austerità: in ogni via, quartiere e città del Paese, non ci sono abbastanza buste paga.
Un panorama del genere solleva domande molto se rie sul numero di persone che lavorano in Italia nell’illegalità. Eppure lo stesso vale per la Spagna, o il Portogallo, che pure vivono squilibri meno drammatici. Qualunque sia la realtà, il lavoro sommerso resta una patologia che erode la tenuta del welfare e dei conti pubblici – una patologia mai abbastanza aggredita – non la forza nascosta che spesso si fa credere.

Passata la grande recessione, ci si può ora chiedere se l’Italia abbia toccato il fondo e da ora in poi avrà più lavoratori attivi. La risposta è: non sarà facile. L’Istat stima che nei prossimi quindici anni il Paese perderà tre milioni di persone fra i 30 e i 50 anni, l’età più produttiva, e ne acquisirà oltre tre di più di 65 anni. L’orologio dell’invecchiamento degli italiani avanza rapido e inesorabile, dunque il momento per mettere più persone al lavoro è adesso. Per questo non aiutano gli 80 euro in busta paga o il taglio della Tasi, misure che costano molto ma non riusciranno mai a risollevare i consumi in un’economia così povera di salari. Sono utili invece gli sgravi sui nuovi assunti o sulle imprese, che il governo intende confermare o accentuare. Del resto siamo in zona Cesarini: resta poco tempo per scongiurare il più inglorioso dei pareggi.

L’Italia che produce perde sempre più terreno (e solo la Grecia fa peggio)

Di Federico Fubini

Corriere della Sera

11 agosto 2015

http://www.corriere.it/economia/15_agosto_11/italia-che-produce-perde-sempre-piu-terreno-solo-grecia-fa-peggio-8cdd67ca-3ff1-11e5-a1d8-4e4de2e3fad8.shtml

Non ci vuole più Europa. L’identità è nelle differenze

eurdifQuello che è successo in questi giorni in Grecia dovrebbe, al di là delle forti e contrastate  emozioni suscitate dal momento, far riflettere sul senso della costruzione europea. Può  essere utile, sia pure a volo d’uccello, ripercorrere le tappe principali, per vedere la lezione che ne possiamo trarre.

Contrariamente a quanto, soprattutto nel nostro Paese si continua  ancora a pensare, la fondazione dell’Europa a partire dal secondo dopoguerra non a ha niente a che  fare con Altiero  Spinelli e Ernesto Rossi e il loro Manifesto di Ventotene, in cui si auspicava l’unione politica dell’ Europa in una prospettiva liberalsocialista.

Sin dall’inizio l’accento  è posto non sulla politica e sulla necessità di sottoporre ad essa „le forze dell’ economia“, come voleva Spinelli, ma sull’ economia in quanto tale. Certo, l’Europa uscita indebolita da due guerre laceranti voleva anzitutto la pace, cercò tuttavia  di realizzarla non unendosi politicamente, bensì creando un’organizzazione internazionale, all’interno della quale gli Stati nazionali mantenevano intatta la loro sovranità.

Nacque così  nel corso degli anni Cinquanta la CEDA, la Comunità Europea del Carbone e dell’ Acciaio e  poi la Comunità Economica Europea. Il nucleo originario era composto da sei Paesi, tra cui il nostro, ma sin dall’inizio era predominante  l’asse  franco-tedesco. Konrad Adenauer e Robert Schuman  dettavano la linea, rispettosi peraltro dell’autonomia dei singoli Stati. Gli anni Sessanta e Settanta sono caratterizzati da una politica  economica di stampo keynesiano; in Germania si afferma però qualcosa di peculiare, quella che viene chiamata l’ „economia sociale di mercato“. Nasce  in Europa il modello del Welfare State: lo Stato interviene nell’ economia per garantire la giustizia sociale, con un aumento della spesa pubblica e dei salari dei lavoratori.

Questo modello entra in crisi già agli inizi degli anni Ottanta, per ragioni sulle quali non è possibile qui soffermarsi,  e si afferma una politica economica  opposta, sempre più connotata in senso neoliberale o per far riferimento alla Germania „ordoliberale“. Una politica economica già prefigurata in Germania  dal modello dell’ economia sociale di mercato.

È l’era thatcheriana e reganiana: meno Stato e più mercato, e mercato significa concorrenza libera e generalizzata. A ciò si aggiunge una politica monetaria fondata sulla stabilità della moneta e sul controllo dei prezzi. Lo Stato non ha più il compito di promuovere socialmente il bene, ma di evitare il male. E il male assoluto è l’ inflazione, vale a dire la creazione eccessiva di moneta di cui sono responsabili quei governi nazionali che  con politiche di bilancio anticicliche e politiche di investimento che fanno aumentare la spesa pubblica provocano inflazione e distorsione del mercato.

È in questo nuovo contesto che avviene in Europa una svolta epocale con il Trattato di Maastricht, la creazione  dell’ Unione Europea e  il progetto in esso contenuto della moneta unica. Siamo agli inizi degli anni Novanta; nello stesso periodo un’altra unione si è realizzata: quella della Germania nel contesto della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Un altro Cancelliere si imporrà con forza, Helmuth Kohl per realizzare questo progetto. Mitterand temeva la potenza tedesca e pensava che una moneta unica potesse legare la Germania all’Europa.  Ma per una sorta di quelle ironie  che nella storia sono tutt’altro che infrequenti la nuova moneta creata  frettolosamente, e senza prima realizzare le condizioni che avrebbero potuto sostenerla, ha finito per favorire proprio per la  Germania. Invece di „europeizzare“ la Germania si è finito col  „germanizzare“ l’ Europa, imponendo  ad essa una politica di austerità necessaria  per sostenere la moneta unica, una moneta nei fatti  impossibile per  economie  così diverse.

Il risultato  oggi è che non esistono più Stati sovrani, ma Stati creditori e Stati debitori. Non ci facciamo più la guerra con la armi,  ma con il denaro e a colpi di spread e di milioni di disoccupati.

Bisognerebbe  prendere atto del fallimento del progetto di questa Europa e ripensarla dalle sue fondamenta.  E invece tutto ancora  si concentra sulla opposizione del grande creditore nei confronti del piccolo debitore. E  questo che cerca di resistere. E poi ne esce con le ossa rotta. Punito, offeso nella sua dignità, solo per aver tentato di opporsi allo strapotere del creditore. Germania contro Grecia, e non si tratta di una partita di calcio.

Viene da chiedersi perché? Perché questa cecità? Certo, le responsabilità della Cancelliera Merkel sono grandi. Adenauer è ricordato come il Cancelliere del miracolo economico tedesco, Kohl della sia pure controversa unificazione tedesca,  Merkel verrà ricordata per non essere stata in grado di risolvere un problema che riguarda 11 milioni di persone, appunto i greci e aver distrutto le economie di altre Paesi europei, tra cui il nostro, per aver distrutto l’ idea di Europa. L’accordo  raggiunto non risolve i problemi, ma riduce la Grecia ad una colonia  della Germania.

Anche questa spiegazione peraltro è insufficiente.

Con la moneta unica si è tentato in fondo  di realizzare ciò che  è fallito con il progetto di una costituzione europea e cioè una unificazione politica.  Ma come i popoli, dove potevano, hanno rifiutato quella  costituzione, così ora, dove  possono, vorrebbero uscire da quella gabbia d’acciaio che è  la  moneta unica. Una moneta fatta a immagine e somiglianza del marco poteva andare bene per la Germania ma non per l’Europa. E così è stato.

Che insegnamento possiamo trarre da tutto ciò? Esattamente l’ opposto di quello che alcuni pensano e cioè che „ci vuole più Europa“. La storia ha dimostrato, e la Grecia oggi lo conferma, che l’ Europa è costituita  da popoli diversi, da società che  nonostante la globalizzazione  restano eterogenee, da Stati territoriali che, nonostante tutto il diritto comunitario, continuano ad avere  ordinamenti  giuridici e politici diversi, da cittadini che vivono con stili e tradizione diversi. La ricchezza dell’ Europa sta in questa pluralità di voci che la contraddistingue. La sua identità sta nelle differenze.

Paolo Becchi

Corriere della Sera, 7 agosto 2015

 

Secchio bucato e innaffiatoio

sekkNegli anni Settanta l’economista americano Arthur Okin coniò la metafora del «secchio bucato». Il reddito prelevato dai più ricchi non riesce a raggiungere i più poveri: molte risorse si perdono per strada, filtrando attraverso le crepe del calderone fiscale. Okin pensava soprattutto ai costi amministrativi del welfare e alle detrazioni d’imposta. Ma aveva anche in mente le enormi partite di giro che tolgono risorse ai più abbienti e poi gliele restituiscono sotto forma di prestazioni universali: quelle a cui accedono tutte le fasce di reddito.

All’immagine del secchio bucato gli ideologi dell’universalismo (soprattutto in Scandinavia) hanno contrapposto quella dell’«innaffiatoio». Le risorse che si perdono per strada servono per coltivare e rafforzare la cultura della solidarietà. Se il ceto medio resta escluso dal welfare pubblico, si crea una contrapposizione fra «noi» (i contribuenti) e «loro» (i beneficiari), che finisce per minare il sostegno nei confronti della protezione sociale.

Nessuna di queste due metafore si attaglia al caso italiano. Certo, anche da noi il secchio è pieno di buchi (centosessanta miliardi di euro all’anno solo di detrazioni fiscali, spesso senza logica né giustificazione). E anche il nostro welfare ha adottato spesso la logica solidaristica dell’innaffiatoio: pensiamo ai ricoveri ospedalieri o all’assegno di accompagnamento, di cui possono fruire anche i più ricchi.

La grande anomalia dell’Italia è però che l’«acqua» della redistribuzione non arriva fino in fondo. Nel complesso della spesa pubblica, solo poche gocce raggiungono i più poveri. E il paradosso nel paradosso è che, anche quando una data prestazione è pensata per chi ha veramente bisogno, il grosso finisce nelle mani di chi bisogno non ha. È la sindrome di Robin Hood alla rovescia, resa possibile da regole strampalate che hanno consentito nel tempo (e ancora consentono) ai redditi più alti di accedere a benefici che sono teoricamente riservati ai redditi più bassi.

I dati illustrati da Enrico Marro danno un’idea del fenomeno. Prendiamo la pensione sociale (introdotta nel lontano 1969) che dovrebbe andare agli ultrasessantacinquenni «sprovvisti di reddito». Ebbene, il 22% della spesa finisce nelle tasche di anziani che hanno redditi (lordi equivalenti) intorno ai cinquantacinquemila euro l’anno. Solo il 2% arriva a chi è realmente «sprovvisto», ossia ha meno di cinquemila euro l’anno.

È chiaro che serve una imponente razionalizzazione distributiva di tutta la spesa assistenziale. Bisogna definire una soglia comune oltre la quale si perde diritto alle prestazioni. In molti paesi Ue il riferimento è il sesto decile: per l’ Italia circa ventimila euro l’anno. Lo strumento più adatto per selezionare i beneficiari è l’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente, che tiene conto di molti fattori a cominciare dalla composizione del nucleo familiare.

L’adozione generalizzata dell’Isee (oggi gestito dall’Inps, che ha nel cassetto interessanti proposte in questa direzione) avrebbe due vantaggi aggiuntivi. Innanzitutto consentirebbe di liberare risorse per il reddito di inclusione sociale: quella rete di sicurezza minima che nella Ue manca solo in Italia e in Grecia. In secondo luogo, impedirebbe ai politici di ritagliare determinate prestazioni su specifiche platee di beneficiari: una brutta abitudine del welfare all’italiana e delle sue pratiche di attrazione particolaristica del consenso.

Conosciamo già le obiezioni a una riforma di questo genere. Primo: è un attacco all’universalismo, alla logica dell’innaffiatoio. Un’obiezione insensata, visto che si tratterebbe di modifiche interne al settore assistenziale, per definizione «selettivo». Secondo: si tratta di una violazione di quei diritti acquisiti così tenacemente (e spesso irragionevolmente) difesi dalla Corte costituzionale. Ci sono vari modi per aggirare questo secondo ostacolo, ad esempio riducendo gli importi solo dal secondo decile in su. L’importante è tuttavia stabilire una data oltre la quale varrà soltanto l’Isee. Nessun diritto violato. E da quel giorno anche nel welfare italiano la solidarietà funzionerebbe per il verso giusto. Dall’alto verso il basso, tappando i buchi più iniqui e vistosi.

7 agosto 2015

Misurare la ricchezza (con l’Isee). Così si superano le distorsioni

di Maurizio Ferrera

http://sociale.corriere.it/misurare-la-ricchezza-con-lisee-cosi-si-superano-le-distorsioni/