Ripresa slow

ripresconsLa ripresa è una visita dal dentista, il cambio della vecchia lavatrice, l’iscrizione del piccolo Andrea in palestra. La ripresa non è, o non è ancora, l’acquisto di un appartamento fuori città. Probabilmente la ripresa non sarà più la frenesia di cambiar d’abito, la ricerca spasmodica dei capi alla moda come accadeva dieci anni fa, economicamente un’altra era geologica. Soprattutto, la ripresa è nelle piccole scelte di tutti i giorni. Quello che negli Usa si definisce “Termometro Walmart”: l’uso dei grandi centri commerciali come spia dell’andamento economico. Il lento e quotidiano risveglio della spesa non è come qualcuno se lo aspettava: non ci sarà il d-day della grande euforia, il mese che riempie le buste paga e svuota le file di giovani e anziani davanti alle agenzie per l’impiego. Insomma, la ripresa è nei dettagli.
Le indagini che vengono pubblicate in queste settimane confermano che il quadro economico italiano è in movimento positivo. Tra il «risveglio» di cui parla Confcommercio nella ricerca diffusa due giorni fa e la «ripresa slow» registrata all’inizio di settembre dal centro studi Coop, tutti concordano sul fatto che il Pil potrebbe crescere quest’anno intorno all’1 per cento. E che la ripartenza si vedrà soprattutto nei beni durevoli di medio valore: non l’appartamento ma l’automobile, non ancora il lusso ma lo smartphone.
La storia è quella di Michele, impiegato in un’azienda del Nord. La sua busta paga di dipendente privato non ha cambiato faccia improvvisamente. È cresciuta di poco, ma sempre di più di quella del suo amico Gianni, dipendente pubblico. In media il potere di acquisto di Michele e Gianni è crollato del 9 per cento tra il 2007 e lo scorso anno. La crisi ha portato via 122 miliardi. Ma gli italiani hanno ridotto i consumi solo per 75 miliardi. La differenza, 47 miliardi, sono i risparmi bruciati per far fronte a una drammatica traversata. Negli anni più difficili, nel periodo in cui ha dovuto andare in cassa integrazione, Michele ha rosicchiato il tesoretto in banca. Era l’unico modo per sopravvivere, con la moglie anche lei in cassa e Andrea che deve crescere. Sette anni fa, prima della crisi, Michele risparmiava 185 euro al mese su una busta paga di 1.700. Lo scorso anno, ai primi segnali della ripresa, è tornato a mettere in banca 150 euro al mese. Ma ora che la cassa è finita e gli stipendi sono tornati pieni (700 euro in più per busta paga) non bisogna ancora festeggiare: prima è prudente ricostituire il gruzzolo intaccato sul conto corrente. Così per qualche mese Michele è tornato a mettere in banca circa 160 euro e l’effetto dell’aumento dei redditi non si è visto sui consumi. «Questa estate – dice Albino Russo, responsabile dell’ufficio studi Coop – la dinamica dei consumi delle famiglie è tornata a salire. E cresce più del Pil, l’1 per cento rispetto allo 0,7 del prodotto interno lordo. Segno che, con l’eccezione dell’industria dell’auto, gli italiani sono più fiduciosi delle imprese, che continuano invece a non investire o a investire poco».
La prima regola è quella di non fare il passo più lungo della gamba. E ognuno, naturalmente, ha le gambe che si ritrova. Il cugino di Michele, Luigi, ha smesso di preoccuparsi da tempo. È il ricco della famiglia. Lo scorso anno si è comperato una costosa auto di lusso. Non è stato l’unico. Il mercato delle auto da sogno è salito in Italia del 60 per cento nel 2014. Ma anche per Michele le cose stanno andando meglio. La media tra il suo conto in banca e quello del cugino Luigi è ovviamente la media del pollo di Trilussa. Dice che tra il 2007 e il 2014 hanno perso reddito per 2.600 euro annui. E che nel 2015 ne recupereranno 220. Non una enormità ma qualcosa ci si può fare. Tanto che l’indice di fiducia sul futuro calcolato in base ai dati Istat è salito dai 93 punti del giugno 2013 ai 108 punti del giugno scorso. E fiducia e spesa vanno di pari passo. Nello stesso periodo i consumi di beni durevoli degli italiani sono saliti del 7 per cento.
Michele e la sua famiglia avevano ridotto molto le spese sanitarie, quelle non rimborsate dall’asl. Il ponte per il molare di Angela, la moglie, è rimasto a lungo in attesa. Ora si può pagare a rate. I tassi sono bassi, più per il Quantitative Easing di Draghi che per la generosità delle banche italiane. Con tassi bassi e inflazione bassa sale un po’ il potere d’acquisto e la famiglia di Michele può rottamare la vecchia utilitaria. L’aumento del 6,2 per cento dell’acquisto di auto e, più in generale, dei trasporti è solo una parte del fenomeno. Perché molti come Michele avevano rinviato il cambio dell’autoveicolo. Nel periodo 2007-2014 la spesa per trasporti era crollata del 24 per cento. In controtendenza i motocicli, meno costosi sia al momento dell’acquisto che per i costi di gestione. Tra il 2010 e il 2014 l’acquisto è aumentato del 3,2 per cento.
Non sono gli unici segnali che qualcosa si sta muovendo. Più del boom dell’acquisto delle lavatrici e dei frigoriferi (oltre il 50 per cento in un anno, il che spiega in parte il Ferragosto di lavoro alla Electrolux di Susegana) colpisce quello di un elettrodomestico fino a poco tempo fa simbolo della spesa voluttuaria: l’asciugatrice. Regolamenti condominiali più rigidi, che impediscono di stendere i panni fuori dalle finestre?
Un ultimo dato fa riflettere tra i tanti che raccontano la ripresa. È quello che l’ufficio studi della Coop definisce “l’allungamento dell’Italia”. Perché se la famiglia di Michele abita a Reggio Calabria spende 1.474 euro al mese. Se vive a Roma ne spende 2.243. Ma se sta a Trento può spenderne 2.566. Non tutte le riprese sono uguali.

Paolo Griseri
Repubblica 11 settembre 2015

Immigrati, la lezione americana

proffFra vent’anni, guardando le foto dell’arrivo dei profughi siriani a Monaco, accolti dall’Inno alla Gioia, della colonna di automobili austriache che trasportano altri profughi verso la Germania, della nostra Marina che ha salvato migliaia di persone nel Mediterraneo, penseremo che quello fu il momento in cui nacque l’Europa multietnica.
Come gli Stati Uniti sono una società di immigrati (più o meno recenti), così, piaccia o no, diventerà l’Europa. Al di là del problema dei profughi di guerra, l’Europa attira centinaia di milioni di potenziali immigrati che vivono vicinissimi ai suoi confini, per lo più con livelli di reddito infinitamente più bassi del nostro. Costruire, intorno all’Europa una muraglia, figurativa se non reale, è impossibile: non fermerebbe il flusso, avrebbe solo l’effetto di selezionare i più disperati. Controlli e selezione sì, non muri.

Che cosa ci insegnano gli Stati Uniti? Prima lezione: dal punto di vista economico una società multietnica può funzionare assai bene. Diversità di formazione, cultura, punti di vista, abilità, stimolano l’innovazione e la produttività. Questo vale soprattutto per immigrati con un livello di istruzione relativamente alto, ma non solo. In Italia, per esempio, le «badanti» straniere hanno risolto l’assistenza agli anziani, un problema sempre più centrale nelle nostre vite. Inoltre il livello di istruzione di una popolazione può aumentare, anche rapidamente, con adeguati investimenti in capitale umano, cioè nella scuola e nell’università. Investimenti che sono certamente piu utili di quelli in ponti o autostrade, come dimostra lo straordinario successo della Corea del Sud. Questo non significa, o non solo, più soldi pubblici: è soprattutto una questione di organizzazione e di merito, come scrivono da tempo Roger Abravanel e Roberto Perotti.

La seconda lezione è che la generosità (quella privata, ma anche il welfare pubblico) funziona molto meglio fra persone della stessa nazionalità e cultura. Cioè, siamo più disposti a pagare tasse anche elevate per un welfare generoso (e talvolta sprecone) verso i nostri concittadini nati qui; molto meno se percepiamo che del welfare beneficiano anche gli immigrati (che peraltro pagano anch’essi le tasse). Ci sono due modi per affrontare questo problema: uno è ridimensionare lo stato sociale, limitandolo alle funzioni di base, cancellando i benefici per chi non ne ha bisogno, eliminando privilegi e sprechi, cose che dovremo fare comunque – fra l’altro in Paesi come Italia e Germania che stanno invecchiando rapidamente, un flusso di immigrati giovani renderebbe il nostro welfare più sostenibile. L’altra risposta, odiosa, è discriminare fra nativi ed immigrati, una strada non percorribile, né moralmente, né praticamente.

Infine, i conflitti etnici diventano possibili, per quanto si faccia per evitarli. In Europa potremmo assistere alla crescita di partiti xenofobi, cui potrebbero opporsi partiti etnici, cioè gruppi politici interessati solo a promuovere gli interessi degli immigrati, di questa o quella nazionalità. Ciò renderebbe ingestibile non solo la politica dell’immigrazione ma anche la politica tout court . Un rischio tanto maggiore quanto più marcate sono le differenze culturali e religiose tra nativi e immigrati.

Come affrontare l’immigrazione, non solo quella con cui ci confrontiamo oggi, prodotta dalla crisi profughi, sarà il problema di gran lunga piu difficile che l’Europa e l’Italia dovranno affrontare nei prossimi anni. Non illudiamoci: come insegna l’esperienza americana sarà una strada piena di ostacoli, con passi avanti e fallimenti. Dobbiamo riuscire ad attrarre non solo individui con basso livello di capitale umano, ma anche persone più istruite e produttive. Ma non arriveranno solo immigrati con molti anni di istruzione alle spalle. Dovremo quindi fare uno sforzo per inserire loro e i loro figli nella scuola e nelle università in modo da aumentarne rapidamente il capitale umano. Dagli immigrati dobbiamo esigere il rispetto assoluto delle leggi: Germania, Gran Bretagna e Svezia, i Paesi europei che hanno le più ampie popolazioni immigrate (8% della popolazione in Germania e Gran Bretagna, 10 per cento in Svezia, a fronte del nostro 6 per cento) ci riescono.
Tutto ciò è molto piu facile in un Paese che cresce e che ha un bilancio pubblico in attivo, come la Germania. Ecco un altro motivo per cui far ripartire l’economia è fondamentale. Con un’economia che cresce è molto più facile sostenere la coesione sociale, che invece si perde quando le risorse non crescono e debbono essere spartite fra più persone.

Immigrati, la lezione americana

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della sera 13 settembre 2015