Novel food in arrivo

novel foodSui giornali italiani di giovedì 29 ottobre ha ottenuto molto spazio e visibilità la notizia di una presunta “apertura” dell’Unione Europea su cibi esotici come insetti, alghe e micro-organismi vari. La notizia ha guadagnato la foto principale della prima pagina – fra gli altri – della Stampa e dell’Unità, che hanno titolato rispettivamente “Alghe e insetti a pranzo, via libera dall’Ue” e “Indovina cosa viene a cena. Ue: insetti e alghe sono cibo”. In realtà la questione è un po’ più complessa e riguarda l’aggiornamento di una vecchia normativa del 1997 sul cosiddetto “novel food”, cioè di quegli alimenti che secondo la stessa definizione dell’Unione Europea «prima del 1997 non sono stati consumati significativamente all’interno dell’Unione».

L’aggiornamento della normativa, che prevede principalmente una semplificazione delle procedure di approvazione di cibi esotici da parte dell’Unione Europea, è stato effettivamente approvato mercoledì 28 dal Parlamento Europeo con 359 voti a favore e 202 contro: ma la normativa dev’essere ancora approvata dal Consiglio dell’Unione Europea, l’organo che è composto da un rappresentante per ciascuno stato – diverso a seconda della questione di cui si occupa – e che assieme al Parlamento Europeo esercita la funzione legislativa dell’Unione. E per vederne eventualmente i primi effetti potrebbe passare parecchio tempo.

Il contesto, i problemi
Dal 15 maggio 1997 è in vigore una normativa europea che regolamenta le procedure di approvazione di cibi che vengono immessi per la prima volta nel mercato europeo (il cosiddetto “novel food”). Rientrano in questa categoria i prodotti geneticamente modificati, quelli ottenuti con «microorganismi, funghi o alghe», gli alimenti che non sono stati ottenuti tramite «pratiche tradizionali di moltiplicazione o di riproduzione» e – genericamente – quelli che sono stati ricavati con un «processo di produzione non generalmente utilizzato». Quindi cibi “strani” e non previsti dalla dieta dei vari paesi europei, ma anche preparati con tecnologie nuove e non previste nel 1997.

Oggi, il procedimento per richiedere di poter vendere un nuovo alimento nell’Unione Europea funziona così: l’azienda presenta domanda di ammissione del proprio prodotto allo Stato in cui lo vuole commerciare. Lo Stato fa esaminare la domanda a un’authority indipendente. La domanda dell’azienda e la valutazione dell’authority vengono inviate alla Commissione Europea, che invia entrambi i documenti a tutti gli altri Stati dell’Unione, che a loro volta hanno 60 giorni di tempo per sollevare dei dubbi e chiedere nuovi esami. Nel caso questo succeda, è necessario che la Commissione dia la propria autorizzazione all’azienda, e per fare questo chiede un consulto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, un’agenzia dell’Unione Europea che ha sede a Parma e che si occupa di consulenza su questioni alimentari. Nel caso nessuno sollevi obiezioni, il singolo Stato può autorizzare l’azienda a vendere il suo prodotto. Ogni azienda deve ripetere lo stesso procedimento, anche se vende un prodotto identico a uno già approvato. Dal 1997 a oggi sono stati approvati 86 nuovi cibi, di cui 5 solo nel 2015 (fra cui latticini trattati con un particolare tipo di batteri, o l’olio tratto dalla microalga Schizochytrium). Secondo il Sole 24 Ore la Commissione Europea in questi anni ha esaminato 180 richieste.

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La nuova proposta
La normativa approvata dal Parlamento Europeo è stata presentata dalla Commissione Europea nel dicembre del 2013. Prevede in sostanza un aggiornamento delle categorie previste dal 1997 e una semplificazione delle procedure per avanzare la richiesta di vendere un nuovo prodotto.

L’aggiornamento delle categorie dovrebbe portare a un loro ampliamento che ad esempio tenga conto degli insetti – sui quali la Commissione Europea ha chiesto e ottenuto un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (che è stato sostanzialmente positivo) – e dei cosiddetti nanomateriali, cioè degli additivi microscopici. La nuova proposta prevede anche che le richieste per commerciare nuovi prodotti vengano avanzate direttamente alla Commissione, saltando in questo modo il passaggio nei singoli stati, e che una volta che un cibo sia stato approvato riceva una “autorizzazione generica” valida per tutti i prodotti identici messi ipoteticamente in vendita da altre società. La Commissione ha sette mesi per decidere se un cibo possa essere o meno commerciato in Europa. La nuova normativa prevede anche una procedura “agevolata” per prodotti già commerciati in un paese terzo «per almeno 25 anni nella dieta abituale di una grande parte della popolazione del paese». Non è ancora chiaro, comunque, quando questa normativa verrà esaminata dal Consiglio dell’Unione Europea: né di conseguenza se e quando entrerà in vigore.

http://www.ilpost.it/2015/10/29/insetti-alghe-parlamento-europeo-europa/

 

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Ttip :Transatlantic trade and investment partnership

ttip[1]Le ostriche coltivate in Europa vengono controllate per provare l’assenza di elementi nocivi, in America invece si controlla l’acqua in cui crescono: test scientifici hanno accertato che è esattamente la stessa cosa: si tratta solo di armonizzare le regole. Le creme solari vengono accuratamente testate per verificare che non contengano sostanze tossiche sia in Europa che in America: le autorità sanitarie hanno detto che è inutile ripetere i test quando le creme sono vendute sull’altro lato dell’oceano. Un batterio del prosciutto, Lysteria monocytogens, è accettato in piccole dosi in Europa mentre in America c’è tolleranza zero. Ma è maturo l’accordo per far venire gli ispettori americani in Europa a certificare gli stabilimenti Lysteria-free. E via dicendo. Tutto questo sarà reso possibile dal Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), il trattato di libero scambio Usa-Ue.

L’Ambrosetti ha confrontato i rapporti ufficiali e ha tratto la media: una volta approvato il trattato, il Pil crescerà di oltre lo 0,5% l’anno in Europa (73,2 miliardi di euro dei quali 5,6 in Italia) e dello 0,6 in America (85,5 miliardi). L’auto e l’alimentare cresceranno rispettivamente del 21,4 e del 9,4%, il valore aggiunto dell’export europeo reso possibile dai miglioramenti nei bilanci delle aziende esportatrici supererà i 190 miliardi, solo in Italia saranno possibili 30mila assunzioni entro tre anni.

Ma allora perché il Ttip ha tanti nemici?

Perché duecentomila manifestanti hanno sfilato sotto la Porta di Brandeburgo a Berlino e una petizione con tre milioni di firme è stata consegnata a Bruxelles per chiedere di interrompere le trattative? Per rispondere, l’unica è andare a vedere nel dettaglio cosa comprende il Ttip. Per la prima volta è possibile perché, a differenza degli altri accordi commerciali che vengono svelati al momento della discussione parlamentare, dopo la fase negoziale, questa volta, proprio per consentire una serena e consapevole valutazione, il Consiglio europeo ha reso noto il “mandato” con cui investe la Commissione della trattativa. Che si concluderà non prima del prossimo anno: una volta siglato, il trattato dovrà essere discusso e approvato dal Parlamento europeo e poi dai Parlamenti nazionali. E qui c’è una prima risposta all’opposizione che non ci sarebbe un controllo democratico.

Altrettanto laborioso l’iter in America, “anche se grazie alla Trade promotion authority ottenuta prima dell’estate, che le consente di negoziare gli accordi senza il vaglio sistematico del Congresso, e avendo appena chiuso l’altro trattato con l’Asia-Pacifico puntualizza Licia Mattioli, responsabile per l’internazionalizzazione della Confindustria – l’amministrazione Usa può convogliare tutte le risorse e le energie negoziali sul Ttip per provare a rendere possibile la conclusione prima dello scadere del mandato di Obama. I risultati di questo nuovo impulso sono già visibili”.

Dal Ttip è esplicitamente escluso il settore culturale nonché audiovisivo (compresa Internet), proprio i due punti d’attacco della contestazione. Ancora: i servizi pubblici non saranno privatizzati, e quindi nessuna norma impedirà a Stati e enti locali di continuare a gestire acqua, sanità, istruzione. “Non si tratta dunque di capire se e come gli americani accetteranno queste eccezioni, semplicemente il tema non è nella disponibilità dei negoziatori”, commenta Carlo Calenda, viceministro allo Sviluppo con delega al commercio estero. “Allo stesso modo il mandato chiarisce che non verrà modificato il principio di precauzione che regola l’ingresso degli Ogm in Europa: non sarà consentito finché non verrà conclamata la loro non pericolosità, esattamente il contrario dell’America dove sono ammessi finché qualcuno non prova che sono nocivi”.

L’Italia, tra l’altro, ha recentemente chiarito che non ammetterà sul suo territorio neanche la coltivazione, e che le importazioni sono consentite in pochissimi casi solo per i mangimi. “La mobilitazione contro il Ttip – commenta Calenda nasconde una battaglia ideologica contro l’economia di mercato, o forse contro l’America. Intendiamoci, sono non solo legittime queste battaglie ma a volte persino necessarie per stimolare un confronto ed evitare pensieri unici che non fanno bene alla democrazia, purché però si abbia il coraggio di farle apertamente senza diffondere informazioni false per alimentare paure e allarmismi”.

Ma allora, cosa c’è nel Ttip? Il trattato è diviso in tre capitoli: 1) barriere tariffarie, 2) barriere normative, 3) regole di enforcement.

Ognuno ha un’infinità di sottocapitoli dedicati ai più svariati problemi e attività economiche. Al round negoziale di Miami (l’undicesimo della serie iniziata nella primavera del 2013 conclusosi in modo interlocutorio venerdì scorso) sono stati al lavoro 50 gruppi settoriali. Vediamo allora punto per punto.

I dazi doganali fra Europa e Usa sono già bassi, poco più del 3% in media. Ma ci sono diverse punte clamorose: l’America impone una tariffa del 350% sulle sigarette e sul tabacco da pipa, del 160% sui prodotti agricoli (quando ne permette l’importazione), del 56% sulle scarpe, fino al 40% su tessile e abbigliamento. L’Europa non è da meno: penalizza le forniture in entrata dagli Stati Uniti fino al 25% per l’agricoltura, il 22% per i camion, il 17% sulle scarpe, il 12% sui vestiti, e così via. Di tutto questo dopo il Ttip non resterà praticamente nulla: l’obiettivo è azzerare fino al 97% di tutte le tariffe esistenti.

Le barriere non tariffarie rappresentano il vero cuore del Ttip. “In sostanza si tratta di armonizzare e quindi eliminare, secondo standard che di regola saranno i più rigorosi fra quelli vigenti sulle due sponde dell’Atlantico – dalle regole antinquinamento fino a quelle sulla sicurezza – una lunga serie di vincoli“, spiega Alessandro Terzulli, capo economista della Sace. Se gli Ogm sono fuori discussione il settore alimentare è fitto di esempi. In alcuni casi le differenze sono insormontabili, “perché radicate nella cultura dei rispettivi Paesi “, dice Calenda. Nessuno potrà evitare che gli americani continuino a somministrare ormoni ai bovini, però nessuno obbligherà gli europei a importarne. Così questo comparto non sarà oggetto dell’accordo: “Altrimenti si rischia di far saltare tutto, se uno dei due lati si accanisce su qualche punto”. Ma su tanti altri capitoli si sta lavorando. Per l’Italia è di particolare importanza imporre per la regola che blocchi l'”evocazione” di un prodotto Made in Italy, il famoso caso del Parmesan o del “Grana like” per intenderci. Non è una battaglia facile perché gli americani valorizzano non il fattore provenienza geografica bensì l’effetto-marca, proprio il contrario di quanto è nei nostri interessi. Eppure qualcosa comincia a muoversi: si sta facendo leva sul fatto che tutto sommato anche a loro conviene che non esistano più i jeans Real Texas fatti ad Afragola o a Treviso. Altro punto, il procurement, cioè l’aggiudicazione delle opere pubbliche che spesso è riservata a compagnie Usa. “Anche qui si sta andando lentamente verso una difficile intesa”, spiega Calenda. “Dove invece è inutile forzare è sugli slot aeroportuali delle linee interne, dove fatalmente i vettori locali continueranno a essere favoriti”. In generale, il tentativo è di creare un sistema di decision making “che metta le imprese in grado di fabbricare i prodotti una volta sola, evitando duplicazioni di modelli e test e riconoscendo standard validi per entrambi i continenti”, spiega Mattioli di Confindustria. Nell’auto il costo medio delle diverse norme è il 35% del prodotto esportato, nell’alimentare del 40, nell’aerospazio del 55. “Spesso il fatto di dover fabbricare due diversi prodotti per i due mercati scoraggia talmente tanto le piccole imprese, da far sì che queste desistano perdendo quote di mercato importantissime”, riprende Calenda, che così risponde a un’altra obiezione ricorrente, che il Ttip sarebbe disegnato su misura per le grandi imprese. “È vero tutto il contrario”. A Miami “con una tabella di marcia ancorata a date precise e risultati concreti” dice Mattioli “i negoziati sono finalmente entrati nel vivo. Il progetto di armonizzare gli standard tecnici e industriali punta sulla pattuglia avanzata di nove settori-apripista: chimica, cosmetica, engineering (frigoriferi, prese elettriche, trattori, apparecchi a pressione), l’Ict, apparecchiature medicali, pesticidi, farmaceutica, tessile, auto“.

Per rendere obbligatorie le regole, l’unica è creare un sistema di sanzioni con un organismo in grado di comminarle in modo cogente. Per rendere più forte il sistema e più vicino alle abitudini europee, la commissaria alla concorrenza Cecilia Malmstrom ha proposto di modificare la cosiddetta “clausola Isds” che prevede che l’investitore o l’esportatore possa chiamare in causa uno Stato presso un gruppo arbitrale internazionale se si ritiene vittima di discriminazione o esproprio da parte del Paese che ospita l’investimento. Ora invece dovrebbe essere creato un vero e proprio tribunale con giudici professionisti di entrambi i continenti, che darebbe più garanzie contro i conflitti d’interesse. È importante includere uno strumento di tutela nel Ttip anche per creare un precedente rispetto ad altri trattati, tipo con la Cina o altri Bric, dove la necessità di proteggere i nostri investitori è più forte perché il valore della rule of law è inferiore rispetto agli Usa. E così si potrà in futuro pensare ancora più in grande: a un’area di libero scambio che comprenda i Bric e tutto il pianeta.

Eugenio Occorsio

26 ottobre 2015

Affari &Finanza

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/10/26/news/usa-ue_commercio_senza_pi_barriere_perch_i_no-ttip_attaccano_il_trattato-125967435/

INCHIESTA: IL TRATTATO GLOBALE CHE FA PAURA

Da due anni Europa e Stati Uniti discutono in segreto del Ttip, l’accordo di libero scambio che dovrebbe creare il più grande mercato economico mondiale, liberalizzando commerci e investimenti. La promessa è quella di aumentare ricchezza e occupazione, ma sulle due sponde dell’oceano l’opposizione si fa sempre più vasta. Il timore è soprattutto quello di concedere troppo potere alle multinazionali e di aprire i nostri supermercati a prodotti che non garantiscono gli stessi standard di sicurezza conquistati dai consumatori europei

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2015/05/04/news/inchiesta_ttip-113488532/

Opinioni e trascrizioni

constatoLa vicenda era scaturita per iniziativa del sindaco di Roma imitato poi da altri primi cittadini: Marino, nel corso di una folkloristica cerimonia in Campidoglio, aveva riconosciuto il legame “nuziale” sancito oltreconfine per 16 coppie romane formate da uomini o da donne. Il Viminale si era subito attivato, invitando l’allora prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, e tutti i colleghi d’Italia nella cui giurisdizione fossero stati compiuti simili riconoscimenti, a disporre l’immediato loro annullamento.

Roma Capitale e le coppie interessate avevano promosso un ricorso al Tar del Lazio, che con sentenza pronunciata in marzo aveva dato ragione al Ministero – il matrimonio è solo tra uomo e donna – accogliendo però sotto il profilo procedurale la prospettazione dei ricorrenti: il prefetto non ha titolo per annullare nessun atto di stato civile, semmai, è competente il tribunale ordinario. Conseguenza pratica: perché questi “matrimoni” venissero dichiarati nulli sarebbe servita l’iniziativa del pubblico ministero. Di qui l’appello del Viminale e del suo rappresentante per Roma al Consiglio di Stato. 

La sentenza è stata pronunciata l’8 ottobre, ma solo ora ne è giunta notizia. Nel merito, il più alto organismo della giustizia amministrativa ha confermato la pronuncia di primo grado: partendo infatti dal dato per cui, a norma del diritto internazionale, «i presupposti di legalità del matrimonio» sono quelli regolati «dalla legge nazionale di ciascun nubendo», ha chiaramente affermato che «prima condizione di validità ed efficacia» per l’Italia è «la diversità di sesso». Analizzando poi quali siano i poteri-doveri dell’ufficiale di stato civile a cui venga chiesta la trascrizione di nozze all’estero i giudici amministrativi hanno ricordato che il Dpr 396/2000 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile) impone loro l’accertamento degli «elementi» e dei «contenuti» perché l’atto sia valido. Requisito mancante nel caso in esame, perché la stessa norma prevede una «dichiarazione degli sposi di volersi prendere rispettivamente in marito e moglie». 

A questo punto, il Consiglio di Stato ha dimostrato come tale inquadramento sia conforme sia alla giurisprudenza della Corte costituzionale sia a quella europea. Quanto alla prima, ha ricordato infatti come la Consulta abbia «già affermato la coerenza dell’omessa omologazione del matrimonio omosessuale a quello eterosessuale», affermando quindi la «costituzionalizzazione» del requisito della diversità di sesso. Quanto alla seconda, ha sottolineato che la Corte europea dei diritti dell’uomo, decidendo di recente su un caso simile, ha chiesto all’Italia «di assicurare una tutela giuridica alle unioni omosessuali» affermando però a chiare lettere che «l’eventuale ammissione» delle nozze gay rientra nella «discrezionalità riservata agli Stati». Nessun obbligo, insomma, ma piena libertà al Parlamento. I massimi giudici amministrativi hanno messo nero su bianco un importante principio: «A fronte della pacifica inconfigurabilità di un diritto al matrimonio omosessuale, resta preclusa all’interprete ogni opzione ermeneutica creativa che conduca all’equiparazione dei matrimoni omosessuali a quelli eterosessuali». Poi hanno lanciato un monito ai giudici del Paese: «Il dibattito politico e culturale in corso in Italia sulle forme e sulle modalità del riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali sconsiglia all’interprete qualsiasi forzatura nella lettura della normativa di riferimento». Infine hanno evidenziato ciò che accadrebbe in caso contrario: «Si finirebbe per ammettere, di fatto, surrettiziamente ed elusivamente il matrimonio omosessuale anche in Italia, tale essendo l’effetto di quello celebrato all’estero tra cittadini italiani».

Chiarito ciò, i giudici amministrativi hanno spiegato perché i prefetti possono e devono annullare questo tipo di riconoscimenti, nonostante le vertenze relative allo stato civile siano per legge affidate ai tribunali ordinari. «Tra le materie affidate alla cura del sindaco quale ufficiale di Governo – scrive il Consiglio di Stato – è compresa anche la tenuta dei registri di stato civile». Dunque per queste funzioni il primo cittadino «resta soggetto alle istruzioni impartite dal Ministero dell’interno». E ciò anche nell’ottica di «assicurare l’uniformità di indirizzo su tutto il territorio nazionale», uniformità che «verrebbe vanificata se ogni sindaco potesse decidere autonomamente sulle regole generali di amministrazione della funzione». 

Può dunque un prefetto annullare la trascrizione di un matrimonio omosessuale? Sì, perché le «funzioni di direzione, sostituzione e vigilanza» che la legge assegna ai rappresentanti territoriali del Governo, comprendono anche un «potere di annullamento gerarchico d’ufficio» sugli «atti illegittimi adottati dal sindaco». Purché il contenuto di questi atti, per legge, abbia visto partecipare il primo cittadino «nella sua qualità di ufficiale di Governo». E non di organo locale come lo sono Giunta e Consiglio comunale. Conseguenza di tutto ciò: ogni “matrimonio” gay celebrato all’estero e trascritto in Italia sarà definitivamente annullato. Senza più nessuna possibilità d’appello.

Mario Palmieri

Nozze gay: si torna alla Costituzione

Avvenire 27 ottobre 2015

http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/consiglio-di-stato-nozze-gay-contratte-all-estero-non-sono-trascrivibili.aspx

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È SOLO apparentemente un paradosso. Ma la sentenza mette in mora la politica sui diritti civili.

Persino una decisione ispirata da una chiara matrice conservatrice, ha dato atto che sono le Corti europee «ad imporre allo Stato di assicurare una tutela giuridica delle unioni omosessuali ». Come ancora il Consiglio di Stato ha dovuto ricordare «la violazione da parte dello Stato italiano dell’art. 8 della Carta dei diritti dell’Uomo, nella misura in cui (il nostro Paese) non assicura alcuna protezione giuridica alle unione omossessuali».

Se quindi anche una sentenza, come quella dell’altroieri, scritta senza alcun favore per i movimenti omossessuali, deve dar conto dello straordinario ritardo di cui si sta macchiando il nostro sistema sul fronte di basilari diritti civili, allora diventa ineludibile l’obbligo repubblicano del Parlamento di esaminare e definitivamente varare il noto testo di legge che è in questi giorni al suo esame.

Non c’è davvero più spazio per meline e rinvii, tanto più se strumentalmente motivati addirittura sulla negazione di diritti che devono riguardare tutte le unioni, anche quelle tra uomo e donna, come l’adottare il figlio del proprio compagno o della propria compagna di vita. È il capitolo dell’ormai nota stepchild adoption che solo in Italia si vorrebbe impedire con la davvero goffa motivazione che ciò potrebbe in qualche modo incentivare la pratica, che invece resterebbe pacificamente vietata, dei cosiddetti uteri in affitto. È come dire che impediamo la costruzione di automobili e i progressi meccanici perché altrimenti si incentiva la violazione dei limiti di velocità e del codice della strada.

Si tratta all’evidenza di pretesti che qualsivoglia governo responsabile, vi è più se a dichiarata guida riformista, deve respingere senza infingimenti, lasciando stare l’ipocrita scappatoia dei voti segreti o di coscienza. Se si è giunti a ipotizzare questioni di fiducia su controverse riforme elettorali e costituzionali, risulta doverosa una analoga determinazione su un fronte che sta alla base della convivenza civile. Quando anche le sentenze che aderiscono alle ipotesi interpretative più conservative, devono necessariamente rimarcare l’oggettivo ritardo del nostro ordinamento.

Del resto anche a diritto vigente esistono pure conclusioni in gran parte diverse da quelle del giudice amministrativo, avendo anche di recente il giudice ordinario (Corte d’Appello di Napoli) ritenuto doverosa la trascrizione di un matrimonio omosessuale celebrato da cittadini francesi trasferitisi in Italia.

Ma altro non è che la ulteriore conferma dell’urgenza che impone alla politica e al legislatore di non tardare un giorno ancora. Non possiamo essere la maglia nera d’Europa, il ridotto medievale di un oltranzismo conservatore che giunge a negare elementari diritti civili; né una sorta di lotteria d’Arlecchino, dove questioni così basilari, risultano affidate al bussolotto della diversa opzione culturale dei giudici che occasionalmente ti trovi di fronte. A volte il legislatore è debordante. Ma altre, quando tace, si macchia di inaccettabile ignavia.

L’IGNAVIA 

GIANLUIGI PELLEGRINO

Repubblica 28 ottobre 2015

 

 

 

 

 

Marx a pagamento

marxxxCome sottolinea in un lungo articolo il «Wall Street Journal» una visita alla tomba di Karl Marx nel cimitero di Highgate costa 4 sterline (5,55 euro). Se prima nessuno, o quasi ci faceva caso, ora i tanti militanti laburisti che vanno a rendere omaggio alla tomba del pensatore cardine del comunismo trovano oltraggioso il fatto di dover pagare. Peccato che i soldi che vengono incassati da turisti, militanti e curiosi, servano per mantenere il resto del cimitero, dove riposano altre 170mila anime decisamente meno famose. In genere ci sono 200 visitatori al giorno per la tomba di Marx, ma sono in aumento. La decisione di recintare la tomba di Marx che rese poi possibile la visita dietro compenso, fu però motivata in passato non solo da ragioni economiche, ma anche di sicurezza, visto che negli anni ‘60 il cimitero fu più volte vandalizzato e divenne metà favorita degli occultisti. Il monumento a Marx divenne poi negli anni ‘70 un bersaglio dei vandali con tentativi di tagliare il naso al busto del filosofo tedesco. Il memoriale divenne oggetto perfino di un fallito attentato, che vide dell’esplosivo piazzato nei pressi del piedistallo (su cui è incisa la celebre frase del filosofo di Treviri «Lavoratori di tutto il mondo unitevi») che danneggiò la copertura esterna di marmo dello stesso.

Fu così che nel 1975 un londinese, Jean Pateman, fondò l’associazione «Gli amici di Highgate» ed ebbe l’idea (attuata molto tempo dopo) di far pagare per visitare la tomba, replicando alle accuse di marxisti e laburisti di sfruttare la popolarità del filosofo, con l’affermazione divenuta proverbiale «Anche Marx conduceva una vita capitalista». E se i militanti più puri e duri sostengono che Marx sarebbe stato disgustato dall’idea di far pagare per far visitare la sua tomba c’è chi, come Alex Gordon, a capo della «Marx memorial library & workers school» non ci vede nulla di male. Del resto, come dicevano i latini, «Pecunia non olet.

Marco Letizia

Corriere della sera  27 ottobre 2015

http://www.corriere.it/esteri/15_ottobre_27/tomba-marx-pagamento-nuovi-laburisti-corbyn-insorgono-c630f704-7c9a-11e5-8cf1-fb04904353d9.shtml

Cimitero di Highgate

http://highgatecemetery.org/

La legge del mercato

Esce in sala il film di Stephane Brizé con Vincent Lindon che a Cannes ha vinto il premio per la migliore interpretazione

Thierry ha 51 anni, una moglie, un figlio disabile. Thierry aveva un lavoro fino a 20 mesi fa, oggi ha solo un assegno di disoccupazione. Quando dopo mesi di stage, corsi e tentativi di ricollocarsi trova finalmente un impiego nella sicurezza di un supermercato dovrà rispondere alla domanda: fino a che punto sono disposto a venire a patti con la mia coscienza pur di tenermi il posto? “Prima ancora di arrivare sul set ci siamo fatti questa domanda che è il cuore del film – dice Vincent Lindon che interpreta Thierry – In realtà poi rispondere alla domanda è molto complicato. Non accettare qualcosa di inaccettabile e dire basta è coraggioso, comporta opporsi al sistema. Ma allo stesso tempo il contrario è ugualmente coraggioso: soffrire, soffrire e soffrire in silenzio per portare a casa una bistecca da mettere in tavola per la propria famiglia. Il mondo è complesso e ambiguo. Io non so se avrei potuto sopportare così a lungo come lui, ma come Thierry sono convinto che esistano dei limiti. Io amo la sua dignità e il suo sangue freddo, persino la sua dolcezza. Ho molta ammirazione per chi riesce a stare calmo come Thierry perché io sono un tipo piuttosto focoso”.

 

 

Il film

http://www.mymovies.it/film/2015/laloidumarche/

10 film sul lavoro

http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2014/10/10/foto/dieci_film_sul_lavoro_da_tempi_moderni_di_chaplin_a_smetto_quando_voglio-97799761/1/#1

 

70 anni di ONU

flagonu Nella notte tra il 23 e il 24 ottobre centinaia di monumenti in 75 paesi del mondo sono sati illuminati di blu per celebrare il 70esimo anniversario della nascita delle Nazioni Unite, l’organizzazione creata alla fine della Seconda guerra mondiale per evitare l’inizio di un nuovo grande conflitto. Oggi le Nazioni Unite sono un’organizzazione enorme, con un budget annuale di 40 miliardi di dollari, 193 stati membri e decine di agenzie impegnate a risolvere i grandi problemi del mondo, come la fame, le epidemie e le discriminazioni.

La nascita delle Nazioni Unite non era un fatto scontato alla fine della Seconda guerra mondiale. La Società delle Nazioni, un’organizzazione simile creata 25 anni prima, aveva completamente fallito il suo principale obiettivo: impedire l’inizio di una nuova guerra mondiale. Le ambizioni e le rivalità dei singoli stati si erano dimostrati ostacoli troppo difficili da superare, e il fatto che gli Stati Uniti – i principali promotori della Società delle Nazioni – avessero deciso di non entrare a farne parte tolse all’organizzazione gran parte delle possibilità che aveva di influenzare i paesi membri. Nel 1945 bisognava essere dotati di una forte dose di idealismo per credere che ripetere l’esperimento avrebbe sortito risultati diversi. La nascita dell’ONU fu proprio il prodotto del contributo di intellettuali, attivisti e politici animati da buone intenzioni, oltre che di uomini di stato che in mente avevano sopratutto la cosiddetta “realpolitik”, il pragmatismo in politica.

Il primo documento che secondo alcuni storici può essere considerato la “nascita delle Nazioni Unite” è la Dichiarazione Atlantica formulata da Stati Uniti e Regno Unito nell’agosto del 1941, circa due anni dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale. Pochi mesi dopo i contenuti di quella prima Dichiarazione furono ripetuti nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, un documento firmato dalle principali potenze in guerra contro l’Asse, cioè Stati Uniti, Regno Unito, Russia e Cina, più altri 26 paesi. Fu la prima volta in cui si citò il termine “Nazioni Unite”, che per tutta la guerra sarebbe stato spesso usato per indicare quelli che oggi identifichiamo come “gli alleati”.

La due dichiarazioni contenevano una serie di principi che sarebbero considerati ambiziosi ed idealisti anche al giorno d’oggi. La guerra, era scritto, non avrebbe dovuto portare ad allargamenti territoriali per nessuno dei belligeranti, alla fine delle ostilità i popoli avrebbero avuto diritto all’autodeterminazione e i loro diritti umani e politici avrebbero dovuto essere rispettati. Le dichiarazioni avevano anche contenuti più prosaici, come ad esempio l’impegno a combattere contro Germania, Giappone e Italia senza firmare accordi separati – era quello il punto fondamentale per i principali belligeranti: stabilire chiaramente che non ci sarebbe dovuta essere alcuna pace separata fino alla vittoria.

Nelle dichiarazioni c’era anche una considerevole dose di ipocrisia da parte di molti dei contraenti. Il Regno Unito, ad esempio, governava all’epoca quasi un terzo del mondo e aveva sotto di sé decine di popoli a cui non era mai stato chiesto cosa pensassero del governo britannico. L’Unione Sovietica aveva milioni di cittadini imprigionati nei gulag e stava procedendo proprio in quegli anni a spostare milioni di suoi cittadini di etnie ritenute “infedeli” da un angolo all’altro del paese.

Negli anni successivi alle dichiarazioni, mentre la guerra era ancora in corso, Stati Uniti, Regno Unito, Cina e Russia continuarono le trattative e stabilirono la necessità di sostituire la vecchia Società delle Nazioni con un nuovo organismo, più dinamico ed efficiente. Le caratteristiche dell’ONU furono decise durante una serie di conferenze tra il 1943 e il 1945 e alcuni degli errori commessi una generazione prima – o almeno, quelli che erano considerati degli errori – non furono più ripetuti. Venne stabilito ad esempio che le cinque potenze vincitrici della guerra avrebbero goduto di una posizione di preminenza speciale all’interno della nuova organizzazione: nacque così il Consiglio di Sicurezza, i cui cinque membri permanenti, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina e Russia, avrebbero goduto del diritto di veto su qualunque iniziativa dell’organizzazione.

Durante le ultime settimane di guerra in Europa, nell’aprile del 1945, i paesi che avevano aderito alla Dichiarazione delle Nazioni Unite si riunirono a San Francisco per decidere sull’istituzione di un’organizzazione che li rappresentasse. Si accordarono sulla Carta delle Nazioni Unite che, come la Costituzione di uno stato nazionale, costituisce il fondamento dell’ONU e stabilirono che il nuovo documento sarebbe entrato in vigore il 24 ottobre di quell’anno. Il 6 gennaio del 1946 a Londra si celebrò la prima Assemblea Generale della nuova Organizzazione delle Nazioni Unite.

Sono passati 70 anni e finora non si è mai arrivati a una terza guerra mondiale. Un altro conflitto mondiale avrebbe potuto essere anche più devastante dei primi due, vista l’esistenza delle armi nucleari. Quanto sia merito dell’ONU o se l’ONU non abbia a che fare con questo successo è ancora oggetto di dibattito tra storici, analisti e politici. Ma l’ONU non ha solo cercato di impedire una nuova guerra mondiale e con gli anni le sue competenze si sono allargate, dagli sforzi contro la diffusione di epidemie a quelli per limitare la malnutrizione e le discriminazioni. Le attività dell’ONU hanno anche fallito, a volte in maniera spettacolare: per esempio come quando nel 1994 le forze di pace delle Nazioni Unite non riuscirono a impedire il genocidio di quasi un milione di persone in Ruanda.

L’ONU ha ottenuto anche grandi successi, come l’eradicazione del vaiolo nel 1980. Negli ultimi anni l’Agenzia Mondiale della Sanità, una delle agenzie che fanno parte dell’ONU, è arrivata a un passo dall’eradicazione della poliomielite (il Guardian ha messo insieme un piccolo elenco di questi successi). Oggi si discute molto di quale sarà il futuro dell’ONU, di quale sia stato il suo contributo nel passato e di come può essere riformata l’organizzazione per renderla più efficiente. Quello che è certo è che senza le Nazioni Unite gli ultimi 70 anni sarebbero stati un periodo molto diverso.

http://www.ilpost.it/2015/10/24/nascita-onu-70-anni-fa/

 

La Bce non tocca i tassi

dadtassNessun cambiamento del costo del denaro nell’Eurozona: come da attese, la Banca centrale europea ha lasciato il tasso principale di rifinanziamento al minimo storico dello 0,05%.

Spiegando la scelta, il governatore Mario Draghi ha convinto con le sue parole i mercati della volontà – crescente in seno a Francoforte – di essere ancora più accomodanti, cioè pompare più denaro nel sistema. Ha sì confermato ampiezza e portata del piano d’acquisto di titoli lanciato a marzo scorso (Quantitative easing), che sta dando risultati sul miglioramento delle condizioni dell’accesso ai finanziamenti. Ma ha anche rilanciato: possibili modifiche per dare ulteriore supporto all’economia sono rimandate a dicembre, quando saranno disponibili le nuove stime dello staff di economisti della Bce sull’andamento dell’economia e dell’inflazione. Gli investitori hanno interpretato la posizione dell’Eurotower come un annuncio di qualcosa che accadrà, semplicemente poco più avanti nel tempo: l’euro è sceso sotto la soglia di 1,12 dollari, le Borse europee hanno guadagnato quasi tutte il 2% e lo spread tra Btp e Bund tedeschi è calato sotto 100 punti (non accadeva da marzo)……
Secondo gli analisti di Ig Markets, “Draghi ha voluto lasciar intendere in modo forte e chiaro che la Bce terrà una posizione aggressiva sui mercati pronta a intervenire se le pressioni deflazionistiche dovessero aumentare”. Per gli esperti di Barclays, le parole del governatore rafforzano un incremento del Qe entro fine anno e il suo prolungamento – per sei o nove mesi – oltre la scadenza naturale del settembre 2016.

Le attese sono state così centrate: i mercati si aspettavano parole ‘da colomba’, che segnalassero la volontà di agire modulando il ritmo e la quantità degli acquisti di titoli (anche di Stato) nell’ambito del Quantitative easing lanciato nel marzo scorso. “Pensiamo che la Bce segnalerà che è pronta ad agire, se necessario, e che la porta è aperta per un ulteriore allentamento, ma più probabilmente in occasione delle riunioni dicembre o gennaio”, riferivano gli economisti di JPMorgan in una nota.

Già l’austriaco membro del board, Edwald Nowotny, ha notato nei giorni scorsi che fino ad ora non si sono visti grandi risultati sul fronte dell’inflazione. A settembre i prezzi al consumo dell’Eurozona hanno mostrato una dinamica negativa (-0,1% su anno) e, se un livello di inflazione prossimo allo zero proseguisse, la Banca centrale potrebbe decidere di estendere durata o portata del suo programma di acquisto di asset privati e pubblici da 60 miliardi di euro al mese. Il Qe è stato lanciato a marzo per contribuire a riportare il tasso verso l’obiettivo di un rialzo annuo “sotto ma prossimo al 2%”, come da mandato della Bce. Timidi segnali di ripresa sulla dinamica dei prezzi sono emersi dalla lieve risalita del tasso swap cinque anni su cinque anni, cioè l’inflazione che il mercato si aspetta di prevedere fra altri cinque sulla distanza di altri cinque anni. …

Raffaele Ricciardi

La Bce non tocca i tassi, Draghi sposta a dicembre l’ampliamento del Qe

Repubblica 22 ottobre 2015

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/22/news/bce_draghi_tassi_interesse_quantitative_easing-125654325/?ref=HREC1-19