Prezzi freddi

defllazzVent’anni fa, prima di diventare un blogger di successo, Paul Krugman ha avuto un’intuizione brillante. Ha colto quello che sarebbe diventato un tratto dell’epoca, i prezzi freddi.
L’economia mondiale del ventunesimo secolo somiglia a un solo grande mercato, da Ho Chi Minh City a Boston, con al suo interno diseguaglianze enormi. Un operaio cambogiano lavora a una frazione del costo di uno tedesco, e così via. Questa concorrenza fra sette miliardi di persone tiene strutturalmente sotto pressione al ribasso la dinamica dei prezzi nell’emisfero Nord del mondo. Non è un caso se le banche centrali dei Paesi ricchi hanno già stampato qualcosa come settemila miliardi di dollari (quattro volte e mezzo il reddito dell’Italia) nel tentativo di scongiurare la deflazione. Questa è una parola che inquieta, perché ne conosciamo le conseguenze. Le famiglie rinviano gli acquisti aspettando che fra qualche mese un’auto o una vacanza costino meno. Le imprese sospendono gli investimenti perché temono di dover vendere in futuro un manufatto a un prezzo troppo basso rispetto al costo di produzione attuale. Tutti aspettano, i prezzi scendono ancora di più, e la spirale fa un altro giro.

Se ci sono cause secolari di queste minacce (non ancora realtà), ce ne sono altre più vicine. La Cina è in una brusca frenata. In Brasile è ormai aperta quella che chiamano la «Caipirinha Crisis». L’America cresce, ma meno di quanto si sperasse un anno fa, e persino Germania e Spagna danno segnali di affanno.
Questo non è un replay del 2009, perché l’espansione continua. Ma il paradosso per l’Italia è che vive una ripresa più vivace proprio mentre quasi ovunque nel mondo accade il contrario. L’insidia della deflazione prende spunto proprio da qui: meno crescita, dunque meno domanda di petrolio, che ne fa crollare i corsi e spinge verso l’Europa una seconda ondata di freddo sui prezzi.
Per l’Italia possono esserci anche conseguenze positive: la Banca centrale europea reagisce ai rischi creando moneta e iniettandola nell’economia tramite l’acquisto di titoli pubblici, e forse in futuro lo farà ancora di più. Così il governo gode di tassi più bassi. Nessuno beneficia dell’azione della Bce come uno Stato debitore da 2.200 miliardi, che di solito pagherebbe interessi più pesanti degli altri: non è un caso se proprio ora l’Italia migliora, in controtempo sul resto del mondo.

Ci sono però anche dei rischi. Quando l’inflazione è sottozero il reddito nazionale, contato in euro, sale meno di quanto non si sperasse. Soprattutto sale meno del debito, perché questo cresce per inerzia a causa dei tassi d’interesse. Meno euro del previsto in entrate, stessi euro di interessi da pagare. Il risultato può essere un debito pubblico più alto.
Proprio in una fase così il governo sta perseguendo una forte detassazione del mondo produttivo, giusta e coraggiosa. Basta che non dimentichi la profezia di Krugman, se per caso esita di fronte ai tagli di spesa corrispondenti.

Il dilemma dei prezzi

Federico Fubini

Corriere della Sera – 2 ottobre 2015

http://www.corriere.it/editoriali/15_ottobre_02/dilemma-prezzi-12bcbfe2-68c1-11e5-a7ad-17c7443382c3.shtml

Uber consensus

uberrrrrrrrIn genere quando su un tema si dice “gli economisti sono d’accordo che…”, non è mai vero. L’economia riesce a essere concorde su alcune leggi e regole generali, ma quando poi si entra nel dettaglio delle proposte o delle problematiche in genere per ogni economista che sostiene qualcosa ce n’è almeno un altro che la pensa in modo opposto. Uno dei pochi temi su cui invece si può dire che “gli economisti sono d’accordo” è paradossalmente uno dei più controversi e più osteggiati a livello politico e mediatico: Uber.

Gli economisti sono tutti concordi nel sostenere che Uber sia un beneficio per i consumatori. L’Università di Chicago attraverso l’Igm Economic Experts Panel intervista un gruppo di economisti per informare il pubblico su come la pensano su importanti questioni pubbliche. Agli intervistati è stato chiesto se è vero che “lasciar competere società come Uber o Lyft (un’app concorrente diffusa negli Stati Uniti, ndr) con i taxi in condizioni di parità per quanto riguarda i requisiti di sicurezza e assicurazione, ma senza vincoli su prezzi o rotte, aumenta il benessere dei consumatori”. Il 100 per cento degli economisti intervistati si è detto d’accordo, o meglio il 35 per cento è “d’accordo” e il 65 per cento “pienamente d’accordo”, nessun “incerto” o in disaccordo.

Non accade quasi mai. In tutte le altre interviste sugli argomenti più disparati, dalle politiche monetarie al referendum greco, dall’aumento del salario minimo a quello delle tasse sui ricchi, dalla disuguaglianza alla sanità, non c’è mai un consenso assoluto come in questo caso. E non si può neppure dire che il campione usato dall’università di Chicago non sia competente o rappresentativo di diverse opinioni o scuole di pensiero, dato che gli intervistati la pensano in maniera diversa su tutto il resto e insegnano nelle più prestigiose università statunitensi: Alan Auerbach e Emmanuel Saez di Berkeley, Richard Thaler di Chicago, Alberto Alesina e Raj Chetty di Harvard, Daron Acemoglu e David Autor del Mit e altri prestigiosi accademici di Princeton, Stanford e Yale. In tutto 40 economisti, tutti d’accordo nel ritenere l’innovazione tecnologica di Uber e una maggiore concorrenza nei taxi un beneficio per le persone che desiderano spostarsi in città in tutta sicurezza e a condizioni di servizio o di prezzo migliori.

Un sondaggio del genere nel Parlamento italiano, che sta discutendo il ddl concorrenza in cui sono trattati proprio questi temi, probabilmente darebbe risultati opposti: per il 100 per cento o giù di lì Uber è considerato una minaccia e una maggiore concorrenza nel settore taxi qualcosa da evitare come la peste. Ma la politica ha le sue ragioni, che gli economisti non conoscono (o non considerano): è il beneficio elettorale della lobby dei taxi che conta e non quello di chi cerca un’auto che lo porti da qualche parte in tempi ragionevoli e a prezzi accessibili.

Luciano Capone

Il Foglio 2 ottobre 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/10/02/uber-consensus-sondaggio-economisti-america___1-v-133421-rubriche_c797.htm

Cos’è Uber

http://www.famigliacristiana.it/articolo/uber-che-cos-e-e-come-funziona.aspx

http://www.ilpost.it/2015/07/10/uber-illegale-sentenza/