La frontiera dei lavoratori fuori orario

impiegUtilizzando il famoso esempio del dito e della luna in quest’articolo lasceremo da parte il primo (le polemiche attorno alle sortite di Giuliano Poletti) e ci occuperemo della seconda: dove le trasformazioni del lavoro stanno avvenendo in maniera più rapida e non ancora metabolizzata dal dibattito pubblico.

Cominciamo dalle fabbriche, come la Ducati citata dal ministro, perché “l’operaio lavora in uno spazio e con dei tempi che non sono dettati da una macchina“.

Secondo Luciano Pero, studioso di organizzazione del lavoro e docente al Politecnico di Milano in Italia, “esperienze come quella sono molto più diffuse di quanto si pensi e non solo nelle aziende a proprietà tedesca”.

Sono tanti gli operai e i tecnici che lavorano nelle isole in cui il tempo-macchina non è predefinito. “Cito l’Aermec che produce banchi frigo per supermercati e dove il montaggio viene gestito da un team che permette al singolo di auto-organizzarsi, di montare i suoi pezzi in autonomia e di aiutare il compagno se c’è la necessità. Situazioni così non sono mosche bianche”.

E’ difficile tirar fuori un dato statistico ma Pero garantisce che si tratta di un fenomeno in crescita e annovera la Fiat di Pomigliano tra le realtà più innovative. Il punto-chiave sta nell’autonomia di cui gode il team: se può ruotare le persone, se può distribuire i compiti tra una postazione e l’altra, se può fornire suggerimenti al management.

“In Italia prevale una cultura del team informale, i tedeschi lo formalizzano”.  E si sviluppano esperimenti in cui la squadra gestisce persino i permessi dei singoli lavoratori e l’ingresso/uscita dalla fabbrica. La svizzera Endress-Hauser fa qualcosa del genere anche negli stabilimenti italiani.

Dove il rapporto tra orario e prestazione di lavoro si presenta in forme dirompenti è nel mondo dei free lance. In Italia sono circa 300 mila, per lo più figure professionali del terziario (informatici, grafici, consulenti, etc.) che lavorano su commessa e hanno il problema di farsi pagare bene.

I redditi medi dei free lance oscillano tra i 18 e i 19 mila euro annui mentre a parità di figura professionale un dipendente percepisce oltre 29 mila euro.

“C’è una differenza di circa 10 mila euro lordi ai quali va aggiunto che la previdenza è totalmente a carico del lavoratore autonomo mentre il dipendente contribuisce solo per il 9% e anche dal punto di vista fiscale la no tax area per noi è più bassa” dichiara Andrea Dili, portavoce di Alta Partecipazione, un’associazione di free lance.

Qual è il concetto c’è sta dietro queste cifre? I free lance offrono flessibilità al datore di lavoro ma avendo un rapporto negoziale debole con le grandi imprese non vengono remunerati il giusto.

“Se prenoto un volo con una data fissa lo pago meno di un  volo aperto. Nel lavoro non succede così, quello flessibile costa meno e i giuslavoristi, legati alla cultura del Novecento, hanno sempre legittimato questa differenza”.

I rapporti di forza tra offerta e domanda di lavoro sono ancora più sbilanciati in quello che l’Economist ha definito “lavoro alla spina” riferendosi ai lavoretti richiesti dalle piattaforme digitali come Uber.

Spiega la sociologa Ivana Pais, autrice del libro “Il lavoro in rete”: “Stati Uniti e Italia restano per ora due mondi distanti. Lì piattaforme come Mechanical Turk di Amazon o Task Rabbitt offrono addirittura lavoro a minuti. Lavori cognitivi a basso valore aggiunto come data entry, sbobinature o trascrizione di testi oppure manuali come stirare le camicie”.

In Italia qualcuno ha provato ma non c’è riuscito mentre hanno avuto successo esperimenti che più che spezzettare mansioni/orari danno ai singoli lavoro aggiuntivo. E’ il caso di Gnammo o degli home restaurant, chi dispone di tempo libero può venderlo offrendo servizi con una forma di lavoro ibrido, metà autonomo metà dipendente.

“Non è detto che in Italia si vada nella direzione del lavoro a spina. Le tendenze non sono chiare”. Chiudiamo con il lavoro agile, non legato per spazi e orari alla presenza fissa in azienda, fenomeno che il governo ha deciso di normare con una legge ad hoc.

La diffusione è veloce e secondo Mariano Corso dell’osservatorio sullo smartworking del Politecnico di Milano lo applica già il 17% delle aziende sopra i 500 dipendenti. Prendendo in esame i soli impiegati si può dire che il 10% in Italia già usa il lavoro agile.

“Il vantaggio non è solo quello di responsabilizzare sui risultati ma di integrare maggiormente vita lavorativa e vita privata” dice Corso.

Il 25% dei lavoratori italiani si dichiara insoddisfatto della rigidità dell’orario di lavoro e di conseguenza è disponibile a prendere in esame un nuovo tipo di scambio che “introduca nella relazione con il datore di lavoro anche l’elemento della fiducia reciproca“.

A quel punto più che il controllo dall’alto varranno altri parametri come, ad esempio, la soddisfazione del cliente. Corso pensa che lo smartworking possa adattarsi anche al lavoro operaio e cita il caso di un’azienda di Modena, la Tetrapak, dove già è così.

Dario di Vico

Corriere della Sera

http://nuvola.corriere.it/2015/11/30/la-frontiera-dei-lavoratori-fuori-orario/

 

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OBAMA, XI E MODI: LE SORTI DEL PIANETA NELLE MANI DEI GRANDI INQUINATORI

imagesW0DG2B5CPARIGI. Occhio  a quei tre. Oggi il primo giorno del vertice sul clima si gioca tra Stati Uniti, Cina, India. Due vertici bilaterali, tra Barack Obama e Xi Jinping, poi tra Obama e Narendra Modi, racchiudono il nucleo della sfida. Sono il nuovo club dei Grandi Inquinatori del pianeta. Quel che si diranno è essenziale. Il summit ha rinunciato in anticipo alla strategia – perdente – di Kyoto e Copenaghen, quella che inseguiva impegni vincolanti giuridicamente, tetti alle emissioni di CO2 imposti dalla comunità internazionale ai singoli paesi. Quell’opzione si è dimostrata irraggiungibile. Proprio per questo diventa essenziale la volontà politica, l’approccio strategico che le singole superpotenze decidono di adottare.
Obama-Xi-Modi: il futuro della specie umana, dell’abitabilità del pianeta per noi, è nelle loro mani.
La Cina è la prima generatrice di emissioni carboniche; superò gli Stati Uniti nella grande recessione occidentale nel 2008. L’India rincorre la Cina, quest’anno la supera in velocità di crescita del Pil, i consumi energetici ne sono il riflesso. L’India è già numero tre se l’Unione europea non si considera come un’entità singola. Gli americani restano però i massimi inquinatori su base individuale. L’americano medio produce il triplo di gas carbonici di un cinese e il decuplo di un indiano. L’anacronismo è evidente. L’insostenibilità politica anche. La sfida riguarda il pianeta, il genere umano, gli oceani e i ghiacciai, l’atmosfera e le temperature; cose che non conoscono confini nazionali. Ma continuiamo a misurare le emissioni di CO2 su base nazionale. Nascono da qui i paragoni inaccettabili: 315 milioni di americani si confrontano con 2,5 miliardi tra cinesi e indiani.
In queste misurazioni l’Europa finisce ai margini. Il Vecchio continente produce “solo” il 9% di tutte le emissioni di CO2. Può nascerne un senso di impotenza: per quanto facciano gli europei, pesano poco. Ma anche qui le illusioni ottiche distorcono la percezione. Quel 9% di emissioni carboniche è il frutto della “decrescita” europea, così come il sorpasso Cina-Usa avvenne quando l’economia americana si fermò. Se l’Europa dovesse ritrovare lo sviluppo – cosa che si augurano i suoi giovani disoccupati – anche le sue emissioni torneranno a salire. L’altra illusione ottica viene dalla deindustrializzazione. L’Europa ha smesso di ospitare molte produzioni manifatturiere ad alta intensità di consumo energetico. Ma ogni volta che un consumatore europeo compra un prodotto “made in China” (o in Corea, Bangladesh, Vietnam) contribuisce alle emissioni carboniche che l’Occidente ricco ha delegato alle economie emergenti.
La triangolazione Obama-Xi-Modi riassume i problemi reali, offre uno spaccato del mondo com’è davvero. Il premier indiano Modi può irritare con il suo nazionalismo rivendicativo, che ne ha fatto il leader del Sud del pianeta. Può disturbare un atteggiamento che trasforma la sfida ambientale in una partita contabile: dimmi quanto mi paghi, e ti dirò quanto sono disposto a fare. È il nodo dei trasferimenti Nord-Sud, i 100 miliardi di dollari promessi alle nazioni emergenti per finanziare la loro riconversione a uno sviluppo sostenibile; fondi insufficienti; e comunque stanziati solo in piccola parte. Questa partita Nord-Sud è circondata di sospetti reciproci. Quanta parte di quei fondi serviranno a esportare tecnologie “made in Usa”, “made in China” o “made in Germany”? Quanta parte finirà assorbita dalla corruzione di classi dirigenti predatrici?
C’è però dietro il dibattito Nord-Sud una realtà innegabile. Basta ricordare un esercizio che i lettori di
Repubblica conoscono, perché più volte è stato fatto su queste colonne: le fotografie del pianeta scattate dai satelliti di notte. L’intensità delle luci artificiali riflette la distribuzione della ricchezza. Chi sta meglio illumina meglio. Vaste zone della terra sono sprofondate in un’oscurità quasi totale: gran parte dell’Africa, ed anche una porzione consistente del subcontinente indiano. Quelle immagini vanno affiancate al discorso rivendicativo di Modi. È un diritto umano basilare, avere una lampadina accesa la sera in casa per fare i compiti e ripassare la lezione. Il problema è quando la lampadina in casa serve per una nazione con 1,2 miliardi di abitanti. L’energia meno costosa per loro è il carbone. La peggiore di tutte.
La Cina è già un passo più in avanti. La lampadina ce l’hanno quasi tutti, anche il frigo, la lavatrice e l’auto. Il prezzo da pagare è un’aria così irrespirabile, che ormai l’élite cinese compra seconde case in California non solo come status symbol ma come una polizza assicurativa sulla propria salute. Perciò Xi ha deciso che la riconversione dell’economia cinese è una priorità, non una concessione all’Occidente. Lui può operare queste svolte senza i vincoli del consenso che ha Obama. In nessun altro paese al mondo è attiva una furiosa campagna negazionista sul cambiamento climatico, come quella condotta dal partito repubblicano. I suoi finanziatori della lobby fossile non arretrano davanti a nulla. La multinazionale petrolifera Exxon falsificò per decenni le conclusioni dei suoi stessi scienziati, che coincidevano con quelle della comunità scientifica mondiale. Esiste un altro capitalismo americano, guidato da Bill Gates, che mette in campo vaste risorse per finanziare l’innovazione sostenibile. È un passaggio importante: uno dei problemi delle energie rinnovabili è che le sovvenzioni pubbliche, pur sacrosante, stanno rallentando il ritmo del progresso tecnologico necessario per renderle più competitive, e risolvere problemi come l’immagazzinamento dell’energia pulita. L’Onu definisce l’appuntamento di oggi a Parigi come «la nostra ultima speranza». Di certo è l’occasione per i leader mondiali di dimostrare che la sfida ci riguarda tutti, e chi pensa di lasciare ad altri le scelte difficili non fa un investimento lungimirante neppure nell’ottica del suo interesse nazionale.
Federico Fubini
Repubblica 30 novembre 2015

Cop21

http://www.cop21.gouv.fr/en/

In Lombardia gli stipendi più alti

retribIl cuore della Lombardia ha gli stipendi più alti della Penisola, quello della Sardegna i più poveri. E’ la provincia di Milano, infatti, a garantire le retribuzioni annue lorde più pesanti, secondo la rilevazione dell’Osservatorio Jobpricing per Repubblica.it, con un livello che supera i 34.500 euro. Nel medio-campidano, invece, si scende sotto la soglia di 22.500 euro, per una sforbiciata di oltre un terzo dell’assegno.

Nel mezzo, tutte le altre province, con una tendenza che non stupisce: vincono le regioni del Centro-Nord, le più attardate sono quelle del Mezzogiorno. Se si raggruppano i risultati per regioni, infatti, la Lombardia si issa al primo posto con retribuzioni lorde medie di oltre 31mila euro, e sul podio si accompagna con Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna. Quarto il Lazio, con poco meno di 30mila euro, anche se Roma è fuori dalla top ten delle province meglio retribuite con un risultato di 30.126 euro….

http://www.repubblica.it/economia/2015/11/30/news/classifica_stipendi_province-128048373/?ref=HREC1-8

 

Comincia la Conferenza di Parigi sul clima. Molto ottimismo

 
parisclimatSaranno le dimensioni imponenti della macchina che è stata messa in piedi per questi Stati Generali sulla salute della Terra: 25 mila delegati di 190 Paesi, 147 capi di Stato e di governo per una maratona negoziale di due settimane.
Sarà che, mentre rinuncia a fare il «gendarme del mondo» nei Paesi in guerra, sull’ambiente Barack Obama ci mette la faccia, negoziando personalmente accordi coi grandi inquinatori mondiali, dalla Cina all’India, e sfidando il suo stesso Congresso.
 Sarà, infine, che, dopo gli attentati che hanno scosso il mondo, da Parigi al Mali, per i leader politici è divenuto ancor più imperativo trovare un accordo sul tema più nobile che hanno davanti: il salvataggio del Pianeta. Fatto sta che la Conferenza di Parigi sul Clima che verrà inaugurata domattina (ma i lavori cominciano oggi) nel centro congressi messo su a Le Bourget, nell’area del vecchio aeroporto cittadino, inizia in un clima di fiducia e ottimismo come non si vedeva da anni nel mondo dell’ecologia.
Un’opportunità (ma grandi ostacoli)
Ottimismo di facciata o è la volta buona? Nessuno lo sa oggi e sarà difficile avere certezze anche ad accordi fatti, alla fine della conferenza, vista la molteplicità e la grande complessità dei problemi: l’Occidente, ad esempio, vorrebbe superare i combustibili fossili ma «Big oil» non ne vuole sapere, mentre l’India intende continuare a usare il carbone senza limiti e la Russia trova addirittura vantaggioso il global warming che potrebbe rendere coltivabili le lande gelate della Siberia. Il Terzo mondo, poi, ci sta solo se i Paesi ricchi finanziano la sua riconversione energetica. E il fondo di 100 miliardi di dollari l’anno per gli emergenti a suo tempo creato in ambito Onu, non solo è poca cosa, ma è stato fin qui finanziato per due terzi soltanto. E quello che verrà raggiunto sarà comunque un accordo a «maglie larghe» con ogni probabilità non giuridicamente vincolante (molti Paesi non accettano limiti alla loro sovranità), come ha ribadito ieri il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, e quindi non avrà la forma di un trattato (che negli Usa non supererebbe il veto di un Congresso ostile ad Obama).
Nonostante tutti questi ostacoli, l’ottimismo è comunque giustificato: è la prima volta che i grandi inquinatori – dalla Cina all’India agli stessi Stati Uniti – vanno a un vertice internazionale pronti ad assumere impegni per ridurre le emissioni che alterano il clima. Sono 175 i Paesi che hanno presentato piani per abbassare la produzione di gas-serra: dopo decenni di dibattiti si è arrivati a una consapevolezza diffusa, quasi universale. Ma, oltre a essere sostanzialmente volontari, questi impegni (almeno per ora) sono largamente insufficienti: l’obiettivo fissato da scienziati e politici è limitare entro i 2 gradi centigradi l’innalzamento della temperatura terrestre rispetto all’era pre-industriale, mentre, anche se venissero centrati tutti gli obiettivi, gli impegni fin qui presi da 175 Paesi non consentirebbero di scendere sotto un incremento delle temperature di 2,7 gradi. Certo, meglio dei +4,3° verso i quali si andrebbe in assenza di interventi, ma non basta per impedire eventi catastrofici come la scomparsa di interi arcipelaghi per lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello dei mari.
Da Stoccolma a Cop21 via Kyoto
Cop21, la ventunesima conferenza sul clima da quando, nel ‘95, alcuni Paesi presero impegni vincolanti, viene vista da molti come il punto d’arrivo di una lunga marcia – quella della graduale acquisizione della consapevolezza della gravità dei problemi climatici – iniziata ben prima del Cop1 di Berlino: la prima conferenza dell’Onu sullinquinamento si tenne a Stoccolma nel ‘72, ma allora non erano chiare le dimensioni dei problemi, né le soluzioni istituzionali e tecnologiche possibili. La prima vera iniziativa contro l’effetto-serra (CO2, metano e gli altri gas che fanno salire la temperatura del Pianeta) arriverà solo con Cop3 che a Kyoto porta alla firma dell’omonimo Protocollo: siglato nel ‘97 ma attuato a partire dal 2005. Doveva essere un cambio di rotta per tutto il mondo, ma Kyoto escludeva i Paesi emergenti (a partire dalla nuova potenza cinese) non disposti a frenare il loro sviluppo e convinti che l’onere della lotta al global warming dovesse gravare sui Paesi ricchi, cresciuti grazie allo sfruttamento dei combustibili fossili. Alla fine il Protocollo non fu ratificato nemmeno dagli Usa, contrari a fare sacrifici in assenza di un coinvolgimento di tutti i grandi inquinatori. Un fallimento per i più, ma Kyoto ha consentito una prima presa di coscienza ed è divenuto la traccia per i negoziati successivi, la palestra per sperimentare meccanismi come la fissazione di un prezzo per le emissioni che alterano il clima.
Caldo record a ripetizione
Negli ultimi anni, così, le temperature di terre e mari hanno continuato a crescere (record nel 2014, già battuto nei primi dieci mesi del 2015, come si vede dai grafici a fianco) nonostante gli sforzi di sviluppare fonti non inquinanti alternative ai combustibili fossili (soprattutto sole e vento) fatti dall’Europa ma anche da Stati Uniti e Cina che, benché non vincolati dal Protocollo, si sono buttati sul business del solare. Ma, mentre i Paesi industrializzati, tra massicci investimenti nelle rinnovabili e rallentamenti delle economia dopo la Grande Recessione, hanno contenuto lo sviluppo delle emissioni, nelle nuove potenze emergenti la produzione di CO2 è esplosa anche per il boom industriale alimentato da un ricorso massiccio alla risorsa energetica più a buon mercato: il carbone. Così la Cina, che nel ‘95, l’anno di Cop1, produceva 2,8 tonnellate di CO2 pro capite, all’inizio del decennio attuale è arrivata a quota 6,7. Solo un terzo dell’anidride carbonica prodotta dall’americano medio, certo, ma, moltiplicando questo numero per il miliardo e 300 milioni di abitanti del gigante asiatico, si scopre che la Cina è il primo inquinatore mondiale.
Obama-Xi, il patto di Pechino
La svolta è arrivata un anno fa quando, davanti a questa realtà e all’inquinamento che soffoca Pechino e altre città cinesi, il presidente Xi Jinping si è fatto convincere da Obama a siglare un accordo bilaterale di reciproci impegni a combattere il global warming fissando obiettivi di lungo periodo. Ancora scottato dall’insuccesso della conferenza ambientale di Copenaghen del 2009 e deciso a concludere il suo mandato alla Casa Bianca da regista di un grande accordo mondiale sul clima, il presidente Usa nell’ultimo anno ha cercato di convincere molti altri Paesi, dall’India all’Indonesia, a seguire l’esempio di Pechino. Così, rispetto a sei anni fa, stavolta si arriva a Parigi con una rete di impegni reciproci già definiti. Da qui l’ottimismo dei leader. Sanno che potranno vendere alle loro opinioni pubbliche un accordo «nobile»: la politica che per una volta guarda lontano e prende impegni a vantaggio delle generazioni future. Ma saranno anche intese di sostanza? È quasi impossibile che si arrivi fin d’ora a centrare l’obiettivo dei 2 gradi. La speranza è che a Parigi venga fissato un calendario di verifiche periodiche, sia per controllare il rispetto degli impegni, sia per assumerne di nuovi, fino a raggiungere i sospirati 2 gradi. Ma per fare questo tutti i Paesi dovranno impegnarsi a riaprire il dossier clima ogni 4-5 anni. E magari finiranno per ricorrere anche alle nuove, rischiose tecniche della geoingegneria per raffreddare artificialmente l’atmosfera (ad esempio spruzzando cristalli di sale tra le nubi) se le misure dirette si riveleranno insufficienti
Massimo Gaggi
Corriere della Sera, domenica 29 novembre 2015

Costituzione & guerra

fenet E’ guerra?

Il dubbio che ci buca i timpani dopo i fatti di Parigi gira attorno a una parola, alle sue sonorità funeste, ai suoi significati. E se anche fosse, contro chi la combattiamo? Le guerre s’ingaggiano fra Stati, non fra gli individui, non fra guardie e ladri. Ma è uno Stato Isis, o Daesh, o come diavolo si chiama? Sono soldati stranieri i terroristi del 13 novembre? Qualche straccio di risposta bisognerà trovarla. Perché c’è un diritto per il tempo di pace, c’è un diritto per il tempo di guerra. Dall’una o dall’altra condizione discendono regole diverse, che poi s’incidono sulla nostra pelle come un marchio a fuoco


Scontro tra eserciti
Sì, è una guerra, ha subito dichiarato Hollande. E con lui molti intellettuali, dall’americano Michael Walzer all’inglese John Lloyd. Nessuna guerra, obietta Renzi, insieme ad altri capi di governo dell’Europa. Chi ha ragione? Se per guerra s’intende uno scontro fra eserciti in divisa, che si sparano addosso lungo la linea del fronte, allora Renzi ha tutte le ragioni. Se invece si misurano gli effetti delle guerre nei confronti della popolazione civile, il dubbio sbuca fuori come un tarlo. Puoi contare cento morti in uno stadio a causa della bomba sganciata da un aereo, oppure perché un kamikaze si fa saltare in aria con la sua cintura esplosiva: c’è davvero differenza? E c’è differenza fra le notti blindate delle città europee al tempo dei nazisti, rispetto alle paure che ci mordono alla gola in questi giorni, agli allarmi sulla metropolitana, alle camionette dell’esercito che presidiano le piazze?

La definizione di Stato
Quella volta però il nemico era uno Stato sovrano, con la croce uncinata sui propri gonfaloni.
Stavolta è un’organizzazione terroristica, secondo la definizione che ne ha offerto l’Onu (risoluzione 2170 del 2014). Anche il presidente Obama ha usato parole perentorie: «The Islamic State is neither Islamic nor a State», disse nel suo discorso alla nazione del 10 settembre 2014. Insomma, il sedicente Stato islamico non è islamico e non è neppure uno Stato. Sicuro? In uno studio di Mario Fiorillo, in corso di pubblicazione per la rivista giuridica Lo Stato , s’affaccia un’altra verità. Giacché i tre elementi che identificano la sovranità statale — un territorio, un popolo, un governo — parrebbero applicarsi pure al Califfato. Difatti quest’ultimo s’estende dalla Siria all’Iraq. Controlla sei milioni d’abitanti. Rilascia passaporti, eroga servizi sociali, esige il pagamento dei tributi, somministra la giustizia con i tribunali islamici, garantisce l’ordine pubblico attraverso la Hisba, una polizia religiosa. E ha infine una Costituzione: il Corano.
Ecco, la Costituzione. Hollande vuole cambiarla, vuole adattarla a questa nuova guerra. Eppure in Francia hanno norme dettagliate, che spaziano dallo stato d’eccezione (art. 16) allo stato d’assedio (art. 36). Il primo attribuisce i pieni poteri al presidente, e fu usato una sola volta da De Gaulle: nel 1961, dopo il putsch dei generali. Il secondo regola la «guerra interna» (per esempio una sommossa armata), trasferendo competenze ai militari. Ma entrambi restano soggetti a precisi limiti di tempo (60 o 12 giorni). Sicché adesso i francesi pensano d’iscrivere nella Costituzione un terzo tipo: lo stato d’emergenza, una sorta di semiguerra prolungata. D’altronde loro in queste faccende appaiono, come dire?, un po’ inconstantes; non per nulla sono già alla
Quinta Repubblica e alla settima Costituzione repubblicana, peraltro emendata in profondità nel 2008. Tutto l’opposto degli americani, che mantengono la stessa Carta da 230 anni. In quel testo si parla ancora degli indiani, ma nessuno s’azzarda mai a correggerne una virgola, preferendo stimolarne letture evolutive.


Noi e gli altri
E noi, come dobbiamo regolarci? Quanto suonano obsolete le nostre vecchie norme? Per esempio l’art. 87, secondo il quale è Mattarella che «dichiara lo stato di guerra». Ma le guerre ormai non si dichiarano, si fanno. Perfino i giapponesi, che prendono sul serio qualsiasi cerimonia, nel 1941 incaricarono il loro ambasciatore a Washington di consegnare la dichiarazione di guerra solo mezz’ora prima dell’attacco di Pearl Harbor, per non guastare la sorpresa. Insomma, qualche domanda faremmo bene a sollevarla pure noi italiani. Anche perché alle nostre latitudini le norme costituzionali sulla guerra non si cambiano come in Francia, non s’interpretano come negli Usa. Più semplicemente s’ignorano, magari travestendo i bombardamenti in Kossovo
(nel 1999) da «ingerenze umanitarie». Oscurando così l’art. 11, che ammette la sola guerra difensiva. E disapplicando l’art. 78, che reclama una delibera formale da parte delle Camere, nonché un atto di delega al governo per l’esercizio di poteri straordinari.


Regole e realtà
Niente da fare, in Italia questa parola rimane un tabù. Ed è un male, perché ciò impedisce ogni dibattito pubblico sull’opportunità stessa della guerra. E perché comunque siamo già immersi in un conflitto, ci siamo già dentro mani e piedi. Possiamo esorcizzarlo definendolo una pre-
guerra contro un proto-Stato. Ma nel frattempo le nostre libertà — dalla privacy alla libertà di movimento — s’assottigliano, vengono sequestrate una per una. Chissà, magari questa nuova condizione ci aiuterà a riscoprirne il valore; fin qui le davamo per scontate, come una vecchia moglie che ciabatta dentro casa, e non t’immagini che un giorno possa fare le valigie. O magari scopriremo d’essere un popolo, unito dal medesimo destino

Michele Ainis

Corriere della Sera 21 novembre 2015

 

TURISMO E CONSUMI SE LA NOTTE DI PARIGI PUÒ GELARE LA RIPRESA

 parrCosa volete che sia un’ombra, qualche milligrammo di zucchero in più nel sangue, destinato, per giunta, ad essere rapidamente riassorbito? Be’, dipende. Se è un paziente appena uscito dalla rianimazione, tuttora in terapia intensiva, quel milligrammo è sufficiente a far scattare l’allarme e a convocare, attorno al capezzale, cardiologi con la fronte aggrottata. Li vediamo in queste ore. Il capezzale è quello dell’economia europea, il trauma sono i massacri di Parigi, i cardiologi sono i banchieri centrali.

«È aumentato il livello di incertezza», commenta amaro il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Gli attacchi di Parigi «potrebbero aver elevato i rischi di un indebolimento dell’area euro», concorda Peter Praet, il capoeconomista della Banca centrale europea. Mettete in conto che, nelle riunioni informali della stessa Bce, già ci si interrogava sull’opportunità di ritoccare in modo robusto, agli inizi di dicembre, le dosi di medicinali, vista la debole risposta dell’economia europea alle terapie in corso e capirete il nervosismo che circola a Francoforte.

Per una volta, i banchieri centrali sono più irrequieti degli stessi mercati. Le Borse non hanno ancora deciso da che parte muoversi. Il petrolio ha continuato a scendere, l’oro galleggia. D’altra parte, è difficile prevedere l’impatto effettivo di eventi tragici come quelli di Parigi. Il terrorismo — dicono gli economisti — tende ad avere conseguenze limitate e transitorie sull’economia. Il caso di scuola sono le due Torri di New York. Le stime parlano di oltre 20 miliardi di dollari di danni fisici a edifici e infrastrutture, una paralisi del turismo con 12 miliardi di dollari di profitti in meno per le compagnie aeree del mondo.

Tutto sommato, l’economia Usa crebbe nel 2001 mezzo punto in meno di quanto sarebbe avvenuto senza gli attentati, e creò 600 mila disoccupati in più. Dati che vanno visti in prospettiva: nel giro di un anno, l’America aveva recuperato il terreno perduto.

Gli attentati del 2001 non sono peraltro comparabili, per scala (di morti e di danni), a quanto è avvenuto la scorsa settimana a Parigi. Più vicino l’attacco dei terroristi ai treni dei pendolari a Madrid nel 2004, con 191 morti.

Gli economisti spagnoli hanno concluso che i costi dell’attacco furono equivalenti allo 0,03 per cento dell’economia nazionale. Nella situazione europea attuale, tuttavia, il dato complessivo può non essere sufficientemente indicativo.

Nei prossimi mesi, gli economisti guarderanno in particolare al turismo, che, per la Francia, che aspetta gli Europei di calcio, come per l’Italia, che aspetta il Giubileo, vale oltre il 7 per cento del Pil. Non si tratta solo di viaggi ed alberghi. Anche di consumi. Chi pensa che i ricchi facciano i loro acquisti sotto casa, ad esempio, si sbaglia. Oltre metà degli acquisti di lusso avviene in viaggio.

Perché turismo e lusso sono così importanti per l’Europa di oggi? Perché sono indicatori sui quali è facile leggere in fretta il clima psicologico delle economie nei mesi a venire, un dato che viene ritenuto cruciale per le speranze di ripresa. Ai vertici delle banche centrali europee sono, infatti, acutamente consapevoli delle difficoltà che sta incontrando la rianimazione dell’area euro.

Sotto gli occhi di tutti c’è il fatto che nell’economia continentale, in questi mesi, stanno venendo immessi stimoli di una intensità inedita. Un prezzo dell’energia ai minimi, come non si vedeva da anni.

E iniezioni massicce di liquidità di entità inedita, destinate a ripetersi ancora, almeno per altri dieci mesi. Tanto che, finalmente, si sta allentando la stretta al credito, anche nei Paesi più difficili: in Italia stanno crescendo i crediti alle imprese e ne diminuiscono i costi.

Ma le economie si muovono lo stesso a passo di lumaca. L’espansione, in Italia, sarà meno dell’1 per cento quest’anno e dell’1,5 per cento il prossimo. La Francia crescerà dell’1,1 per cento nel 2015 e dell’1,4 per cento nel 2015. Anche la Germania resterà sotto il 2 per cento.

A questi ritmi, se anche il terrorismo tosasse solo qualche decimale, l’impatto sarebbe brusco e sensibile. In Italia, ad esempio, anche uno 0,1 per cento in meno equivarrebbe a tagliare la crescita di un decimo.

Come osserva Moody’s, meno crescita significherebbe deficit e debito più pesanti, rendendo d’attualità manovre di bilancio all’insegna dell’austerità. E stroncherebbe sul nascere i germogli di ottimismo e fiducia su cui le autorità monetarie contavano per un sostanziale rilancio dei consumi interni, che compensi le debolezze della domanda estera.

Quei germogli erano già assai deboli, come confermano le aspettative di inflazione, ancora a ritmi troppo lontani dall’obiettivo del 2 per cento. Ora, come dice Praet, potrebbero essere ancora più avvizziti.

E, se l’impatto diretto del terrorismo è transitorio, nel momento in cui intacca ottimismo e fiducia si prolunga nel tempo. Sempre che rimanga contenuto e isolato. Una vera e propria ondata terroristica, infatti, avrebbe costi assai diversi. Si calcola, ad esempio, che, nei Paesi Baschi, la campagna di attentati dell’Eta sia costata fino al 10 per cento del Pil. E altrettanto ha pesato, sull’economia israeliana, l’Intifada.

Maurizio Ricci per “la Repubblica”

20 novembre 2015

Il grande sociologo della modernità liquida oggi compie 90 anni

Il popolarissimo sociologo polacco è nato il 19 novembre 1925

Zygmunt Bauman: “Io, sempre straniero, l’unico giudice è la mia coscienza”

di WLODEK GOLDKORN

baumannnnCapita di rado, e quando succede è indice di una straordinaria lucidità del protagonista, che un testimone di un’epoca particolarmente difficile e con forti tratti di tragicità ne sia anche uno dei più perspicaci e critici interpreti. Ma è questo: capire e spiegare l’ultimo secolo della modernità, dalla tentazione di rendere il mondo solido, univoco, privo di ogni ambiguità (e si vedano i fascismi e il comunismo) fino all’approdo a un universo sociale liquido e frammentario, con il corollario del terrorismo; il ruolo che si è dato Zygmunt Bauman; lui stesso ebreo, vittima del nazismo, comunista e poi anticomunista espulso nel 1968 dal suo paese natio. Il sociologo polacco, oggi di casa in Inghilterra, a Leeds, una modesta dimora da professore universitario  –  e dove lui si occupa delle faccende domestiche, cucina, stira, pulisce  –  domani compie i 90 anni. E, più che un’occasione per trarre il bilancio di una vita, questa conversazione serve a ribadire il duplice ruolo, del pensatore tra i più influenti nel mondo e nel contempo dell’oggetto del proprio studio. Dice Bauman: “Talvolta più che un ornitologo, mi sento un uccello”. La conversazione non può che cominciare con l’attualità, Parigi e la guerra in casa: “È come se vivessimo in un campo minato, sappiamo che le esplosioni continueranno, ma non sappiamo dove e quando ci sarà la prossima. La quantità di armi in circolazione (anche grazie ai nostri governi) è tale che pochi kamikaze sono in grado di provocare una catena di azioni e reazioni di conseguenze incalcolabili. E poi, i problemi da affrontare sono globali, ma ne fanno fronte le autorità locali, incapaci di arrivare alle radici del male. Tentare di affrontare problemi globali con mezzi locali è infatti come cercare di rimettere il dentifricio nel tubetto. Finisce che soffre la democrazia, la gente matura la convinzione che occorra rinunciare alle libertà conquistate a caro prezzo, in nome della (presunta) sicurezza. Si crea un circolo vizioso che vede agire di concerto gli xenofobi locali e i terroristi globali”.

Insomma, a 90 anni, tocca a Bauman assistere al disfarsi di un altro mondo ancora. È nato a Poznan, il 19 novembre 1925. La Polonia indipendente esisteva da appena sette anni, e non era un Paese dove le minoranze nazionali avevano una vita facile. Poznan poi, era la roccaforte della destra antisemita che esaltava una patria per i soli cattolici. Racconta Bauman: “A scuola, durante gli intervalli, non uscivo nel cortile. Era l’unico modo per evitare i calci e le botte degli altri. Amavo i libri. E andavo spesso in una libreria. Ma non avevo soldi”.

L’impresa commerciale di suo padre fallì, causa crisi.
“Sì, fu una vicenda durissima. Un giorno in quel negozio vidi un cartello: “locale cristiano”. E accanto un altro: “compra dal polacco” (significa non comprare dagli ebrei, ndr). Frequentavo anche una biblioteca pubblica, finché vidi sullo scaffale la rivista Alla gogna. Non ci tornai più”.

“Alla gogna” era una delle più volgari riviste antisemite mai esistite. Nel 1939 Hitler invade la Polonia. Lei, appena 14enne, scappa in Urss, diventa piccolo comunista e si arruola nell’esercito polacco che combatte a fianco dell’Armata rossa.
“Nel ginnasio sovietico posso finalmente correre sul campo dietro al pallone (e tuttora sono un tifoso: di squadre perdenti): nessuno mi dice che devo andarmene in Madagascar o in Palestina e, quando confesso il mio amore per le lettere polacche, nessuno mi ricorda che sono un ebreo e quindi non devo usurpare una cultura non mia. Il mio essere polacco è sempre risultato sospetto, come se l’appartenenza alla Polonia l’avessi rubata senza averne il diritto e così fino a oggi. Ma possiamo parlare anche delle mie idee e non solo della biografia?”.

Nel 1968, in seguito alle manifestazioni degli studenti, lei, allora professore all’Università di Varsavia viene dichiarato il nemico pubblico numero uno, sia in quanto deviazionista, sia in quanto sionista (e cioè ebreo). Fino a metà degli anni Sessanta però lei è stato comunista ed è stata un’esperienza fondamentale. Cosa era il comunismo?
“Il comunismo non è nato per miracolo né è caduto dal cielo, non è un prodotto dell’inferno. Segna invece una continuità con la storia. È uno dei risultati della riflessione filosofica, manifestatasi dopo il terremoto di Lisbona del 1755, che ha come scopo abbandonare l’atteggiamento da “guardaboschi” nei confronti del mondo a favore invece di una posizione da “giardiniere”. Il giardiniere sistema il mondo; sceglie le piante giuste, estirpa quelle nocive. Il comunismo non è un’utopia romantica, ma è figlio del secolo dei Lumi, di Voltaire e Diderot. E ha qualcosa di messianico. Trotzky si considerava forse come un messia degli ebrei, forse come una specie di Cristo, forse pensava al secondo Avvento”.

E poi?
“Infine, il comunismo è una tecnica di conquista del potere, tecnica golpista, tecnica che permette di ignorare i risultati delle elezioni, e che tende alla totale manipolazione delle coscienze e del linguaggio”.

E con questa risposta ha spiegato anche perché a un certo punto smise di essere comunista. Ma l’adesione a cosa era dovuta?
“Camus disse che la particolarità del Novecento stava nel fatto di causare il Male in nome del Bene. C’era il fascino del nuovo inizio, che a sua volta si basava sulla repulsione per il vecchio mondo. Nell’adesione al comunismo c’è molto del socialdemocratico Bernstein e di Walter Benjamin con il suo Angelo della storia. Il bolscevismo è stato una specie di Partito dell’azione. E, per quanto mi riguarda, ero un giovane soldato decorato con una medaglia al valore militare per aver partecipato alle cruenti battaglie di Kolberg e di Berlino. Non ero un intellettuale. Volevo che il mio povero e infelice Paese cambiasse”.

Seguono gli anni del potere comunista. Lei diventa un sociologo importante, poi un dissidente; infine, espulso, va in Israele ma vi rimane pochissimo…
“Non volevo scambiare il nazionalismo polacco di cui sono stato una vittima, per il nazionalismo israeliano”.

La sua non è una biografia comune…
“Non esistono biografie comuni. Ogni uomo è un mondo a sé, irripetibile”.

Sarà, ma la sua, è una biografia molto ebraica. Ha vissuto in Polonia, Israele, Inghilterra. Ovunque è rimasto straniero.
“Un comico inglese diceva che l’ebreo è un uomo che in ogni luogo è fuori luogo. Sì, sono nato straniero e morirò straniero. E sono innamorato di questa mia condizione. Con mia moglie Janina, scomparsa quasi cinque anni fa, eravamo uniti in tutto, ma una cosa non l’ho condivisa con lei: ha scritto Il sogno di appartenenza, un libro in cui esprimeva il suo bisogno di appartenere. Io ne faccio a meno. Nell’essere “straniero” ci sono alcuni privilegi. Il più grande di questi è potersene infischiare dell’opinione pubblica. L’unico tribunale è quello della propria coscienza ed è il più severo di tutti”. …..

Repubblica 18 novembre 2015
http://www.repubblica.it/cultura/2015/11/18/news/zygmunt_bauman_io_sempre_straniero_l_unico_giudice_e_la_mia_coscienza_-127634632/

 

Bauman, lo sguardo dei 90 anni

http://www.vita.it/it/article/2015/11/18/bauman-lo-sguardo-dei-90-anni/137448/