Il fantasma di Ricardo dà la caccia a Renzi e alla sua manovra in deficit

Mercoledì scorso, all’indomani dell’approvazione anche in Senato della Legge di Stabilità per il 2016, il Sole 24 Ore titolava così in prima pagina: “La manovra è legge: meno tasse, più deficit”. Il primo giornale economico-finanziario del paese, dunque, ci stava comunicando una buona notizia o una cattiva notizia? Gli economisti, sul punto, sono piuttosto divisi. Tutti però devono fare i conti con le teorie di uno dei più grandi economisti di sempre, l’inglese David Ricardo vissuto tra il 1772 e il 1823.
Ricardo è noto innanzitutto per l’assalto intellettuale che mosse contro le “new corn laws” approvate in Inghilterra nel 1816, vale a dire delle tariffe così elevate da impedire l’ingresso del grano straniero nel paese. Nel suo trattato più importante, “Principles of Political economy and Taxation”, Ricardo si opponeva a tale deriva protezionista. Ma è un’altra l’opera che qui interessa per valutare l’impatto di una manovra che nel breve termine modera la tassazione – visto che i numeri complessivi smentiscono un vero e proprio taglio – in cambio di un aumento del deficit fiscale, risale al 1820, e si intitola “Essay on the Funding System”. E’ in questo libro che gli economisti individuano una particolare interpretazione dell’indebitamento pubblico di un paese. L’interpretazione tradizionale del debito pubblico – spiega l’economista di Harvard Gregory Mankiw nel suo manuale di macroeconomia – si fonda sul presupposto che, quando il governo abbatte le imposte, finanziando la spesa con un deficit di bilancio, i consumatori reagiscono al maggior reddito disponibile aumentando la spesa. Un’interpretazione alternativa, detta appunto “equivalenza ricardiana”, mette in discussione questo presupposto. Secondo l’interpretazione ricardiana, i consumatori sono previdenti e, perciò, basano la loro spesa non solo sul reddito disponibile attuale ma anche sul reddito futuro atteso. Il problema sorge quando il governo taglia sì le tasse, ma finanzia tale diminuzione di imposte con maggiore debito. Appunto il titolo del Sole 24 Ore: “Meno tasse, più deficit”. Il consumatore previdente ritiene che il governo dovrà aumentare di nuovo le imposte in futuro per rimborsare questo maggior debito e gli interessi accumulati. Detto in altri termini: una riduzione delle imposte finanziata con il debito non riduce il carico fiscale, ma lo trasla nel futuro e perciò non dovrebbe incoraggiare i consumatori a spendere di più. Ecco l’equivalenza ricardiana: il debito pubblico equivale a tasse future.

Secondo Olivier Blanchard, già capoeconomista del Fondo monetario internazionale fino a quest’anno, possiamo spiegare la teoria di equivalenza ricardiana anche ragionando in termini di risparmio invece che in termini di consumo. Perché “affermare che i consumatori non variano il loro consumo in seguito alla riduzione delle imposte equivale ad affermare che il risparmio privato aumenta esattamente di tanto quanto è cresciuto il disavanzo fiscale dello Stato. Il teorema di equivalenza ricardiana ci dice quindi che se il governo finanzia una data spesa pubblica con debito, il risparmio privato aumenterà in misura pari alla riduzione del risparmio pubblico, lasciando invariato il risparmio totale”.

Ma il consumatore, poi, è davvero così razionale e previdente come nell’interpretazione ricardiana della politica fiscale? Secondo alcuni economisti, gli individui hanno piuttosto la vista corta, pensano in cuor loro che domani pagheranno le stesse tasse che pagano oggi oggi, e dunque una riduzione delle imposte, pur finanziata in deficit, farà effettivamente aumentare i loro consumi. Altri economisti sostengono che, nella decisione di consumare o meno, il reddito corrente ha un’importanza maggiore di quello permanente; in ogni dato momento, molti individui consumerebbero di più se solo avessero un reddito corrente maggiore o se potessero indebitarsi di più; un governo che abbatte le tasse oggi, anche se aumenta quelle future, è come se concedesse un prestito a questi contribuenti, che quindi lo utilizzeranno per consumare. Infine un’altra tesi che rema contro quella del consumatore previdente tira in ballo le generazioni future: oggi il governo, per abbassare le tasse, si indebita ed emette titoli di Stato a scadenza trentennale; tra trent’anni, quando occorrerà rimborsare quel debito, toccherà farlo alle generazioni future. Il debito pubblico, come noto, è un trasferimento di ricchezza dalle generazioni future a quelle attuali. Ma su questo tornerò in una prossima puntata.

La storia recente può forse aiutarci a capire se l’equivalenza ricardiana – quella per cui più debito è uguale a più tasse – influenza i comportamenti dei cittadini di fronte a tagli di tasse in deficit? Secondo i detrattori di questa teoria, all’inizio degli anni 80 gli Stati Uniti tagliarono le tasse concedendosi anche un forte aumento del disavanzo pubblico; eppure questo maggior deficit fu accompagnato da una riduzione del risparmio privato. I cittadini apparivano tutt’altro che previdenti, non accumulavano ma spendevano il maggior reddito disponibile. Rispondono i sostenitori dell’equivalenza ricardiana: il risparmio era basso perché gli individui erano ottimisti sulla crescita futura, o forse perché si fidavano della promessa del presidente Ronald Reagan che si era impegnato a non aumentare le tasse in futuro.

Entrambe le ricostruzioni sono verosimili. Ciò detto, il governo Renzi, che per il secondo anno consecutivo ha lasciato nel dimenticatoio un necessario processo di revisione della spesa pubblica, farebbe bene a non sottovalutare il senso comune diffuso oramai almeno in una parte dei contribuenti italiani, oltre che dei tanto evocati “mercati”. Nel debito pubblico italiano che non scende c’è, implicito, un messaggio di incertezza fiscale futura per tutti noi.

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http://www.ilfoglio.it/economia/2015/12/28/la-lezione-di-ricardo-d-la-caccia-a-renzi-e-alla-sua-manovra-in-deficit___1-vr-136457-rubriche_c974.htm

 

La crescita che serve per il 2016

imagesETEI99VPSiamo arrivati alla fine del 2015. La Banca centrale europea, che ha sperimentato quasi un anno di Quantitative Easing (Qe), continuerà con acquisti di titoli di Stato e tassi intorno allo zero nel 2016 e probabilmente oltre. La Federal Reserve americana ha invece compiuto il primo passo verso una graduale stretta monetaria alzando dello 0,25 per cento il tasso di interesse, in risposta a dati che segnalano un’economia Usa in riscaldamento con un mercato del lavoro che marcia verso la piena occupazione.

Un’interpretazione facile della diversità delle politiche delle due banche centrali è che mentre gli Usa sono ripartiti e possono celebrare un ritorno alla normalità dopo sette lunghi anni di trauma post 2008, nella zona euro siamo ancora lontani dalla guarigione. In parte è così, ma non proprio. Per capirlo, torniamo a un anno fa. Dove siamo oggi, in chiusura del 2015, rispetto a dicembre 2014?
La zona euro chiudeva il 2014 dopo un anno di crescita anemica, sotto l’un per cento, che seguiva due anni di crescita negativa. Per l’Italia, con un 2014 ancora in rosso, il quadro era ben peggiore. Inoltre, le stime per il 2015 suggerivano che la stagnazione sarebbe continuata: a fine 2014, infatti, la Bce stimava la crescita per l’anno successivo a un tasso appena dell’un per cento. Con una inflazione in decelerazione e un debito complessivo ancora in aumento, si discuteva se l’istituto dovesse o no lanciare il programma di Qe , programma poi effettivamente messo in opera nel gennaio del 2015 .

Ben diversa la situazione degli Usa che uscivano da un 2014 cresciuto al ritmo del 2,5%, lo stesso dell’anno precedente, e prevedevano che l’economia si sarebbe rafforzata ulteriormente arrivando a crescere nel 2015 al 3,5%. Con quei numeri la svolta della Fed era attesa ben prima di quanto non sia effettivamente avvenuto.
Un anno è passato. A fine 2015 sappiamo ora che la zona euro è andata meglio del previsto e gli Stati Uniti peggio. Nel 2015 questi ultimi sono rimasti inchiodati a un tasso appena appena sopra al 2% mentre noi ci siamo attestati all’1,5%. È ragionevole pensare quindi che per ambedue le economie la crescita potenziale, ovvero quella di lungo periodo, si assesterà a ritmi più bassi di quelli dei 15 anni precedenti il 2008.

Per questo, nonostante la Fed aumenti i tassi oggi, è probabile che li mantenga bassi per lungo tempo per evitare di strozzare quel poco di crescita che c’è e per far sì che l’inflazione ritorni a tassi intorno al 2%. Low for long (bassi per un lungo periodo), così i mercati hanno definito questa prospettiva. E se questo è vero per gli Usa, tanto più è vero per l’Europa e per il Giappone. Non aspettiamoci di tornare alla cosiddetta «normalità» della politica monetaria nel prossimo futuro.
Ma ciò che conta non sono solo i tassi, ma anche la dimensione dei bilanci delle banche centrali, bilanci che si sono ingrassati ovunque in questi anni di Qe . La Fed non prevede di diminuire il suo stock di attivi finanziari prima di avere completato il ciclo di graduale aumento di tassi d’interesse, una data probabilmente lontana. È inoltre probabile che la Banca del Giappone e la Bce aumenteranno gli acquisti: si stima che per il 2017 la prima raggiungerà un rapporto attivi-Pil del 34% e la seconda del 108%.

Quindi, anche con il rialzo dei tassi da parte della Fed, il mondo continuerà ad avvalersi di condizioni finanziarie facili a fronte di un’economia debole e un debito globale che non si stabilizza. Rischi di volatilità permangono e mai come ora è importante focalizzare gli sforzi sull’economia reale chiedendo alle banche centrali di continuare a vegliare su stabilità dei prezzi e stabilità finanziaria. Con un’economia globale appesantita da fragilità strutturali e destinata a bassa crescita, come ha detto Larry Summers, «non stiamo dicendo addio per sempre ai tassi di interesse a zero» e, aggiungo io, neanche a quelle azioni straordinarie delle banche centrali delle maggiori economie del mondo che, messe in atto in risposta alla grande crisi, stanno diventando parte di una nuova «normalità».

Lucrezia Reichlin

La crescita che serve per il 2016

Corriere della sera

23 dicembre 2015

http://www.corriere.it/editoriali/15_dicembre_24/crescita-che-serve-il-2016-lucrezia-reichlin-a15e12fc-aa05-11e5-85c0-9f00ee6a341c.shtml

Le novità della legge di stabilità

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Dopo il passaggio a Camera e Senato la legge di Stabilità contiene misure per oltre 30 miliardi di euro dai 26,5 iniziali. Sul fronte coperture la voce principale è l’aumento dell’indebitamento netto dall’1,4 al 2,4% del Pil, 17,6 miliardi in valore assoluto. La commissione europea ha finora autorizzato l’Italia ad alzare il deficit solo fino all’1,8% del Pil e si esprimerà sugli ulteriori margini di flessibilità richiesti in primavera. La legge di Stabilità che ha appena ricevuto l’ok definitivo in Parlamento «rafforza e stimola la crescita e il lavoro e indirizza risorse importanti per i poveri, i meno abbienti e per i giovani», ha sottolineato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Si tratta di una manovra, ha spiegato «che rafforza e accelera la crescita. Ci sarà uno stimolo per gli investimenti oltre che l’abbattimento delle tasse per le famiglie. Quindi la crescita – ha concluso – sarà più forte e più ricca di occupazione»…..

http://www.corriere.it/politica/15_dicembre_22/stabilita-governo-pone-fiducia-senato-testo-blindato-6379e506-a8ac-11e5-8cb6-cc689478293e.shtml

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Novità per le mamme, i neopapà e gli over 75. Ma anche per i 18enni: il testo della legge di Stabilità, approvato in definitiva con il voto di fiducia al Senato, ha assunto la sua stesura definitiva, prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Ecco i principali provvedimenti della manovra che per la maggioranza di governo “è la prima espansiva dal 2001”.

Una card per le famiglie numerose.  La misura è riservata alle famiglie, residenti, anche se straniere, con almeno tre figli minori: è volontaria e servirà, in base all’Isee, di ottenere sconti a servizi privati e pubblici che aderiranno all’iniziativa. Obiettivo sono abbonamenti famiglia a bus, ma anche la creazione di gruppi di acquisto solidali e familiari nazionali.

Agricoltura. Come sottolinea il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali “con le principali misure di interesse agricolo contenute nella Legge di Stabilità 2016, la pressione tributaria sulle aziende agricole viene tagliata di oltre il 25%, passando dai 2.360 milioni di euro di quest’anno ai 1.760 milioni dell’anno prossimo”. “Si tratta di una svolta fiscale senza precedenti per il settore agricolo nell’anno di Expo” afferma il ministro Maurizio Martina.

Sicurezza. Arrivano i fondi per combattere l’emergenza terrorismo. Le coperture sono state trovate aumentando il deficit dal 2,2 al 2,4%. Il governo mette a disposizione un miliardo, tra cui 150 milioni di euro per contrastare il cybercrime, 50 milioni per gli equipaggiamenti delle forze dell’ordine, 35 milioni di euro per le assunzioni sempre di polizia, carabinieri e guardia di Finanza e 300 milioni per il bonus da 80 euro al mese per le forze dell’ordine. Mobilitati anche i poliziotti che stanno in ufficio e chi è addetto alla scorta. Altre risorse poi sono destinate in particolare al settore della Difesa. Sì anche al credito d’imposta (15 milioni) per favorire l’acquisto da parte di cittadini di impianti di videosorveglianza elettronica.

Bonus cultura per i più giovani, ma non solo. Via libera al bonus di 500 euro per i diciottenni da usare per iniziative culturali, tra cui “l’acquisto di libri” e l’ingresso “in aree archeologiche, gallerie e monumenti”, oltre che in “musei, mostri, eventi culturali e spettacoli dal vivo”. Sì anche a 1000 euro una tantum per l’acquisto di strumenti musicali da parte degli studenti iscritti ai conservatori. E in più i cittadini potranno, dal 2016, destinare il 2 per mille dell’Irpef in favore di una associazione culturale. Il 10% di tutti i compensi incassati invece dalla Siae saranno destinati all’attività di promozione culturale per “garantire la creatività dei giovani autori”. Tra i tanti emendamenti approvati anche una proposta che stanzia 120 milioni in 4 anni per la valorizzazione dei beni culturali.
Salva banche e salva risparmiatori. Sul salvagente ai quattro istituti di credito messo a punto dal governo alla Camera è stata battaglia. Passa il dl del governo, arricchito da una serie di misure che parzialmente salvaguardano anche quei risparmiatori che hanno investito nei bond più rischiosi. Sarà varato un fondo da 100 milioni di euro.

Sanità e Assunzione medici. Via libera a contratti flessibili fino a luglio e prorogabili fino a ottobre, in attesa della ricognizione dei fabbisogni da fare entro marzo, poi concorso straordinario destinato per il 50% ai precari.  Il livello del finanziamento del Ssn per il 2016 è 111 miliardi di euro.

Istruzione. Arrivano fondi per le scuole paritarie e anche per quelle statali (23 milioni circa). Rinviato però di un anno il cosiddetto ‘school bonus’, vale a dire il credito di imposta per le erogazioni liberali. Aumentato anche il fondo ordinario per gli atenei: 6 milioni in più il prossimo anno, che potranno servire per assumere professori di prima fascia. Allentamento poi del patto di stabilità interno da 500 milioni per interventi sull’edilizia scolastica.

Welfare. Sale dal 2016 la no tax area per le pensioni, che non verranno ridotte se l’inflazione finisce sotto zero.  Possibilità per gli over 63 anni del part time negli ultimi anni lavorativi. Al piano contro la povertà sono destinati 600 milioni nel 2016 a un miliardo nel 2017. Rifinanziata per il 2016 (e parte del 2017) l’indennità di disoccupazione per i collaboratori (co.co.co). Tagli a patronati e Caf, anche se ridotti.

Mamme. Novità anche per il congedo obbligatorio di maternità, che d’ora in poi sarà valido ai fini del premio di produttività. Fa poi il suo ingresso, in via sperimentale, il voucher baby sitter esteso alle madri lavoratrici autonome e imprenditrici. La battaglia su “opzione donna” è invece vinta a metà: ok al pensionamento anticipato ma solo se “dovesse risultare un onere inferiore rispetto alle previsioni”.

… e papà. I neopapà avranno due giorni (e non più uno) di congedo obbligatorio, anche non consecutivi.

Casa. D’ora in poi sarà possibile comprare la prima casa in leasing, proprio come l’automobile. Inoltre anche la seconda casa, posseduta nello stesso Comune in cui si risiede, se data in comodato ai figli godrà dell’esenzione del 50% di Imu e Tasi. Comunque addio dal prossimo anno alle tasse sulla prima casa, a eccezione di ville e castelli. La Tasi sarà dimezzata per gli immobili (anche se seconde case) date in comodato a parenti fino al II grado.

Bonus ristrutturazioni e mobili anche per coppie: proroga per l’ecobonus e per il bonus mobili, esteso alle coppie anche di fatto sotto i 35 anni.

Giochi. Rivisto anche il settore dei giochi: insieme a ritocchi sul fronte della tassazione, arriva lo stop alla pubblicità in tv e radio (ma non su internet) dalle 7 alle 22.

Sud, arriva credito d’imposta. Dura 4 anni anni e riguarda per le aziende del Mezzogiorno che investono in macchinari, in impianti e in attrezzature per un totale di 2,4 miliardi. Prevista anche la proroga degli sgravi per le assunzioni al 2017 nel caso in cui vengano certificati fondi residui del Pac.

Ecobonus. Chi ha un vecchio camper ora lo potrà rottamare e se lo cambia con euro5 potrà beneficiare di un contributo di 8.000 euro. Restando nel campo dell’ambiente, ok all’ecobonus per sistemi di controllo a distanza del riscaldamento.

Spiagge. Arriva una moratoria per i contenziosi che “salva” la prossima stagione turistica per gli attuali concessionari, in attesa del riordino complessivo della disciplina. La sospensione dei contenziosi amministrativi non vale per Comuni e municipi commissariati o sciolti per mafia, come quello di Ostia.

Autovelox e Rc auto. L’elenco delle violazioni che possono essere accertate con apparecchiature di rilevamento, dunque anche gli autovelox, si aggiungono le revisioni dei veicoli e le assicurazioni Rc auto.

Niente supertassa yacht lusso. Eliminata la “supertassa” sulle imbarcazioni di lusso introdotta dal governo Monti.

Canone Rai. Nel 2016, i 2/3 (quota che poi cala al 50%) del tesoretto che arriverà col canone Tv da 100 euro nella bolletta della luce finiranno nelle casse della tv pubblica. Il resto servirà ad ampliare la platea degli over 75 che non devono pagare il balzello e per finanziare radio e tv locali.

Bancomat per caffè e parcheggio. Si potrà pagare un caffè con il bancomat e, da luglio, i parcheggi nelle strisce blu.  Per i contanti, il limite sale da 1.000 a 3.000 euro anche per il pagamento degli affitti, ma non per le pensioni e per i money

http://www.repubblica.it/economia/2015/12/22/news/scheda_stabilita_-130002621/?ref=nrct-1

 

Gli italiani non masticano economia&finanza.

inlitIl caso di Banca dell’Etruria, BancaMarche, CariChieti e CariFerrara, cioè delle quattro banche salvate con l’intervento del governo e grazie alle risorse prestate dagli altri istituti di credito italiani, solleva tanti quesiti di ordine economico e finanziario, oltre che di natura politica. Oggi vorrei concentrarmi su un aspetto che, in qualche modo, è una delle ragion d’essere di questa rubrica: le competenze economico-finanziarie degli italiani. Lasciando da parte gli episodi truffaldini pur presenti nel crac delle quattro banche, è indubbio il ruolo – in questa come in altre vicende – di una scarsa preparazione finanziaria del risparmiatore medio nel nostro paese.

 

Nel gergo scientifico internazionale si parla di “financial literacy”, che in italiano si può tradurre appunto con l’espressione “alfabetizzazione finanziaria” o “competenze economico-finanziarie”: si intende con queste parole non soltanto la conoscenza di termini che designano gli strumenti e le istituzioni dell’attività finanziaria, ma anche una padronanza delle funzioni di questi strumenti e di queste istituzioni, nonché una capacità di valutare i termini delle scelte che nella vita compiamo a questo proposito. In Italia queste “competenze finanziarie” sono, mediamente, a un livello basso. D’altronde da noi lo stesso concetto di finanza, che alla radice è ciò che trasla nel tempo il potere d’acquisto, viene più spesso demonizzato che compreso.

 

Così non c’è da stupirsi che l’Italia occupi gli ultimi posti nel recente Global Financial Literacy Survey stilato da Standard & Poor’s insieme a Gallup e Banca mondiale. Agli intervistati in tutto il mondo sono sottoposte cinque domande per misurare quattro concetti fondamentali: diversificazione del rischio, inflazione, dimestichezza di base con i numeri, interesse composto. Sintetizzo le cinque domande, così potrete mettervi voi stessi alla prova. Prima domanda: se hai un po’ di soldi da parte, è più sicuro investirli in un solo strumento finanziario o in tanti diversi? Seconda: supponi che nei prossimi 10 anni il prezzo delle cose che compri raddoppierà; se anche il tuo stipendio raddoppierà, potrai acquistare meno di quello che compri oggi, oppure esattamente quello che compri oggi o più di quello che compri oggi? Terza domanda: ipotizza di avere bisogno di un prestito di 100 euro. Per ripagarlo hai due possibilità: pagare 105 euro oppure 100 euro più il 3%. Qual è la più conveniente? Quarta domanda: supponi di depositare i soldi in una banca che per due anni ti darà un interesse annuo dell’1%. La banca in questione nel secondo anno aggiungerà al tuo conto più soldi di quanti ne aggiungerà il primo anno, oppure aggiungerà al conto la stessa somma ogni anno? Quinta e ultima domanda del questionario: supponi di avere 100 euro in un conto bancario e che la banca aggiunga un 10% di interessi annui. Quanti soldi avrai dopo 5 anni? Più di 150 euro, esattamente 150 euro o di meno? Secondo questo rapporto, una persona ha una competenza finanziaria “sufficiente” se dimostra di capire almeno 3 dei quattro concetti di cui sopra, quindi se risponde a 3 o 4 delle domande che ho letto. In Italia soltanto il 37% dei cittadini supera questa soglia di “sufficienza”. Un livello tra i più bassi in Europa, peggio di Grecia e Spagna.

 

Uno studio delle stesse banche italiane, svolto però da ricercatori indipendenti, ha tentato di misurare le stesse competenze finanziarie attraverso sei diversi indici. L’Indice di conoscenza finanziaria, compreso tra 0 e 6, presenta per l’Italia un valore medio pari a 3,13 e una mediana pari a 3. Il 61% degli intervistati non è riuscito a fornire risposte corrette a più di 3 domande (su un totale di 6). Le risposte fornite dagli intervistati hanno evidenziato, da un lato, una scarsa familiarità con il calcolo numerico e una limitata conoscenza del sistema di capitalizzazione, dall’altro, una discreta padronanza dei concetti elementari della finanza. Solo il 22% del campione, però, è riuscito ad applicare le conoscenze matematico-finanziarie ai concetti di finanza, scegliendo correttamente tra due opportunità di investimento sulla base dei profili di rischio e rendimento atteso. Il dato è in linea con quanto rilevato in Francia, ma risulta notevolmente inferiore rispetto a Germania, Regno Unito e Stati Uniti d’America (circa 40%). Un altro indice, cioè l’Indice Globale di Competenza Finanziaria, compreso tra un minimo di 3 e un massimo di 20, presenta per l’Italia il valore medio di 11,2, che equivale in termini scolastici al voto di 5. I due gruppi demografici estremi, con punteggi più alto e più basso sono rappresentati rispettivamente da: a)uomini con istruzione almeno pari alla scuola superiore e reddito superiore a 1.900 euro mensili; b) donne e uomini con scolarità inferiore o uguale alla scuola media inferiore che risiedono al Sud e nelle Isole.

 

Difficile essere ottimisti sulle future generazioni, considerato che dall’ultimo programma Pisa di valutazione degli studenti di alcuni paese Ocse, è emerso che gli studenti in Italia ottengono un punteggio inferiore alla media dei 13 paesi OCSE che hanno partecipato alla valutazione delle competenze finanziarie. Con un punteggio medio di 466 punti, l’Italia si colloca tra la 16a e la 17a posizione rispetto all’insieme dei 18 paesi partecipanti. Nel complesso gli studenti italiani ottengono risultati in materia di alfabetizzazione finanziaria inferiori a quanto ci si potrebbe aspettare in  base al loro livello di competenze in lettura  e matematica, e questo risultato suggerisce che le principali competenze acquisite dagli studenti a scuola non includono quelle economico finanziarie.

 

Il nostro paese è indietro, insomma, e pare destinato a rimanerci. Già nel 2013 il rapporto per l’Avanzamento delle strategie nazionali per l’Educazione finanziaria, curato dall’Ocse e dalla presidenza russa del G20, si osservava che in 55 paesi presi in considerazione, 20 tra questi avevano adottato una strategia nazionale per l’educazione finanziaria, 25 si trovavano ad uno stadio avanzato nel disegnarla, mentre l’Italia figura tra i 5 Paesi di coda che stanno solo considerando di disegnarla. Per fare un paragone, dal settembre 2014 in tutte le scuole del Regno Unito l’educazione finanziaria è addirittura materia obbligatoria. Mentre l’agenzia Consumer financial protection bureau, creata negli Stati Uniti all’indomani dell’ultima crisi, ha anche l’obiettivo istituzionale di promuovere l’educazione finanziaria tra i cittadini. Il netto “conoscere per deliberare”, come noto, dovrebbe essere nelle corde degli italiani. In banca, non lo è ancora.

Marco Valerio Lo Prete

Il Foglio

14 dicembre 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/12/14/gli-italiani-non-masticano-economiafinanza-un-mini-test-lo-dimosra___1-vr-136031-rubriche_c262.htm

 

Fed : tassi su

imafedLa Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse dei Fed Funds dello 0,25%, portandoli quindi in una banda tra lo 0,25% e lo 0,50% dal precedente range tra zero e 0,25%. Era da nove anni che il costo del denaro in Usa non veniva aumentato e dal 2008 i tassi si trovavano in quella fascia minima. La stessa presidente della Fed, Janet Yellen, ha sottolineato che con la mossa odierna “pone fine a un periodo eccezionale”, caratterizzato dalla crisi finanziaria e dalla più ampia recessione della storia. Ma ora la Fed “riconosce i considerevoli progressi dell’economia”, che crescerà poco più del 2% a fine anno, e per questo il rialzo “è appropriato.

0,25%, dalla quale non ci si era mai spostati. Anche oggi la giornata di Borsa ha ruotato intorno all’attesa per le scelte di Washington, nonostante il calo del prezzo del petrolio resti una preoccupazione per gli investitori. Alla pubblicazione della decisione della Fed, Wall Street ha spiccato il volo: il Dow Jones è salito dell’1,28%, il Nasdaq è avanzato dell’1,52% mentre lo S&P 500 ha messo a segno un progresso dell’1,4%……
http://www.repubblica.it/economia/2015/12/16/news/fed_tassi_usa_yellen-129627179/?ref=HREC1-6

 

A differenza di quanto accade in condizioni ‘normali’, la politica monetaria non interviene questa volta per combattere le pressioni dell’inflazione. E’ buona norma per il governatore, infatti, agire sui tassi quando vuole calmare un’economia troppo esuberante, che rischia di dar luogo a una corsa dei prezzi inarrestabile. In questa circostanza, dicono invece gli esperti del Crédit Suisse, sono due i razionali che muovono Janet Yellen: limitare la possibile esplosione di bolle nell’immobiliare o sui mercati; e crearsi un cuscinetto per poter in futuro agire con la politica dei tassi, nel caso di un rallentamento economico. Se la crescita cambiasse verso, infatti, oggi la Fed non avrebbe margini d’azione: si deve allontanare dalla fascia dei ‘tassi zero’ che caratterizza ormai la politica della Fed dal lontano 2008 (per ironia della sorte, raggiunta sotto Ben Bernanke proprio il 16 dicembre). C’è anche qualche timore che questa mossa possa portare a una effettiva recessione, ma secondo gli economisti non è ancora il caso di preoccuparsi per l’ingresso in una fase calante dei mercati. Nonostante, ormai da oltre sei anni, il Pil Usa si espanda – e quindi sarebbe lecito attendersi un rallentamento -, gli analisti vedrebbero più a rischio i corsi azionari con una piena occupazione (disoccupazione al 4%, contro il 5% attuale) e una crescita dei salari più sostenuta.

http://www.repubblica.it/economia/2015/12/16/news/fed_in_azione_riflessi_su_dollaro_e_mercati_emergenti-129577836/

Cresce (ma a rilento) l’occupazione in Europa

JOPPPL’occupazione in Europa cresce ma lentamente mentre l’Italia si piazza sopra la media Ue.

L’Eurostat certifica che continua la lenta ripresa dei posti di lavoro: nel terzo trimestre di quest’anno è aumentata nell’Eurozona dello 0,3% rispetto al periodo immediatamente precedente, mentre il progresso registrato nell’Ue a 28 paesi è pari allo 0,4%. In entrambi i casi, il numero di occupati (229,8 milioni di persone di cui 151,5 nei paesi con la moneta unica) è cresciuto rispetto allo stesso trimestre del 2014 dell’1,1%. Aumento trimestrale sopra la media per l’Italia (+0,4%) che arriva così a una crescita degli occupati dello 0,9% in un anno. 

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker avverte che la crisi non è finita. «Dal mio punto di vista, la crisi non è finita», afferma davanti al parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo per ascoltare le sue considerazioni sul futuro dell’Eurozona. «Bisogna andare avanti con la nostra agenda di riforme e investimenti» e «dare più legittimità e forza alle istituzioni comuni», aggiunge. Infatti, osserva durante il suo intervento, «molte persone restano senza lavoro e la ripresa è ancora fragile». Secondo Juncker, «il parlamento europeo è il parlamento dell’Euro, che è un progetto politico e ha bisogno di una vigilanza politica di responsabilità politica».

La Stampa

15 dicembre 2015

 

https://www.lastampa.it/2015/12/15/economia/cresce-loccupazione-in-europa-a-novembre-77dQu7dEarkKUcpkT2fFnJ/pagina.html

 

L’accordo di Parigi sul clima

PolarBears[1]PARIGI – Il mondo cambia rotta. Questa sera a Parigi è stato raggiunto il primo accordo sul clima in cui tutti i paesi si sono impegnati in modo attivo per ridurre le emissioni serra. Ci sono volute 21 conferenze mondiali e abbiamo dovuto aspettare 23 anni dall’Earth Summit di Rio de Janeiro in cui è stata firmata la convenzione per la difesa del clima. Ma ora l’intesa c’è. Ed è stata accolta da un interminabile applauso liberatorio dei delegati di 195 paesi.

Il testo contiene un obiettivo molto ambizioso, inimmaginabile fino a pochi anni fa: la crescita della temperatura deve essere bloccata “ben al di sotto dei 2 gradi” rispetto all’era preindustriale e si deve fare tutto lo sforzo possibile per non superare 1,5 gradi. Inoltre i paesi industrializzati si sono impegnati ad alimentare un fondo annuo da 100 miliardi di dollari (a partire dal 2021, con un meccanismo di crescita programmata) per il trasferimento delle tecnologie pulite nei paesi non in grado di fare da soli il salto verso la green economy.

Terzo elemento base dell’accordo, c’è un programma di rafforzamento periodico degli obiettivi di riduzione fissati volontariamente dai singoli paesi. Si comincia con un incontro nel 2018 e poi si arriva, nel 2023, alla prima revisione vera e propria per far crescere gli obiettivi di taglio della CO2 (ce ne sarà una ogni 5 anni).
Infine l’intesa contiene un riferimento al cosiddetto carbon budget, cioè la quantità di carbonio immessa in atmosfera bruciando combustibili fossili e deforestando. In base alla situazione attuale si arriverebbe a un livello decisamente troppo alto: per restare nello scenario dei 2 gradi bisogna tagliarle di un terzo.

LEGGI IL TESTO INTEGRALE DELL’ACCORDO

Questa è l’architettura dell’accordo di Parigi, che entrerà in vigore appena sarà firmato o ratificato da almeno 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni. I contenuti operativi vanno in buona parte ancora inseriti. Come lo stesso accordo ammette, con i tagli di CO2 che finora i governi hanno messo in campo si va verso un aumento di temperatura devastante: attorno ai 3 gradi. Meno degli oltre 4 gradi che incombevano sul pianeta prima di Parigi, ma sempre molto più di quanto è accettabile se si vogliono ridurre sensibilmente i danni. Cioè se si vuole evitare che ampie zone fertili inaridiscano, che siccità e alluvioni crescano, che il livello del mare si alzi cancellando isole stato e città costiere…..

 

Per fermare il disastro bisogna fare quello che c’è scritto nell’accordo di Parigi : stare ben al di sotto dei 2 gradi di aumento rispetto all’era preindustriale (uno ce lo siamo già giocato). Cioè arrivare tra il 2020 e il 2030 al picco delle emissioni per poi farle rapidamente scendere in modo da raggiungere a metà secolo la cosiddetta carbon neutrality, cioè un sistema produttivo che azzera o riduce al minimo i combustibili fossili dando spazio alle fonti rinnovabili, all’efficienza energetica, al recupero dei materiali…..

Antonio Cianciullo

Repubblica 12 dicembre 2015

 

http://www.repubblica.it/ambiente/2015/12/12/news/a_parigi_l_accordo_sul_clima_che_cambia_il_volto_dell_economia-129344517/?ref=search

 

 

 

 

 

 

 

Le obbligazioni subordinate, ultimo frutto avvelenato dell’enorme debito pubblico italiano

 
images[8]Prima del mese scorso, era successo solo nel 1921. L’ultima volta prima di questa in cui i creditori di una banca italiana si erano visti azzerare i propri titoli, la prima guerra mondiale era appena finita. La Banca italiana di sconto fallì perché l’Ansaldo, il suo solo grande debitore, era stato messo in ginocchio dalla fine delle commesse belliche. L’anno dopo un neolaureato di nome Piero Sraffa pubblicò sul Guardian un’analisi devastante di quell’operazione, tutta dati e fatti, che gli fruttò l’ira del neo-premier di allora, Benito Mussolini, e un esilio a Cambridge che sarebbe durato tutta la vita.
Non ci sarà un altro Sraffa, stavolta. Non solo perché economisti del suo genio non nascono spesso né perché l’intolleranza del fascismo ormai ce la siamo messa alle spalle (si spera). Se non ci sarà un altro Sraffa, è anche perché l’azzeramento delle obbligazioni di quattro piccole banche arrivata per decreto il 22 novembre è il punto di arrivo di una storia diversa. Di pace, non di guerra. Quella di oggi è una vicenda che rivela cosa può fare un debito pubblico cronicamente eccessivo a un Paese. Diventa una sottile, persistente tossina che ne deforma la struttura finanziaria, i costumi, le responsabilità pubbliche e i comportamenti privati.
Il punto di partenza è in un golfo aperto, alla fine del 2010. Era quello fra ciò che le banche italiane raccoglievano dai correntisti, e quanto invece prestavano alle famiglie, alle imprese o alle amministrazioni. Fra questi due valori c’era uno scarto eccessivo: le banche si finanziavano grazie ai depositi della clientela per una somma notevolmente inferiore a quanto poi impiegavano nell’economia. Alla fine del 2010 la raccolta di risparmio agli sportelli sfiorava i 1.400 miliardi di euro, mentre i prestiti viaggiavano appena sotto i duemila miliardi. Le banche dovevano trovare dunque quasi 600 miliardi in più per funzionare e questo golfo veniva colmato tramite prestiti a breve termine da grandi istituti esteri: dalla City di Londra, Parigi, Francoforte.
Qui il debito pubblico entra in scena, bloccando l’ingranaggio. A metà del 2011 si scatena la crisi finanziaria, gli investitori internazionali dubitano che il governo possa evitare l’insolvenza e smettono di comprare titoli di Stato italiani. Anche le banche del Paese rischiano di soffocare, perché nel frattempo hanno già circa 200 miliardi di titoli del Tesoro nei loro bilanci, dunque vengono considerate vulnerabili a un default dello Stato. Per loro i prestiti dall’estero si interrompono, però quel golfo tra raccolta e impieghi resta aperto e rischia di provocare un infarto a vari istituti di credito.
Il coinvolgimento più intenso delle famiglie italiane nei rischi delle banche, specie le più provinciali, parte da qui. Con i mercati internazionali per loro ormai chiusi, centinaia di istituti iniziano a collocare con foga le proprie obbligazioni alla clientela.
Hanno urgenza di finanziarsi in qualche modo, per colmare almeno parte di quel golfo aperto fra depositi e impieghi. Secondo i dati ufficiali, le obbligazioni bancarie nei bilanci delle famiglie italiane esplodono dal già enorme livello di 271 miliardi di euro del 2005 fino a 372 miliardi del 2011. Si arriva al punto che i comuni risparmiatori italiani hanno una quantità di titoli di debito delle banche quasi doppia rispetto ai titoli di Stato. Non siamo più il popolo dei Btp. Diventiamo un popolo di obbligazionisti bancari. Nel 2013 i bond emessi dal settore creditizio rappresentano il 99,7% di tutte le obbligazioni private in cui hanno investito le famiglie italiane: quell’impiego ne scaccia molti altri, magari più produttivi.
Accade per molte ragioni, sempre influenzate dalla tossina del debito pubblico. Una è fiscale: una vecchia norma (ora abolita) cercava di spingere gli italiani a comprare titoli di Stato tassando i guadagni su normali certificati di deposito, depositi a termine o a vista in maniera più esosa rispetto a tutti i bond. La risposta nella società italiana è stata l’esplosione di bond bancari nei bilanci delle famiglie. Anche le meno finanziariamente istruite, che in Italia purtroppo sono la maggioranza. Molte piccole banche del resto ritenevano di non avere scelta, perché spesso gli investitori professionali non avrebbero comprato gli stessi titoli alle stesse condizioni.
Ci si può chiedere perché la Consob, l’autorità di controllo sul risparmio, non abbia impedito questa concentrazione del rischio. Ed è difficile resistere alla tentazione di pensare che non ci fosse molta voglia di contrastare aziende divenute vitali per la tenuta finanziaria dello Stato. Durante la crisi, mentre si finanziavano presso le famiglie (e presso la Banca centrale europea), le banche erano diventate decisive nel finanziare a loro volta il Tesoro: il loro portafoglio di titoli di Stato è salito da 108 miliardi del 2008 a 403 di due mesi fa.
Così il debito pubblico ha distorto i comportamenti lungo tutto il sistema. Certo fino all’agosto del 2013 non esistevano le regole europee che impongono di colpire i creditori in caso di aiuto di Stato alle banche (dopo sì, anche se in Italia se n’è parlato poco). E molte cose oggi sono migliorate.
Le banche hanno quasi smesso di emettere bond, perché godono di abbondante liquidità dalla Bce. Le obbligazioni bancarie in mano alle famiglie sono più che dimezzate; lo è anche la massa di titoli subordinati, i più a rischio, che ormai non supera i 30 miliardi di euro. Nel frattempo il golfo tra raccolta e impieghi degli istituti si è ristretto e – soprattutto – moltissime banche sono davvero solide. Specie fra le grandi.
Ma chi pensa che un debito alto si può vivere, perché in fondo non fa male, può rileggere la storia. A partire dal 1922.

Federico Fubini
Corriere della Sera,  13 dicembre 2015

Cosa sono le obbligazioni subordinate

Che cos’è un obbligazione subordinata, quante ce ne sono in circolazione e quante sono le banche che rischiano di far saltare per aria i risparmi dei privati, così come avvenuto col salvataggio di Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti.

Ecco un ‘vademecum’ con le risposte.

OBBLIGAZIONI SUBORDINATE. Come tutti i bond sono dei titoli di debito, che consentono a chi li compra di diventare creditore dell’emittente, incassando periodicamente degli interessi: il dividendo o cedola. Rispetto alle obbligazioni ordinarie, però, quelle subordinate espongono i risparmiatori a un grado di rischio molto più elevato e in caso di fallimento della banca, in questo caso, i possessori di bond sono considerati dei creditori di serie B e quindi il diritto di essere risarcito arriva dopo altri soggetti come i dipendenti, i correntisti o i sottoscrittori dei bond ordinari e anzi concorrono a ripianare le perdite. Con le nuove norme Ue infatti le passività soggette al bail-in soggette saranno innanzitutto gli strumenti di capitale, poi le passività subordinate e a seguire le obbligazioni bancarie non garantite. In più va considerato che le subordinate spesso non possono essere scambiate su mercati, nemmeno quelli Otc non regolamentati per poter almeno recuperare qualcosa.

QUALI SONO LE BANCHE A RISCHIO. Col recente salvataggio delle 4 banche, il numero di istituti a rischio si riduce notevolmente. Sulla base dei dati aggiornati a inizio dicembre dalla Banca d’Italia risultano sotto procedure di amministrazione straordinaria 9 banche di piccole dimensioni. Si tratta dell’Istituto per il Credito Sportivo (Rm), la Bcc Irpina (Av), la Cassa di Risparmio di Loreto (An), la Banca Padovana di Credito Cooperativo (Pd), la Cassa Rurale di Folgaria (Tn), la Banca Popolare delle Province Calabre (Cz), La Banca di Cascina Credito Cooperativo (Pi), la Bcc Banca Brutia (Cs) e la Bcc di Terra D’Otranto (Le). In particolare, ricorda l’istituto centrale di Via Nazionale nel 2014 sono state avviate procedure di amministrazione nei confronti di 12 banche mentre per altre 2 banche di credito cooperativo è stata avviata la procedura di liquidazione.

BOND SUBORDINATI, MINE VAGANTI? In circolazione c’e’ una massa di oltre 60 miliardi di obbligazioni subordinate emesse dalla banche italiane, più o meno redditizie, nelle mani di piccoli e piccolissimi risparmiatori o di grandi investitori, scambiabili o meno sul mercato. In un’elenco stilato dagli analisti indipendenti di Consultique, fra le circa 370 emissioni la parte del leone per decine di miliardi la fanno i big (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Ubi Banca ecc. con rischio basso o quasi nullo) ma figurano anche, per importi anche non disprezzabili, titoli di banche medie o piccole e Bcc. Scorrendo i titoli si nota come la gran parte delle obbligazioni subordinate, oltre due terzi, sia sprovvista di rating. Di quelle con rating circa una cinquantina non arriva a un giudizio di ‘investment grade’. Altro elemento da considerare e’ che oltre un terzo delle emissioni e’ potenzialmente illiquido e quindi non vendibile sui mercati quando la situazione inizia a farsi difficile seppure alle volte questo comporti una perdita del valore evitando comunque l’azzeramento totale in caso di perdita.

L’AVVERTIMENTO DI MOODY’S. Anche l’agenzia di rating internazionale, così come la Ue, aveva detto che anche in caso d’intervento del Fitd (Fondo Interbancario Di Tutela Dei Depositi) al posto del fondo di risoluzione gli effetti negativi si sarebbero riversati anche sugli obbligazionisti subordinati. L”unica mossa che si sarebbe potuta fare per evitare duri colpi sui piccoli risparmiatori sarebbe stata ritirare i bond per scambiarli con altri come ha ricordato anche Banca d’Italia ma per farlo sarebbe stato necessario rinviare l’entrata in vigore delle regole europee di qualche anno.

Opec, niente accordo la guerra del petrolio inonda il mercato. Crollo infinito dei prezzi

imakjkjkjkLa guerra continua. Un anno di massacri sul fronte dei prezzi non ha piegato l’Arabia saudita. Riad rilancia la strategia che, negli ultimi dodici mesi, ha fatto precipitare la quotazione del greggio intorno ai 40 dollari, un terzo del valore dello scorso novembre: continuare a produrre a tavoletta e chi ha costi superiori ai prezzi in vertiginosa discesa – come gli americani vada fuori mercato e lasci spazio a chi si può permettere di produrre a questi livelli.

Il vertice dell’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori, ieri, a Vienna, è stato teso, concitato e si è concluso, di fatto, senza un accordo. Ma Riad – l’unico produttore con le spalle abbastanza larghe da ridurre, se vuole, la produzione – non ne aveva bisogno. Di fatto, niente accordo significa prolungare la situazione attuale: il tetto alla produzione del cartello resta a 30 milioni di barili al giorno, quanto, oggi, sta già inondando il mercato e corrodendo i prezzi. Anzi, più realisticamente, l’Opec continuerà a produrre di più, 31,5 milioni di barili, il volume effettivo di greggio estratto, se si considera che molti paesi sforano sistematicamente le loro quote.

Il mercato del petrolio, infatti, non si capisce se non si tiene conto che, quando il prezzo scende, tutti tendono ad aumentare al massimo la produzione, nel tentativo di recuperare, con i maggiori volumi di vendita, quanto perdono con i prezzi più bassi.

Il risultato è che il prezzo scende ancora di più, ma è l’unico mezzo che i produttori più deboli hanno per restare a galla, anche se la spirale rischia di travolgerli. Ieri, quei produttori – Venezuela, Nigeria, Angola – che non riescono più a compensare, con gli introiti del greggio, i buchi dei loro bilanci, sono tornati alla carica per ottenere un taglio della produzione che ridia fiato ai prezzi. Puntavano sul fatto che anche l’Arabia saudita comincia ad avvertire i morsi dei minori incassi del greggio: ha dovuto rinunciare ad alcune ambiziose infrastrutture e, probabilmente, dovrà ricorrere a prestiti internazionali per pareggiare il bilancio. Ma pensa di poter tenere ancora duro più degli altri.

Del resto, ieri Riad ha ottenuto l’appoggio anche degli altri due più importanti membri dell’Opec: Iraq e Iran. Il primo è tornato da poco sul mercato, il secondo sta per ripresentarsi e tutt’e due sono interessati a conquistare quote di mercato più larghe possibile, non a ridurre la loro presenza, tagliando la produzione.

Chi pensava, insomma, che i sauditi fossero pronti ad alzare bandiera bianca e a frenare i pozzi è stato smentito e chi ci ha scommesso nelle borse dei futures è stato punito: il Brent ieri è sceso verso i 43 dollari a barile e il greggio americano intorno ai 40 dollari. La prospettiva, che quasi tutti danno per scontata con l’imminente rialzo dei tassi di interesse Usa, di una ulteriore risalita del dollaro renderà quei prezzi ancora più punitivi per i signori del greggio.

Riad, d’altra parte, ha fatto chiaramente capire che è disposta a mettere mano ai rubinetti solo se anche chi sta fuori dall’Opec si muove nello stesso modo. In altre parole, solo se gli altri non approfittano del rallentamento saudita per vendere loro il petrolio che Riad non produce più, rubandogli quote di mercato. Il problema è che l’unico interlocutore possibile – la Russia ha il problema di tutti gli altri, cioè produrre più possibile per incassare dollari, anche pochi, maledetti, ma subito. E questo è ancora più vero per i frackers americani, i veri concorrenti che i sauditi vogliono piegare.

E’ stata l’irruzione sul mercato dei protagonisti delle nuove tecniche di produzione, il fracking, con i loro 4 milioni di barili di greggio al giorno, infatti, a modificare radicalmente gli equilibri del mercato del petrolio.

Ma nonostante la retorica sulla loro efficienza, con il greggio a 40 dollari per loro è dura resistere. Gli equilibri economici dei nuovi petrolieri sono fragili. Le loro tecniche di trivellazione portano ad esaurire un pozzo nel giro di uno-due anni. Di fatto, più che pompare, scavano, ma questo comporta investimenti crescenti e costosi, finanziati, finora, con il debito. Banche e investitori, con il greggio a 40 dollari, sono diventati sempre più diffidenti e decine di frackers stanno fallendo o chiudendo, dando ragione alla strategia dei sauditi.

Quando i prezzi saranno risaliti, molti di loro ripartiranno, ma questo significa solo che il mercato del greggio è destinato a diventare sempre più volatile, con continue guerre dei prezzi.

Per i paesi consumatori, la conferma che la guerra dei prezzi continua vuol dire che continua anche la bonanza dell’energia a basso costo. Se ne lagna chi pensa che questo ritardi il boom delle energie alternative, ma per economie ai limiti del congelamento, come quella europea e quella italiana, è uno stimolo potente alla crescita.

Solo che gli effetti sono assai inferiori a quello che sarebbe lecito, sulla base delle esperienze precedenti, aspettarsi. I benefici dell’energia a basso costo fanno fatica a farsi strada fra la debolezza della domanda interna ed estera e le esitazioni delle banche a dare credito. Paradossalmente, anzi, il crollo del petrolio, tirando verso il basso gli indici dei prezzi, solidifica le paure di deflazione che stanno paralizzando l’economia europea.

Maurizio Ricci

Repubblica 5 dicembre 215

OPEC

http://www.opec.org/opec_web/en/

 

Giocare con i soldi finti rende i bimbi più studiosi (ma meno generosi)

monopoli2[1]Il denaro è un’arma a doppio taglio: non ha dubbi la professoressa Kathleen Vohs, coordinatrice dello studio ed esperta in psicologia del denaro, disciplina all’avanguardia che studia come i soldi, al di là del fatto che facciano o meno la felicità, incidono nei comportamenti e nella psicologia umana. In sostanza da questo studio americano è risultato che i bambini dai 3 ai 6 anni abituati a giochi che contemplano il concetto di soldi (pur non sapendo attribuire un valore preciso al denaro) crescono naturalmente portati a impegnarsi maggiormente, ma al tempo stesso sono anche meno generosi e meno capaci di condividere.

L’esempio del Monopoli

Non ha importanza se a Monopoli (solo per fare un esempio) il piccolo giocatore non ha idea di quanto potrebbe costare Parco della Vittoria nella realtà. Basta che il gioco contempli, seppur in modo embrionale, il concetto di do ut des o di moneta di scambio, che i piccoli lo interiorizzano subito. Ma una volta afferrato il concetto, i bambini cambiano, in meglio o peggio giudicate voi. Risulta infatti che i bambini abituati a «giochi monetari» tendono ad impegnarsi con maggior energia nei compiti, ma mostrano anche comportamenti meno solidali. 

La ricerca

Lo studio è stato promosso dalla Carlson School of Management dell’Università del Minnesota e dall’Università dell’Illinois di Chicago e ha coinvolto 550 bambini negli Stati Uniti e in Polonia dai 3 ai 6 anni. Le piccole «cavie» sono state suddivise in due gruppi: chi giocava con delle monete, chi con dei pulsanti e successivamente gli è stato chiesto di completare un puzzle piuttosto impegnativo. I bimbi che avevano giocato con i soldi sono risultati decisamente più agguerriti e grintosi, mentre quelli che avevano premuto i pulsanti si sono invece rivelati più lenti e meno energici. Ma quando in una seconda parte dell’esperimento è stato chiesto ai piccoli di aiutare il ricercatore a organizzare un test per un loro coetaneo, quelli dei pulsanti sono diventati protagonisti, rivelandosi più collaborativi e più vivaci.

E le caramelle?

A quel punto gli studiosi si sono chiesti se l’elemento che faceva la differenza non potesse essere semplicemente la prospettiva di un premio, poco importa se in monete finte o in dolcetti. E hanno deciso così di introdurre nella simulazione anche il gruppo delle caramelle, scoprendo però che queste ultime non sortivano lo stesso effetto del denaro, proprio per la diversità fondamentale del denaro da ogni altro concetto. «Il denaro è un elemento fondamentale della vita culturale e intercetta la realizzazione personale, la capacità di dare e l’armonia interpersonale», sottolinea Vohs, osservando che non può essere né demonizzato né incensato. Ecco, forse il segreto sta solo nelle dosi: se solo sapessimo crescere i nostri ragazzi miscelando il Monopoli e i giochi dei pulsanti seguendo la ricetta perfetta, avremmo dei figli competitivi e grintosi, ma con la capacità di spartire con gli altri ciò che hanno.

Emanuela Di Pasqua

Corriere della sera 8 dicembre 2015

http://www.corriere.it/scuola/primaria/15_dicembre_04/giochi-soldi-bambini-generosi-studio-56681fde-9aad-11e5-92cf-9bc51f72f9aa.shtml

Study: Money affects children’s behavior, even if they don’t understand its value

http://www.eurekalert.org/pub_releases/2015-12/uom-sma120215.php

Study: Just playing with money makes children more likely to work hard—and give less

Study: Just playing with money makes children more likely to work hard—and give less