Opec, niente accordo la guerra del petrolio inonda il mercato. Crollo infinito dei prezzi

imakjkjkjkLa guerra continua. Un anno di massacri sul fronte dei prezzi non ha piegato l’Arabia saudita. Riad rilancia la strategia che, negli ultimi dodici mesi, ha fatto precipitare la quotazione del greggio intorno ai 40 dollari, un terzo del valore dello scorso novembre: continuare a produrre a tavoletta e chi ha costi superiori ai prezzi in vertiginosa discesa – come gli americani vada fuori mercato e lasci spazio a chi si può permettere di produrre a questi livelli.

Il vertice dell’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori, ieri, a Vienna, è stato teso, concitato e si è concluso, di fatto, senza un accordo. Ma Riad – l’unico produttore con le spalle abbastanza larghe da ridurre, se vuole, la produzione – non ne aveva bisogno. Di fatto, niente accordo significa prolungare la situazione attuale: il tetto alla produzione del cartello resta a 30 milioni di barili al giorno, quanto, oggi, sta già inondando il mercato e corrodendo i prezzi. Anzi, più realisticamente, l’Opec continuerà a produrre di più, 31,5 milioni di barili, il volume effettivo di greggio estratto, se si considera che molti paesi sforano sistematicamente le loro quote.

Il mercato del petrolio, infatti, non si capisce se non si tiene conto che, quando il prezzo scende, tutti tendono ad aumentare al massimo la produzione, nel tentativo di recuperare, con i maggiori volumi di vendita, quanto perdono con i prezzi più bassi.

Il risultato è che il prezzo scende ancora di più, ma è l’unico mezzo che i produttori più deboli hanno per restare a galla, anche se la spirale rischia di travolgerli. Ieri, quei produttori – Venezuela, Nigeria, Angola – che non riescono più a compensare, con gli introiti del greggio, i buchi dei loro bilanci, sono tornati alla carica per ottenere un taglio della produzione che ridia fiato ai prezzi. Puntavano sul fatto che anche l’Arabia saudita comincia ad avvertire i morsi dei minori incassi del greggio: ha dovuto rinunciare ad alcune ambiziose infrastrutture e, probabilmente, dovrà ricorrere a prestiti internazionali per pareggiare il bilancio. Ma pensa di poter tenere ancora duro più degli altri.

Del resto, ieri Riad ha ottenuto l’appoggio anche degli altri due più importanti membri dell’Opec: Iraq e Iran. Il primo è tornato da poco sul mercato, il secondo sta per ripresentarsi e tutt’e due sono interessati a conquistare quote di mercato più larghe possibile, non a ridurre la loro presenza, tagliando la produzione.

Chi pensava, insomma, che i sauditi fossero pronti ad alzare bandiera bianca e a frenare i pozzi è stato smentito e chi ci ha scommesso nelle borse dei futures è stato punito: il Brent ieri è sceso verso i 43 dollari a barile e il greggio americano intorno ai 40 dollari. La prospettiva, che quasi tutti danno per scontata con l’imminente rialzo dei tassi di interesse Usa, di una ulteriore risalita del dollaro renderà quei prezzi ancora più punitivi per i signori del greggio.

Riad, d’altra parte, ha fatto chiaramente capire che è disposta a mettere mano ai rubinetti solo se anche chi sta fuori dall’Opec si muove nello stesso modo. In altre parole, solo se gli altri non approfittano del rallentamento saudita per vendere loro il petrolio che Riad non produce più, rubandogli quote di mercato. Il problema è che l’unico interlocutore possibile – la Russia ha il problema di tutti gli altri, cioè produrre più possibile per incassare dollari, anche pochi, maledetti, ma subito. E questo è ancora più vero per i frackers americani, i veri concorrenti che i sauditi vogliono piegare.

E’ stata l’irruzione sul mercato dei protagonisti delle nuove tecniche di produzione, il fracking, con i loro 4 milioni di barili di greggio al giorno, infatti, a modificare radicalmente gli equilibri del mercato del petrolio.

Ma nonostante la retorica sulla loro efficienza, con il greggio a 40 dollari per loro è dura resistere. Gli equilibri economici dei nuovi petrolieri sono fragili. Le loro tecniche di trivellazione portano ad esaurire un pozzo nel giro di uno-due anni. Di fatto, più che pompare, scavano, ma questo comporta investimenti crescenti e costosi, finanziati, finora, con il debito. Banche e investitori, con il greggio a 40 dollari, sono diventati sempre più diffidenti e decine di frackers stanno fallendo o chiudendo, dando ragione alla strategia dei sauditi.

Quando i prezzi saranno risaliti, molti di loro ripartiranno, ma questo significa solo che il mercato del greggio è destinato a diventare sempre più volatile, con continue guerre dei prezzi.

Per i paesi consumatori, la conferma che la guerra dei prezzi continua vuol dire che continua anche la bonanza dell’energia a basso costo. Se ne lagna chi pensa che questo ritardi il boom delle energie alternative, ma per economie ai limiti del congelamento, come quella europea e quella italiana, è uno stimolo potente alla crescita.

Solo che gli effetti sono assai inferiori a quello che sarebbe lecito, sulla base delle esperienze precedenti, aspettarsi. I benefici dell’energia a basso costo fanno fatica a farsi strada fra la debolezza della domanda interna ed estera e le esitazioni delle banche a dare credito. Paradossalmente, anzi, il crollo del petrolio, tirando verso il basso gli indici dei prezzi, solidifica le paure di deflazione che stanno paralizzando l’economia europea.

Maurizio Ricci

Repubblica 5 dicembre 215

OPEC

http://www.opec.org/opec_web/en/

 

Giocare con i soldi finti rende i bimbi più studiosi (ma meno generosi)

monopoli2[1]Il denaro è un’arma a doppio taglio: non ha dubbi la professoressa Kathleen Vohs, coordinatrice dello studio ed esperta in psicologia del denaro, disciplina all’avanguardia che studia come i soldi, al di là del fatto che facciano o meno la felicità, incidono nei comportamenti e nella psicologia umana. In sostanza da questo studio americano è risultato che i bambini dai 3 ai 6 anni abituati a giochi che contemplano il concetto di soldi (pur non sapendo attribuire un valore preciso al denaro) crescono naturalmente portati a impegnarsi maggiormente, ma al tempo stesso sono anche meno generosi e meno capaci di condividere.

L’esempio del Monopoli

Non ha importanza se a Monopoli (solo per fare un esempio) il piccolo giocatore non ha idea di quanto potrebbe costare Parco della Vittoria nella realtà. Basta che il gioco contempli, seppur in modo embrionale, il concetto di do ut des o di moneta di scambio, che i piccoli lo interiorizzano subito. Ma una volta afferrato il concetto, i bambini cambiano, in meglio o peggio giudicate voi. Risulta infatti che i bambini abituati a «giochi monetari» tendono ad impegnarsi con maggior energia nei compiti, ma mostrano anche comportamenti meno solidali. 

La ricerca

Lo studio è stato promosso dalla Carlson School of Management dell’Università del Minnesota e dall’Università dell’Illinois di Chicago e ha coinvolto 550 bambini negli Stati Uniti e in Polonia dai 3 ai 6 anni. Le piccole «cavie» sono state suddivise in due gruppi: chi giocava con delle monete, chi con dei pulsanti e successivamente gli è stato chiesto di completare un puzzle piuttosto impegnativo. I bimbi che avevano giocato con i soldi sono risultati decisamente più agguerriti e grintosi, mentre quelli che avevano premuto i pulsanti si sono invece rivelati più lenti e meno energici. Ma quando in una seconda parte dell’esperimento è stato chiesto ai piccoli di aiutare il ricercatore a organizzare un test per un loro coetaneo, quelli dei pulsanti sono diventati protagonisti, rivelandosi più collaborativi e più vivaci.

E le caramelle?

A quel punto gli studiosi si sono chiesti se l’elemento che faceva la differenza non potesse essere semplicemente la prospettiva di un premio, poco importa se in monete finte o in dolcetti. E hanno deciso così di introdurre nella simulazione anche il gruppo delle caramelle, scoprendo però che queste ultime non sortivano lo stesso effetto del denaro, proprio per la diversità fondamentale del denaro da ogni altro concetto. «Il denaro è un elemento fondamentale della vita culturale e intercetta la realizzazione personale, la capacità di dare e l’armonia interpersonale», sottolinea Vohs, osservando che non può essere né demonizzato né incensato. Ecco, forse il segreto sta solo nelle dosi: se solo sapessimo crescere i nostri ragazzi miscelando il Monopoli e i giochi dei pulsanti seguendo la ricetta perfetta, avremmo dei figli competitivi e grintosi, ma con la capacità di spartire con gli altri ciò che hanno.

Emanuela Di Pasqua

Corriere della sera 8 dicembre 2015

http://www.corriere.it/scuola/primaria/15_dicembre_04/giochi-soldi-bambini-generosi-studio-56681fde-9aad-11e5-92cf-9bc51f72f9aa.shtml

Study: Money affects children’s behavior, even if they don’t understand its value

http://www.eurekalert.org/pub_releases/2015-12/uom-sma120215.php

Study: Just playing with money makes children more likely to work hard—and give less

Study: Just playing with money makes children more likely to work hard—and give less