Le obbligazioni subordinate, ultimo frutto avvelenato dell’enorme debito pubblico italiano

 
images[8]Prima del mese scorso, era successo solo nel 1921. L’ultima volta prima di questa in cui i creditori di una banca italiana si erano visti azzerare i propri titoli, la prima guerra mondiale era appena finita. La Banca italiana di sconto fallì perché l’Ansaldo, il suo solo grande debitore, era stato messo in ginocchio dalla fine delle commesse belliche. L’anno dopo un neolaureato di nome Piero Sraffa pubblicò sul Guardian un’analisi devastante di quell’operazione, tutta dati e fatti, che gli fruttò l’ira del neo-premier di allora, Benito Mussolini, e un esilio a Cambridge che sarebbe durato tutta la vita.
Non ci sarà un altro Sraffa, stavolta. Non solo perché economisti del suo genio non nascono spesso né perché l’intolleranza del fascismo ormai ce la siamo messa alle spalle (si spera). Se non ci sarà un altro Sraffa, è anche perché l’azzeramento delle obbligazioni di quattro piccole banche arrivata per decreto il 22 novembre è il punto di arrivo di una storia diversa. Di pace, non di guerra. Quella di oggi è una vicenda che rivela cosa può fare un debito pubblico cronicamente eccessivo a un Paese. Diventa una sottile, persistente tossina che ne deforma la struttura finanziaria, i costumi, le responsabilità pubbliche e i comportamenti privati.
Il punto di partenza è in un golfo aperto, alla fine del 2010. Era quello fra ciò che le banche italiane raccoglievano dai correntisti, e quanto invece prestavano alle famiglie, alle imprese o alle amministrazioni. Fra questi due valori c’era uno scarto eccessivo: le banche si finanziavano grazie ai depositi della clientela per una somma notevolmente inferiore a quanto poi impiegavano nell’economia. Alla fine del 2010 la raccolta di risparmio agli sportelli sfiorava i 1.400 miliardi di euro, mentre i prestiti viaggiavano appena sotto i duemila miliardi. Le banche dovevano trovare dunque quasi 600 miliardi in più per funzionare e questo golfo veniva colmato tramite prestiti a breve termine da grandi istituti esteri: dalla City di Londra, Parigi, Francoforte.
Qui il debito pubblico entra in scena, bloccando l’ingranaggio. A metà del 2011 si scatena la crisi finanziaria, gli investitori internazionali dubitano che il governo possa evitare l’insolvenza e smettono di comprare titoli di Stato italiani. Anche le banche del Paese rischiano di soffocare, perché nel frattempo hanno già circa 200 miliardi di titoli del Tesoro nei loro bilanci, dunque vengono considerate vulnerabili a un default dello Stato. Per loro i prestiti dall’estero si interrompono, però quel golfo tra raccolta e impieghi resta aperto e rischia di provocare un infarto a vari istituti di credito.
Il coinvolgimento più intenso delle famiglie italiane nei rischi delle banche, specie le più provinciali, parte da qui. Con i mercati internazionali per loro ormai chiusi, centinaia di istituti iniziano a collocare con foga le proprie obbligazioni alla clientela.
Hanno urgenza di finanziarsi in qualche modo, per colmare almeno parte di quel golfo aperto fra depositi e impieghi. Secondo i dati ufficiali, le obbligazioni bancarie nei bilanci delle famiglie italiane esplodono dal già enorme livello di 271 miliardi di euro del 2005 fino a 372 miliardi del 2011. Si arriva al punto che i comuni risparmiatori italiani hanno una quantità di titoli di debito delle banche quasi doppia rispetto ai titoli di Stato. Non siamo più il popolo dei Btp. Diventiamo un popolo di obbligazionisti bancari. Nel 2013 i bond emessi dal settore creditizio rappresentano il 99,7% di tutte le obbligazioni private in cui hanno investito le famiglie italiane: quell’impiego ne scaccia molti altri, magari più produttivi.
Accade per molte ragioni, sempre influenzate dalla tossina del debito pubblico. Una è fiscale: una vecchia norma (ora abolita) cercava di spingere gli italiani a comprare titoli di Stato tassando i guadagni su normali certificati di deposito, depositi a termine o a vista in maniera più esosa rispetto a tutti i bond. La risposta nella società italiana è stata l’esplosione di bond bancari nei bilanci delle famiglie. Anche le meno finanziariamente istruite, che in Italia purtroppo sono la maggioranza. Molte piccole banche del resto ritenevano di non avere scelta, perché spesso gli investitori professionali non avrebbero comprato gli stessi titoli alle stesse condizioni.
Ci si può chiedere perché la Consob, l’autorità di controllo sul risparmio, non abbia impedito questa concentrazione del rischio. Ed è difficile resistere alla tentazione di pensare che non ci fosse molta voglia di contrastare aziende divenute vitali per la tenuta finanziaria dello Stato. Durante la crisi, mentre si finanziavano presso le famiglie (e presso la Banca centrale europea), le banche erano diventate decisive nel finanziare a loro volta il Tesoro: il loro portafoglio di titoli di Stato è salito da 108 miliardi del 2008 a 403 di due mesi fa.
Così il debito pubblico ha distorto i comportamenti lungo tutto il sistema. Certo fino all’agosto del 2013 non esistevano le regole europee che impongono di colpire i creditori in caso di aiuto di Stato alle banche (dopo sì, anche se in Italia se n’è parlato poco). E molte cose oggi sono migliorate.
Le banche hanno quasi smesso di emettere bond, perché godono di abbondante liquidità dalla Bce. Le obbligazioni bancarie in mano alle famiglie sono più che dimezzate; lo è anche la massa di titoli subordinati, i più a rischio, che ormai non supera i 30 miliardi di euro. Nel frattempo il golfo tra raccolta e impieghi degli istituti si è ristretto e – soprattutto – moltissime banche sono davvero solide. Specie fra le grandi.
Ma chi pensa che un debito alto si può vivere, perché in fondo non fa male, può rileggere la storia. A partire dal 1922.

Federico Fubini
Corriere della Sera,  13 dicembre 2015

Cosa sono le obbligazioni subordinate

Che cos’è un obbligazione subordinata, quante ce ne sono in circolazione e quante sono le banche che rischiano di far saltare per aria i risparmi dei privati, così come avvenuto col salvataggio di Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti.

Ecco un ‘vademecum’ con le risposte.

OBBLIGAZIONI SUBORDINATE. Come tutti i bond sono dei titoli di debito, che consentono a chi li compra di diventare creditore dell’emittente, incassando periodicamente degli interessi: il dividendo o cedola. Rispetto alle obbligazioni ordinarie, però, quelle subordinate espongono i risparmiatori a un grado di rischio molto più elevato e in caso di fallimento della banca, in questo caso, i possessori di bond sono considerati dei creditori di serie B e quindi il diritto di essere risarcito arriva dopo altri soggetti come i dipendenti, i correntisti o i sottoscrittori dei bond ordinari e anzi concorrono a ripianare le perdite. Con le nuove norme Ue infatti le passività soggette al bail-in soggette saranno innanzitutto gli strumenti di capitale, poi le passività subordinate e a seguire le obbligazioni bancarie non garantite. In più va considerato che le subordinate spesso non possono essere scambiate su mercati, nemmeno quelli Otc non regolamentati per poter almeno recuperare qualcosa.

QUALI SONO LE BANCHE A RISCHIO. Col recente salvataggio delle 4 banche, il numero di istituti a rischio si riduce notevolmente. Sulla base dei dati aggiornati a inizio dicembre dalla Banca d’Italia risultano sotto procedure di amministrazione straordinaria 9 banche di piccole dimensioni. Si tratta dell’Istituto per il Credito Sportivo (Rm), la Bcc Irpina (Av), la Cassa di Risparmio di Loreto (An), la Banca Padovana di Credito Cooperativo (Pd), la Cassa Rurale di Folgaria (Tn), la Banca Popolare delle Province Calabre (Cz), La Banca di Cascina Credito Cooperativo (Pi), la Bcc Banca Brutia (Cs) e la Bcc di Terra D’Otranto (Le). In particolare, ricorda l’istituto centrale di Via Nazionale nel 2014 sono state avviate procedure di amministrazione nei confronti di 12 banche mentre per altre 2 banche di credito cooperativo è stata avviata la procedura di liquidazione.

BOND SUBORDINATI, MINE VAGANTI? In circolazione c’e’ una massa di oltre 60 miliardi di obbligazioni subordinate emesse dalla banche italiane, più o meno redditizie, nelle mani di piccoli e piccolissimi risparmiatori o di grandi investitori, scambiabili o meno sul mercato. In un’elenco stilato dagli analisti indipendenti di Consultique, fra le circa 370 emissioni la parte del leone per decine di miliardi la fanno i big (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Ubi Banca ecc. con rischio basso o quasi nullo) ma figurano anche, per importi anche non disprezzabili, titoli di banche medie o piccole e Bcc. Scorrendo i titoli si nota come la gran parte delle obbligazioni subordinate, oltre due terzi, sia sprovvista di rating. Di quelle con rating circa una cinquantina non arriva a un giudizio di ‘investment grade’. Altro elemento da considerare e’ che oltre un terzo delle emissioni e’ potenzialmente illiquido e quindi non vendibile sui mercati quando la situazione inizia a farsi difficile seppure alle volte questo comporti una perdita del valore evitando comunque l’azzeramento totale in caso di perdita.

L’AVVERTIMENTO DI MOODY’S. Anche l’agenzia di rating internazionale, così come la Ue, aveva detto che anche in caso d’intervento del Fitd (Fondo Interbancario Di Tutela Dei Depositi) al posto del fondo di risoluzione gli effetti negativi si sarebbero riversati anche sugli obbligazionisti subordinati. L”unica mossa che si sarebbe potuta fare per evitare duri colpi sui piccoli risparmiatori sarebbe stata ritirare i bond per scambiarli con altri come ha ricordato anche Banca d’Italia ma per farlo sarebbe stato necessario rinviare l’entrata in vigore delle regole europee di qualche anno.

Opec, niente accordo la guerra del petrolio inonda il mercato. Crollo infinito dei prezzi

imakjkjkjkLa guerra continua. Un anno di massacri sul fronte dei prezzi non ha piegato l’Arabia saudita. Riad rilancia la strategia che, negli ultimi dodici mesi, ha fatto precipitare la quotazione del greggio intorno ai 40 dollari, un terzo del valore dello scorso novembre: continuare a produrre a tavoletta e chi ha costi superiori ai prezzi in vertiginosa discesa – come gli americani vada fuori mercato e lasci spazio a chi si può permettere di produrre a questi livelli.

Il vertice dell’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori, ieri, a Vienna, è stato teso, concitato e si è concluso, di fatto, senza un accordo. Ma Riad – l’unico produttore con le spalle abbastanza larghe da ridurre, se vuole, la produzione – non ne aveva bisogno. Di fatto, niente accordo significa prolungare la situazione attuale: il tetto alla produzione del cartello resta a 30 milioni di barili al giorno, quanto, oggi, sta già inondando il mercato e corrodendo i prezzi. Anzi, più realisticamente, l’Opec continuerà a produrre di più, 31,5 milioni di barili, il volume effettivo di greggio estratto, se si considera che molti paesi sforano sistematicamente le loro quote.

Il mercato del petrolio, infatti, non si capisce se non si tiene conto che, quando il prezzo scende, tutti tendono ad aumentare al massimo la produzione, nel tentativo di recuperare, con i maggiori volumi di vendita, quanto perdono con i prezzi più bassi.

Il risultato è che il prezzo scende ancora di più, ma è l’unico mezzo che i produttori più deboli hanno per restare a galla, anche se la spirale rischia di travolgerli. Ieri, quei produttori – Venezuela, Nigeria, Angola – che non riescono più a compensare, con gli introiti del greggio, i buchi dei loro bilanci, sono tornati alla carica per ottenere un taglio della produzione che ridia fiato ai prezzi. Puntavano sul fatto che anche l’Arabia saudita comincia ad avvertire i morsi dei minori incassi del greggio: ha dovuto rinunciare ad alcune ambiziose infrastrutture e, probabilmente, dovrà ricorrere a prestiti internazionali per pareggiare il bilancio. Ma pensa di poter tenere ancora duro più degli altri.

Del resto, ieri Riad ha ottenuto l’appoggio anche degli altri due più importanti membri dell’Opec: Iraq e Iran. Il primo è tornato da poco sul mercato, il secondo sta per ripresentarsi e tutt’e due sono interessati a conquistare quote di mercato più larghe possibile, non a ridurre la loro presenza, tagliando la produzione.

Chi pensava, insomma, che i sauditi fossero pronti ad alzare bandiera bianca e a frenare i pozzi è stato smentito e chi ci ha scommesso nelle borse dei futures è stato punito: il Brent ieri è sceso verso i 43 dollari a barile e il greggio americano intorno ai 40 dollari. La prospettiva, che quasi tutti danno per scontata con l’imminente rialzo dei tassi di interesse Usa, di una ulteriore risalita del dollaro renderà quei prezzi ancora più punitivi per i signori del greggio.

Riad, d’altra parte, ha fatto chiaramente capire che è disposta a mettere mano ai rubinetti solo se anche chi sta fuori dall’Opec si muove nello stesso modo. In altre parole, solo se gli altri non approfittano del rallentamento saudita per vendere loro il petrolio che Riad non produce più, rubandogli quote di mercato. Il problema è che l’unico interlocutore possibile – la Russia ha il problema di tutti gli altri, cioè produrre più possibile per incassare dollari, anche pochi, maledetti, ma subito. E questo è ancora più vero per i frackers americani, i veri concorrenti che i sauditi vogliono piegare.

E’ stata l’irruzione sul mercato dei protagonisti delle nuove tecniche di produzione, il fracking, con i loro 4 milioni di barili di greggio al giorno, infatti, a modificare radicalmente gli equilibri del mercato del petrolio.

Ma nonostante la retorica sulla loro efficienza, con il greggio a 40 dollari per loro è dura resistere. Gli equilibri economici dei nuovi petrolieri sono fragili. Le loro tecniche di trivellazione portano ad esaurire un pozzo nel giro di uno-due anni. Di fatto, più che pompare, scavano, ma questo comporta investimenti crescenti e costosi, finanziati, finora, con il debito. Banche e investitori, con il greggio a 40 dollari, sono diventati sempre più diffidenti e decine di frackers stanno fallendo o chiudendo, dando ragione alla strategia dei sauditi.

Quando i prezzi saranno risaliti, molti di loro ripartiranno, ma questo significa solo che il mercato del greggio è destinato a diventare sempre più volatile, con continue guerre dei prezzi.

Per i paesi consumatori, la conferma che la guerra dei prezzi continua vuol dire che continua anche la bonanza dell’energia a basso costo. Se ne lagna chi pensa che questo ritardi il boom delle energie alternative, ma per economie ai limiti del congelamento, come quella europea e quella italiana, è uno stimolo potente alla crescita.

Solo che gli effetti sono assai inferiori a quello che sarebbe lecito, sulla base delle esperienze precedenti, aspettarsi. I benefici dell’energia a basso costo fanno fatica a farsi strada fra la debolezza della domanda interna ed estera e le esitazioni delle banche a dare credito. Paradossalmente, anzi, il crollo del petrolio, tirando verso il basso gli indici dei prezzi, solidifica le paure di deflazione che stanno paralizzando l’economia europea.

Maurizio Ricci

Repubblica 5 dicembre 215

OPEC

http://www.opec.org/opec_web/en/

 

Giocare con i soldi finti rende i bimbi più studiosi (ma meno generosi)

monopoli2[1]Il denaro è un’arma a doppio taglio: non ha dubbi la professoressa Kathleen Vohs, coordinatrice dello studio ed esperta in psicologia del denaro, disciplina all’avanguardia che studia come i soldi, al di là del fatto che facciano o meno la felicità, incidono nei comportamenti e nella psicologia umana. In sostanza da questo studio americano è risultato che i bambini dai 3 ai 6 anni abituati a giochi che contemplano il concetto di soldi (pur non sapendo attribuire un valore preciso al denaro) crescono naturalmente portati a impegnarsi maggiormente, ma al tempo stesso sono anche meno generosi e meno capaci di condividere.

L’esempio del Monopoli

Non ha importanza se a Monopoli (solo per fare un esempio) il piccolo giocatore non ha idea di quanto potrebbe costare Parco della Vittoria nella realtà. Basta che il gioco contempli, seppur in modo embrionale, il concetto di do ut des o di moneta di scambio, che i piccoli lo interiorizzano subito. Ma una volta afferrato il concetto, i bambini cambiano, in meglio o peggio giudicate voi. Risulta infatti che i bambini abituati a «giochi monetari» tendono ad impegnarsi con maggior energia nei compiti, ma mostrano anche comportamenti meno solidali. 

La ricerca

Lo studio è stato promosso dalla Carlson School of Management dell’Università del Minnesota e dall’Università dell’Illinois di Chicago e ha coinvolto 550 bambini negli Stati Uniti e in Polonia dai 3 ai 6 anni. Le piccole «cavie» sono state suddivise in due gruppi: chi giocava con delle monete, chi con dei pulsanti e successivamente gli è stato chiesto di completare un puzzle piuttosto impegnativo. I bimbi che avevano giocato con i soldi sono risultati decisamente più agguerriti e grintosi, mentre quelli che avevano premuto i pulsanti si sono invece rivelati più lenti e meno energici. Ma quando in una seconda parte dell’esperimento è stato chiesto ai piccoli di aiutare il ricercatore a organizzare un test per un loro coetaneo, quelli dei pulsanti sono diventati protagonisti, rivelandosi più collaborativi e più vivaci.

E le caramelle?

A quel punto gli studiosi si sono chiesti se l’elemento che faceva la differenza non potesse essere semplicemente la prospettiva di un premio, poco importa se in monete finte o in dolcetti. E hanno deciso così di introdurre nella simulazione anche il gruppo delle caramelle, scoprendo però che queste ultime non sortivano lo stesso effetto del denaro, proprio per la diversità fondamentale del denaro da ogni altro concetto. «Il denaro è un elemento fondamentale della vita culturale e intercetta la realizzazione personale, la capacità di dare e l’armonia interpersonale», sottolinea Vohs, osservando che non può essere né demonizzato né incensato. Ecco, forse il segreto sta solo nelle dosi: se solo sapessimo crescere i nostri ragazzi miscelando il Monopoli e i giochi dei pulsanti seguendo la ricetta perfetta, avremmo dei figli competitivi e grintosi, ma con la capacità di spartire con gli altri ciò che hanno.

Emanuela Di Pasqua

Corriere della sera 8 dicembre 2015

http://www.corriere.it/scuola/primaria/15_dicembre_04/giochi-soldi-bambini-generosi-studio-56681fde-9aad-11e5-92cf-9bc51f72f9aa.shtml

Study: Money affects children’s behavior, even if they don’t understand its value

http://www.eurekalert.org/pub_releases/2015-12/uom-sma120215.php

Study: Just playing with money makes children more likely to work hard—and give less

Study: Just playing with money makes children more likely to work hard—and give less

Consumatori raggirati”

ryanair-3[1]Per RyanaireDreams e Google ingannano i consumatori perché fanno credere loro di acquistare voli direttamente dalla compagnia aerea. Per questo la low cost di Michael O’Leary ha trascinato davanti all’Alta Corte d’Irlanda i due colossi web per presunta violazione delle leggi a tutela dei consumatori e violazione di marchio commerciale. O’Leary, che ha fatto sapere di scrivere al numero uno di Google Eric Schmidt ogni settimana per girargli le lamentele dei consumatori, ha riferito che la società ne riceve circa mille segnalazioni al mese da parte di passeggeri che hanno prenotato tramite eDreams. Secondo la compagnia aerea, chi cerca Ryanair su Google ottiene a volte come primo risultato una pubblicità a pagamento di eDreams con un link a un “sito

fotocopia con branding identico a quello di Ryanair per raggirare i consumatori”. Ryanair ritiene che si tratti anche di una violazione del codice di condotta di Google.

Tra i punti elencati dal Ceo ( in lingua inglese CEO – Chief Executive Officer , cioè Amministratore Delegato) Ryanair, ci sono le segnalazioni da chi denuncia tariffe pubblicizzate che non esistono con addebiti di costi aggiuntivi senza autorizzazione a chi lamenta che non vengono comunicati ai viaggiatori cambiamenti degli orari dei voli, o ancora a chi riferisce che non vengono completati i pagamenti per i bagagli da imbarcare, il che significa che ai passeggeri viene poi chiesto di pagare di nuovo in aeroporto. “Dobbiamo difendere questi consumatori che sono stati palesemente raggirati”, ha detto O’Leary.

E ancora: il sito di eDreams presenta una fotografia di un aereo di Ryanair e sembra mostrare il brand della compagnia irlandese. Ma in fondo alla pagine una dichiarazione informa che “non c’è alcun legame con il sito ufficiale della compagnia aerea qui sopra menzionata”. Da un sondaggio commissionato da Ryanair e condotto su 2mila adulti, però, emerge che l’82% degli intervistati ritiene che il sito di eDreams sia gestito da Ryanair.

Inoltre, il capo di marketing della low cost, Kenny Jacobs, ha sottolineato che i clienti che prenotano tramite eDreams in media pagano fra il 30% e il 100% in più rispetto al costo sul sito ufficiale della compagnia aerea. Ha aggiunto inoltre che Ryanair è stata in “costante contatto” con Google ma che alle ultime lettere il colosso di Mountain View non ha risposto e non sono state intraprese azioni sufficienti. O’Leary fa sapere che scrive al numero uno di Google Eric Schmidt ogni settimana per girargli le lamentele dei consumatori. “Una volta che passeremo al tribunale immagino che Google cambierà in modo considerevole il modo in cui offre il servizio di pubblicità a pagamento“, ha aggiunto. La compagnia ha fatto sapere che recentemente ha vinto una causa in un tribunale in Germania, che ha impedito a eDreams la “pubblicità ingannevole”, aggiungendo che ha in programma di intraprendere ulteriori azioni legali in Regno Unito, Spagna e Italia.

 

Ryanair porta eDreams e Google in tribunale in Irlanda: “Consumatori raggirati”

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/02/ryanair-porta-edreams-e-google-in-tribunale-pubblicita-ingannevole-consumatori-raggirati/2270518/

L’Occidente inquina di più. Ora paghi per i suoi consumi

climchDopo gli attacchi terroristici, ci sono purtroppo seri rischi che i dirigenti francesi e occidentali abbiano la testa altrove e non facciano gli sforzi necessari perché la Conferenza sul clima di Parigi vada a buon fine. Sarebbe un esito drammatico per il pianeta. Innanzitutto perché è arrivato il momento che i paesi ricchi si facciano carico delle loro responsabilità storiche di fronte al riscaldamento climatico e ai danni che già adesso arreca ai paesi poveri. In secondo luogo perché le tensioni future su clima ed eneria sono gravide di minacce per la pace mondiale.

A che punto è la discussione? Se ci atteniamo agli obbiettivi di riduzione delle emissioni presentati dagli Stati, i conti non tornano. Siamo avviati lungo una traiettoria che porta verso un riscaldamento superiore ai tre gradi e forse più, con conseguenze potenzialmente cataclismatiche, in particolare per l’Africa, l’Asia meridionale e il Sudest asiatico. Anche nell’ipotesi di un accordo ambizioso sulle misure di mitigazione delle emissioni, è già sicuro che l’innalzamento dei mari e l’aumento delle temperature provocherà danni considerevoli in molti di questi Paesi. Si calcola che sarebbe necessario mettere in campo un fondo mondiale da 150 miliardi di euro l’anno per finanziare gli investimenti minimi necessari per l’adattamento ai cambiamenti climatici (dighe, ridislocazione di abitazioni e attività ecc.). Se i Paesi ricchi non riescono nemmeno a mettere insieme una somma del genere (appena lo 0,2 per cento del Pil mondiale), allora è illusorio pretendere di convincere i Paesi poveri ed emergenti a fare sforzi supplementari per ridurre le loro emissioni future. Al momento le somme promesse per l’adattamento sono inferiori a 10 miliardi.

Si sente spesso dire, in Europa e negli Stati Uniti, che la Cina ora è il primo inquinatore a livello mondiale e che adesso tocca a Pechino e agli altri Paesi emergenti fare degli sforzi. Dicendo questo, però, ci si dimentica di parecchie cose. Innanzitutto che il volume delle emissioni dev’essere rapportato alla popolazione di ogni Paese: la Cina ha quasi 1,4 miliardi di abitanti, poco meno del triplo dell’Europa (500 milioni) e oltre quattro volte di più del Nordamerica (350 milioni). In secondo luogo, il basso livello di emissioni dell’Europa si spiega in parte con il fatto che noi subappaltiamo massicciamente all’estero, in particolare in Cina, la produzione dei beni industriali ed elettronici inquinanti che amiamo consumare.

Se si tiene conto del contenuto in CO2 dei flussi di importazioni ed esportazioni tra le diverse regioni del mondo, le emissioni europee schizzano in su del 40 per cento (e quelle del Nordamerica del 13 per cento), mentre le emissioni cinesi scendono del 25 per cento. Ed è molto più sensato esaminare la ripartizione delle emissioni in funzione del paese di consumo finale che in funzione del paese di produzione. Constatiamo in questo modo che i cinesi emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica l’anno e per persona (più o meno in linea con la media mondiale), contro 13 tonnellate per gli europei e oltre 22 tonnellate per i nordamericani. In altre parole, il problema non è solamente che noi inquiniamo da molto più tempo del resto del mondo: il fatto è che continuiamo ad arrogarci un diritto individuale a inquinare due volte più alto della media mondiale.

Per andare oltre le contrapposizioni fra Paesi e tentare di far emergere delle soluzioni comuni, è essenziale sottolineare anche che all’interno di ciascun Paese esistono disuguaglianze immense nei consumi energetici, diretti e indiretti (attraverso i beni e i servizi consumati). A seconda delle dimensioni del serbatoio dell’auto, della grandezza della casa, della profondità del portafogli, a seconda della quantità di beni acquistati, del numero di viaggi aerei effettuati ecc., si osserva una grande diversità di situazioni.

Mettendo insieme dati sistematici riguardanti le emissioni dirette e indirette per Paese e la ripartizione dei consumi e dei redditi all’interno di ciascun Paese, ho analizzato, insieme a Lucas Chancel, l’evoluzione della ripartizione delle emissioni mondiali a livello individuale nel corso degli ultimi quindici anni. Le conclusioni a cui siamo arrivati sono chiare. Con l’ascesa dei paesi emergenti, ora ci sono grossi inquinatori su tutti i continenti ed è quindi legittimo che tutti i paesi contribuiscano a finanziare il fondo mondiale per l’adattamento. Ma i paesi ricchi continuano a rappresentare la stragrande maggioranza dei maggiori inquinatori e non possono chiedere alla Cina e agli altri paesi emergenti di farsi carico di una responsabilità superiore a quella che gli spetta.

Per andare sul concreto, i circa 7 miliardi di abitanti del pianeta emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica per anno e per persona. La metà che inquina meno, 3,5 miliardi di persone, dislocate principalmente in Africa, Asia meridionale e Sudest asiatico (le zone più colpite dal riscaldamento climatico) emettono meno di 2 tonnellate per persona e sono responsabili di appena il 15 per cento delle emissioni complessive. All’altra estremità della scala, l’1 per cento che inquina di più, 70 milioni di individui, evidenzia emissioni medie nell’ordine di 100 tonnellate di CO2 pro capite: da soli, questi 70 milioni sono responsabili di circa il 15 per cento delle emissioni complessive, quanto i 3,5 miliardi di persone di cui sopra.

E dove vive questo 1 per cento di grandi inquinatori? Il 57 per cento di loro risiede in Nordamerica, il 16 per cento in Europa e solo poco più del 5 per cento in Cina (meno che in Russia e in Medio Oriente, con circa il 6 per cento a testa). Ci sembra che questi dati possano fornire un criterio sufficiente per ripartire gli oneri finanziari del fondo mondiale di adattamento da 150 miliardi di dollari l’anno. L’America settentrionale dovrebbe versare 85 miliardi (lo 0,5 per cento del suo Pil) e l’Europa 24 miliardi (lo 0,2 per cento del suo Pil). Queste conclusioni probabilmente saranno sgradite a Donald Trump e ad altri. Quel che è certo è che è arrivato il momento di riflettere su criteri di ripartizione basati sul concetto di un’imposta progressiva sulle emissioni: non si possono chiedere gli stessi sforzi a chi emette 2 tonnellate di anidride carbonica l’anno e a chi ne emette 100.

Qualcuno obbietterà che criteri di ripartizione del genere non saranno mai accettati dai Paesi ricchi, in particolare dagli Stati Uniti. E infatti le soluzioni che saranno adottate a Parigi e negli anni a venire probabilmente saranno molto meno ambiziose e trasparenti. Ma bisognerà trovare delle soluzioni: non si riuscirà a fare nulla se i Paesi ricchi non metteranno mano al portafogli.

Thomas Piketty

da Repubblica, 1 dicembre 2015

http://temi.repubblica.it/micromega-online/l%E2%80%99occidente-inquina-di-piu-ora-paghi-per-i-suoi-consumi/