Qui, Quo, Qua e la Paperopoli dell’inflazione

iflquiCome Qui, Quo e Qua le inflazioni più importanti in questo momento sono tre e non soltanto una. Ciascuna di esse, con la stessa saggezza dei tre nipotini di Paperino, ci può dare delle indicazioni utili su quale strada di politica economica imboccare.

Il primo indicatore dell’inflazione è quello dell’andamento dei prezzi al consumo: si tratta del termometro più vicino alle tasche della gente comune, dal dentrificio al pane al telefonino. Ebbene qui andiamo male: la crescita dello scorso anno è stata dello 0,1 e quella prevista dal Def per questo è dello 0,2 per cento. Significa che i consumi, nonostante la cura del bonus di 80 euro che pure ha agito, non hanno avuto la forza di spingere i prezzi. Il suggerimento dice: più soldi nelle tasche della gente. Come? Una strada può essere quella del rinnovo dei contratti, stagione aperta in grande stile dalla vertenza dei metalmeccanici: ma purtroppo non ci sarà da aspettarsi molto, perché le imprese hanno compresso i margini di guadagno. Lo dimostra proprio il basso andamento dei prezzi nel 2015: le aziende, strette dalla concorrenza, hanno tagliato i listini rinunciando per la prima volta ad incamerare i vantaggi della forte discesa delle materie prime. Dunque è bene che il governo, come ha annunciato, continui a lavorare su taglio delle tasse e bonus per le famiglie.

Il secondo indicatore, è il deflatore del Pil. Questo ci da la misura dell’aumento di tutti i prezzi del sistema-Italia, non solo di quelli pagati dai consumatori. E’ più alto dell’inflazione al consumo ed è stato fissato all’1 per cento: sommato al Pil reale, cioè al netto dell’inflazione, dà il Pil nominale. Cruciale perché è il denominatore di tutti i parametri di Maastricht: se l’inflazione è bassa, la crescita del Pil nominale è bassa e il rapporo debito-Pil non scende. Nell’audizione sul Def la Banca d’Italia ha portato un esempio clamoroso: la stagnazione del prodotto “nominale” ha fatto crescere di un terzo il rapporto debito-Pil dal 2007 ad oggi; la crescita si sarebbe limitata a soli tre punti percentuali se il Pil nominale fosse salito sulla spinta di una inflazione in linea con l’obiettivo dell’Euroarea, dunque il 2 per cento. Dunque: attenzione.

Il terzo saggio fratellino, che dovremmo abituarci a seguire, è l’andamento della componente di fondo dell’inflazione, quella che viene definita “core”, e che è cruciale perché propone un dato depurato dagli aspetti “volatili”, come i beni alimentari e i prezzi dell’energia, che oggi scendono in buona parte per motivazioni geopolitiche. Questo dato è più ottimistico degli altri: ad esempio per l’Italia si stima una crescita dell’1,1  per cento per quest’anno perché l’indicatore non viene trascinato verso il basso dai prodotti energetici a buon mercato. L’inflazione “core”, in sintonia con quanto accade nell’Eurozona, ci deve disporre verso una maggiore fiducia perché vuol dire che il quantitative easing raggiunge qualche risultato. Le tre inflazioni, come i tre fratellini, seppure con ordini di grandezza diversi ci dicono che l’inflazione a Paperopoli non è ancora quella che la Bce ha promesso. E dunque, contrariamente allo scetticismo del ministro delle Finanze tedesco Schaeuble, Mario Draghi fa bene a tenere la barra dritta nella sua battaglia contro la deflazione.

Roberto Petrini

La Repubblica 23 aprile 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/04/23/news/qui_quo_qua_le_tre_inflazioni_da_tenere_d_occhio-138200675/?ref=HRLV-4

Il deflatore del Pil

http://www.treccani.it/enciclopedia/deflatore-del-pil_(Dizionario_di_Economia_e_Finanza)/

 

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Clima, 175 Paesi firmano gli accordi di Parigi

bkmCentosettancinque Paesi rappresentati all’Onu hanno dato l’ok all’accordo sul clima raggiunto a dicembre scorso a Parigi. La cerimonia, a cui in rappresentanza dell’Italia partecipa il premier Matteo Renzi, giunge nell’Earth day, la Giornata della Terra, che si celebra ogni anno il 22 aprile dal 1970 per sensibilizzare sull’ambiente e sulla necessità di affrontare il problema del cambiamento climatico.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, prendendo la parola ha esortato tutti i Paesi a «muoversi rapidamente per unirsi all’accordo a livello nazionale in modo che possa diventare operativo il più presto possibile».

Perché l’intesa entri in vigore è necessario infatti che almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali ratifichino o si uniscano formalmente all’accordo. L’accordo prevede di mantenere l’innalzamento delle temperature globali “ben al di sotto” di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali e di sforzarsi anzi per mantenerlo entro gli 1,5 gradi. ….

http://www.lastampa.it/2016/04/22/esteri/clima-oltre-paesi-allonu-per-la-firma-degli-accordi-di-parigi-ban-kimoon-agire-presto-ojY5U23PTRq6sodFMKX2oN/pagina.html

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/onu-firma-accordo-clima-new-york.aspx

http://ilmanifesto.info/clima-accordo-firmato-a-new-york-da-167-paesi/

 

Le cinque incognite

euromigrLe sfide dell’immigrazione, fenomeno inevitabile che va governato al meglio. La ripresa che c’è, ma è troppo debole. Le sanzioni alla Russia che vedono l’Unione divisa. E poi due spettri, Grexit e Brexit, e i timori per ciò che potrebbero scatenare. Ecco i cinque capitoli che minano l’Europa.

 

 

 

GREXIT- LE INCERTEZZE DIETRO AL PIANO

Christine Lagarde, direttore del Fmi, non vuol più sentir pronunciare la parola Grexit, sigla che sintetizza la possibilità di uscita della Grecia dall’Unione. Però allo stesso tempo ammette che «la capacità di Atene di promuovere e rivendicare la proprietà delle misure di cui aveva bisogno è stata sopravvalutata». Dal 2010 a oggi la repubblica ellenica è stata spesso sul punto di lasciare il club di Bruxelles, spontaneamente o buttata fuori dai falchi teutonici. Nell’agosto scorso si è disegnato, a fatica, il piano per riportare il paese e la sua economia sul binario giusto. Oggi siamo ancora qui a parlarne, con la liquidità custodita all’ombra del Partenone che basta a rispettare gli impegni, nazionali e internazionali, sino a giugno. E poi? Serve un accordo per erogare il resto dei miliardi stanziati da Bruxelles con la Bce, soldi che potrebbe arrivare a ore, come no. Se si fallisce, può risaltare tutto. Se si ritarda, potrebbero aversi effetti sul referendum inglese e magari scatenare una bella tempesta sovrana che potrebbe indebolire chi ha più debito. L’Italia, per esempio. Livello di rischio: 5 su 10.

BREXIT- IL PERICOLO SGRETOLAMENTO

Si corre sul filo del rasoio. L’ultimo sondaggio diffuso dal Times sostiene che i «sì all’Europa» e «no all’Europa» sono al 39%, con gli indecisi fotografati al 17%. Finale incerto, più che mai. La macchina pro Ue spiega i pericoli dello star fuori a elettori che voteranno più con la pancia che con la testa. Chi vuole un muro in mezzo alla Manica attacca gli sprechi europei e professa le (dubbie) glorie del ritorno alla piena sovranità nazionale. Il Fmi stima che un voto «contro l’integrazione economica globale rischia di bloccare, se non di invertire, il trend del dopoguerra e rapporti commerciali ancora più aperti». Un rapporto Votewatch sottolinea la schizofrenia britannica, raccontando l’isola come lo stato che ha perso più voti in Consiglio dei ministri, ma anche quello che ha appoggiato il 97% delle decisioni; il socio Ue che ha perso potere negli anni in seno all’Europarlamento, ma che ha guadagnato influenza conquistando poltrone rilevanti. L’ipotesi Brexit sancirebbe la mortalità dell’Ue e creerebbe un precedente. L’unione potrebbe spezzarsi o cambiare forma. Ogni scenario negativo diventerebbe possibile. Livello di rischio: 8 su 10.

ECONOMIA – LA RIPRESA DEBOLE

La ripresa c’è, ma è debole. Troppo debole per cambiare gli umori. Nell’Eurozona i disoccupati restano oltre il 10%, ma se si guardano i giovani, sedici paesi dell’Unione passano il 20, con Grecia e Spagna in area 50, e l’Italia non lontana. Chi non ha, dispera di potersi salvare; chi ha, ha paura di perdere la sicurezza. Il populismo costruisce consensi sulla paura e la paura è merce a buon mercato. «I rischi per l’economia continentale sono al ribasso», ammette la Commissione Ue. Si è incrinata la fiducia, per mancanza di politiche, più che per le politiche adottate. È sparita la leadership, ci si è impiccati ai dogmatismi. Il terrore di sbagliare ha tenuto fermi i governi e le soluzioni, creando spazi per chi gioca contro. La Bce si è sostituita alle capitali e non potrà essere per sempre. Occorrono investimenti e sostegni comuni al ciclo che non scardinino i conti pubblici. Senza risposte, senza più soldi in tasca, senza prospettive, i cittadini si rivolteranno contro l’entità che reputano colpevole di tutto ciò. Non il loro governo, bensì i non meglio precisati «eurocrati di Bruxelles». È più facile anche se fa più male. Livello di rischio: 7 su 10.

MIGRAZIONI – OCCHI PUNTATI SULLA TURCHIA

I flussi dalla Turchia alla Grecia sono calati ai minimi. Ma non quelli verso la mezzaluna e intorno al Mediterraneo. La rotta che congiunge la Libia all’Italia è tornata ad affollarsi. La gente continua a scappare dalle guerre e inseguire un mondo migliore, cioè l’Europa. Dall’inizio dell’anno sono arrivate 179.552 persone, due volte la popolazione di Alessandria. L’Ue deve trovare un modo per controllare l’onda e ridurne il peso. Vuol dire mostrare solidarietà, quindi accoglienza. Vuol dire essere responsabili, dunque rispedire indietro chi non ha diritto di restare, e controllare bene le frontiere. Deve funzionare l’accordo coi turchi, costato 6 miliardi e parecchie concessioni in cambio dello stop ai flussi. Se non va, gli sbarchi riprenderanno copiosi, nella nostra penisola come nelle isole greche. Sarà il fallimento del modulo comunitario, probabilmente sancito in tutte le elezioni che verranno dall’estate in poi. L’insicurezza diffusa anzitutto per ragioni economiche, si materializza nella paura dell’altro e del diverso. Se si andrà troppo oltre, l’Europa annegherà nella sfiducia. Livello di rischio: 8 su 10.

RUSSIA – PAESI DIVISI SULLE SANZIONI

Scadono con giugno le sanzioni russe per la guerra civile in Ucraina. L’Ue ha ritenuto determinante il ruolo di Mosca nel generare le turbolenze che hanno scosso l’ordine nell’ex repubblica sovietica e portato al conflitto nelle sue regioni orientali. Per questo ha inferto allo Zar Putin una serie di sanzioni economiche che hanno fatto male alla Russia, non però senza danneggiare alcuni settori interni, come l’agricoltura. Bisogna decidere se rinnovare la linea dura. La condizione per sospendere le sanzioni è che il pieno rispetto degli accordi di Minsk, con il cessate il fuoco e il ritiro dei russi, cosa che non è ancora successa. Gli europei sono divisi: c’è il fronte del dialogo, più o meno scoperto (comprende l’Italia); e c’è quello del «niet», che abbraccia l’intera blocco centrorientale. Litigio in vista probabile, servirà un compromesso davvero abile. L’esito di un litigio non sarebbe mortale, sebbene le ferite potrebbero essere profonde. In particolare nei Paesi che alla parola «Russia» provano un’incontrollabile pelle d’oca. Livello di rischio: 6 su 10.

Marzo Zatterin

Le cinque incognite che mettono a rischio il futuro dell’Unione europea

La Stampa 20 aprile 2016

 

 

Deflazione e la moneta che piove dal cielo

helmonNegli anni ’70, l’inflazione dovette superare il 10% o addirittura il 20% prima che molti Paesi si convincessero a cambiare l’assetto istituzionale della politica monetaria, scoprendo le banche centrali indipendenti e altri accorgimenti per tenere a bada l’inflazione.

Ora in quasi tutti i Paesi avanzati la sfida è opposta: come far salire un’inflazione troppo bassa o negativa. Ma come negli anni ’70, alla base delle difficoltà incontrate dalla politica monetaria sta anche un assetto istituzionale non più adeguato.

Le tendenze deflazionistiche hanno più cause, alcune benigne, altre meno: il rallentamento dell’economia cinese che contribuisce a far scendere il prezzo delle materie prime; l’innovazione tecnologica che riduce i costi del commercio; l’invecchiamento della popolazione che aumenta i risparmi; l’eccesso di debito che scoraggia la spesa. Indipendentemente dalle cause, tuttavia, la ricetta per contrastare queste tendenze è una sola: aumentare la domanda aggregata. Ma con i tassi di interesse a zero o negativi, gli strumenti tradizionali di politica monetaria non funzionano più. E anche gli strumenti non-convenzionali a disposizione delle banche centrali sono quasi esauriti (con la parziale eccezione della Federal Reserve americana).

Eppure, dal punto di vista tecnico, uno strumento per aumentare la domanda aggregata esiste anche nella situazione attuale: è la cosiddetta “moneta distribuita con l’elicottero”, per usare le parole di Milton Friedman. Cioè la banca centrale stampa moneta e la distribuisce ai cittadini, non in cambio di qualcosa (titoli di stato o la promessa di una restituzione futura), ma in modo permanente e a fondo perduto.

Le obiezioni nei confronti di questo strumento non sono economiche, ma politiche. Dal punto di vista economico non c’è dubbio che sarebbe efficace. Una parte della moneta addizionale verrebbe risparmiata, ma certamente vi sarebbero cittadini che si affretterebbero a spenderla, facendo salire la domanda aggregata e i prezzi.

Anzi, la moneta con l’elicottero avrebbe minori contro-indicazioni rispetto ai tassi di interesse negativi (che mettono a repentaglio la solidità patrimoniale di assicurazioni e banche), e al Quantitative Easing (che alimenta bolle speculative e assunzione eccessiva di rischi).

La vera obiezione è che in questo modo la banca centrale si metterebbe a fare politica fiscale. Anziché intervenire sui mercati finanziari, la banca centrale si troverebbe a decidere entità e modalità di un trasferimento ai cittadini, senza alcuna legittimazione politica o istituzionale. Anche se non fosse proibito dalla legge, una banca centrale che effettuasse trasferimenti permanenti ai cittadini si troverebbe presto privata della sua indipendenza e della sua legittimità.

L’obiezione naturalmente è corretta. Ma non per questo l’idea va scartata. Il problema infatti non è lo strumento economico, ma l’attuale assetto istituzionale, che impedisce un coordinamento efficace tra politica monetaria e fiscale. Come hanno scritto Adair Turner (ex Presidente della Financial Service Authority inglese) e Ben Bernanke (ex Presidente della Federal Reserve), l’indipendenza e legittimità della banca centrale possono essere pienamente preservate, in questo modo: in circostanze eccezionali, la banca centrale può dichiarare che ha esaurito gli strumenti convenzionali, e che pertanto effettuerà un trasferimento permanente a favore del governo (o dei governi nell’area Euro). L’importo trasferito è scelto discrezionalmente dalla banca centrale, può essere diluito nel tempo, ed è motivato dalle circostanze economiche. Il governo (o i governi) non possono in alcun modo interferire con la decisione unilaterale della banca centrale, ma scelgono liberamente come disporre della somma trasferita: se e come distribuirla ai cittadini, se usarla per finanziare particolari voci di spesa, o per ritirare debito pubblico o semplicemente se accantonarla per il futuro. Naturalmente, se davvero le circostanze sono eccezionali, la pressione politica costringerebbe i governi a distribuire o spendere questa somma, raggiungendo così l’obiettivo di un effettivo coordinamento tra politica monetaria e fiscale.

Rispetto all’assetto attuale, non verrebbe stravolta la divisione dei compiti. La banca centrale resterebbe indipendente a avrebbe la responsabilità tecnica di decidere che è giunto il momento di fare ricorso a questo strumento eccezionale. E il governo avrebbe la responsabilità politica di scegliere se e come allocare le risorse a sua disposizione. Rispetto alle politiche seguite finora, tuttavia, l’efficacia sarebbe molto maggiore. Il QE infatti allenta il vincolo di bilancio del governo solo per la parte relativa agli interessi, e non costituisce un trasferimento permanente a favore dei governi. Nell’area Euro, in particolare, i governi rimangono soggetti ai vincoli sul debito pubblico. E anche se questi vincoli fossero allentati, in nome della “flessibilità”, l’attenzione dei mercati impedirebbe ai paesi più indebitati di spendere la liquidità immessa sui mercati dalla banca centrale, perché anche il debito comprato dalla Bce con il QE prima o poi andrà ripagato. Un trasferimento permanente, invece, non sarebbe soggetto a questi vincoli e sarebbe assai più efficace nel sostenere la domanda aggregata. Inoltre, la consapevolezza che politica monetaria e fiscale possono essere attivate con questo nuovo strumento contribuirebbe a ridare fiducia all’economia, rendendo con ciò meno necessario ricorrervi.

Per rendere trasparente e concreta questa modalità di coordinamento tra politica monetaria e fiscale, è necessario intervenire sull’assetto istituzionale della banca centrale, prevedendo esplicitamente questa possibilità di attuazione anche nei trattati europei. Il Trattato di Maastricht fu scritto quando i problemi economici erano ben diversi. Chi avrebbe immaginato allora che il tasso di interesse sui depositi presso la Bce sarebbe stato il -0.40%, così come il rendimento sui titoli di stato tedeschi a 5 anni? Non c’è una ragione valida per non cambiare quel Trattato, se non l’inerzia politica dell’Europa. Ma i costi dell’inerzia sono sempre più alti.

Guido Tabellini

ILSOLE24ORE, 19 aprile 2016

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-04-19/deflazione-e-moneta-che-piove-cielo-071642.shtml?uuid=ACUMYYAD

Un commento all’articolo

http://www.agoravox.it/Helicopter-money-Invece-della.html

I costi della non-Europa

euUna vecchia storiella racconta di un naufrago su un’isola deserta che affronta l’oceano e dopo un giorno di nuoto, quando ormai la terra ferma è in vista, torna indietro perché pensa di non farcela più.

L’Europa è in una situazione simile. Rischia di perdersi per il timore dell’ultimo miglio, senza considerare che il costo a questo punto sarebbe infinitamente superiore a quello richiesto per completare gli sforzi e cercare un maggior grado d’integrazione.

Chi si oppone a questa pericolosa china, lo fa generalmente per motivi idealistici, richiamando le ragioni che hanno consentito di superare atavici conflitti e creato una zona di grande benessere per 500 milioni di persone. Anche se i vantaggi dell’integrazione nella vita di tutti i giorni (dalla libera circolazione all’Erasmus, per non dire della moneta unica) sono sotto gli occhi di tutti, il crescente successo dei movimenti antieuropeisti è la prova che non bastano.

Occorre dunque cambiare narrativa, abbandonando la retorica europeista, che tanto oggi non raccoglie consensi, per concentrarsi piuttosto sui costi che già sopportiamo per effetto dei limiti all’integrazione europea e che sopporteremmo in misura assai maggiore se prevarranno le forze secessioniste o nazionaliste.

Per esempio, secondo uno studio recente effettuato dalla Fondazione Bertelsmann, nel caso gli accordi di Schengen venissero completamente meno, ipotizzando un incremento nel costo delle importazioni dell’1%, il costo per l’Europa, nell’arco di 10 anni, sarebbe di circa 470 miliardi (di cui 50 per l’Italia). Nell’ipotesi più pessimistica di un incremento del 3% il costo supererebbe i 1.400 miliardi (150 per l’Italia). Nelle scorse settimane, poi, l’Associazione degli aeroporti europei ha lanciato un severo monito quantificando in diverse centinaia di milioni di euro il costo per adeguare nuovamente gli aeroporti ai flussi di viaggiatori in un’Europa senza Schengen. Analogamente, la prospettiva della fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione è stata oggetto in questi mesi di numerose analisi per valutarne il possibile impatto in termini economici. Ovviamente variano gli assunti di base, secondo le posizioni politiche di partenza e soprattutto i diversi scenari ipotizzati, e pertanto variano anche le conseguenze economiche. Tra i tanti studi al riguardo, merita citarne uno tra i più recenti predisposto dalla Confederation of British Industry che quantifica in 100 miliardi di sterline e quasi un milione di posti di lavoro il costo per il Regno Unito. Ma i costi sarebbero elevati anche per i paesi dell’Unione, non solo per i maggiori trasferimenti a carico dei rimanenti 27 Stati, ma anche per una verosimile riduzione delle esportazioni, degli investimenti e più in generale per la minore apertura dei mercati. In generale l’idea non è nuova: già Michel Alberte James Ball nel 1983 e poi il nostro Paolo Cecchini nel 1988, curarono la redazione di relazioni che si sforzavano di quantificare in termini economici i possibili vantaggi che sarebbero derivati dal completamento del mercato interno (la famosa Europa del 1992).

L’intuizione, rivelatasi felice, era di determinare i benefici derivanti dall’adozione di politiche comuni in settori di competenza dell’Unione (e per converso il costo economico della mancata adozione di tali politiche), sia in termini di Pil sia di risparmi o maggiori efficienze. Allora il progetto funzionò, spronando gli Stati a completare il mercato interno, ma soprattutto trasmettendo a tutti i cittadini europei la consapevolezza dei vantaggi che ne avrebbero personalmente tratto. L’idea è stata ripresa da qualche anno. Vi è, infatti, un’Unità Valore Aggiunto all’interno del Parlamento europeo che si occupa proprio di calcolare il valore aggiunto europeo (ovvero i vantaggi dell’integrazione) e il costo della non-Europa. Il rapporto generale si basa su diversi studi settoriali che prendono in considerazione molteplici campi: dal mercato unico digitale al completamento del mercato interno e dei trasporti, dalla ricerca e sviluppo all’Europa dei cittadini, dalla politica sociale alla politica di sicurezza, eccetera. La terza edizione di questo rapporto, pubblicata nell’aprile 2015, quantificava in circa 1.600 miliardi, pari a circa il Pil italiano e al 12% del Pil complessivo dell’Unione, il potenziale beneficio annuo per l’Unione. Da allora sono stati pubblicati altri tre studi settoriali sul costo della non-Europa nel settore dell’acqua, della cosiddetta “sharing economy” e l’ultimo, solo poche settimane fa, in materia di criminalità e corruzione. Per quanto questi studi non debbano essere presi alla lettera, perché si fondano su molti assunti che sono difficilmente verificabili, indubbiamente servono per riportare l’attenzione su una semplice verità: avere più Europa non è un sogno per anime belle, ma ci conviene. Senza nulla togliere alle esigenze di una sana politica fiscale, la tanto agognata crescita passa principalmente per l’attuazione di queste misure che favoriscono gli scambi transfrontalieri e riducono i cosiddetti transaction costs in tutti i settori di pertinenza, e pertanto su di esse dovrebbe concentrarsi l’attenzione dei governi e della Commissione. È sconfortante vedere come invece ci si perda spesso a guardare la pagliuzza dei decimali di disavanzo del patto di stabilità, dimenticando la trave delle politiche di liberalizzazione, del completamento del mercato, delle riforme strutturali. Manca purtroppo una forza propulsiva che, come ai tempi della Commissione Delors, spinga a una rapida implementazione di queste normative. E così sopravviviamo principalmente grazie al bazooka di Draghi. D’altronde, si fa la guerra coi soldati che si hanno.

L’Europa impantanata sogna la spinta di un Delors

Alberto Saravalle

Professore di diritto dell’Unione europea Università di Padova

A&F  18 aprile 2016

 

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/04/18/news/il_prezzo_salato_della_non-europa-137936447/

 

 

Quorum non raggiunto

Il referendum sulle trivelle

Su un totale di 50.675.406 aventi diritto al voto si sono recati alle urne 15.806.788 elettori, di questi, 13.334.764 (ossia l’85,64%) ha votato sì e 2.198.805 (oò 14,16%) ha votato no. Le schede bianche sono state 104.420, quelle nulle 168.136 e quelle contestato e non assegnate 663.
L’affluenza in Italia è stata del 32,15%, quella degli italiani all’estero del 19,73%, l’affluenza totale è stata dunque del 31,19% e il referendum, dunque, non raggiungendo il quorum non è valido.

 

http://elezioni.lastampa.it/2016/referendum

http://www.ilpost.it/2016/04/17/risultati-referendum-quorum/

http://www.corriere.it/infografiche/infografiche.shtml?pagina=/infografiche/2016/04/referendum-trivelle/index.shtml&larg=100%25&alt=1150

Pil mondiale: stime al ribasso

pil mondiale  2016+3,2%, è la stima di crescita del Pil mondiale fornita dall’Fmi per il 2016

+1,9%, è la crescita stimata del Pil Inglese per quest’anno, cifra al ribasso a causa del potenziale Brexit

+1,5%, è la stima di crescita dell’economia europea per quest’anno

L’economia globale cresce a ritmi troppo lenti. Lo confermano Christine Lagarde e Maurice Obstfeld, rispettivamente direttore e capo economico dell’Fmi. Per quest’anno il Fondo monetario internazionale ha previsto un andamento del Pil globale del +3,2%, poco al di sopra dell’anno precedente (3,1%).

Gli economisti dell’Fmi hanno portato al ribasso quasi tutte le stime di crescita mondiale, a partire da quella della Gran Bretagna che inizialmente per il 2016 doveva essere del +2,2% mentre è stata portata all’1,9% (a causa dell’instabilità creata dal potenziale Brexit). Per l’Unione Europea le previsioni sono decisamente poco rosee e vedono per quest’anno una crescita di 1,5 punti percentuali (mentre per il prossimo anno dovrebbe essere dell’1,7%). La Cina, invece, vedrà un leggero calo nei prossimi due anni (dai +6,5% del 2016 passerà ai +6,2% del prossimo anno).

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/04/13/pil-mondiale-stime-dellfmi-al-ribasso-per-il-2016-la-crescita-sara-solo-del-32/