QUELLA GENERAZIONE DI GIOVANI CHE POTREMMO PERDERE

millnnllss… Le preoccupazioni di questi giorni per il futuro incerto delle pensioni dei millennial e per gli alti tassi di disoccupazione giovanile ci hanno ricordato che in Italia vive una generazione perduta. Ma la lost generation di Hemingway che usciva a pezzi dalla Grande Guerra non c’entra. Oggi in Italia si combatte una guerra del tutto diversa: la contesa generazionale sul lavoro e le risorse (scarse) del sistema di welfare.

I giovani italiani sono una generazione perduta innanzitutto nelle statistiche.
Quelle sulle nascite, di cui abbiamo una solida serie storica che parte dal 1862 (il Regno d’Italia aveva un anno di vita e la capitale era Torino), dicono che nell’ultimo anno sono nati solo 488mila bambini, ovvero il minimo storico da quando disponiamo di dati affidabili (il 1862, appunto). In altri termini, non si sono fatti così pochi figli neanche in tempo di guerra, quando gli uomini stavano al fronte e sulle città cadevano le bombe (ne erano nati 676mila nel 1918, 821mila nel 1945). E siamo precipitati a meno della metà rispetto al picco storico recente (correva l’anno 1964: 1 milione e 35mila nati). Già nel 1972 eravamo scesi sotto la soglia delle 900mila unità, nel 1977 sotto le 800mila, nel 1979 sotto le 700mila, dal 1984 in poi non abbiamo mai recuperato quota 600mila e il 2014 è stato l’ultimo anno sopra i 500mila. La curva delle nascite si piega inesorabilmente nonostante il grande aumento nel corso del tempo della popolazione (ci sono state più persone che potenzialmente potevano fare figli), nonostante i progressi della medicina (le morti al momento del parto sono oggi un evento raro, la medicina riproduttiva consente ormai di fare miracoli), nonostante il contributo della popolazione straniera stabilmente residente nel nostro paese (il tasso di fecondità delle donne immigrate è più elevato di quelle italiane).
È una deriva ineluttabile, si dice: in Occidente va così, ormai. Ma è falso. In paesi a noi molto vicini, ma meno fatalisti di noi, non c’è stata una emorragia di questa portata.
Le coorti di giovani alla base di quella che non ha più alcun senso geometrico chiamare “piramide demografica” non sono così esangui: lì i giovani non sono una specie in via di estinzione. In Italia gli under 30 costituiscono il 29 per cento della popolazione, in Francia superano il 36 per cento, nel Regno Unito sono il 37 per cento. E la Germania, che è stata afflitta come noi da una grave riduzione delle nascite, ha però messo in campo misure efficaci per attrarre giovane capitale umano da altri paesi.
La denatalità, insieme alla senilizzazione della popolazione, definisce i contorni di un fenomeno talmente nuovo che i demografi non dispongono nemmeno di un termine appropriato per nominarlo: qualcuno ora prova con “degiovanimento” (il contrario di ringiovanimento).
I sociologi dei consumi, invece, hanno prima blandito i giovani sezionandoli in tribù e sottocategorie (la generazione Z fino a 20 anni, i millennial fino a 34, analizzati al microscopio rispetto alla generazione X che va dai 35 ai 49 anni, i baby boomer dai 50 ai 64, gli aged oltre i 65), sostenendo che erano loro i big spender e i
trendsetter del mercato. Salvo poi accorgersi che, in realtà, sono gli anziani il vero motore dell’economia, semplicemente in ragione della capacità di spesa legata a redditi sicuri e stabili nel tempo e in ragione della loro ricchezza patrimoniale accumulata negli anni passati.
Prendi l’anno 1951, quando l’Italia preparava il miracolo economico, e il confronto è impietoso. Allora gli italiani erano 47,5 milioni: 14 milioni avevano meno di 18 anni e 13 milioni avevano tra 18 e 34 anni. Oggi, invece, su quasi 61 milioni di abitanti, gli under 18 sono 10 milioni e i giovani di 18-34 anni sono 11 milioni. In sessantacinque anni, mentre la popolazione complessiva aumentava di 13 milioni di unità, abbiamo perso 5,7 milioni di giovani.
Insomma, nell’Italia del miracolo economico i giovani con meno di 35 anni erano il 57 per cento della popolazione, nell’Italia del letargo si sono ristretti al 35 per cento.
Rispetto agli anni ’50, il boom degli ultrasessantacinquenni è dirompente: sono aumentati di 9 milioni. E se nel 1951 i grandi vecchi over 80 erano 622mila, oggi sono poco meno di 4 milioni. Se le persone con più di 90 anni erano solo 28mila, oggi sono 666mila. E se gli oldest old, i centenari, allora erano una rarità (in quell’anno se ne contavano 165 in tutto), adesso sono diventati un esercito di quasi 20mila persone.
Tutti questi dati ci piombano in un bel paradosso. Quello di un mercato del lavoro che tiene alla porta una generazione di giovani che, rispetto a tutte le generazioni che li hanno preceduti, mai prima d’ora sono stati così istruiti (il tasso di laureati tra loro è senza precedenti), mai prima d’ora sono stati così dotati di competenze specifiche possedute in modo pressoché esclusivo (rispetto ai quasi analfabeti digitali più vecchi di loro), mai prima d’ora sono stati così aperti alla globalità (hanno una conoscenza delle lingue straniere, ad esempio, superiore a quella di chiunque altro li ha preceduti).o choosy. Secondo ragione, sono tutti fattori altamente spendibili in termini occupazionali. Ma il mercato del lavoro, invece di approfittarne, per quanto li riguarda ristagna nella dissipazione del capitale umano che non si trasforma in energia lavorativa, scoraggia gli inattivi e i sottoinquadrati, è flagellato da tassi di disoccupazione giovanile che non riescono a scendere a livelli tollerabili malgrado l’introduzione del Jobs act e degli sgravi contributivi sulle nuove assunzioni.
Il cavallo non beve.
Mentre nella ridotta di Palazzo Chigi ora si studiano ipotesi di flessibilità in uscita e di “staffetta generazionale”, per riacciuffare quei pochi talenti in fuga, nella cronaca il problema sembra ammantato da una coltre retorica che vorrebbe i giovani tutti interessati a un impiego (magari autonomo) nel mondo delle app e startup. Come se fosse vero che tutti i giovani possano trovare lavoro in una iniziativa imprenditoriale nelle piattaforme digitali, che sia creativa e innovativa, magari in grado di rivoluzionare il mondo. Come se non fosse vero che una startup su mille ce la fa e tutte le altre falliscono nel giro di una manciata di mesi.
A voler tirare le somme con onestà, bisogna riconoscere che lo scarso peso demografico dei giovani si traduce automaticamente in una scarsa incidenza politica. Molto prosaicamente, i giovani sono pochi: per questo non contano. Chi rappresenta, poi, i loro interessi? “Rappresentanza” è una parola che, mi rendo conto, rischia di apparire desueta nell’epoca della disintermediazione, in cui uno vale uno e non c’è aggregazione identitaria (men che meno ideologica) che tenga. Però il problema rimane (i pensionati, almeno, hanno in mano la metà delle tessere sindacali, per quello che oggi possono valere).
Se i giovani devono mangiare futuro, come vuole l’assunto biologico, le scelte politiche dovrebbero essere lungimiranti, strategiche, programmatiche, anziché rimanere intrappolate in un presentismo che garantisce consenso. Ma i millennial che hanno diritto al voto sono 11 milioni (e negli ultimi quindici anni sono diminuiti di oltre 17 punti percentuali: 2,3 milioni in meno) rispetto a un corpo elettorale fatto di quasi 50 milioni di persone: numeri bassi da contendersi nel mercato elettorale. Chi scommetterebbe su una componente sociale (elettorale) ridotta al lumicino e che si va ulteriormente eclissando? Così, il cerchio si chiude al punto di partenza: sulle statistiche della generazione perduta. Non si tratta di mettere un cartello in cima allo stivale con su scritto “AAA Cercasi giovani”. Ma almeno non riduciamo la questione a un giovanilistico hashtag (#AAAcercasigiovani).
Massimiliano Valeri
L’autore è direttore generale del Censis
La Repubblica  31 maggio 2016
Il Censis
http://www.censis.it/1

Il marchio che ha rivoluzionato i nostri piedi

nikkSe avessero fatto in tempo, a Hollywood avrebbero montato un film in cui al miliardario pazzo, sull’orlo di mettere le mani sul paese – diciamo tipo Donald Trump – si opponeva l’unico capace di tenergli testa: il miliardario buono. Che sarebbe Phil Knight, l’uomo che vale decine di miliardi di dollari in quanto fondatore della Nike, il marchio che ha rivoluzionato i nostri piedi a tutte le latitudini. Knight è un figlio della West Coast e ne incarna la filosofia di vita, a prima vista rilassata, ma sottotraccia tenace e dal coraggioso animo imprenditoriale, aperta a ogni avventura per costruirsi un futuro e indissolubilmente legata ai princìpi dell’individualismo che hanno fatto di quella terra il laboratorio della modernità. Titolare di una fortuna che l’apparenta a Bill Gates e a Warren Buffett, filantropo capace di devolvere un miliardo di dollari alla ricerca sul cancro, sostenitore del principio di rimettere in circolo le ricchezze anziché accumularle (primo comandamento di Andrew Carnegie, padre del capitalismo americano), a 78 anni e a poche settimane dal giorno in cui lascerà la guida dell’azienda, Knight esce dalla riservatezza con l’autobiografia “Shoe Dog”, che nella traduzione italiana Mondadori diventa, trionfalisticamente, “L’arte della vittoria”.

Nelle sue memorie, Knight si disinteressa della mistica Nike, intesa come brand planetario. Invece gli sta a cuore raccontare come tutto sia cominciato, mostrando l’ossessione per la ricostruzione del momento magico, in una tradizione che l’apparenta a tanti tycoon prima di lui, W.R. Hearst per dirne uno. Nel caso di Knight, tutto parte da una discreta carriera sportiva nella squadra di atletica leggera dell’Università dell’Oregon, agli ordini di un coach, Bill Bowerman, con una fissazione: mettere le mani sulle scarpe dei suoi atleti, modificandole per renderle il più efficaci possibile. Mentre completa gli studi a Stanford, Knight lavora a una tesi su come le sneakers giapponesi stiano penetrando nel mercato americano nello stesso modo in cui, pochi anni prima, le macchine fotografiche del Sol levante avevano soppiantato il predominio di quelle tedesche. L’idea gli ronza in testa e allora il giovane e dinoccolato Phil compie tutte le mosse giuste, come in un manuale per il successo: ottiene un modesto finanziamento dal padre, editore di un giornale a Portland. Poi apre una società con sede nel suo garage e la chiama Blue Ribbon. Quindi ottiene dal marchio giapponese Onitsuka (oggi Asics) i diritti distributivi della scarpe Tiger. Infine va a cercare il vecchio coach e si affida alla sua utopica supervisione tecnica, a cominciare dalle rivoluzionarie suole, progettate usando una griglia per le cialde.

 

Gli anni 60 corrono e gli inizi sono difficili: alla Blue Ribbon la regola è reinvestire gli utili e bisogna stringere la cinghia, ma arriva il giorno in cui si comincia a fare in proprio. Il design del logo “swoosh” viene pagato 35 dollari alla studentessa Carolyn Davidson e a Phil non piace granché. Anche sul nome ha dei dubbi: vorrebbe chiamare la nuova azienza Division Six, ma si fa convincere che il nome breve ed esotico della divinità greca della vittoria funzioni meglio. Si parte con Nike. Oggi ci sono 60 mila dipendenti, un bilancio da 30 miliardi di dollari, gli endorsement coi campioni che fanno la storia dello sport – dal primo importante, John McEnroe, passando per Michael Jordan, Tiger Woods e Kobe Bryant. Le pagine di Knight trasudano dell’ottimismo americano che oggi lui dice di vedere annebbiato nei ragazzi del XXI secolo, compressi e spaventati. La sua America di fine Novecento è una nazione pronta a premiare chi ci sa fare, un mercato dove tutti sono pronti a consumare, dove vige il culto del gioco di squadra, grazie al quale la Nike diventa la leggenda del business.

Dei momenti bui della sua storia, come la messa sotto accusa del marchio per lo sfruttamento della manodopera nei paesi in cui Nike fabbricava i prodotti (poi ridimensionata), o la perdita di suo figlio Michael, morto in un’immersione, il libro s’occupa sbrigativamente, con pudore e imbarazzo. A Phil piace raccontare ironicamente l’inizio della storia d’amore con Penny, che diventerà sua moglie, o di quanto non sopportasse i boriosi tedeschi della Adidas, che dominavano il mercato. Lui aveva la visione, aveva la brigata, aveva la casa  cui tornare e l’insostituibile sensazione che tutto sarebbe stato possibile. La Nike sarebbe diventato il marchio dei marchi. E la sua era la terra dove i sogni diventavano realtà. A patto di prepararsi e fare ogni cosa a puntino. Giusto aspettando che scoccasse la scintilla giusta.

Quell’ossessione per il momento magico che ha reso grande la Nike

Di Stefano Pistolini

Il Foglio 29 maggio 2016

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/05/29/phil-knight-nike-america-autobiografia___1-v-142462-rubriche_c123.htm

 

Se non ci fossero pagelle….

itallllSi parla di pagelle rilasciate dalla Commissione europea…..

Ecco un estratto dell’articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera  del 19 maggio 2016…

Il «fiscal compact» e le sue interpretazioni da parte della Commissione Ue incassano da anni stroncature piene di buoni argomenti. Ieri ne è arrivata l’ennesima riprova. Le regole sui conti pubblici dell’area euro sono complesse, burocratiche, discutibili nel decretare cos’è un deficit «strutturale»; a volte sono opache e soggette all’arbitrio della politica; sono troppo rigide secondo l’Italia, applicate con troppa elasticità secondo la Germania.

L’esperimento opposto però lascia capire meglio di qualunque altro cosa sono davvero queste «regole di Bruxelles»: immaginiamo che non ci siano. Anche solo sulla base dell’esperienza degli ultimi due anni, senza quei vincoli oggi il governo dovrebbe gestire un deficit e un debito molto più alti. Sul fondo della Grande recessione ciò avrebbe persino potuto essere utile. L’intuizione di Matteo Renzi che l’Italia nel 2014 aveva bisogno di un po’ di ossigeno fiscale si è dimostrata corretta. La sua messa in musica può far discutere, con il bonus da 80 euro che arriva ai ceti medi ben più che al 28% di famiglie catalogate a rischio di povertà o esclusione sociale dalle statistiche ufficiali. Eppure il premier aveva ragione due anni fa a pensare che anche un po’ di deficit poteva aiutare, dopo anni di sacrifici e un crollo del 9% del reddito nazionale.

La sola differenza è che dall’anno scorso, quest’anno e nel futuro prevedibile l’Italia non è più in quella fase negativa. Nel 2016 l’economia viaggia già sopra al suo «potenziale» dell’1% annuo, l’unica velocità che oggi può realisticamente tenere nel tempo. Dal 2014, quest’anno e il prossimo il dosaggio di deficit pubblico sta alimentando la crescita, non sottrae ad essa come nel 2011 o nel 2012. Ed è un paradosso: in questa lunga crisi, in Italia (e non solo) sono state impostate politiche di bilancio recessive durante la recessione e espansive durante l’espansione. È esattamente l’opposto di ciò che sarebbe stato sano.

Ma è qui che l’esperimento di un’Italia senza il «fiscal compact» conta di più: immaginiamo davvero che non ci sia. Oggi il Paese starebbe sviluppando squilibri di deficit e debito sempre più pericolosi, fra richieste di bonus e sgravi da ogni settore della politica e della società e lo smontaggio della riforma pensioni. Solo l’attrito in qualche modo opposto di Bruxelles sta evitando che tutto ciò accada, perché invece in Italia la bandiera della responsabilità fiscale ormai è rimasta orfana. Qui è il problema, e darne la colpa al solo Renzi sarebbe troppo facile. La realtà è che per la prima volta in un quarto di secolo in Italia non c’è più un solo partito, un settore della società, un’associazione di produttori o un movimento di opinione che faccia della riduzione del debito una vera priorità. Può sembrare straordinario, in uno Stato che ha drammaticamente rischiato il default due volte in vent’anni, nel 1992 e nel 2011-2012. Può sembrare singolare che ignorino la bandiera della responsabilità fiscale persino i giovani in futuro chiamati a pagare i debiti delle generazioni oggi al potere. Ma prima di prendercela un’altra volta con Bruxelles, chiediamoci quanto a lungo la sua azione di contenimento da sola può tenere l’Italia al sicuro.

http://www.corriere.it/economia/16_maggio_18/legge-stabilita-dilemma-date-referendum-0e7fe8be-1d2f-11e6-a8eb-04e4fcf1d7a7.shtml

Ok dell’Ue sui conti, Italia promossa

scissorPer il 2016 l’Italia è a posto, almeno se saranno rispettati tutti gli impegni «chiari, precisi e scritti» che il governo ha preso per sanare i conti, cosa che la Commissione Ue promette di verificare «con attenzione» in ottobre. Per il 2017 le cose sono più complesse. C’è il problema dell’aumento dell’Iva che Roma vuole evitare (costa lo 0,45% di Pil) e il buco da almeno lo 0,2% da sanare per assicurare che il fabbisogno sia quello richiesto dalle regole Ue: fanno 11 miliardi di correzione. La flessibilità concessa dall’Europa, 14 miliardi di maggiori margini di spesa, è legata anche al rispetto delle promesse, che ci risparmiano una procedura di debito eccessivo, sebbene resti il rischio «di una violazione del Patto di Stabilità», per quest’anno e il prossimo. Siamo salvi. Ma di qui all’autunno bisognerà evitare sbandate.

La Commissione Ue, nel varare le raccomandazioni economiche per i Ventotto, si è presentata in modalità «politica» e ha deciso di evitare sanzioni nei confronti dei Paesi coi conti in disequilibrio. Italia, Finlandia e Belgio avrebbero i numeri per incassare un’infrazione, Spagna e Portogallo si distinguono per un deficit che travalica il 3% del Pil richiesto dal Patto di Stabilità. In tutti i casi, si è deciso di soprassedere: «Non è il momento giusto, né economicamente né politicamente», ha detto il commissario Pierre Moscovici. Allora niente procedura contro i superdebitori e un anno in più di adattamento per Madrid (che non ha governo) e Lisbona (dove la ripresa è decisamente fragile).

 

Pesano su tutto considerazioni politiche. Si vuole evitare di fomentare le vampate di euroscetticismo e populismo che già infiammano i Ventotto. Ma anche la paura delle incertezze che minacciano la congiuntura. Ieri Eurostat ha certificato che in aprile i prezzi nell’Eurozona sono scesi dello 0,2%, guidati dal calo dei listini petroliferi. Il dato amplifica la «minaccia deflazione», pericolosa soprattutto perché erode i risparmi. «È evidente che non possono esserci tassi negativi in eterno», ha detto Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, convinto che la Bce «abbia fatto ciò che andava fatto» e «il programma ha funzionato: senza l’acquisto di titoli, l’inflazione sarebbe sostanzialmente più bassa».

Le raccomandazioni firmate dalla Commissione fotografano un’Italia che cerca di superare il guado. Ci sono apprezzamenti, tuttavia l’elenco delle riforme auspicate è lungo – dal lavoro alle banche. L’attenzione è anzitutto sul bilancio, graziato dagli 0,85 punti di flessibilità concessi per compensare riforme e investimenti. La sensazione è che restino parecchie caselle da colorare e tutto è legato a come Renzi e Padoan sapranno attuare le garanzie date alla Commissione. Partita lunga. Di buono c’è, ha detto Moscovici a Skytg24, che «alcune clausole di flessibilità sono state pensate per poter essere usate una sola volta», però non si esclude un bis «se nel 2017 il deficit sarà all’1,8%: d’altronde è proprio questo il senso della politica seria sui conti che chiediamo all’Italia».

Marco Zatterin

La stampa 19 maggio 2016

http://www.lastampa.it/2016/05/19/economia/ok-dellue-sui-conti-italia-promossa-ma-a-ottobre-ci-sar-un-nuovo-esame-myEm6CePzPZjJLhnUXdytM/pagina.html

IL «FINANZCAPITALISMO» DEVE ESSERE DISARMATO

finanzcapCapita che i tedeschi abbiano ragione. Immanuel Kant, nel cercare la ricetta della pace perpetua, la individuò nella federazione tra stati, quello che manca all’Europa oggi. Lo studioso Jorg Huffschmid ammonì come il problema delle società avanzate fosse il «finanzcapitalismo» e non la crisi. La finanza al cubo ha infatti completamente rovesciato il concetto di capitale. Quello classico, che produce valore, quando si costruisce una scuola, un ponte, si elabora una nuova medicina, si creano posti di lavoro, sembra relegato ai tempi del Piano Marshall, lo si vorrebbe rievocare con la politica dei «soldi dagli elicotteri» da imporre alla Bce. Insomma è quasi un’utopia. Quello contemporaneo, il valore invece lo estrae, imponendo e sfruttando prezzi e tassi sui mutui, erogando prestiti a chi non può chiederli e rovesciando poi sulla collettività i debiti degli altri, come accaduto nel 2008.

La tirannia della finanza è costata agli stati 15 trilioni di dollari per salvare banche, assicurazioni e fondi, mentre si è calcolato che con la dematerializzazione di molte transazioni finanziarie, quasi l’80% dei 120 trilioni di dollari di azioni scambiati annualmente sulle borse mondiali perseguano finalità speculative. Senza contare la mole di derivati che non passano su mercati regolamentati e che possono valere sette volte tanto. Questa enorme massa di denaro che potrebbe nutrire due volte il mondo, si muove a seconda delle decisioni delle autorità monetarie e delle istituzioni che le sovrintendono. E a dispetto delle politiche economiche dei governi europei e della messa in sicurezza dei loro sistemi bancocentrici. I regolamenti di Bruxelles su salvataggi e coefficienti patrimoniali, la politica di tassi zero della Bce, la tirannia della finanza globale, hanno prodotto un paradosso: la festa è nostra — denaro a basso prezzo, rendimenti dei bond governativi negativi, deflazione — ma il festeggiato sta altrove. Secondo i dati riportati da Il Sole 24 Ore, da quando la Bce ha portato i tassi sui depositi sotto zero, oltre due anni fa, le società non europee hanno emesso obbligazioni denominate in euro per un totale di 170 miliardi, quasi il doppio rispetto ai 98 miliardi dei 25 mesi precedenti. Sarebbe interessante sapere se tutti questi soldi hanno contribuito a creare posti di lavoro e se questi posti sono nell’Unione Europea o da qualche altra parte. Come ha scritto in modo profetico Luciano Gallino, si nutre la «bestia» piuttosto che coloro che sarebbero in grado di «produrre» valore.

Prendiamo un altro paradosso: l’andamento dei listini nelle quattro capitali europee colpite dal terrorismo islamico. La Borsa di Bruxelles, nel giorno dell’attacco all’aeroporto e alla metropolitana, ha chiuso in rialzo dello 0,5% e gli andamenti borsistici Eurostoxx sono rimasti placidi nei cinque giorni successivi anche a Madrid nel 2004, a Londra nel 2005 e a Parigi (gennaio e novembre 2015). Sono dati che colpiscono. Sembra che una bomba o anche una cattura di cellule terroristiche non facciano paura ai trader. Ma basta una parola, anche il semplice silenzio, del presidente della Fed, Janet Yellen o del numero uno dell’Eurotower, Mario Draghi, perché tutto si muova. Almeno sui listini. E questo perché sono stati gli uomini a creare le condizioni per il dominio del capitale sulla collettività.

Vita reale e andamenti azionari vivono ormai realtà parallele. E’ il confronto tra produzione ed estrazione di valore, tra chi vive di reddito e chi vive di rendita, chi cammina per strada e chi sposta ricchezze con un clic. L’Europa ha bisogno di aiutare chi vive di reddito, famiglie e imprese, ma la sua politica monetaria per ora premia chi si nutre di rendimenti. Non è per forza una colpa. Ma non potrebbe essere diversamente. Sui mercati regnano infatti da almeno cinque lustri quattro categorie immanenti: le grandi banche classiche, sempre attratte dagli investimenti finanziari; la finanza «ombra» che a dispetto del nome è molto concreta; i fondi pensione e gli hedge funds, che di fatto possono decidere le sorti delle aziende e in alcuni casi anche degli Stati. Sono i tre pilastri del nuovo regime economico, che vive di regole che nessun governo è in grado di cambiare, per il semplice motivo che sono stati gli stessi esecutivi (americani, francesi ed europei) a decretarne in passato la libertà di azione.

Ci vorrebbe una conferenza di disarmo finanziario, senza che a suggerirla sia papa Francesco. Ma forse anche questa, come il denaro dal cielo, è una grande utopia.

Roberto Sommella

Corriere della Sera

12 maggio 2016

Le unioni civili sono diventate legge

ucivLe unioni civili sono diventate legge. La Camera ha approvato con 372 voti favorevoli e 51 contrari il ddl Cirinnà sulle unioni civili. Poche ore prima la stessa aula aveva votato e approvato la questione di fiducia posta dal governo sul testo della legge. Il testo votato oggi, identico, era già stato approvato dal Senato lo scorso 25 febbraio con un voto di fiducia su un maxi-emendamento che riscriveva la legge sulla base dell’accordo trovato tra il Partito Democratico e il Nuovo Centro Destra e con alcune sostanziali modifiche rispetto alla prima versione della legge: erano stati eliminati i riferimenti alla stepchild adoption e all’obbligo di fedeltà. Per il resto la legge sulle unioni civili estende alle coppie dello stesso sesso i diritti previsti dal matrimonio civile. (….)

Il disegno di legge Cirinnà già approvato al Senato (con 173 sì, 71 no e nessuna astensione) prevede l’introduzione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e la regolamentazione delle coppie di fatto, sia eterosessuali sia omosessuali. L’unione civile tra persone dello stesso sesso viene istituita come “specifica formazione sociale”. Per contrarla bisogna essere “due persone maggiorenni dello stesso sesso” e bisogna fare una dichiarazione pubblica davanti a un ufficiale di stato civile alla presenza di due testimoni. La dichiarazione viene registrata nell’archivio dello stato civile.

Non possono contrarre unioni civili le persone che sono già sposate o sono parte di un’unione civile con qualcun altro; quelle interdette per infermità mentale; quelle che sono parenti; quelle che sono state condannate in via definitiva per l’omicidio o il tentato omicidio di un precedente coniuge o contraente di unione civile parte; quelle il cui consenso all’unione è stato estorto con violenza o determinato da paura.

L’unione civile è un legame diverso dal matrimonio fra eterosessuali, anche se presenta molti doveri e diritti in comune. Le differenze: non è presente l’obbligo di fedeltà, quello di usare il cognome dell’uomo come cognome comune, l’obbligo di attendere un periodo di separazione da sei mesi a un anno prima di sciogliere l’unione (bastano tre mesi), la possibilità di sciogliere l’unione nel caso che non venga “consumata” e di fare le “pubblicazioni” prima di contrarre l’unione. Non c’è soprattutto la possibilità di chiedere l’adozione del figlio biologico del partner, la stepchild adoption, prevista nella stesura iniziale della proposta. Nel ddl c’è però scritto che «resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti»: non si impedisce cioè che i giudici si possano pronunciare. Come molte sentenze hanno ultimamente confermato, la legge permette già la stepchild adoption, ma senza alcuna garanzia e solo per quelle coppie che hanno deciso di ricorrere in tribunale.

La seconda parte della legge si occupa di convivenza di fatto tra due persone, sia eterosessuali che omosessuali, che non sono sposate e che potranno stipulare un contratto di convivenza per regolare le questioni patrimoniali tra di loro: potranno farlo attraverso una scrittura privata o con un atto pubblico che dovrà poi essere registrato da un notaio o da un avvocato e trasmesso al registro anagrafico comunale. I conviventi di fatto avranno gli stessi diritti del coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario, in caso di malattia o ricovero, in caso di morte.

Nel caso di morte di uno dei due conviventi che è anche proprietario della casa comune, il superstite ha il diritto di restare a vivere in quella casa per altri due anni o per il periodo della convivenza se superiore a due anni, comunque non oltre i cinque anni. Se nella casa di convivenza comune vivono i figli minori o i figli disabili del convivente che sopravvive, lo stesso può rimanere nella casa comune per almeno tre anni. Se il convivente che muore è titolare del contratto di affitto della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha la possibilità di succedergli nel contratto. Il diritto alla casa viene meno nel caso di una nuova convivenza con un’altra persona, o in caso di matrimonio o unione civile.

In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice può stabilire il diritto del convivente di ricevere dall’altro gli alimenti se ne avesse bisogno e non fosse in grado di provvedere al proprio mantenimento. Gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza. La convivenza non dà diritto alla pensione di reversibilità.

 

http://www.ilpost.it/2016/05/11/oggi-voto-unioni-civili-streaming/

 

 

Euro forte e surplus Ue: il virus ….

Se c’è un nesso fra la faticosa ripresa dell’area euro e la diffidenza che circonda le sue banche, è in un passaggio comparso ieri a pagina 177. Non se ne parla quasi mai. Di rado qualcuno controlla il contenuto di quella riga, nelle previsioni economiche che la Commissione Ue presenta ogni pochi mesi. Eppure è il più esplosivo, letteralmente, perché parla della posizione dell’eurozona verso il resto del mondo. E aiuta a capire perché l’Italia, la Spagna o la Germania non riescano proprio a scrollarsi di dosso la minaccia di una corrosiva deflazione dei prezzi; e perché molte banche non ce la stiano facendo a guadagnare abbastanza da risanare i bilanci impiombati dall’eredità della recessione.

Il saldo delle partite correnti – gli scambi di beni, servizi, interessi e dividendi – è probabilmente il teatro della metamorfosi più radicale che la zona euro abbia conosciuto da prima a dopo la crisi. Quel dato resta inchiodato in un segno più anno dopo anno. In una prima fase la sua graduale trasformazione ha aiutato a tamponare le ferite aperte in Spagna, in Grecia o in Italia. Da qualche tempo però questo numero nascosto a pagina 177 di un rapporto di Bruxelles alimenta la deflazione, rende più fragile la ripresa e erode il terreno su cui poggiano le banche. Quelle tedesche tanto quanto le italiane, come si è visto ieri quando il titolo di Unicredit ha perso il 4,6%, Mps il 7,5%, Deutsche Bank il 5,9% e Commerzbank l’8,3%.

Quel dato sulle partite correnti è esplosivo semplicemente perché è così che è andata in questi anni. È deflagrato. L’attivo dell’area euro verso il resto del mondo era di 34 miliardi nel 2009, ma da allora ha preso a crescere fino a moltiplicarsi per undici. Per quest’anno la Commissione Ue prevede che sfiorerà i 400 miliardi di euro – il 3,3% del reddito dell’area – e anche nel 2017 salirà. È una delle poche revisioni al rialzo che Bruxelles abbia presentato ieri. Ed è ormai una distorsione di fondo nell’economia globale, per la carenza di investimenti e consumi degli europei e non per eccesso di export.

La Germania contribuisce per circa due terzi al surplus dell’area: il suo attivo delle partite correnti è cresciuto negli anni della crisi da 144 a 265 miliardi. Quasi tutto questo saldo attivo tedesco è ormai realizzato fuori da Eurolandia e resta su livelli tipici, di solito, di una monarchia petrolifera del Golfo. Contribuiscono agli squilibri però anche l’Italia (passata da un deficit di 30 miliardi a un surplus di 35) o la Spagna.

L’effetto è determinante quanto nocivo, per le banche così come per l’occupazione. Quell’eccesso di surplus smonta in modo subdolo ciò che la Banca centrale europea sta cercando di costruire con le misure di emergenza degli ultimi due anni contro l’avvitamento dei prezzi.

Un attivo delle partite correnti da 400 miliardi l’anno significa che ogni mese, in media, oltre 30 miliardi in più affluiscono verso l’euro rispetto alla liquidità in uscita dall’area. Sono gli acquisti di beni europei all’estero, ma soprattutto sono i mancati acquisti di beni di consumo o investimento degli europei dal resto del mondo. Il risultato è un costante, strutturale eccesso di domanda internazionale di euro, giorno dopo giorno. Si spiega così che la moneta unica si sia rivalutata del 9% sul dollaro negli ultimi cinque mesi (ieri a 1,15 dollari). È successo malgrado un tasso di crescita un terzo più veloce negli Stati Uniti rispetto all’Europa. È successo, soprattutto, anche se la Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi d’interesse americani mentre la Bce faceva l’opposto: ha spinto gran parte dei rendimenti del denaro in Europa sottozero, e ha inondato l’economia di moneta sempre più abbondante. Ma proprio la rivalutazione dell’euro favorita dal surplus esterno è una potente spinta in senso opposto: spinge l’inflazione verso lo zero (e sotto), perché riduce i prezzi dei beni importati e rende più costoso e scarso l’export e l’occupazione che vi è dietro.

Un malessere del genere ha preso anche in Giappone: la banca centrale di Tokyo continua a iniettare liquidità nel sistema, ha portato i suoi tassi sotto zero, eppure lo yen si sta rivalutando sul dollaro (anche) perché il surplus esterno del Paese è alto e in crescita. Forse è il destino di società con molti anziani, poco propensi a consumare e meno ancora a investire. Di certo, è un virus subdolo che colpisce in primo luogo le banche. Quando un’economia prende questa forma – eccesso di risparmio, moneta cronicamente forte, prezzi gelidi – i tassi d’interesse si adeguano. Cadono verso lo zero anche sulla lunga durata. Oggi i titoli di Stato tedeschi a 10 anni rendono lo 0,2%, i giapponesi sono addirittura negativi. Le banche non guadagnano, perché non c’è margine di interesse sui prestiti estesi ai clienti. Si sviluppano così nel tempo gli istituti-zombie, per inedia di profitto in un ambiente deflattivo di consumi insufficienti e eccesso di risparmio inerte. Ieri la svizzera Ubs e la tedesca Commerzbank hanno trasmesso uno choc ai mercati quando hanno comunicato risultati dei primi tre mesi 2016 molto al di sotto delle attese. Di colpo gli investitori si sono ricordati che le banche sono fragili anche in Germania, benché in Italia lo siano di più. Due Paesi simili più di quanto pensino, dopotutto.

Euro forte e surplus Ue: il virus che colpisce banche e lavoro

Federico Fubini Corriere della Sera  4 maggio 2016

http://www.corriere.it/economia/16_maggio_03/euro-forte-surplus-ue-virus-che-colpisce-banche-lavoro-c57f62a4-116f-11e6-950d-3d35834ec81d.shtml