IL «FINANZCAPITALISMO» DEVE ESSERE DISARMATO

finanzcapCapita che i tedeschi abbiano ragione. Immanuel Kant, nel cercare la ricetta della pace perpetua, la individuò nella federazione tra stati, quello che manca all’Europa oggi. Lo studioso Jorg Huffschmid ammonì come il problema delle società avanzate fosse il «finanzcapitalismo» e non la crisi. La finanza al cubo ha infatti completamente rovesciato il concetto di capitale. Quello classico, che produce valore, quando si costruisce una scuola, un ponte, si elabora una nuova medicina, si creano posti di lavoro, sembra relegato ai tempi del Piano Marshall, lo si vorrebbe rievocare con la politica dei «soldi dagli elicotteri» da imporre alla Bce. Insomma è quasi un’utopia. Quello contemporaneo, il valore invece lo estrae, imponendo e sfruttando prezzi e tassi sui mutui, erogando prestiti a chi non può chiederli e rovesciando poi sulla collettività i debiti degli altri, come accaduto nel 2008.

La tirannia della finanza è costata agli stati 15 trilioni di dollari per salvare banche, assicurazioni e fondi, mentre si è calcolato che con la dematerializzazione di molte transazioni finanziarie, quasi l’80% dei 120 trilioni di dollari di azioni scambiati annualmente sulle borse mondiali perseguano finalità speculative. Senza contare la mole di derivati che non passano su mercati regolamentati e che possono valere sette volte tanto. Questa enorme massa di denaro che potrebbe nutrire due volte il mondo, si muove a seconda delle decisioni delle autorità monetarie e delle istituzioni che le sovrintendono. E a dispetto delle politiche economiche dei governi europei e della messa in sicurezza dei loro sistemi bancocentrici. I regolamenti di Bruxelles su salvataggi e coefficienti patrimoniali, la politica di tassi zero della Bce, la tirannia della finanza globale, hanno prodotto un paradosso: la festa è nostra — denaro a basso prezzo, rendimenti dei bond governativi negativi, deflazione — ma il festeggiato sta altrove. Secondo i dati riportati da Il Sole 24 Ore, da quando la Bce ha portato i tassi sui depositi sotto zero, oltre due anni fa, le società non europee hanno emesso obbligazioni denominate in euro per un totale di 170 miliardi, quasi il doppio rispetto ai 98 miliardi dei 25 mesi precedenti. Sarebbe interessante sapere se tutti questi soldi hanno contribuito a creare posti di lavoro e se questi posti sono nell’Unione Europea o da qualche altra parte. Come ha scritto in modo profetico Luciano Gallino, si nutre la «bestia» piuttosto che coloro che sarebbero in grado di «produrre» valore.

Prendiamo un altro paradosso: l’andamento dei listini nelle quattro capitali europee colpite dal terrorismo islamico. La Borsa di Bruxelles, nel giorno dell’attacco all’aeroporto e alla metropolitana, ha chiuso in rialzo dello 0,5% e gli andamenti borsistici Eurostoxx sono rimasti placidi nei cinque giorni successivi anche a Madrid nel 2004, a Londra nel 2005 e a Parigi (gennaio e novembre 2015). Sono dati che colpiscono. Sembra che una bomba o anche una cattura di cellule terroristiche non facciano paura ai trader. Ma basta una parola, anche il semplice silenzio, del presidente della Fed, Janet Yellen o del numero uno dell’Eurotower, Mario Draghi, perché tutto si muova. Almeno sui listini. E questo perché sono stati gli uomini a creare le condizioni per il dominio del capitale sulla collettività.

Vita reale e andamenti azionari vivono ormai realtà parallele. E’ il confronto tra produzione ed estrazione di valore, tra chi vive di reddito e chi vive di rendita, chi cammina per strada e chi sposta ricchezze con un clic. L’Europa ha bisogno di aiutare chi vive di reddito, famiglie e imprese, ma la sua politica monetaria per ora premia chi si nutre di rendimenti. Non è per forza una colpa. Ma non potrebbe essere diversamente. Sui mercati regnano infatti da almeno cinque lustri quattro categorie immanenti: le grandi banche classiche, sempre attratte dagli investimenti finanziari; la finanza «ombra» che a dispetto del nome è molto concreta; i fondi pensione e gli hedge funds, che di fatto possono decidere le sorti delle aziende e in alcuni casi anche degli Stati. Sono i tre pilastri del nuovo regime economico, che vive di regole che nessun governo è in grado di cambiare, per il semplice motivo che sono stati gli stessi esecutivi (americani, francesi ed europei) a decretarne in passato la libertà di azione.

Ci vorrebbe una conferenza di disarmo finanziario, senza che a suggerirla sia papa Francesco. Ma forse anche questa, come il denaro dal cielo, è una grande utopia.

Roberto Sommella

Corriere della Sera

12 maggio 2016