L’IPOTECA DEI VECCHI SUL FUTURO DEI GIOVANI

binocDavanti a un mondo che cambia e diventa sempre più complesso si può reagire rimpiangendo vecchie sicurezze o impegnandosi a generare nuove opportunità. Le vecchie generazioni tendono a sovrastimare i rischi e a sottostimare il valore delle nuove sfide, ma faticano anche a trasmettere ai giovani stimoli e motivazioni per viverle essi stessi da protagonisti. Questo produce due conseguenze negative, l’ostilità verso i processi di cambiamento da parte dei più anziani e la mancanza di strumenti per orientare positivamente le scelte dei più giovani. Brexit è un esempio di decisione determinata dal peso dei primi ma destinata a pesare sul futuro dei secondi, i quali subiscono in parte impotenti e in parte inconsapevoli.

Chi ha vissuto gli effetti delle guerre mondiali, aveva in mente un’Unione in grado di garantire pace e stimolare relazioni di collaborazione. Gli accordi commerciali e l’allargamento ad Est dopo la caduta del muro di Berlino sono stati impegni accolti con favore dalle generazioni vissute durante la guerra fredda. Acquisiti questi risultati, ci troviamo oggi con un progetto non più sorretto dai motivi iniziali, non più appassionante per le generazioni più mature, non aiutato a diventare coerente con le sfide dei tempi nuovi e con le aspettative delle nuove generazioni.
I dati di varie indagini mostrano in modo concordante come esista un forte atteggiamento critico dei giovani su come è stato sinora realizzato il progetto europeo. Anziché però essere la generazione che lo vede crollare vorrebbero essere quella che lo aiuta a realizzarsi in modo compiuto facendogli acquisire centralità nel mondo. La maggioranza dei giovani vedrebbe positivamente un’evoluzione verso gli Stati Uniti d’Europa, non come insieme di paesi vincolati a stare uniti, ma come casa comune nella quale è più facile costruire relazioni positive ed è promosso attivamente il confronto tra culture ed esperienze diverse.
I dati di un approfondimento internazionale condotto a luglio 2015 nell’ambito del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo, mostrano come questo tipo di Europa sia visto favorevolmente anche tra gli under 30 inglesi: quasi il 60 per cento considera importante la possibilità di viaggiare senza vincoli e fare esperienze di studio e di lavoro in altri paesi europei. Gli stessi dati evidenziano però anche la presenza di una fascia consistente di giovani che si sente esclusa dalle nuove opportunità e che di fronte alla crisi, alle difficoltà occupazionali, all’impatto dell’immigrazione, non ha visto dalle istituzioni europee risposte rassicuranti e convincenti.
La Gran Bretagna può anche rimanere fuori dall’Unione ma non possiamo lasciare le nuove generazioni fuori dal futuro che desiderano costruire. Il trauma di Brexit ci suggerisce allora di agire con più determinazione in due direzioni. La prima è quella di migliorare non solo l’inclusione dei giovani, ma ancor più la possibilità di coinvolgerli come parte attiva nella costruzione di un nuovo modello sociale comune. Il punto di partenza è un servizio civile europeo fortemente orientato alle competenze sociali e interculturali.
La seconda è la necessità di allentare il vincolo che impone che il voto di un ottantenne valga come quello di un ventenne su temi che condizionano soprattutto il futuro di quest’ultimo. Tanto più in un’Europa che invecchia e che vede il peso elettorale dei primi aumentare e quello dei secondi diminuire. Varie soluzioni sono possibili, difficili però non solo da realizzare ma anche da prendere semplicemente in considerazione in una società in cui la difesa di vecchie sicurezze fagocita tutto, compreso il futuro dei giovani.
ALESSANDRO ROSINA
Twitter: @ AleRosina68
L’autore è docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano e curatore del “ Rapporto giovani 2016” dell’Istituto Toniolo
La Repubblica 26 giugno 2016

Il testo della seconda prova a.s. 2015/16

wordle-scuola[1]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per la scuola, si è riconosciuto che spetta alla Repubblica dettare le norme generali

sull’istruzione, organizzare la scuola di Stato in tutti i suoi gradi, assicurare ad enti e

privati la facoltà di istituire altre scuole. Tutto ciò non costituisce un monopolio statale;

ed è ammessa la libertà di insegnamento. Ma l’organizzazione della scuola pubblica è

una delle precipue funzioni dello Stato; e quando le scuole non statali chiedono la

parificazione, la legge ne definisce gli obblighi e la sorveglianza da parte dello Stato, e

nel tempo stesso ne assicura la effettiva libertà garantendo parità di trattamento agli

alunni, a parità di condizioni didattiche. La serietà degli studi e l’imparziale controllo su

tutte le scuole statali e non statali sono garantiti con l’obbligo dell’esame di Stato, non

solo allo sbocco finale ma anche in gradi intermedi. Uno dei punti al quale l’Italia deve

tenere è che nella sua costituzione […] sia accentuato l’impegno di aprire ai capaci e

meritevoli, anche se poveri, i gradi più alti dell’istruzione. Alla realizzazione di questo

impegno occorreranno grandi stanziamenti; ma non si deve esitare; si tratta di una delle

forme più significative per riconoscere, anche qui, un diritto della persona, per utilizzare

a vantaggio della società forze che resterebbero latenti e perdute, di attuare una vera ed

integrale democrazia. (Relazione del Presidente della Commissione, Progetto di

Costituzione della Repubblica Italiana, Roma, 6 febbraio 1947)

Il testo completo

Seconda prova a.s. 2015/16

 

Meuccio Ruini

http://www.treccani.it/enciclopedia/meuccio-ruini/

Dalla benedizione delle biro alla canonizzazione ad honorem di Virgilio e Leopardi. I maturandi di ieri e di oggi non sanno letteralmente a che santo votarsi

benedire-300x172[1]Una vita senza esami non vale la pena di essere vissuta. Socrate ne era convinto. Molto meno gli esaminandi. Che farebbero volentieri a meno di questa sorta di giudizio finale che si chiama maturità. L’ultimo dei riti di passaggio. Un’autentica iniziazione all’età adulta. Di fronte alla quale i maturandi di ieri e di oggi non sanno letteralmente a che santo votarsi.E allora fioccano preghiere e scaramanzie, voti e fioretti. E altri modi per ridurre la tensione. È quel che ha pensato l’insegnante di religione di un liceo di Aversa che nei giorni scorsi ha riunito gli studenti per la benedizione solenne di biro e roller. Penne consacrate per prove fortunate? Sì, ma niente di superstizioso. Semmai un ricostituente simbolico, per far sentire i ragazzi meno soli. In momenti come questi tutti i mezzi sono buoni per farsi coraggio. Integratori alimentari, oggetti transizionali. E tutor celestiali, che di questi tempi vanno alla grande. Come Sant’Espedito che, lo dice il nome stesso, è patrono delle urgenze e delle emergenze. Rita da Cascia, soprannominata la santa delle cause impossibili, come certe promozioni. Poi c’è il letteratissimo Tommaso d’Aquino, invocato da quelli che si sentono deboli in filosofia. Ma su tutti svetta Giuseppe da Copertino, un francescano del Seicento passato alla storia per il suo deficit di apprendimento. Tanto da meritarsi l’appellativo di Frate Asino.Il che non gli impedì di superare miracolosamente gli esami di teologia, grazie alla scienza infusa con cui il Cielo lo aiutò a ripianare il debito formativo.E se non bastano i santi ci si affida agli arcangeli. Come Zadkiel, in ebraico favore di Dio, invocato per potenziare la memoria. Uriel, che significa luce divina, per chiarire gli argomenti più oscuri. E per quelli che hanno le batterie scariche c’è Gabriele, l’angelo dell’Annunciazione, che assicura sinapsi folgoranti, creatività travolgente e autostima crescente. Ma soprattutto è portatore di buone novelle. Per esempio il 100/100. Infine ci sono i protettori per chiara fama, con l’alloro al posto dell’aureola. Come Virgilio e Leopardi, canonizzati ad honorem da maturandi di tutto il mondo che vanno in pellegrinaggio a Napoli a deporre sulle loro tombe attestati di devozione poetica e richieste di indulgenza scolastica. «Caro Virgilio tu che sei dei poeti onore e lume, aiutaci a superare lo scoglio del latino». Il messaggio, firmato da un gruppo di liceali di Utrecht, è scritto in inglese. Virgilio impazza, ma anche Leopardi tiene botta. «Caro Giacomo, aiutaci alla maturità», invocano all’unisono Marina, Fabio e Vera. Mentre una studentessa modello, mette nero su bianco il sospiro d’amore della Didone virgiliana, «Agnosco veteris vestigia flammae», conosco i segni della fiamma antica. Manifestazioni di culto? No, di cultura. Richieste di raccomandazione? No, di ispirazione. E adesso c’è la preghiera a Leo Di Caprio perché trasmetta ai candidati un po’ del suo fascino irresistibile. Per un esame da Oscar.

Marino Niola

La Repubblica 24 giugno 2016

 

Ora che succede all’economia e alle Borse?

LONDRA – La decisione degli elettori britannici di uscire dall’Unione Europea sta avendo conseguenze traumatiche sui mercati globali. Stanotte, la sterlina è scesa dell’11% contro il dollaro, toccando i minimi da 30 anni a questa parte, mentre la borsa di Londra ha perso l’8% in apertura, trascinando giù tutti gli altri mercati.

Perché la sterlina è scesa così tanto?
Gli investitori temono che per il Regno Unito si apra un periodo di grande incertezza. Le negoziazioni su che accordi prendere con l’UE dureranno almeno due anni. Ci sono poi preoccupazioni legate all’enorme deficit esterno della Gran Bretagna, pari al 7% del prodotto interno lordo, che dovrà continuare ad essere finanziato dagli investimenti stranieri in un periodo di grande turbolenza. Il rischio è una crisi della bilancia dei pagamenti, come quelle che Londra ha vissuto negli anni ’70.

Perché soffrono anche le borse europee?
Gli operatori di mercato temono che “Brexit” possa avere degli effetti a catena nel resto dell’UE. Le difficoltà economiche del Regno Unito potrebbero contagiare gli altri Paesi, per esempio attraverso un rallentamento delle importazioni britanniche dall’UE. Vi è poi una preoccupazione che l’UE stia entrando in una fase di nuova instabilità, marcata dalla crescita dei partiti populisti come, ad esempio, il Movimento 5 Stelle in Italia o il Fronte Nazionale in Francia. Infine, il clima generalizzato di paura porta gli investitori a vendere comunque le azioni ritenute meno sicure, come, ad esempio, quelle delle banche italiane.
 
Chi può intervenire?
Le banche centrali stanno già intervenendo nel mercato delle valute: la Banca Nazionale Svizzera sta vendendo franchi per evitare che la valuta si apprezzi troppo. Mark Carney, governatore della Banca d’Inghilterra, ha annunciato che sarà pronto a sostenere la sterlina, e ha messo a disposizione 250 miliardi per altre operazioni di mercato. Per ora, la Banca Centrale Europea non è ancora intervenuta, ma, come detto dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, anche a Francoforte sono pronti a intervenire, ove necessario, usando i tassi d’interesse, oltre ad altri strumenti come gli swap o i repo.

Riuscirà la Banca d’Inghilterra a sostenere l’economia?
Carney si trova in una situazione estremamente complessa: da una parte, la tentazione potrebbe essere quella di abbassare i tassi d’interesse per dare slancio all’economia e evitare il rischio di una lunga recessione. D’altra parte, il crollo della sterlina farà costare di più le merci importate, spingendo in alto l’inflazione. Questo potrebbe richiedere un aumento dei tassi d’interesse per convincere gli investitori a lasciare i loro capitali in Gran Bretagna a costo e frenare la caduta del cambio. Il rischio, però, è quello di peggiorare un’eventuale recessione.

Che faranno le aziende in Gran Bretagna?
Tutte le principali istituzioni finanziarie mondiali e la maggior parte degli economisti pensano che Brexit raffredderà la voglia delle aziende di investire, almeno finché non sarà chiaro quali saranno gli accordi raggiunti con l’Unione Europea. La crisi di governo causata dalle dimissioni del premier David Cameron, contribuiranno a questo clima di cautela. Nel frattempo, però, alcune aziende potrebbero decidere di spostare le loro operazioni all’estero. Gli occhi sono puntati sulle banche e le altre società di servizi finanziari, che già riflettono sul se spostarsi a Francoforte, Dublino o Parigi per continuare a godere dell’accesso agli altri mercati UE. Grandi aziende automobilistiche come la Toyota hanno fatto capire che potrebbero essere costrette a tagliare posti di lavoro in Gran Bretagna per abbassare i costi. Vi sono anche preoccupazioni per il settore dell’edilizia: il mercato immobiliare è destinato a frenare, soprattutto a Londra, dove c’è il rischio di una caduta dei prezzi dalle quotazioni vertiginose raggiunte in questi anni.

Quali sono i rischi per l’Italia?
Il problema principale riguarda l’andamento dei mercati azionari e, in particolare, dei titoli bancari, che già in apertura hanno sofferto come quelli di altri Paesi europei. Il sistema bancario italiano è in un momento di grande fragilità, anche se il governatore Visco, il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, e il presidente della Consob, Giusepee Vegas si sono detti sicuri oggi che l’Italia non corra rischi particolari. Se Brexit dovesse avere effetti prolungati sull’economia europea, a soffrirne sarebbero prima di tutto le nostre aziende esportatrici. Più in generale, ci potrebbe essere un raffreddamento della volontà di investire in nuova capacità produttiva. Quanto al lungo periodo, molto dipenderà da che accordi l’UE prenderà con la Gran Bretagna: la società Prometeia ha stimato oggi che il danno per le aziende dai dazi imposti da Londra potrebbe essere di circa un miliardo.

Ferdinando Giuglianoborsellix

http://www.repubblica.it/economia/2016/06/24/news/domanda_e_risposta_che_succede_a_economia_e_borse-142721350/?ref=HREC1-3

 

Le conseguenze pratiche della Brexit

 images[10]CONSEGUENZE PER I BRITANNICI CHE VIVONO IN GRAN BRETAGNA  

IL VISTO

L’effetto Brexit più immediato ed evidente dovrebbe essere sentito sulla libera circolazione dei britannici nei Paesi Ue: se finora bastava la carta d’identità per muoversi all’interno dello Spazio Schengen, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue dovrebbe essere accompagnata dalla necessità per i cittadini britannici di richiedere un visto per viaggiare in Europa continentale. Allo stato attuale solo 44 dei 219 Paesi richiedono un visto ai cittadini britannici.

VIAGGI

Le vacanze nel Vecchio Continente saranno più care per i britannici: non solo perché la caduta della sterlina nei confronti dell’euro ridurrà inevitabilmente il loro potere d’acquisto, ma anche in virtù di accordo comunitari che permettono a qualsiasi compagnia aerea dell’Ue di operare senza limiti di frequenza, capacità o prezzo nello spazio aereo europeo. «Il mercato unico ha consentito a Ryanair di promuovere la rivoluzione dei voli a basso costo in Europa», ha ricordato nei giorni scorsi Michael O’Leary, l’amministratore delegato della compagni aerea a basso costo britannica. Per non parlare degli oneri per i telefoni cellulari, che sono stati finora ammortizzati a livello europeo, o delle norme europee per ottenere rimborsi in caso di ritardi o cancellazione di voli.

LAVORO

I sostenitori della Brexit hanno fatto dell’occupazione uno dei cavalli di battaglia della loro campagna; tuttavia è probabile che l’uscita del Regno Unito dall’Ue sia accompagnata da delocalizzazione di numerosi posti di lavoro. Per esempio, le grandi banche: Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha avvertito all’inizio di giugno che la banca americana, che impiega oltre 16mila persone nel Regno Unito, in sei posti diversi, potrebbe rimuovere tra le 1000 e le 4000 persone, in particolare nelle funzioni di back-office. Morgan Stanley prevede di trasferire 2.000 persone delle 6.000 che ha nel Regno Unito verso l’Ue mentre Goldman Sachs dovrebbe trasferirne almeno 1.600.

 CONSEGUENZA PER GLI ITALIANI CHE VIVONO IN GRAN BRETAGNA  

Tra Londra e il resto dell’Inghilterra vivono mezzo milione di italiani. Ora, dopo la vittoria della Brexit, cosa cambierà per loro? Nessuno lo sa con certezza, ma si possono fare previsioni.

LAVORO

Chi paga le tasse in Gran Bretagna da cinque anni può richiedere un permesso di residenza e la cittadinanza. C’è chi l’ha già fatto, prendendo la doppia cittadinanza (britannica oltre che italiana). Chi ha intenzione di farlo adesso dovrà scontrarsi con una macchina burocratica che richiede tempo e denaro, un anno e almeno mille sterline. Chi non intende restare per sempre potrà probabilmente ottenere un visto di lavoro, da rinnovare ogni due-tre o anche cinque anni, presentando una richiesta da parte del proprio datore di lavoro. Chi, invece, vuole trasferirsi a Londra, da oggi in poi, non può più farlo senza avere già trovato un’occupazione prima della partenza.

TURISMO

Non cambia nulla. Gli italiani che vogliono andare in vacanza a Londra lo faranno senza la necessità di un visto. Questo potrebbe spingere molti connazionali a utilizzare questo mezzo per fermarsi un po’ di più. Entrare da turisti, probabilmente con la possibilità di fermarsi fino a tre mesi, cercare lavoro e, nel caso ciò accadesse, richiedere un visto di lavoro. La trafila, ovviamente, si prospetta molto più complicata.

STUDIARE IN GRAN BRETAGNA

La retta annuale in un’università britannica si aggira attorno ai 12 mila euro. Con la Brexit salirà tra i 16 e i 22 mila euro. Facilitazioni, sconti e opportunità normalmente in atto nel Regno Unito sarebbero tutte da riclassificare. E molto probabilmente tutto costerebbe di più.

ASSISTENZA SANITARIA

Ci sono ancora tanti dubbi. Non è chiaro se l’assistenza sanitaria basata sulla reciprocità della Ue continuerà a funzionare. Probabilmente un italiano che necessiti del pronto soccorso inglese non avrà più un trattamento gratuito. Annullati anche i sussidi di disoccupazione e la possibilità di ottenere un alloggio popolare.

CONSEGUENZE PER I BRITANNICI CHE VIVONO IN UE  

La Brexit darà numerosi grattacapi anche all’1,3 milioni di espatriati britannici che vivono in altri Paesi europei, per esempio in Spagna ((319.000), Irlanda (249.000), Francia (171.000) o Germania (100.000).

PENSIONI

I pensionati potrebbero vedere disciolte come neve al sole le loro pensioni, a causa del forte deprezzamento della sterlina, che potrebbe notevolmente compromettere anche i loro investimenti immobiliari nel loro Paese di adozione.

COPERTURA SANITARIA

Un altro problema riguarderà la loro copertura sanitaria: in molti Paesi europei, ricevono assistenza dal sistema sanitario nazionale, i cui costi vengono poi pagati dalla sanità pubblica britannica nell’ambito di accordi bilaterali. A rischio anche il destino professionale delle migliaia di funzionari britannici che lavorano per le istituzioni europee, in particolare a Bruxelles.

VERSO NUOVE FRONTIERE?  

La Brexit potrebbe avere conseguenze inaspettate anche sulla geografia. La Spagna potrebbe essere tentata di chiudere il confine con Gibilterra, uno sperone di 6 chilometri quadrati dove vivono 33mila britannici. Più a nord, la Brexit potrebbe anche creare un confine tra Irlanda del Nord e Irlanda, rallentando il flusso di migliaia di persone ogni giorno.

http://www.lastampa.it/2016/06/24/esteri/visto-lavoro-pensioni-ecco-le-conseguenze-pratiche-per-i-britannici-dopo-brexit-BOmVZ8hP2KE2PrgNAE0R5J/pagina.html

 

Brexit: hanno perso giovani, laureati e i liberal metropolitani

I giovani sarebbero rimasti, hanno votato in massa «Remain». Per loro hanno deciso quelli che sono nella fase declinante della parabola della vita, arroccati in difesa di posizioni e privilegi, spaventati da frontiere troppo lasche. Lo spiega bene l’analisi dell’istituto Yougov (che a chiusura seggi dava in vantaggio il Remain, con il 75% dei votanti tra i 18 e i 24 anni che hanno votato per rimanere nell’Unione.

Anche la maggior parte degli adulti tra i 25 e i 49 anni, quelli all’inizio o nel pieno della vita lavorativa, ha scelto la permanenza nella Ue. La curva dei voti flette nella fascia d’età che va dai 50 ai 65 anni (dove il Remain cala al 42%) per precipitare al 36% tra gli over 65, i più entusiasti per l’uscita. Grandi sconfitti i giovani, insomma.

Ma la spaccatura, oltre che generazionale, è anche di istruzione: fra chi ha una laurea, il 71% ha votato contro la Brexit e quindi per restare in Europa, il 29% a favore. Chi ha titoli di studio inferiori ha votato al 55% a favore della Brexit e al 45% per restare in Europa. Ed è pure di classe: per la vittoria del Leave è stato determinante il trionfo nelle contee conservatrici e nelle aree dove il Labour è più forte: Inghilterra del Nord e Galles. Per l’Independent, i lavoratori preoccupati per l’immigrazione hanno scelto di allontanarsi dall’Europa, mentre la classe metropolitana, liberale, ha votato per la globalizzazione.

E per rimanere nel campo delle frammentazioni: il corrispondente politico del Daily Telegraph Ben Riley-Smith fa la conta (Galles: Leave; Inghilterra: Leave; Scozia: Remain; Irlanda del nord: Remain) e si chiede: cosa ne sarà adesso del Regno «Unito»? Mentre il Washington Post ospita una proposta «provocatoria» di David Harsanyi, condirettore della rivista online The Federalist, che propone un esame di educazione civica per gli elettori, perché una democrazia non informata è «il preludio a una farsa o a una tragedia».

Antonella De Gregorio

Corriere della Sera 24 giugno 2016

http://www.corriere.it/esteri/brexit/notizie/brexit-hanno-perso-giovani-7591896a-39e8-11e6-b0cd-400401d1dfdf.shtml

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/brexit-mappa-voto-scozia-nord-irlanda-e-londra-pro-remain-1275618.html

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Senza i consumi dei Millennials non ci sarà ripresa

millllllSi cambia cavallo. Nei dati sui conti economici trimestrali diffusi dall’Istat lo scorso 31 maggio c’è la conferma che a spingere la ripresa dell’economia italiana sono oggi i consumi più che le esportazioni. Nel primo trimestre il contributo alla crescita offerto dalla domanda estera netta – la differenza tra export e import – è stato negativo. Gli investimenti sono rimasti al palo. L’apporto positivo di consumi e scorte ha permesso al Pil di segnare un incremento trimestre su trimestre che conferma la proiezione di una crescita annua dell’ordine di un punto percentuale. L’indebolimento delle esportazioni nette non sorprende. Il commercio mondiale rallenta e le prospettive delle grandi economie extra-europee rimangono relativamente incerte. Il passaggio della barra della ripresa nelle mani dei “driver” domestici rimane, però, altrettanto esposto a rischi che meritano attenzione, a breve come a medio termine.

Due i fattori chiave: i redditi e la demografia. I consumi dipendono dal reddito e dalla propensione a spendere. Per la prima volta dal 2008, nel 2015 il potere d’acquisto delle famiglie italiane è tornato a crescere di quasi un punto percentuale. Merito della fine del calo dell’occupazione e dei segnali di recupero che ad aprile 2016 portano l’aumento degli occupati a colmare metà della caduta di 1,1 milioni realizzata tra il 2008 e il 2013. A rimettere in moto i consumi è servito tutto, dagli sgravi contributivi alle nuove regole del mercato del lavoro agli 80 euro. Ugualmente, a tonificare il potere d’acquisto delle famiglie contribuisce il lato buono dell’inflazione zero, con le rate dei mutui che diventano più lievi e il pieno di carburante che costa meno di uno o due anni fa. Meno sfiduciati che in passato, gli italiani tornano a spendere, soprattutto nell’acquisto di beni durevoli che nei dati del primo trimestre aumentano di ben sei punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2015. È l’auto la regina della ripresina dei consumi, con le immatricolazioni di nuovi veicoli che continuano a marcare incrementi annui a due cifre. Dopo anni di freno a mano tirato, i consumi ripartono mettendo la prima. Il punto è creare le condizioni perché la marcia prosegua, magari salendo di rapporto. L’approvazione dei target italiani di finanza pubblica per il 2016 da parte della Commissione Europea garantisce un sostegno importante, ancorché misurato, al consolidamento della ripresa dei redditi e dei consumi. Questo nell’orizzonte dell’anno. Ma, oltre il 2016, incombe una sfida ben più impegnativa i cui contorni divengono via via più chiari. È la sfida del cambiamento demografico. Ancora una trentina di anni fa la distribuzione per età della popolazione italiana era graficamente rappresentata da una piramide. Oggi assomiglia a una teiera e nell’arco di un paio di decenni assumerà le forme di un vaso che si allarga verso l’alto. Ancora negli anni Ottanta le età percentualmente più numerose erano quelle giovanili, tra i 20 e i 30 anni. Oggi la pancia della distribuzione è salita tra i 50 e i 60 anni. Alla metà del secolo il baricentro muoverà ancora più in alto. L’Italia invecchia, e deve porsi il problema di invecchiare bene ricucendo in fretta i divari profondi che si sono scavati tra le generazioni. Divari a danno dei giovani, di lavoro e di reddito che più di altri fattori minano il potenziale di sviluppo dell’economia e della società. Altro che “output- gap” e “digital-divide”. Oggi il reddito medio di un membro di una famiglia il cui capofamiglia ha non più di 30 anni è tornato indietro ai valori di quaranta anni fa. Ben diversa e migliore risulta invece la situazione di chi può contare su un capofamiglia ultra-sessantacinquenne o anche solo cinquantenne. Cresce il peso delle famiglie che trovano nelle pensioni la fonte prevalente di reddito, mentre raddoppia rispetto agli anni Ottanta la quota di giovani tra 25-34 anni che vive ancora nella famiglia d’origine. Magra consolazione, la riduzione del numero medio dei figli aumenta la misura dei lasciti. Non è con maggiori eredità che si potranno sostenere i consumi futuri dei “millennials” quando saranno finite le pensioni dei “baby-boomers”. Servono lavoro e lavori nuovi e sostenibili, da creare con l’innovazione, le riforme e il buon senso.

Giovanni Ajassa

Direttore Servizio Studi Bnl Gruppo Bnp Paribas

A&F 13 giugno 2016

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/06/13/news/senza_i_consumi_dei_millennials_non_ci_sar_ripresa-141977708/

Se il lavoro non si ritrova più “Sono undici milioni in Europa”

labbIn Europa più di 22 milioni di persone verrebbero lavorare, ma non gliene viene data la possibilità. Molti di loro, quasi la metà, ci sta provando da oltre un anno, ma senza alcun successo. Si chiama disoccupazione di lungo periodo e, a chi ci capita dentro, fa molto male. Quella di questi anni, coinvolge soprattutto gli uomini, lavoratori “maturi” e figure senza elevati titoli di studio. Ma ora tiene trattenuti nelle morsa anche le figure intermedie, quelli con un’elevata specializzazione e i giovani.

A rilanciare la preoccupazione per la disoccupazione di lungo periodo è il rapporto della Fondazione Bertelsmann Long-term Unemployment in the EU: Trends and Policies. Lo scenario di quel che accade nel Vecchio Continente non è uniforme e vi si sovrappongono aree dove il mercato del lavoro è più dinamico a altre zone dove invece prevale lo stallo determinato dalla Grande Recessione. Nella classifica europea dei paesi più colpiti c’è anche l’Italia, dopo nazioni come Grecia, Spagna e Portogallo.

I segmenti più colpiti. Per lo più, a essere trattenuti nella trappola della disoccupazione di lungo periodo, sono sia i lavoratori con un basso livello di specializzazione (il 41 per cento), sia quelli con un livello di formazione intermedia (41 per cento). Ma nessuno si può ritenere esente da questo rischio e da questa esperienza da cui è sempre più difficile uscire fuori. Tra coloro che non riescono a ritrovare un impiego da oltre dodici mesi, ci sono anche quelli che hanno un elevato livello di specializzazione (il 18 per cento).

La disoccupazione di lungo periodo sta colpendo soprattutto quei lavoratori maturi e quelle persone coinvolte dai processi di ristrutturazione che hanno attraversato un elevato numero di aziende. Fenomeni che hanno coinvolto i settori in declino e le figure la cui presenza tende a scendere sempre più all’interno degli organici aziendali.

I giovani in trappola. Ma non solo lavoratori maturi. Tra coloro che fanno molta fatica a trovare un impiego ci sono anche i giovani. Da soli, gli under 24, rappresentano un sesto dei disoccupati di lungo periodo. Gli autori del rapporto sottolineano come sia allarmante che in paesi severamente colpiti dalla crisi, la disoccupazione di lungo periodo sia divenuto un problema permanente per molti giovani.

Tra le nazioni con i più elevati tassi di disoccupazione di lungo termine tra i giovani, ci sono l’Italia, la Grecia, la Croazia e la Slovacchia. La situazione giovanile è migliore invece in Finlandia, Danimarca e Svezia, dove in ciascuno di questi paesi la quota della disoccupazione degli under 24 non supera il 10 per cento del totale dei senza lavoro.

Poca carriera e poca fiducia. Rimanere senza impiego per molto tempo può avere effetti negativi molto seri sulle prospettive professionali dei giovani e incrementare i rischi di esclusione sociale. Gli autori del rapporto della Fondazione Bertelsmann sottolineano come trascorrere un prolungato periodo senza alcun impiego non solo influisce negativamente in maniera molto decisa sulla qualità della vita e sul benessere psicologico di un giovane, ma anche minaccia in maniera significativa le possibilità di intraprendere percorsi professionali di qualità e salire lungo la scala gerarchica aziendale. Senza contare, per altro, la riduzione di fiducia nelle istituzioni che rischia di colpire intere classi generazionali.

La Repubblica 20 giugno 2016

http://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2016/06/20/news/disoccupazione_lungo_periodo_giovani_europa-142421273/?ref=HRLV-6

Fondazione Bertelsmann

https://www.bertelsmann-stiftung.de/en/publications/publication/did/long-term-unemployment-in-the-eu/

 

La sola legalità non basta

legalità[2]In una famosa novella di Heinrich von Kleist si narra il caso di Michele Kohlaas, un mercante di cavalli vissuto a metà del sedicesimo secolo. Onesto e buon cittadino, rispettoso delle leggi, ma eccessivo in una virtù. «Il senso di giustizia fece di lui un brigante e un assassino». Offeso da un arrogante castellano, e derubato di due morelli, Kohlhaas, non ottenendo sollecita riparazione, arma bande, mette a ferro e fuoco le province, turba la quiete e l’ordine pubblico. Alla fine della vicenda, il castellano è condannato, il danno risarcito; ma Kohlhaas sale il patibolo per la rottura della pace pubblica. Questa cronaca ripropone l’antica antitesi fra legalità e giustizia, fra norme dettate dall’autorità pubblica e principî parlanti nell’intimità della coscienza. Kohlaas — e così la figura mitica di Antigone — obbedisce alla voce interiore, ma viola la legge e soggiace alla pena. La legalità trova dinanzi a sé un altro principio, che si leva con la violenza, e così apre un conflitto. La pace, rotta dalla violenza, è ristabilita mediante l’esercizio della forza (se vogliamo chiamare forza la «violenza» della legalità).

Il principio di legalità è accompagnato dal conflitto, dall’urto continuo con altre potenze, destinate a vincere o a soccombere. La legalità — cioè l’ordine giuridico di uno Stato — è sempre vigilante e armata, poiché sa che vive in assiduo conflitto, ed ogni giorno è chiamata a difendersi e ad imporsi.

Sono almeno tre i fattori, che ne garantiscono la tutela. La legalità non sta a sé, ma presuppone ed esige l’ethos della convivenza, o ciò che in altri tempi, e con dischiusa sincerità, era chiamato il senso dello Stato. Non si osservano le leggi perché sono leggi, ossia comandi rivolti da uomini ad altri uomini, ma perché sono espressione di uno Stato, dell’unità storico-politica, in cui ci è dato di vivere. È quasi banale avvertire che si osservano le leggi per convivere, e non si convive per osservare le leggi, le quali sono soltanto duri strumenti e mezzi spesso dolorosi. La caduta di senso dello Stato, appunto di questa umana necessità di «stare» insieme, riduce e infiacchisce il principio di legalità, che, lasciato da solo e privo di appoggi storico-politici, porge all’individuo l’unico e crudele volto del comando e della forza coercitiva. La legalità non è separabile dal consapevole e reciproco vincolo della convivenza. Quando ne sia separato, la legalità può diventare strumento di partito, di classe, di ceto burocratico: indocile arma contro i nemici, poiché subito, caduta in altre mani, si rivolta contro i possessori di ieri e li trascina nel suo vortice. Forse così ha origine la massima francese La legalité tue,» la legalità uccide, più volte rammentata da Carl Schmitt in pagine di critica al positivismo giuridico.

L’altro fattore, ma secondario rispetto all’ethos della convivenza, è la razionale stabilità delle leggi. La legalità ha bisogno di «durata»: norme mutevoli, incerte, oscure, precarie, non suscitano né fiducia né paura dei destinatari. Le leggi, come terreno saldo e sicuro su cui si svolge la convivenza, o durano nel tempo, o, dissolvendosi nell’occasionalità parlamentare, perdono qualsiasi autorità di comando. Una legalità, sottoposta a continui mutamenti e revisioni, e dunque mutevole nel suo contenuto imperativo, non può stabilire alcun vincolo di fiducia e di lealtà civica. È merce tra le merci di consumo. L’ossessiva volontà di riforma, e l’«accelerazione delle procedure parlamentari, lasciano talvolta l’immagine di una macchina, che funzioni senza sosta e senza meta, capace di «lavorare» qualsiasi materiale, e pronta a piegarsi al padrone di turno. Questa macchina può produrre leggi, ma non generare né rinsaldare legalità. La novella di Kleist insegna che la legalità viene ristabilita, e trionfa sulla «ragion fattasi» turbatrice della pace pubblica, soltanto se infligge sanzioni anche all’arrogante castellano. E così appare come indissociabile dall’eguaglianza: la legge può essere eguale per tutti, e dunque da tutti osservata, soltanto se tutti sono eguali dinanzi alla legge. Questo è il terzo elemento costitutivo della legalità, e, a ben riflettere, dipende da chi applica le leggi e così garantisce l’eguaglianza.

Natalino Irti

Corriere della Sera

  • 19 giugno 2016
  • Cinque cose da sapere per capire cos’è la Brexit

    referbrexIl 23 giugno nel Regno Unito si terrà un referendum per decidere se Londra rimarrà nell’Unione europea oppure se ne uscirà. Il referendum è delicato e in molti temono che possa provocare un effetto domino su altri paesi dell’Unione europea, in cui l’euroscetticismo è in aumento, alimentato da diffusi sentimenti antimmigrazione e dalla sensazione che l’economia europea sia in crisi. Ecco cinque cose da sapere ..

    Da chi è stato convocato il referendum?

    La consultazione è stata convocata dal premier David Cameron per rispondere alle richieste sempre più pressanti dei parlamentari conservatori e dell’Ukip, il partito nazionalista ed euroscettico guidato da Nigel Farage. Cameron, che ha vinto le elezioni nel 2015, ha promesso durante la sua campagna elettorale che avrebbe convocato il referendum sulla Brexit, se fosse stato eletto. L’Ukip sostiene che i cittadini britannici non hanno avuto voce in capitolo sui rapporti tra Londra e Bruxelles a partire dal 1975, quando decisero di rimanere in Europa in un’altra consultazione. Il Regno Unito era entrato in Europa due anni prima. Gli euroscettici sostengono che l’Unione europea è cambiata molto da allora ed esercita sempre maggiore controllo sui cittadini. Convocando il referendum, David Cameron ha detto: “È tempo per il popolo britannico di dire la sua, risolvere la questione europea nella politica britannica”. A febbraio Cameron ha concluso un accordo con i leader dell’Unione europea che prevede una riforma del trattato di adesione e che concederà a Londra uno status speciale di autonomia su una serie di questioni: il potenziamento della competitività europea e la promozione degli accordi di libero scambio; l’esclusione del Regno Unito dall’impegno di andare verso “un’unione sempre più stretta”; la garanzia che i paesi dell’eurozona non operino in modo sfavorevole rispetto a quelli che non aderiscono alla moneta comune come il Regno Unito; e la limitazione dell’accesso ai servizi del welfare per i lavoratori immigrati comunitari che vivono in territorio britannico. I fautori della Brexit, tra cui molti parlamentari conservatori, tuttavia sostengono che le concessioni ottenute da Cameron non siano sufficienti e siano piuttosto degli aggiustamenti irrilevanti. Secondo gli ultimi sondaggi, i sostenitori del sì sono in vantaggio di sei punti, al 53 per cento, sui sostenitori del no al 47 per cento.

    Chi sono e cosa vogliono i sostenitori della Brexit?

    Tra i sostenitori dell’opzione leave (lasciare) ci sono molti conservatori come John Major e Boris Johnson, così come la maggior parte dei parlamentari Tory. L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea è appoggiata dal partito nazionalista Ukip, che alle ultime elezioni politiche ha preso il 13 per cento dei voti. I sostenitori della Brexit accusano l’Unione di avere imposto troppe regole e tasse alle imprese britanniche e inoltre di aver favorito l’immigrazione intereuropea. La libera circolazione delle persone è uno dei temi principali della campagna elettorale degli euroscettici. Il fronte euroscettico sostiene inoltre che, senza i vincoli della burocrazia europea, l’economia britannica sarebbe più florida. Alcuni sostenitori della Brexit hanno diffuso la notizia che Londra verserebbe 350 milioni di sterline ogni settimana per finanziare le istituzioni europee e i loro progetti. Questa somma, però, è stata molto contestata dagli analisti, secondo cui Londra versa una cifra inferiore a Bruxelles e, in cambio riceve numerosi finanziamenti dall’Unione europea per l’agricoltura e per progetti di cui beneficiano soprattutto i ceti meno abbienti e le aree più depresse del paese e per sostenerel’agricoltura.

    Chi sono e cosa vogliono i sostenitori del no alla Brexit?

    Il premier David Cameron è tra i sostenitori dell’opzione remain (restare) al referendum. Sedici ministri del governo sono schierati con il primo ministro, mentre molti parlamentari Tory sono a favore della Brexit. Il Partito laburista, lo Scottish national party (Snp) e i Lib Dem sostengono il fronte del no alla Brexit. I dirigenti del Partito laburisti, tuttavia, hanno mantenuto una posizione tiepida e sono stati accusati di non essersi schierati con chiarezza nel dibattito. Il leader del Labour Jeremy Corbyn il 14 giugno ha rivolto un appello ai suoi elettori affinché votino per la permanenza del Regno Unito nell’Unione, rimproverando i dirigenti del suo partito per il poco impegno nella campagna elettorale. Per i sostenitori dell’opzione remain, l’uscita del Regno Unito dall’Unione sarebbe un errore politico ed economico. Chi vuole rimanere nell’Unione sostiene che Londra, anche se uscisse, per mantenere rapporti commerciali privilegiati con l’Unione, dovrebbe comunque rispettare tutte le norme comunitarie e consentire la libera circolazione delle persone, con l’unica differenza di non avere alcun diritto di voto a Bruxelles. I sostenitori del remain sottolineano che il cinquanta per cento del commercio con l’estero del Regno Unito è con i paesi europei e che Londra è molto dipendente da Bruxelles. Anche per questo molte grandi aziende sono contrarie all’uscita del Regno Unito dall’Unione, perché per loro sarebbe più difficile spostare capitali, merci e persone all’interno del mercato europeo. Per esempio la Rolls-Royce ha mandato una lettera ai suoi dipendenti per chiedergli di votare l’opzione remain. Secondo la camera di commercio britannica, il 55 per cento dei suo componenti (piccole e medie aziende) vuole restare in Europa.

    Se vincesse la Brexit, quanto tempo ci vorrebbe per uscire dall’Unione europea?

    Se vincesse l’opzione leave, il Regno Unito dovrebbe cominciare un negoziato con i 27 leader dell’Unione europea per definire le condizioni della sua uscita. Questo processo potrebbe durare almeno due anni. Nel frattempo il Regno Unito dovrebbe rispettare comunque i trattati e le leggi europee, senza prendere parte ad alcun processo decisionale.

     

     

    http://www.internazionale.it/notizie/2016/06/16/regno-unito-brexit