La sindrome di Woody Allen che affligge i mercati

wa«Dio è morto, Marx è morto e anch’io mi sento poco bene». I mercati finanziari sembrano ormai afflitti dalla sindrome di «Woody Allen»: le banche centrali danno l’impressione di avere perso la bussola, l’economia sembra non rispettare più le regole basilari e – in questo contesto – anche i mercati non si sentono più molto bene. È per questo che navigano a vista. Seguendo di tanto in tanto brevi “mode” passeggere (il rallentamento cinese a inizio anno, la caduta del petrolio a febbraio, la crisi delle banche europee in primavera o l’incubo Brexit a giugno), destinate ad essere sostituite da altre “mode” altrettanto fugaci. Ma senza una visione del futuro. Senza un trend vero. Senza sapere dove stiano andando davvero. Basta parlare con qualunque strategist o investitore per capirlo: l’unica cosa che li accomuna è l’incertezza e la scarsa visibilità sul futuro.
Nella settimana in cui la Federal Reserve Usa e la Bank of Japan sono chiamate a decidere sulla loro politica monetaria (oppure a non decidere), la sindrome di Woody Allen appare nella sua piena evidenza. È ovvio infatti che le banche centrali siano in una fase di stallo. La Federal Reserve dovrebbe alzare i tassi d’interesse, perché l’economia Usa cresce e la disoccupazione è quasi completamente debellata. Ma tranne sorprese clamorose, anche alla luce della spaccatura all’interno del suo board, non farà nulla questa settimana. E forse non farà niente neppure nei prossimi mesi: perché i rischi (per l’economia Usa e per quella globale) sono elevati. E perché c’è sempre un motivo per aspettare. La Bank of Japan potrebbe ridurre i tassi o pigiare ulteriormente l’acceleratore della sua politica monetaria ultra-espansiva, ma in un contesto di scetticismo collettivo: ormai il dibattito verte più sugli effetti collaterali delle sue decisioni (per esempio sulle banche e sui fondi pensione) che sui benefici. E anche la Bce è in una fase di ripensamento della politica monetaria, spaccata anch’essa al suo interno. Morale: le banche centrali, che per anni sono state il “faro” dei mercati finanziari, ora sono diventate uno dei loro principali elementi di incertezza.
Anche i fondamentali economici, tradizionale bussola dei mercati, ormai sembrano parlare una lingua difficile da capire. Prendiamo l’economia Usa. La crescita del Pil c’è, la disoccupazione è ai minimi. Eppure tutti sanno che la qualità del lavoro è molto bassa, che la partecipazione al mercato del lavoro è sui minimi da decenni e che gli stipendi – stranamente data la vitalità della congiuntura – crescono poco. Le regole basilari dell’economia sembrano stravolte: perché il calo della disoccupazione non è accompagnato da un aumento vero dei salari? E poi: perché al calo della disoccupazione non corrisponde una crescita vera dell’inflazione? Forse proprio perché la ripresa dell’occupazione è di bassa qualità. O forse perché l’economia globale, non solo quella statunitense, sta cambiando strutturalmente: l’invecchiamento della popolazione, la digitalizzazione e tanti fenomeni globali hanno impatti consistenti ma difficili da decifrare. Qualcuno pensa che proprio questi cambiamenti strutturali stiano portando il mondo verso una «stagnazione secolare». Qualcuno ritiene che l’inflazione non risalirà mai e che le banche centrali perseguano ormai l’obiettivo sbagliato. Ma, in realtà, in pochi riescono davvero a decifrare mutamenti così complessi e così inediti. A partire dalle stesse banche centrali.
In un contesto così incerto, è ovvio che i mercati siano afflitti dalla sindrome di Woody Allen. Ed è altresì ovvio che siano dominati dai day trader (anch’essi ormai in gran parte computerizzati), che si muovono seguendo correlazioni momentanee oppure eventi sporadici. A inizio anno era il rallentamento economico della Cina a preoccupare tutti: così gli algoritmi muovevano tutte le Borse sincronizzandole con le notizie che uscivano da Pechino o da Shanghai. Poi è diventato il petrolio, che continuava a crollare, il focus: ad ogni sussulto del greggio, dunque, le Borse si muovevano in alto o in basso. Poi è arrivato l’isterismo da banche. Poi Brexit. Qualcuno pensa che il prossimo focus riguarderà gli utili delle aziende americane, qualcuno ritiene che saranno ancora le banche centrali a dettare il ritmo sulle Borse. Qualcuno teme che presto scoppierà una delle tante bolle speculative che il quantitative easing ha gonfiato. Ma, in questa era degli algoritmi, nessuno davvero lo sa.

Morya Longo
Il Sole 24 ore 20 settembre 2016

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