L’euroscetticismo è senza futuro

EE2014 - Eurovision debate between candidates for the Presidency of the European Commission

Fatto l’euro, a 14 anni dalla sua nascita manca ancora un collante che unisca l’Europa. Mazzini si illudeva che trasformando l’Italia in una nazione si sarebbe risolto anche il drammatico problema sociale del Sud. I costruttori dell’Unione Europea hanno fatto lo stesso errore: pensando di unire popoli, storia ed economie col conio di una moneta unica, prevedevano che ne sarebbe poi discesa l’integrazione politica. È ora di ammettere che non è andata così e chi critica questa architettura ha certamente qualche ragione. D’altronde di elementi a supporto dell’eurofobia ce ne sono molti. Un’elaborazione di dati Eurostat del Centro Studi Promotor, pubblicata in un’inchiesta di Libero, mostra come il Pil pro capite tra i Paesi dell’Unione tra il 2001 (anno della nascita dell’euro) e il 2015 sia aumentato molto di più nei Paesi dell’Est che nell’eurozona, dove, salvo l’Irlanda (+24%), sono tutti sotto il +15% della Germania, con l’Italia fanalino di coda a meno 8%. La Bce dal canto suo ha dovuto ammettere che l’integrazione economica non è andata come previsto a tavolino e anche il Fmi ha stilato un mea culpa tardivo sulla stima degli effetti dell’austerità. Se l’Ultra Weith Report ha certificato come negli anni dal 2011 al 2013 Grecia e Italia (i Paesi che hanno sofferto di più la crisi del debito sovrano) siano stati però quelli che hanno registrato l’incremento maggiore di nuovi milionari, molte ricerche hanno testimoniato la perdita di potere d’acquisto di molti lavoratori dipendenti italiani. Può bastare per archiviare tutto?

A fronte delle crescenti voci critiche, di dati di fatto oggettivi, di risultati elettorali preoccupanti come e più della Brexit, per chi crede nell’Europa è arrivato il momento di trovare altrettante argomentazioni convincenti. A mio parere, almeno cinque sono evidenti. La prima è quella più immediata che si tende a dare per scontata: accordi, trattati e alleanze comunitari, saranno pure stati macchinosi e non in odore di santità costituzionale, ma hanno riportato la pace in Europa da settanta anni, dopo due guerre mondiali devastanti, milioni di morti e l’orrore dell’Olocausto. Chi sostiene che proprio l’Unione causerà un nuovo conflitto non ha prove o non sa quello che dice, mentre è probabile che proprio questa appartenenza abbia evitato scontri più gravi nei Paesi dell’Est Europa nel pieno dell’emergenza migranti.

In secondo luogo, chi professa il ritorno a confini e monete nazionali non tiene conto del fatto che milioni di giovani nati nel nuovo millennio danno invece per naturale la loro identità europea e, dove possibile e grazie anche ai tanti programmi Ue, trovano sbocchi formativi e di lavoro. La loro patria è l’Europa, la loro moneta l’euro, il loro passaporto la libertà di movimento.

La terza considerazione va fatta per la moneta unica. Essa ha rotto un monopolio millenario del dollaro, instaurando nuovi rapporti di forza commerciali con i grandi Paesi e le grandi economie. L’euro è imperfetto ma forte, tutte le banche centrali lo annoverano fra le proprie riserve, è ricercato come l’oro nei momenti bui.

Un quarto elemento per dire ancora sì all’Unione è la discesa dei tassi d’interesse dopo il 2002. In Italia lo spread dei primi anni Duemila con i Bund tedeschi è stato zero. Che lo Stato italiano non abbia colto al volo questa opportunità per ridurre l’onere del debito pubblico non cancella il fatto che grazie al calo del costo dell’eurodenaro molti italiani hanno potuto acquistare una casa con mutui molto più vantaggiosi. Chi suggerisce peraltro il ritorno alla lira per far ricomprare tutto il debito pubblico dalla Banca d’Italia dimentica che ciò non è possibile per il divorzio dal Tesoro, sancito ben prima di Maastricht. Infine, un’ultima considerazione. In molti, compreso chi scrive, hanno criticato l’eccessiva leadership tedesca in Europa. Berlino pensa che ciò che è buono per la sua economia lo è anche per quella degli altri Paesi. Chi critica la sua egemonia dimentica però che senza i vincoli che la legano all’Unione Europea la Germania agirebbe nello stesso identico modo, libera come un panzer nella pianura. Sarebbe un vantaggio?

Fuor di graduatorie c’è però la domanda cui nessuno dei tanti euroscettici sa rispondere: abbandonato l’euro si tornerebbe alla lira o se ne conierebbe una tutta nuova? Una cosa è certa: il nuovo tasso di cambio non preserverà il potere d’acquisto di quelle fasce più deboli che si vogliono salvare dall’ euro spauracchio.

Roberto Sommella

Corriere della Sera,  3 ottobre 2016