La Vallonia non firma il Ceta e disintegra l’Europa: la colpa è tedesca

cetakAlla fine, gli storici diranno forse che la colpa è di Schaeuble. Per ora si può dire che la costruzione europea si sta sfarinando davanti ai nostri occhi, mese dopo mese. Non per le leggi dell’economia, come da sempre pensano tanti americani, ma per esaurimento interno. L’ultimo campanello d’allarme è il rifiuto di una regione del Belgio, la Wallonia, a firmare il Ceta, l’accordo di commercio euro-canadese. E’ passato, infatti, il principio che il trattato debba essere approvato da tutti gli attori politici europei, ciò che, in base alla costituzione belga, significa il voto di sette diverse entità e regioni. Non bastano, insomma, i 28 sì dei 28 governi, ma ce ne vogliono una quarantina. E la Wallonia ha puntato i piedi.

Ai molti avversari di accordi che vanno a toccare assai più regolamenti e norme che tariffe, e, dunque, mettono sul tavolo le tutele igieniche e sanitarie a cui l’Europa ci ha abituato, la resistenza di Mons, Namur, Liegi è benvenuta. E’ una ulteriore prova che l’assai più pervasivo Ttip, l’accordo commerciale con un partner più scomodo e potente dei canadesi, gli Usa, probabilmente non arriverà mai alla fine di un tunnel del genere. Ma, comunque, vada a finire, nei prossimi giorni, la vicenda del trattato euro-canadese, deve essere chiaro che c’è un prezzo da pagare e che, in parte, è stato già pagato: la capacità della Ue di fare politica.

Donald Tusk, il presidente del Consiglio europeo,osserva che, se fallisce il Ceta, la Ue non sarà più in grado di firmare un accordo commerciale. Primo fra tutti, quello che sancirà la Brexit: stenderlo sarà difficile, farlo approvare da tutti un incubo. Ma non c’è solo il commercio. E’ assai difficile pensare che una nuova politica dell’energia o le sanzioni alla Russia possano passare con 40 sì. La Ue rischia la paralisi. O, più esattamente, l’impotenza. Se non addirittura l’irrilevanza, come sta avvenendo per la politica dell’immigrazione, dove le proposte di Bruxelles per la condivisione e la solidarietà sono cadute nel vuoto, quando non ridicolizzate.

Aspettiamoci lo stesso per i richiami ad Austria e Germania a sbaraccare i controlli, formalmente temporanei, alle frontiere che svuotano Schengen. E, per quanto siano fondati e ragionevoli gli appelli di Renzi a superare l’austerità, che questo avvenga chiudendo un occhio su bilanci fuori linea o rinunciando alle multe, come già avvenuto con Spagna e Portogallo, invece che con un ripensamento  esplicito della strategia economica della Ue è un ulteriore indebolimento della leadership comunitaria.

Abbastanza paradossalmente, a lagnarsene oggi e, ancor più in futuro, sono e saranno quelli che hanno reso possibile lo svuotamento dei poteri della Commissione, invocando – ancor prima che ci pensassero gli inglesi – poteri e prerogative sempre maggiori a favore dei Parlamenti nazionali, ritenuti i veri depositari della democrazia europea, a scapito degli organismi comunitari. In prima fila, il Bundestag e la magistratura tedesca, gelosi custodi della supremazia della legislazione nazionale. Ma, sull’onda del populismo euroscettico, molti governi trovano oggi conveniente sparare su Bruxelles.

Ed è qui che viene in ballo Schaeuble. La frattura fra Ue e opinione pubblica è avvenuta anzitutto sul testardo tentativo di imporre all’intera Europa una dottrina economica, quella dell’austerità, a cui, peraltro, assai pochi economisti (e nessuno fuori dalla Germania) credono. E’ allora che l’Europa è apparsa a molti matrigna e nemica e anche assai difficilmente difendibile. Lo scontro sui migranti avrebbe potuto essere diverso in una situazione economica diversa. La frattura decisiva, in Europa, è avvenuta prima, di fronte all’accanimento quasi sadico con cui Berlino ha amministrato il dossier Grecia, decretando il collasso economico del paese e prolungandolo ancora, in nome degli equilibri politici interni alla Germania, in vista delle prossime elezioni.

Maurizio Ricci

 

La Repubblica 23 ottobre 2016

http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2016/10/22/news/ceta_eurobarometro-150299617/?ref=HRLV-4

Cos’è il CETA

L’accordo economico e commerciale globale (CETA) è un trattato tra l’UE e il Canada negoziato di recente. Una volta applicato, offrirà alle imprese europee nuove e migliori opportunità commerciali in Canada e sosterrà la creazione di posti di lavoro in Europa.

Eliminerà i dazi doganali, porrà fine alle restrizioni nell’accesso agli appalti pubblici, aprirà il mercato dei servizi, offrirà condizioni prevedibili agli investitori e, cosa non meno importante, contribuirà a prevenire le copie illecite di innovazioni e prodotti tradizionali dell’UE.

http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/index_it.htm

http://europa.eu/!FN83jX

Cos’è la Vallonia

Dal 1993 è uno Stato federale, nel quale trovano riconoscimento le regioni autonome di Fiandra, Vallonia e Bruxelles e le tre comunità linguistiche francese, nederlandese e tedesca. La comunità tedesca è unita amministrativamente alla Vallonia.

http://www.treccani.it/enciclopedia/belgio/

 

 

Italiani e tedeschi: il lungo addio

images9899Italiani e tedeschi sono lontani e si allontanano. La relazione tra i loro Paesi è un asse portante senza il quale la Ue vacillerebbe. Otto anni di crisi economica e fiumi di polemiche sul passato e sul futuro dell’Europa hanno però creato divergenze sia strutturali — l’economia della Germania cresce, quella dell’Italia no — sia di relazione e di percezione che se non portate sotto controllo rischiano di creare danni seri ai due Paesi e all’intero continente. Uno studio commissionato dalla Friedrich-Ebert-Stiftung — fondazione legata al partito socialdemocratico tedesco — ha fotografato in profondità i due mondi che, alla vigilia del 70° anniversario della Comunità europea, hanno preso strade divergenti. Non siamo alla separazione ma malessere e incomprensioni montano mentre la fiducia cala. Soprattutto da parte italiana.

Quelli che seguono sono i risultati più significativi dello studio, condotto tra fine giugno e inizio luglio tra oltre duemila cittadini dei due Paesi. Di base, italiani e tedeschi sembrano vivere in due Europe diverse: il 43% dei primi pensa che l’appartenenza la Ue sia uno svantaggio (il 21% ne vede un vantaggio) e il 53% che fare parte dell’euro sia negativo (il 19% è positivo); il 43% dei tedeschi ritiene invece che la Ue faccia bene (contrari il 18%) e il 41% considera la moneta unica un vantaggio (contro il 25%). Le due opinioni pubbliche vanno in direzioni opposte ma non genericamente: il 74% degli italiani, infatti, è convinto che, in questi anni, dell’euro abbia beneficiato di più la Germania; il 31% dei tedeschi condivide questa idea ma il 27% pensa che ne abbia beneficiato maggiormente l’Italia e il 29% ritiene che la moneta unica abbia fatto bene a entrambi i Paesi.

L’idea che, nel rapporto con la Germania, l’Italia soccomba sembra radicata negli italiani: alla domanda su chi si avvantaggia nel rapporto economico tra i due Paesi, il 72% risponde la Germania. Anche qui, l’opinione dei tedeschi è più distribuita: il 23% risponde Italia, il 32% Germania e il 33% dice che è una relazione win-win.

Le due opinioni pubbliche sono invece concordi nel ritenere che la Banca centrale europea non faccia l’interesse del proprio Paese: lo pensa il 64% dei tedeschi, e non è una sorpresa, ma curiosamente anche il 67% degli italiani. Le percezioni tornano a divergere su quanto fanno i governi di Roma e Berlino per sostenere i propri interessi nella Ue. Secondo il 66% degli italiani la Germania fa troppo e per il 70% l’Italia fa poco. Per il 53% dei tedeschi, invece, Berlino fa poco e solo l’11% pensa sia troppo assertiva a Bruxelles. In questo, c’è anche una distorsione percettiva rispetto alla realtà. Entrambi i Paesi sono contribuenti netti al bilancio Ue, la Germania al primo posto con 14,3 miliardi e l’Italia al quinto con 2,6 miliardi (nel 2015). Ma ognuna delle due opinioni pubbliche ritiene che l’altro Paese riceva di più di quanto paga.

Interessanti le risposte sul ruolo che i Paesi dovrebbero giocare nell’Unione Europea. Il 75% dei tedeschi è ormai convinto che Berlino debba prendere la leadership; il 66% degli italiani è contrario.

In generale, i tedeschi hanno un’opinione della Penisola migliore di quella degli italiani: in una scala da uno a dieci, assegnano 5,5 al potere economico dell’Italia, gli italiani si fermano a quattro; danno 6,8 alla qualità della vita contro uno strano 4,6 degli italiani. Infine, negli ultimi dieci anni il 60% dei tedeschi ha visitato l’Italia almeno una volta; il 58% degli italiani non ha mai messo piede in Germania. Forse per questo, in campo musicale gli italiani conoscono ben poco dei tedeschi: l’8% cita Beethoven e il 6% Bach. Mentre i tedeschi sono più sull’attualità: il 29% conosce Eros Ramazzotti e il 7% Gianna Nannini. Tra gli attori, Sophia Loren batte tutti, mentre l’unica tedesca riconosciuta dagli italiani (4%) è Marlene Dietrich. C’è parecchio da fare, sull’asse Roma-Berlino.

Danilo Taino

Corriere della Sera 23 ottobre 2016

http://www.corriere.it/esteri/16_ottobre_22/italianitedeschi-lungo-addio-ecco-perche-non-ci-capiamo-piu-18717c6e-988d-11e6-bb29-05e9e8a16c68.shtml