Perché la Cina non è ancora un’economia di mercato.

ccccnnnnaaaUn attacco duro. Procedurale nella forma. Pesante – e con un forte sostrato politico – nella sostanza. Il primo, inaccettabile, atto di una guerra commerciale. La Cina, che ha costruito un modello di “sviluppo” in cui il dumping ambientale e occupazionale è essenziale, porta di fronte alla Wto gli Usa e l’Europa. Nessuno dei quali è disponibile a riconoscere, alla prima, lo status – né pieno né parziale – di economia di mercato. La firma del protocollo che elaborava una road-map, fatta di automatismi ma anche di obblighi da ottemperare, avveniva 15 anni fa: l’11 dicembre 2001. Bene hanno fatto gli Stati Uniti e l’Europa a non aderire alla richiesta della Cina. G li Usa si sono opposti nella forma del soft power di Barack Obama, che assumerà la forma dell’hard power di Donald Trump, che in campagna elettorale ha prospettato dazi pari al 45% sulle merci cinesi. La Ue ha scelto la versione, non scevra di una certa ambiguità fomentata dagli istinti anti-manifatturieri e dagli interessi pro Pechino dei Paesi del Nord, di una riforma del protezionismo che comunque, per quanto conceda spazi nel perimetro dell’economia comunitaria alla Cina, non arriva per il momento a riconoscere questo status. Hanno fatto bene non per ragioni ideologiche, ma per un mix di buon senso razionale e di lungimirante interesse strategico.
Il buon senso razionale è necessario per rispondere a una semplice domanda: la Cina è o no una economia di mercato? La Cina miscela i grattacieli e le università ormai di standing occidentale con un profilo dickensiano: la sua crescita industriale è alimentata anche da un dumping ambientale che non appare particolarmente sensibile al rispetto della natura e della salute di chi lavora nelle sue fabbriche e di chi vive intorno ad esse. Allo stesso tempo la Cina, con il suo capitalismo di stato o il suo socialismo di mercato, elabora politiche economiche e industriali che hanno la forza finanziaria e l’energia volitiva della pianificazione più spiccatamente novecentesca. Una pianificazione pragmaticamente scientifica che adopera la leva dei prezzi finali con il doppio obiettivo di trovare, in Cina, il punto di equilibrio fra la minima efficienza economica e il massimo livello occupazionale e di conquistare, all’estero, quote di mercato su quote di mercato. No, la Cina non è una economia di mercato. È un’altra cosa. Desta meraviglia. È un interlocutore imprescindibile. Ma, con essa, occorrono prudenza e circospezione. Al buon senso razionale, utile per rispondere se la Cina sia o no una economia di mercato, va poi unita la disamina concreta degli interessi strategici, necessaria per capire che cosa succederebbe se questo status fosse riconosciuto appieno a Pechino. La caduta istantanea di ogni forma di tutela dalla distorsione della concorrenza praticata dalla Cina provocherebbe la disarticolazione del paesaggio industriale europeo. Siderurgia e tessile, calzaturiero e elettronica, meccanica e ceramica. Il cuore della manifattura europea. Che, per continuare a battere con vigore, ha bisogno di essere protetto dalla sindrome cinese.

Paolo Bricco
Il Sole 24 ore, 13 dicembre 2016