Gli stipendi più bassi dell’Ue? Agli italiani

astipUna interessante fotografia sulla situazione dei salari dell’Unione Europea viene proposta questa volta dall’Eurostat, che nella sua indagine quadriennale nota come SES, Structure of earnings survey, mette in rilievo le forti disparità salariali tra Nord e Sud Europa. Prendendo come parametro di riferimento il salario medio lordo orario, i Paesi con le retribuzioni più alte sono la Danimarca con un’ora di lavoro retribuita 25,50 euro, l’Irlanda con 20,20 euro, la Svezia con 18,50 euro e il Lussemburgo con 18,40. In fondo alla classifica troviamo la Bulgaria con 1,70 euro per un’ora di lavoro, la Romania con 2 euro e la Lituania con 2,10 euro. L’Italia si assesta invece sulla media di 12,50 euro inferiore ai 15,70 della Germania e sotto la media dei Paesi dell’Eurozona pari 14 euro.
Emerge dunque un quadro che vede confermata la tendenza di un calo dei salari italiani rispetto alla media europea, come aveva rivelato la stessa Eurostat nel giugno di quest’anno. La retribuzione oraria dell’Italia è scesa a -0,5%, in controtendenza con il resto dei paesi dell’Ue dove è salita dell’1,7%. Esclusi i paesi baltici e dell’Est Europa, dove il livello dei salari è stato sempre inferiore rispetto alla media dell’Unione, il gap più rilevante è tra Nord e Sud Europa, nel quale Paesi come Portogallo vedono retribuzioni orarie di 5 euro, Cipro con 8,40 euro e la Spagna con 9,80 euro. I paesi «vincitori» dell’Eurozona come Germania, Olanda e Belgio hanno invece retribuzioni orarie 3 volte superiori al Portogallo.
Ma il dato più interessante è quello che riguarda la struttura del mercato del lavoro dei paesi dell’Unione, e in particolare la quota dei lavoratori con bassi salari rispetto al totale complessivo. A fare compagnia ai Paesi dell’Est Europa in questa classifica c’è la Germania con il 22,5% dei lavoratori tedeschi che ricevono un salario non superiore ai 400 euro. Un dato ben al di sopra della media Ue del 17,2%. Il fenomeno è facilmente giustificabile con la struttura del mercato del lavoro tedesco che negli anni 2000 è stato riformato attraverso le riforme Hartz che hanno portato decisamente verso il basso il livello dei salari. È la strategia perseguita dalla Germania dall’inizio dell’Eurozona con la quale ha realizzato enormi surplus commerciali a spese dei suoi vicini. Il costo della deflazione salariale è gravato soprattutto sulle spalle dei giovani.
L’identikit del lavoratore a basso costo è tracciato perfettamente dall’Eurostat: per la maggioranza si tratta di donne sotto i 30 anni con un livello di istruzione inferiore. Si conferma quindi la correlazione negativa tra salari più bassi e il livello di istruzione. Emerge quindi un quadro salariale dell’Ue dalle differenze profondamente marcate tra il Nord e il Sud Europa, nel quale l’euro ha certamente avuto un ruolo decisivo. Non va dimenticato, inoltre, che all’interno dell’Eurozona sono impossibili svalutazioni del cambio che consentirebbero ai paesi del Sud Europa, Italia in primis, di rilanciare il proprio export. Resta a disposizione solamente l’altro strumento della deflazione salariale, ma questa impedisce qualsiasi ipotesi di aumento della domanda interna e dei consumi domestici. I risultati sono una competizione al ribasso sul livello dei salari con la spirale deflattiva che continua ad affliggere l’Eurozona.

Cesare Sacchetti
LIBERO, 14 DICEMBRE 2016