Fabbrica America

 
okmultinÈ il tesoro delle multinazionali americane, il valore totale accumulato negli anni dei loro investimenti diretti nel resto del mondo. È qui che Donald Trump intende “prelevare” le risorse per il suo piano: Make America Great Again. Lo slogan della sua campagna elettorale, “rifare l’America grande”, sta prendendo corpo: passa attraverso una robusta iniezione di protezionismo. Ha già convinto Ford e United Technologies a cancellare due progetti di investimento all’estero, ambedue per costruire fabbriche in Messico. Dietrofront, le due multinazionali hanno ceduto alle pressioni del presidente e quegli investimenti li faranno negli Stati Uniti. Il bilancio in termini di posti lavoro salvati è modesto: circa duemila. Ma è il segnale di quel che Trump intende fare per mantenere le sue promesse. Se quei due successi iniziali dovessero essere replicati su vasta scala, quali saranno le conseguenze? Quanta occupazione si può salvare, o ri-nazionalizzare, invertendo la tendenza dopo un quarto di secolo di delocalizzazioni? Se la globalizzazione fa marcia indietro, chi saranno i vincitori e i perdenti?
GLI INVESTIMENTI ESTERI
Su quel totale cumulato di 5.000 miliardi di investimenti esteri delle multinazionali Usa (che comprende anche gli investimenti nel settore finanziario) la quota di gran lunga più grande è in Europa: 2.950 miliardi. Segue l’America latina con 850 miliardi, al terzo posto arriva l’Asia con 780 miliardi. Quanta occupazione “spostano”, dal paese d’origine ai paesi d’arrivo, questi investimenti diretti? Le stime variano e sono materia di polemica politica, si può ricordare che la creazione del mercato unico nordamericano Usa-Canada- Messico, che risale al 1994, è stata indicata come la prima causa della deindustrializzazione degli Stati Uniti. A seconda se si prendono le stime confindustriali o quelle sindacali, si va dai 700.000 a quasi tre milioni di posti di lavoro trasferiti all’estero. Se Trump riesce a capovolgere questa tendenza, e costringe le multinazionali a rimpatriare quote significative di capitali, l’impatto sull’occupazione può essere sostanziale. L’Europa almeno in teoria ha molto da perdere.
GLI STRUMENTI DI PRESSIONE
Trump ha già indicato i principali strumenti con cui può influire sulle scelte di localizzazione delle grandi imprese Usa. Il primo è lo strumento dissuasivo-punitivo più classico: i dazi doganali. Il presidente-eletto minaccia di infliggere una sovratassa del 35% sui prodotti che le multinazionali Usa reimportano nel mercato domestico dopo averli fabbricati all’estero. Il secondo strumento è un incentivo fiscale. La tassa Usa sugli utili societari è tra le più alte, attualmente l’aliquota è del 35%. Lui promette di ridurla in modo drastico, al 15%. Il terzo strumento, nella categoria degli incentivi, è la deregulation, anch’essa fra le promesse di Trump per ridurre i costi di produzione sul territorio nazionale. Infine lui può usare il volano delle commesse pubbliche, per esempio la spesa militare: un argomento che ha usato nei confronti di United Technolgies e Boeing.
COSA CAMBIA RISPETTO A OBAMA
Il revival del protezionismo è meno nuovo di quanto sembri. Ronald Reagan, in un America pre-Nafta e pre-Wto, colpì le auto giapponesi con i dazi, costringendo Toyota a creare fabbriche sul territorio degli Stati Uniti. Barack Obama lo usò nella maxi- manovra anti-recessiva. Il suo Recovery Act, la legge con cui varò 800 miliardi di investimenti pubblici nel 2009 per rilanciare la crescita, conteneva una clausola Buy American: favoriva i produttori americani come destinatari delle commesse pubbliche. Quella clausola fu impugnata, con risultati alterni, dai principali partner legati agli Stati Uniti da trattati di libero scambio, tra cui l’Unione europea e il Canada. Gli Stati Uniti non hanno mai smesso di praticare politiche industriali aggressive, a livello federale e ancor più a livello dei singoli Stati. I governatori degli Stati offrono spesso pacchetti di sgravi fiscali per attirare investimenti, o trattenere le imprese sul loro territorio. È una politica industriale che fa pagare il conto al contribuente. La sinistra, con Bernie Sanders, lo ha etichettato come Corporate Welfare: assistenzialismo per le imprese.
OSTACOLI DALL’ESTERO
Se la svolta protezionista di Trump viene applicata su vasta scala, i partner commerciali non staranno fermi. Il Messico può fare ricorso in base alle regole del Nafta se ritiene di essere colpito da dazi contrari agli accordi. Un paese ben più grosso come la Cina, mercato ambito dalle multinazionali Usa, può decidere di rispondere colpo su colpo, varando dei contro-dazi. Interi mercati potrebbero chiudersi alle imprese americane. Prima che si avveri questo scenario da guerra commerciale, le lobby del capitalismo americano manovreranno al Congresso per condizionare Trump: dentro il partito repubblicano una solida corrente liberista è contraria alle barriere.
I CALCOLI DELLE GRANDI IMPRESE
Trump fin qui ha usato un effetto- annuncio, per incidere sui calcoli di convenienze delle grandi imprese. Ma questi calcoli variano molto, la tipologia degli investimenti esteri non è uniforme. Ad una estremità, ci sono investimenti esteri che delocalizzano la produzione solo per sfruttare il costo inferiore della manodopera in un paese emergente, e da lì re-importano gran parte della produzione: è il caso delle “maquiladoras” costruite in Messico per approvvigionare il mercato Usa. È qui che le azioni di Trump possono cambiare il quadro delle convenienze. All’estremo opposto ci sono investimenti fatti per rifornire il mercato locale: è così in Europa, in parte anche in Cina. In questo caso chiudere le fabbriche per riportarle in America può significare perdere o indebolirsi su mercati esteri strategici. Infine ci sono multinazionali come Apple la cui catena produttiva è globale: in un iPhone sono incorporati componenti fatti in Cina, Giappone, Taiwan, Germania. Portare tutte le produzioni a casa può essere difficile, quasi impossibile. E alcuni fenomeni di reindustrializzazione americana sono in parte una beffa: si costruiscono fabbriche con poca manodopera umana, tanti robot e intelligenza artificiale.

Federico Rampini
la Repubblica, giovedì 5 gennaio 2017