Sprechi: ogni anno buttiamo cibo per 12,6 miliardi

swfLa nuova parola d’ordine è raccolta in uno slogan: più prevenzione, meno rifiuti. Lo spreco alimentare in Italia resta un grande scandalo, anche morale («È come rubare il cibo ai poveri» ha detto Papa Francesco), ma per combatterlo davvero non bastano più le denunce, diventate perfino autoreferenziali, ma servono nuove iniziative, molto concrete. In tre direzioni.
In primo luogo, bisogna riconoscere che lo spreco di cibo, specie nelle case, sta diminuendo. I dati più attendibili sul piano scientifico, messi in fila dal Politecnico di Milano, in occasione della giornata, ieri, contro lo spreco alimentare, parlano di un valore annuale pari a 12,6 miliardi di euro, dei quali più della metà riguardano consumi e stili di vita domestici. Dalla spesa eccessiva che finisce nell’immondizia agli avanzi nel frigorifero che non riusciamo a riutilizzare e infiliamo nel secchio della spazzatura. Nell’ordine, secondo l’Osservatorio Waste Watcher, si tratta di frutta, insalata, verdura e pane. Ma anche carne, formaggi e salumi.
IL SONDAGGIO 
Allo stesso tempo la Coldiretti, attraverso un sondaggio capillare in tutto il Paese, ci informa che già sei famiglie su dieci, nell’ultimo anno, hanno ridotto gli sprechi alimentari, anche per effetto della Grande Crisi che sta modificando in modo radicale i nostri stili di vita. Il passo successivo, per moltiplicare il taglio degli sprechi alimentari, riguarda la diminuzione dei rifiuti. Meno imballaggi, meno contenitori, meno carte (pensate in quanti fogli e buste viene incartato un etto di mortadella). Soltanto a Roma, per fare un esempio, si producono 689 chilogrammi di rifiuti all’anno pro-capite, quasi due chili al giorno. A Berlino, per restare al club delle capitali europee, sono 442, a Madrid 377, e tornando in Italia, senza confrontare l’immondizia dei romani con quella dei virtuosi altoatesini, già a Bari la spazzatura pro-capite non supera i 584 chili all’anno. Differenze così marcate aiutano a capire quanti margini ci sono per ridurre i rifiuti, a partire da quelli di provenienza alimentare, e quindi lo spreco. Con il doppio effetto positivo sia sull’economia in generale sia sulla catena dello smaltimento che, proprio a Roma, fa acqua da tutte le parti.
Il secondo ambito di interventi, collegato al primo, riguarda la possibilità di premiare i cittadini, non chiamiamoli virtuosi ma semplicemente forniti di un buon senso civico. Una campagna all’insegna del titolo Basta rifiuti e sprechi, che dovrebbe partire nelle scuole per poi allargarsi nei quartieri, non può non prevedere un principio di buona amministrazione: chi sporca meno, paga meno. Sul sito Non sprecare.it stiamo raccogliendo l’elenco dei comuni dove già esistono riduzioni di imposte sui rifiuti, bonus per la spesa e per la benzina, e perfino sconti sulle bollette energetiche, per le famiglie che producono meno immondizia e la smaltiscono correttamente. Purtroppo, sono delibere di amministrazioni concentrate nelle regioni del Nord, dall’Alto Adige al Veneto, e del Centro, dall’Emilia alla Toscana. Questa, invece, deve diventare una prassi nazionale che trasformerebbe la lotta allo spreco anche in un’opportunità di risparmi.
LA RETE 
Infine, e siamo al terzo tassello, va ampliata e sostenuta, dal basso, la rete del volontariato, anche questa già solida, che lavora per recuperare il cibo altrimenti sprecato e donarlo alle associazioni caritatevoli. Per dare un’idea delle potenzialità di questa rete, citiamo il caso dell’associazione più efficace e più attiva nel settore, il Banco Alimentare che coinvolge, nel recupero e poi nella donazione del cibo, quasi mille aziende, 820 punti vendita e 366 mense (208 scolastiche). In Italia ci sono diverse realtà più piccole, ma altrettanto utili, rispetto al Banco Alimentare: si tratta, anche qui, di moltiplicarle, partendo dal territorio e dai singoli quartieri. Tra l’altro, ci siamo anche dotati, finalmente, di una legge che favorisce le donazioni come deterrente allo spreco alimentare, anche se non abbiamo avuto il coraggio di fare come in Francia. Qui, ricordiamolo, i punti vendita della grande distribuzione, con superfici superiori ai 400 metri quadrati, hanno l’obbligo, non la facoltà, di non sprecare i prodotti invenduti e di metterli a disposizione della rete delle associazioni. Se non lo fanno, rischiano multe salatissime.
Anche in Danimarca, il paese europeo che ha ottenuto i migliori risultati nella lotta allo spreco alimentare grazie alla campagna capillare Stop Wasting Food, il recupero del cibo parte dall’educazione nelle scuole, passa per i punti vendita della grande distribuzione, e sbarca nelle case dei cittadini. Dove vanno di moda le ricette dei grandi chef danesi che, a differenza di quelli italiani abilissimi a truccarsi da guru e filosofi televisivi del nulla, hanno firmato, con senso pratico e con un briciolo di salutare responsabilità, le loro ricette d’autore, ispirate alla cucina degli avanzi.

Antonio Galdo
Il Messaggero 6 febbraio 2017
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