La crescita dell’Europa da sola non basta

bussueBene la situazione economica nell’Eurozona al punto che la crescita del suo Pil, salito dell’1,7% l’anno scorso, supera l’1,6% messo a segno dagli Stati Uniti. Non accadeva da anni. Non solo. La disoccupazione è calata sotto il 10% mentre la nascita di nuovi posti di lavoro tocca i massimi da 9 anni. Si consolida la fiducia delle imprese e la produzione segna un record quinquennale. Anche l’inflazione riparte e si avvicina, con l’1,8% medio in gennaio, al traguardo del 2%.

Finalmente la politica monetaria espansiva della Bce di Mario Draghi sta raccogliendo frutti ma non per questo ha potuto né può da sola risolvere tutti i problemi. Anche perché a sua volta ne crea, specialmente in Germania. Il tema sarà tra quelli caldi dell’incontro oggi a Berlino con Angela Merkel.

Dai tempi del famoso «whatever it takes», che nell’estate del 2012 spense l’incendio che rischiava di mandare a fuoco l’intera eurozona, il cancelliere tedesco è sempre stato l’alleato attento e silenzioso dietro la strategia via via sempre più ampia ed efficace del super-banchiere europeo.

Oggi, quasi 5 anni dopo, la scommessa della stabilizzazione ancora non è vinta. Indebolita ma decisa a conquistarsi il quarto mandato consecutivo alle legislative di settembre, la Merkel ha bisogno che il tacito sodalizio continui, magari anche con un gesto di Draghi, un segnale sull’aumento dei tassi di interessi che prima o poi rassicuri i furiosi risparmiatori tedeschi. E al tempo stesso aiuti a calmare gli attacchi dell’America di Donald Trump, le sue sventagliate protezionistiche verso l’Europa e la Germania in particolare.

Più facile da dire che da fare.

La congiuntura dell’Eurozona va. Verrebbe forte la tentazione di convincersi che l’incubo della lunga crisi finanziaria del 2008 sia ormai agli sgoccioli e per l’euro stia per tornare l’età felice degli esordi. Non è così.

Perché ancora non è chiaro quanto l’attuale schiarita sia sostenibile e il sorpasso degli Stati Uniti duraturo: lunedì davanti al parlamento europeo Draghi ha affermato che gli attuali stimoli Bce, quantative easing e bassi tassi, sono ancora necessari. Perché il rilancio dell’inflazione potrebbe presto mettere sotto pressione il mantenimento della sua politica espansiva, per la gioia dell’euro del Nord ma dolori certi per i Paesi indebitati del Sud.

Perché, infine, se le variabili congiunturali sono incoraggianti, quelle strutturali restano problematiche. La grande crisi finanziaria ha infatti approfondito le divergenze dentro l’Eurozona complicando ulteriormente il governo della politica monetaria unica.

Dietro il rafforzamento della ripresa c’è un quadro molto differenziato: l’anno scorso la Germania è cresciuta dell’1,9%, la Spagna del 3,2%, l’Irlanda del 4% e l’Italia, sempre fanalino di coda, meno dell’1%. Ci sono focolai di crisi irrisolti nell’arco mediterraneo, con lo spettro del default estivo che torna ad affacciarsi in Grecia: a tutti i suoi guai, ora aggiunge anche la lite tra i suoi creditori dell’Eurogruppo e l’Fmi sul grado di rigore aggiuntivo e ristrutturazione del debito da imporle. C’è l’Italia a sua volta gravata da un debito-monstre da ridurre e dall’ipoteca di un sistema bancario fragile.

La corsa degli spread, che non sembra arrestarsi e in questi giorni non cessa di registrare il crescente divario tra bund tedesco e i titoli di Stato decennali di Grecia, Italia e Francia, è lo specchio impietoso dei fossati strutturali che dividono l’Eurozona e che, in quest’anno elettorale per Olanda, Francia, Germania e forse Italia, si cumulano alle incertezze sul futuro della stabilità politica dell’area.

In Olanda il partito della Libertà di Geert Wilders, anti-europeo, è primo nei sondaggi. Come lo è in Francia il Fronte nazionale di Marine Le Pen, che promette il referendum sulla permanenza o meno del Paese nella moneta unica. In Italia M5S e Lega sono su posizioni analoghe. In Germania la sfida dell’AfD erode ai fianchi la Cdu-Csu della Merkel anche se non vanta il livello di consensi dei movimenti europei “fratelli”.

Di tutto questo, del rischio ingovernabilità politica, economica, monetaria e finanziaria dell’euro e dei rimedi possibili parleranno a Berlino il cancelliere e il presidente della Bce. Come delle promesse e dei pericoli di un’Europa a geometrie variabili, tra eccesso di spinte centrifughe nell’aria e l’irrevocabilità dell’euro da difendere a tutti i costi.

Non ci sono risposte né soluzioni facili per nessuno dei due.

Adriana Cerretelli

Il Sole 24 ore, 9 febbraio 2017