L’euro che non piace più, le ragioni del disincanto

imagescs7huw0oAppena quindicenne, l’euro è rimasto orfano. Nessuno che si assuma le decisioni di politica monetaria, nessuno che emetta debito comune, nessuno che possa intervenire sul cambio. Comincia invece a prendere corpo un movimento di pensiero eterogeneo che professa un suo abbandono. Molti partiti euroscettici, come milioni di persone, sono convinti che si stava meglio prima. Il dubbio scuote ormai tante coscienze e persino in Germania si comincia a non escludere una «Deuxit» clamorosa, come se la moneta unica, raggiunto un obiettivo di inflazione prossimo al 2% e l’occupazione piena, fosse un taxi da cui scendere. Se tentenna Berlino, che è quella che ci ha guadagnato di più dal 2002 ad oggi, il problema della sopravvivenza della valuta stellata c’è. Si possono prendere alcuni indicatori per cercare di capire perché.
Il primo l’ha fornito un’analisi del World Economic Forum. Alla domanda se la globalizzazione avesse migliorato le condizioni di vita, gli esiti del campione sono stati netti e sorprendenti. Solo per cinesi (45%) e indonesiani (23%) le risposte sono state affermative. Negli Usa (65%), in Gran Bretagna (65%), in Germania (59%), in Francia (81%!), persino ad Hong Kong (71%) e negli Emirati Arabi Uniti (60%), una solida maggioranza ha detto di stare peggio, perché si sentono più precari di prima.

Riconducendo questa analisi nel contesto dell’Unione, si può dire che l’euro è nato proprio nell’era della dematerializzazione del lavoro, dove la risposta alla globalizzazione di cui sopra sono i neo nazionalismi. Ma una moneta nazionale in questo contesto planetario potrebbe ben poco.

Il secondo indicatore è calato nella realtà italiana. Il Pil tricolore, a fine 2002, anno di nascita dell’euro, complice la guerra post attacco alle Twin Towers di New York e la recessione conseguente, crebbe dello 0,9%, più o meno quello che è accaduto a fine 2016. Da allora poche le annate sopra l’1%, tra il 2004 e il 2007. Il debito pubblico in termini assoluti dal 2001 è invece aumentato di circa 500 miliardi di euro e dal 108% del Pil si è ora portato oltre il 133%. Peggio ha fatto la disoccupazione: dall’8,8% di fine dicembre 2001 il tasso è arrivato all’11,9% di dicembre 2016. Per fortuna, è quasi un miracolo, l’export ha tenuto.

Non va meglio per la finanza privata. La Borsa non è tornata ai livelli pre-crac Lehman Brothers, un’indagine del Corriere ha mostrato che gli investimenti bancari, salvo un’eccezione, sono andati molto male con il cambio del segno monetario, mentre ci ha guadagnato chi ha messo i soldi su oro, Ctz e aziende leader nel loro settore. In generale però, se un’impresa è finita nelle mire di una europea è passata di mano senza colpo ferire, in virtù della libera circolazione dei capitali che quasi mai ha coinciso con la difesa della ricchezza nazionale.
Ma deve far riflettere anche il banco della spesa, perché gli italiani giudicano l’Europa col portafogli e non col cuore. Confrontando i prezzi dei maggiori prodotti di largo consumo nel 2002 con quelli del 2016, tolta l’inflazione con i coefficienti Istat, c’è ben poco da gioire. Un chilo di spaghetti ha subìto un aumento del 47%, analoga quantità di riso si è impennata del 58%, sei uova costano il 47% in più, carne di vitello (+73%), sogliola al chilo (+69%), passata di pomodoro (+55%), persino le patate (+80%), non sono stati da meno. I motivi di questa perdita di potere d’acquisto si possono rinvenire in tre elementi: cambio sfavorevole (1936,27 lire per un euro), arrotondamento prima del changeover, controlli elusi durante il periodo di doppia circolazione e conseguente speculazione. Si pensi al raddoppio degli affitti che molti italiani hanno dovuto subire.
I fatti sommariamente elencati, conducono alcuni a sostenere che per l’Italia sia meglio uscire dall’euro per riacquisire la sovranità monetaria, la penetrazione sui mercati e il potere d’acquisto perduto. Tornare alla lira non è però proponibile, se allo stesso tempo non lo fanno anche Francia e Germania. Che fare allora con questa valuta Frankenstein, dal corpo di metallo ma senza anima politica?
Alcuni economisti propongono una riedizione dello Sme, con bande di oscillazione per ciascuna moneta nazionale rispetto all’euro che resterebbe valuta comune di riferimento. Un’alternativa più coraggiosa sarebbe quella di creare un Tesoro unico che emetta debito che possa essere comprato direttamente dalla Banca centrale europea. Il dibattito è solo all’inizio e va affrontato senza snobbare chi si sente impoverito.

ROBERTO SOMMELLA

Corriere della Sera, 21 febbraio 2017

 

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